lunedì 9 febbraio 2009

Metafisica dell'usura.

“Ai liberali, che non sono tutti usurai, domandiamo perché gli usurai sono tutti liberali?”

Ezra Pound



L’avidità umana nasce da una naturale e comune necessità di conservazione diluita con il piacere che, da un certo punto, da un livello diciamo controllato, passa ad uno smisurato.

L’avidità si fa malattia e come tale non trova altri argomenti per noi stessi e per gli altri che incontriamo sulla nostra strada. Spiana e adatta tutto alla sua arsura implacabile, la componente piacere finisce per primeggiare sull’altra, quella della conservazione oramai non è neanche più un pretesto.

L’avidità più grande non si ha più nel possesso delle cose, ma si manifesta nel potere. Tra le varie forme d’avidità, l’accezione potere assume, nella nostra epoca, una forma smisurata, innumerabile.

L’oggetto denaro negli anni ha rappresentato un mezzo formidabile per alimentare l’avidità umana. Le monete erano anche d’oro ed averle, accumularle, costitutiva il nostro tesoro. Questo ha facilitato una forma primitiva d’avidità, l’odierna si sviluppa al di là dei forzieri e dei patrimoni immobiliari, castelli e tenute, tutti beni in fondo quantificabili perchè materiali e finiti, quella attuale perversamente nella sua astrazione svolge un ruolo estrinseco all’avido, capace di condizionare, controllare, il comportamento umano non di qualche suddito disgraziato, ma di una intera società, si fa costume economico.

Una lancia va spezzata in favore del denaro-moneta, perché l’avidità umana nel suo comparire lo precede, così come oggi, nell’evoluzione massima del capitalismo finanziarizzato, l’avidità sopravvive a quella che sta diventando l’agonia della moneta solida.

Il credere in un mondo migliore, socialmente emancipato, muove anche dalla necessità di liberare l’uomo dalla sua avidità che porta alla dipendenza malata col denaro, tutto il denaro anche quello in forma creditizia e digitale. Si tratta d’attribuire nuovamente un valore corretto al denaro, secondo il quale torni ad essere mezzo e non fine. Lo sforzo è possibile seguendo un percorso interiore personale di natura filosofica o religiosa, ma solamente il socialismo s’incarica di estendere questa consapevolezza, rendendo disponibili servizi altresì a pagamento. Si può relativizzare l’importanza del denaro, quando non si mercifica la felicità e la sopravvivenza umana, leggasi istruzione, salute, cultura, casa, pensione. La distribuzione della ricchezza non è un fenomeno spontaneo, anzi è proprio nelle società dette avanzate, che si hanno gradienti tanto maggiori e ingiusti.

A tal riguardo, nella distribuzione, gli studiosi, i sostenitori, del libero mercato, s’ascolti i megafoni radiofonici del “il Sole24ore”, individuano spesso un difetto ideologico, giacché sostengono che per distribuire ricchezza è necessario innanzi tutto produrla.

Intanto ci dovremo mettere d’accordo sul significato di ricchezza, secondo poi, ammettendo anche che il sistema in questione sia in grado di produrla, si necessiterebbe di una autorità in grado di mediarla equamente. Non potrebbe essere lo Stato, visto che per i signori di cui sopra, questo deve essere estromesso da tutte le ingerenze economiche, ci potrebbero pensare delle fondazioni private o le carmelitane scalze? Il Fmi, oppure i caccia dello zio Sam sempre pronti a spalmare beni e isolati?

Come si costruisce la ricchezza? Loro non hanno dubbi, anche se in modo imperfetto il modello capitalistico rimane l’unico in grado di farlo.

Volete la distribuzione, è necessaria la ricchezza e il capitalismo è l’unica mamma in grado di partorirla. Il sistema in questione, malgrado la crisi, rimane l’unico propedeutico al raggiungimento della felicità, questa è la loro morale comunque la si voglia girare.

Molti di quelli che una volta stavano a sinistra hanno recepito appieno il messaggio, e si sono adoperati al fine di porre le condizioni ottimali al suo sviluppo, si lavora per la ricchezza sotto l’egida del mercato in economia, e sotto l’egida dell’Onu in politica estera. Lo scopo, la distribuzione, è scomparso, il socialismo boh, nessuna traccia, sono passati da un prototipo ideale di Stato assistenziale con una massa inanimata che prende forma esclusivamente davanti alle mense pubbliche, a degli eruditi fanatici liberal sostenitori della ricchezza del capitalismo in tutte le multiforme evoluzioni. E’ per questa ragione che hanno distolto lo sguardo dall’isola di Cuba, a favore dell’isola dei famosi, scambiandola per una vittoria dei lavoratori, anzi no del genere umano e dei diritti dell’uomo, anzi no dei trans.

