sabato 6 ottobre 2007

Dicendo Myanmar non dicono niente.

Perché non ci parlano dell'Unocal, della Total, della Gran Bretagna, d'Israele, dell'antidroga statunitense e di tutti quelli che fanno parte del gioco?



Solidarietà da tutto il mondo stanno ricevendo, in questi giorni, i monaci birmani e coloro che, in quella terra, si stanno mobilitando contro il locale regime militare. Correttamente s’è detto che questo governo pseudomarxista viene da anni sostenuto dalla Cina. In passato e recentemente, alcuni dei nostri militanti si recarono, con la Onlus “Comunità Solidarista POPOLI” (www.comunitapopoli.org, che da ormai 7 anni agisce con il proprio volontariato in quella zona), in Birmania ad aiutare quell’etnia Karen (in lotta contro il governo centrale) che, oggi come in passato, è volutamente ignorata da media e potenze occidentali. Al di là delle legittime marce e testimonianze di solidarietà occidentali, dunque, qualcuno di noi in merito può parlare… e domandarsi: - per quale motivo all’opinione pubblica non viene detto che, dietro al governo di Rangoon, oltre a Pechino, vi sono importanti multinazionali, quali la californiana Unocal (sempre quella presente in Afghanistan quando i Talebani non erano proprio nemici degli Usa…) e la francese Total, autrici di quel gasdotto di Yadana, che attraversa i territori dei Karen e di altre etnie e che è stato realizzato grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon? - perché non viene rivelato che la giunta militare birmana da anni è fornita di armi ed intelligence da Israele? - come non sottolineare il legame tra la nuova paladina del mondo occidentale, Aung San Suu Kyi, e la Gran Bretagna? - come non vedere, recandosi in quelle terre, che da anni funzionari dell’antidroga statunitense sono lì impiegati i in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio, tutelando, al contrario, gli interessi occidentali sull’illecito commercio di stupefacenti? Vedremmo allora la situazione birmana in un’altra ottica, e non solo non combatteremmo inutili battaglie ideali anticomuniste e libertarie in nome della democrazia occidentale (che sanno tanto di sostegno a quel sistema mondialista esportatore di quell’ormai triste “libertà” per molti popoli), ma capiremmo anche che non esiste un “male maggiore” ed uno “minore”, una “padella” ed “una brace”… …poiché “padella” e “brace”, “bene” e “stati canaglia”, ancora una volta, sono la stessa identica cosa, da ben prima della coraggiosa protesta dei monaci buddisti birmani.



Da: www.alternativa-antagonista.com

1 commento:

  1. La Birmania, che la giunta militare ha ribattezzato ufficialmente Myanmar, è un'ex colonia britannica indipendente dal 1948, governata dai militari dal 1962, l'anno del golpe del generale Ne Win che a sua volta fu spodestato dall'esercito nel 1988, quando i militari repressero nel sangue una rivolta scatenata dall'aumento del costo della vita.Il capo della nuova giunta militare è il generale Tan Shwe, 74 anni, affiancato da Maung Aye, leader militare, e Soe Win, 58 anni, primo ministro; nel 1990 nel paese si sono svolte elezioni democratiche che hanno portato alla vittoria della Lega Nazionale Democratica della storica leader Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza birmana Aung San assassinato nel 1947 dai suoi avversari politici, ma queste elezioni non sono state riconosciute dalla giunta al potere che con un nuovo colpo di stato ha prima sciolto il parlamento, poi messo fuori legge tutti i partiti politici e infine arrestato Suu Kyi. Sono diverse settimane che a Rangoon e in altre città della Birmania decine di migliaia di persone manifestano contro il regime militare che governa il paese da oltre vent'anni; la repressione brutale delle prime proteste da parte del governo e l'aggressione ai monaci buddisti che partecipavano alle manifestazioni hanno spinto i cittadini a scendere in piazza a fianco dei religiosi per questa che è la prima protesta importante in Birmania da più di dieci anni, scoppiata a causa di un aumento di cinque volte del prezzo del carburante e del rincaro di altri beni di prima necessità.



    E' chiaro che i generali vogliono restare al potere e sono determinati a portare avanti i loro interessi nonostante i boicottaggi dell'Lnd e delle minoranze etniche del paese, prima tra le quali quella Karen, in continua guerra contro il regime.



    Nel frattempo le strade del paese sono controllate da bande criminali e dalle forze di sicurezza e le violenze non hanno mai risparmiato donne, anziani e bambini. Davanti alle retoriche e poco concrete condanne del mondo esterno il regime è convinto di poter continuare a ignorare le critiche di una parte della comunità internazionale; questa sua convinzione h rafforzata dall'atteggiamento della Cina, dell'India e di altri paesi vicini più piccoli, il cui desiderio di continuare a sfruttare le risorse naturali della Birmania supera ogni preoccupazione per i brutali metodi repressivi usati dalla giunta.



    La Cina sostiene attivamente la dittatura e già si alleerà con la Russia per far cadere la proposta degli USA di discutere la questione birmana nel Consiglio di Sicurezza; l'India poi ha rinnegato la sua fama di più grande democrazia del mondo adulando i generali per ottenere la fornitura di gas birmano e vendere armi al regime.



    Le manifestazioni di questi giorni stanno mettendo alla prova la volontà politica della Comunità Internazionale e la capacità di intervento dell'ONU.



    Il popolo birmano sembra proprio chiedere ai governi del mondo e al principale organismo internazionale quanto, davvero, siano disposti ad investire per introdurre cambiamenti che portino alla pacificazione del loro paese.





    Davide Ciotola



    Associazione Culturale Libertà e Azione



    libertaeazione@avamposto.org



    http://www.avamposto.org

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