mercoledì 3 ottobre 2007

Vale di più la vita di un uomo oppure un maggiore profitto?

MORTI BIANCHE, OMICIDI DEL CAPITALISMO.



Detto così, a bruciapelo, potrebbe anche sembrare demagogia a buon mercato, di quella che si nutre di slogan (e gli slogan sono quella cosa che serve a risparmiare di pensare a coloro che a pensare fanno fatica) e di paradossi che possono colpire l’immaginazione, ma non significano granché.


Così vogliamo invece ragionare e sviscerare l’argomento con motivazioni precise e riferimenti logici cercando di dimostrare una tesi che sia di condanna ad un fenomeno che, cinicamente, costa ogni anno migliaia di vite umane che si sarebbero potute salvare.



Ed allora partiamo dalle cause e ragioniamo sulla statistica dei grandi numeri che definiscono meglio una situazione e non sono contestabili nel loro significato.



Nella stragrande maggioranza dei casi, le morti bianche e cioè le morti che avvengono sul posto di lavoro, sono imputabili a mancata o scarsa attenzione delle regole che sarebbero da applicare per la prevenzione degli incidenti sul lavoro.



In Italia esiste tutto un protocollo di comportamenti, di specifici meccanismi, di condizioni lavorative che, se applicate sarebbero sufficienti a far crollare il numero delle morti bianche, ma purtroppo, tali protocolli non vengono seguiti nel modo dovuto (ed in certi casi per nulla..!) essenzialmente per due motivi.



Il primo è che la sicurezza rappresenta per le aziende un costo sia per i meccanismi da applicare che per le condizioni di lavoro da realizzare che possono persino rappresentare, in alcuni casi,  un modesto rallentamento della capacità produttiva e che, nella logica di una azienda tesa solo al profitto rappresentano “una perdita di tempo e di denaro”.



Il secondo ha radici più ampie, profonde e meno definite ed è il materialismo, non importa se  di stampo capitalista o marxista, di cui il consumismo è figlio, che riporta ogni valore, ogni emozione, ogni morale ad una valutazione in denaro senza considerare le valenze spirituali della vita e capovolgendo l’equazione tradizionale e ragionevole per la quale il denaro è un mezzo e l’Uomo è il fine!



Risulta allora evidente che in siffatta società la vita di un uomo  vale molto di meno di un possibile maggiore profitto e che quindi la tendenza generale delle aziende sia quella di risparmiare anche sulle spese della sicurezza che vengono effettuate solamente su costrizione e non per scelta.



Certo non si può negare che vi siano oggettivamente anche responsabilità sia dello stato che non controlla a sufficienza preferendo investire il pubblico denaro in opulente consulenze per amici politici, in scandalosi stipendi per i “ grand commis” della burocrazia e della politica e nei mille modi che recenti inchieste come il libro “La casta” hanno così bene denunciato e sia dei sindacati che forse farebbero meglio a fare meno consultazioni e meno politica ed a contribuire, data la loro presenza capillare sui posti di lavoro, a surrogare lo stato in una attività di ispezione e di denuncia dei casi di inadempienza sulle misure di sicurezza ed a pretendere, nelle trattative per i nuovi contratti, che la vita degli operai, oltre ai salari, sia maggiormente tutelata nelle fabbriche e nei cantieri.



Ed allora i protocolli di cui sopra assomigliano alle “grida manzoniane”, leggi puntigliose e specificate nei minimi dettagli, ma inascoltate ed ignorate nella pratica quotidiana!



Il concetto che dovrebbe essere assunto come direttiva generale e su di cui si dovrebbe lavorare per sensibilizzare la pubblica opinione è il seguente:



Vale di più la vita di un uomo oppure un maggiore profitto?



Dalla risposta a questa domanda dipende non solo il futuro della sicurezza dei lavoratori, ma anche lo sviluppo della nostra civiltà!



Alessandro Mezzano

Moiano 02-10 2007

Nessun commento:

Posta un commento