A proposito di lavoratori e di ricchezza prodotta, ma qualcuno si è chiesto come mai un lavoro onesto non è più in grado di renderci autosufficienti da un punto di vista economico? Un salario è insufficiente per tirare avanti una famiglia e lontano dal permetterci una casa. Con il nostro reale lavoro noi produciamo ricchezza concreta, lavoriamo come si faceva 20, 30 anni fa, forse più, eppure non percepiamo una pari liquidità tale da consentirci una vita dignitosa e soprattutto con meno preoccupazioni e scadenze. Il nostro lavoro e il nostro impegno produttivo, sembrano essere diventati ininfluenti davanti alla magnificenza dell’economia ingegnerizzata, il capitalismo evoluto, quello finanziarizzato, decide sulle sorti delle aziende in base a codifiche irreali e virtuali, non conosce più i suoi operai, ma solo oscillazioni di borsa, obbligazioni e dividendi. Tutto è estremamente complesso e legato, incrociato, l’unico corpo che s’è reso estraneo da quest’alchimia economica è il lavoro, ovvero l’unica realtà dell’uomo.

Se pur negli anni addietro la settimana lavorativa s’era stabilizzata attorno alle 40 ore settimanali, oggi pur con le nuove tecnologie, malgrado l’inizio dell’era delle comunicazioni digitali, qualcuno, la comunità europea, sta lavorando per un orario libero da potersi estendere di 10, 20 ore in più.

Beffardo lo slogan: “Lavorare tutti, lavorare meno”. Le necessità del sistema economico, celate come conquiste individuali di libertà, impongono uno sforzo maggiore. Bisogna lavorare di più, uno stipendio non basta, per fronteggiare il momento, spendere magari usando una promessa di pagamento e pagare le tasse, locali, regionali, nazionali, europee, mondiali. Bisogna far appello al nostro più alto senso civico e senso del dovere, l’Europa ci guarda e l’America guarda l’Europa.

Tutti noi siamo sottoposti ad uno stressante martellamento, che data la continuità oramai ci appare normale. Nasciamo già rei, cresciamo con una colpa che si chiama debito pubblico pro-capite. Non facciamo ancora in tempo ad uscire dal rassicurante ventre materno e qualcuno già conta sul nostro debito, nessuno si senta escluso è il bello della democrazia, spetta a tutti, anche a quelli che non vogliono.

Il debito pubblico è il grande peccato originale, con esso siamo battezzati anche se vogliamo rimanere atei o non credere alla nuova religione.

Come una volta gli uomini erano educati religiosamente al senso di colpa e ad una gratitudine eterna, prima con il peccato originale e poi con il riscatto offertoci da Cristo, ora quest’altra religione seguendo la stessa prassi ci offre prima una colpa, il debito pubblico, poi ci permette di risollevarci, di redimerci dalla nostra pietosa miseria umana offrendoci un altro Cristo a cui credere, la Banca. La Banca ci stende una mano amica. Alla banca dobbiamo riconoscenza eterna perché ci ristora dalla nostra arsura, o perlomeno crediamo.

L’Italia ha un debito pubblico che supera del 100% il Pil, gli Stati Uniti, Paese faro, astro, di questa civiltà, hanno un debito del 300%. Ma il vostro, ci rivolgiamo sempre agli sfegatati e fanatici dell’economia capitalistica, non è il migliore sistema per produrre ricchezza? Non starete mica giustificando avide attività predatorie commesse alle spalle d’ignari cittadini?

Eravamo partiti da un debito pubblico pro-capite di una decina di milioni di lire appena qualche lustro fa, tanto era bastato per dare inizio ad una campagna di svendita del patrimonio e delle attività dello Stato, con il pretesto di risanarlo.

Privatizzazioni, liberalizzazioni, la mannaia ha tagliato tutto, contratti, pensioni, servizi e lo Stato doveva tornare al suo posto, magari uno stato esclusivamente di polizia, ma mai uno stato che s’occupasse di economia nazionale nell’interesse pubblico.

Tutto questo non è bastato, il debito pubblico è seguitato a salire, e la crisi bussa forte alle porte del nostro paese e della nostra casa.

Ora le cose sono due: Prima possibilità, la politica liberista del più “privato e meno pubblico”, ovvero l’economia del libero mercato che in quest’ultimo tempo ha accentuato il suo aspetto di capitalismo finanziarizzato, imponendosi e spolpando l’economia reale, è fallita e pertanto sarebbe saggio da parte dei suoi sostenitori un ravvedimento o perlomeno un doveroso farsi da parte. Seconda possibilità, si è entrati in un gioco perverso, nell’avvitamento senza fine, di cui il debito ha un valore peculiare nella costruzione della “ricchezza”.

Da questa prospettiva il debito diffuso, pubblico e privato, non è un’anomalia del sistema, ma ha un’importanza vitale, un effetto cercato, atto alla torchiatura dei popoli e degli uomini. Il principio secondo cui si richiede la realizzazione della ricchezza prima della distribuzione, può anche essere vero ma in questo contesto la ricchezza è appena l’ombra del debito, che è anche ciò che concretamente, socialmente, si distribuisce.

A voi pubblico attento, impegnato, e umanamente sensibile, coinvolto nei diritti più improbabili e rari, a voi che piangete commossi per le disavventure e le ingiustizie amorose dei vostri eroi di cellulosa, non trovate forse più corpose e reali le lacrime di chi dal ricatto è strangolato?

Esiste un’avidità più grande di tutte, capace d’imporsi al di sopra d’ogni umana cupidigia, è quella capace di dispensare debito chiamandolo ricchezza e che si beffa del nostro lavoro e del nostro tempo, rubandone ogni frutto.

Il lavoro, quello vero, non la rapina, quello svolto da uomini che producono concretamente, crea merci e servizi. Queste, le merci/servizi, hanno una caratteristica qualitativa legata all’uso, ed hanno una propria grandezza di valore, ad essa viene assegnato un prezzo, una misura quantitativa numerica, il prezzo lo si esprime in denaro. Il denaro nasce come terzo elemento neutro. Il denaro ha un valore esclusivamente quantitativo, numerale e non qualitativo. E’ l’elemento neutro di conversione per tutte le altre merci. Il denaro non ha un suo valore d’uso, per questo motivo non deve essere inteso come un fine, ma come un mezzo.

Se le condizioni di lavoro, la produzione, il costo della forza lavoro non cambiano per un certo intervallo di tempo, la grandezza del valore delle merci è la medesima. Ma il prezzo può variare. Si crea una deviazione del prezzo rispetto alla reale grandezza di valore. Il prezzo di una merce/servizio, malgrado sia ad essa legata, può diventare un numero disgiunto dal valore reale. Si sviluppa una misura quantitativa autonoma delle merci, un cartellino legato alle speculazioni del mercato.

Questo tipo di arricchimento è antico e nasce con la distribuzione e il commercio e si espande nelle società ad economia capitalistica tradizionale. Anche se il prezzo delle merci non potrà crescere all’infinito, pena il collasso economico perchè tutto finirebbe per essere invenduto, il suo rigonfiamento dovrà fermarsi al principio del “giusto prezzo”.

Tutta altra cosa è l’arricchimento derivante dal capitalismo finanziarizzato. La nuova ricchezza che esso genera non è vincolata alle merci e al lavoro, non è conteggiabile neanche attraverso beni che fino a poco più di un secolo fa rappresentavano la concretezza di un tesoro, terreni, castelli, oro.

Il capitalismo finanziarizzato, l’ingegneria bancaria, è in grado di produrre “ricchezze” che superano la totalità del valore di tutte le merci/servizi, averi, opere d’arte, dell’intero pianeta, il denaro viene a marginalizzare la sua proprietà di mezzo consacrandosi esclusivamente come fine.

Un’alchimia che genera una nuova, smisurata, ricchezza. Ricchezza fatta di carta moneta e titoli di credito, denaro digitale, che non risiede più nelle stanze blindate, ma nella memoria dei computer. L’evanescenza delle monete, l’incorporeo denaro, santificano il denaro stesso sublimandolo a valore metafisico. Un potere fantastico, al passo con i tempi, un potere che esige rispetto da tutti, dagli uomini e dalla loro economia reale, un mostro autonomo e padrone. E’ in grado di generare ricchezza dal nulla, con una maestria e un’abilità divina, rendendo vano il lavoro e il sacrificio di noi piccoli mortali.

Ma è forse questa la “ricchezza” di cui parlano i sacerdoti del capitalismo, la ricchezza che viene dal nulla, quella che si genera da sé? Noi che crediamo nell’uomo, alla sua immanenza, al suo lavoro, questa la chiamiamo usura, la più grande delle avidità.

Le perverse forme di magia, di cui questa metafisica s’avvale, sono due: il signoraggio pubblico che genera debito pubblico, e il signoraggio privato che genera debito individuale o d’impresa. Qualcuno ha scritto, e lo condividiamo appieno: “Il controllo di una nazione passa attraverso il controllo del mercato monetario e creditizio”.

Lo Stato, nella rappresentazione di se stesso, nella sua forma residuale di pubblico, svolge un’insuperabile compito esattoriale per conto delle banche. Le Banche Centrali sono le uniche titolate a batter moneta, la loro proprietà è esclusivamente privata, su di esse non può essere svolto alcun controllo politico per legge.

Quando lo Stato chiede alla Banca Centrale di fornirgli denaro, questa con un costo tipografico stampa moneta cartacea senza alcuna riserva aurea in deposito, e lo Stato emette titoli per uguale valore. La banca avrà la possibilità di tenerli o venderli ad altre banche centrali o a banche commerciali, alla scadenza lo Stato pagherà il corrispettivo dei titoli ai portatori. La Banca incasserà l’importo richiesto.

Inoltre, per ogni 100 euro che lo Stato chiede alla Banca Centrale, questa riceve 100 euro alla scadenza, più un interesse del 2,5% detto tasso di sconto. Lo Stato è costretto ad un indebitamento perpetuo dovendo alla banca, che si arricchisce senza costi, sempre più di quanto ricevuto.

Una volta il potere si esprimeva e si misurava con il possesso delle cose materiali, ora la sua essenza arriva a controllare le nazioni e il comportamento degli uomini. Il debito pubblico verso gli istituti bancari centrali e internazionali, governa gli Stati.

I governi impongono una pressione fiscale senza precedenti, e al contempo tagliano sui servizi pubblici, spingendo i cittadini disperati dall’insostenibile benessere sbandierato all’abbraccio mortale con gli istituti di credito. Tutto questo lo hanno chiamano business, ricchezza.

Le banche che offrono credito sono capaci di una magia pari, a volte persino superiore, a quella delle sorelle maggiori che hanno potere d’emissione. Riescono addirittura a pretendere interessi, non su denaro stampato per l’occasione, ma praticamente su niente, ovvero per denaro che neanche hanno, e che mai presteranno.

C’era un tempo lontano in cui la Chiesa di Roma definiva il denaro lo “sterco del demonio”. Pound a distanza di anni definì l’usura come quella delle attività più ignobili capaci di produrre denaro da denaro, scavalcando, irridendo, l’umana attività del lavoro.

Si è stabilito un tasso d’interesse sui prestiti, tasso che può oscillare tra banca e banca secondo un loro criterio di concorrenza e di mercato, per il quale, per legge, al di sopra di questo si ha usura. Si è stabilito un tasso etico d’interesse, accettato, benedetto anche dal celeste istituto IOR (Istituto Opere Religiose).

Gli usurai fai da te, quelli illegali, prestano denaro sonante a tassi esorbitanti senza troppe cautele a chiunque. Quello che prestano lo rivogliono fino al doppio, anche il triplo. Praticamente la stessa cosa succede a chi ha contratto un mutuo a tasso variabile per l’acquisto della prima casa, alla fine del calvario delle rate si troverà ad aver pagato per una casa il cui prezzo commerciale è la metà di quello che ha dato alla banca.

Tra i due casi accostati, nel parallelo apparentemente forzato, c’è una reale differenza. La differenza non è tanto che il prestito avuto da uno strozzino privato avviene senza un notaio, o perché questi, al contrario del direttore di banca non manda il cesto natalizio al vescovo, o perché se ne infischia del “tasso etico”.

Una grande differenza risiede nel fatto che l’usuraio comune presta soldi sonanti, la banca quando chiediamo un mutuo, indipendentemente dal tasso, non ci fornisce denaro ma esclusivamente credito. Questo credito soltanto formalmente è denaro, non nella sostanza, di tutto il credito prestato dalle banche, queste ne posseggono circa un millesimo. Nell’atto formale del prestito, la banca non ci da soldi, ma su questo credito esige una restituzione in denaro più, chiaramente, l’interessi. Sotto questa prospettiva il tasso d’interesse, altro che etico, è infinito se vogliono soldi in cambio di niente. Il denaro creditizio è una moneta privata delle banche, un denaro scritturale, che rappresenta il 90% della liquidità in circolazione, ma è un titolo arbitrariamente, unilateralmente, inventato dalle banche senza necessità di una riserva di denaro reale. Questo è il signoraggio privato delle banche di credito, che insieme al signoraggio monetario, quello delle banche che emettono moneta, stabilisce una sovrapposizione degli effetti, un doppia catena di debito, entrambi con la stessa genealogia: l’usura.

Chiedere soldi in cambio di niente quando non è usura è una rapina.

Bertold Brecht affermava: “E’ più criminale fondare una banca che rapinarla”.

Il consumismo e la presunta ricchezza del nostro tempo ha invogliato a condurre una vita al di sopra delle nostre reali possibilità. Questo non è stato da parte del sistema economico-finanziario una sopravvalutazioni delle nostre possibilità, ma è piuttosto la peculiare condizione per la richiesta di un prestito.

Ovunque respiriamo la stessa aria. La banca è ovunque, la nostra azienda ad essa da i nostri soldi, la banca è la malta delle nostre case, è nell’acqua, nelle squadre di calcio, la banca è al telefono, nelle nostre macchine, nelle banane e alle poste, la banca è intorno a noi: siamo circondati.

La banca s’è fatta azionista non di maggioranza, ma unico della nostra vita.

In fila, con il cappello in mano, come una volta s’andava all’altare, ora prendiamo la nuova eucaristia, il banchiere invoca lo spirito santo e semplici pezzetti di carta diventano credito, noi, consumati dal senso di colpa, ossequiosi e timorosi, nella nuova chiesa facciamo voto.

Dall’ubriacatura di un’orgia di ricchezza iniziale, passiamo a considerarci fortunati quando riusciamo a pagare la rata. Il debito è la nostra compagnia, il nostro unico sacramento, ad esso siamo legati e ci sottoponiamo a sforzi inutili. E’ la condanna di Sisifo, sudati, trafelati, spingiamo il nostro sasso-fardello in cima alla montagna, ma arrivati bisogna ripartire da capo. La luce che qualcuno vede in questa crisi, non è la fine del tunnel, ma le luci del treno che ci sta travolgendo.

Non si tratta di stabilire quale sia il giusto tasso d’interesse, il problema non viene risolto attraverso un tasso, o una banca etica, il punto resta l’immoralità del sistema in termini di appropriazione indebita del lavoro degli uomini, del loro tempo e della loro vita, si tratta di liberare l’uomo da questa schiavitù, e da questo furto, che impedendo la sua affrancatura, lo ricatta eternamente. Anche questa religione ci da pace solo dopo la morte.

Il capitalismo finanziarizzato è riuscito ad impossessarsi contemporaneamente delle due spade del potere, il contrasto secolare tra i papi e gli imperatori, per il controllo della spada spirituale e della spada temporale, che ha visto prevalere una volta gli uni a volte gli altri, è stato estinto. Il sistema imperante diventa padrone e teologo di una nuova religione e allo stesso tempo esercita un potere mondano, assicurandosi in questa duplice azione, metafisica e materiale, un controllo assoluto, incontrastato, sull’uomo.

Legati ad una banca da formidabili anelli, tenuti ad essa da forze che sembrano magiche, celesti, così appare segnato eternamente il nostro destino. Ma forse basterebbe non credere più a questa religione, gridare la morte di questo dio, per svelare a noi e a tutti, l’ingannevole artifizio.

Il sistema è destinato a perire perché poggia la sua ricchezza sulla sua stessa debolezza. Come il re Mida, che tutto quello che toccava diventava oro, così le banche generano debito. Se non vogliamo trasformare in oro-debito anche l’ultimo tozzo di pane, per non morire, dobbiamo rinunciare a questa magia.

Esiste un solo modo per liberarsi dal debito, non essendo virtuosi ovvero ubbidienti come richiestoci, non si tratta di estinguerlo, neanche d’annullarlo come suggeriscono altri, con la pretesa di parlare per i più poveri, ma bisogna cancellare le condizioni che lo hanno generato. Questa scelta ha una sola porta, non ce ne sono altre, neanche intermedie, riappropriamoci del controllo del denaro in tutte le sue forme, abbattiamo il duplice signoraggio.



Articolo di Lorenzo Chialastri, on line su: www.rinascita.info

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