giovedì 27 dicembre 2007

Che regali faremo?! ... Di che colore sarà la tovaglia?! ... In quanti andremo in vacanza?! ...

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Leonardo Varasano, uscito su Il Giornale dell'Umbria il 27-12-2007.





Alla ricerca del Natale perduto.




Lo avevano promesso e lo hanno fatto. Stiamo parlando dei mitici - e cosa c’è di più vicino alla mitologia degli eroi/antieroi del pallone? - Red Devils del Manchester Utd. Lo avevano proclamato da giorni: avrebbero “festeggiato” il natale - no, non è un refuso - in maniera indimenticabile. E ci sono riusciti. Un hotel esclusivo - poi semidistrutto, nemmeno si trattasse di una scolaresca scalmanata -, un party proibito a mogli e fidanzate, un contorno di ragazze avvenenti, fiumi di champagne, bagordi e chissà cos’altro. Uno stucchevole dejà vu, perfino banale. Un moderno rito dionisiaco culminato, dicono le cronache, in uno stupro. Anche qui, purtroppo, niente di nuovo. Le indagini, se ci riusciranno, faranno luce. Piuttosto è la motivazione, il pretesto del festino a muovere alla riflessione. Cosa significa, hic et nunc, “festeggiare” il natale? Che fine ha fatto il Natale della tradizione cristiana? Il 25 dicembre appena trascorso offre lo spunto per qualche considerazione.



Quella rimasta appare sempre più una festa senza il festeggiato, una semplice pausa dal lavoro imbevuta di “dover essere”. Così com’è, il natale è ormai ridotto ad una serie di convenzioni, ad una sequenza di diktat imposti dai mass media, all’esaltazione del kitsch; è, com’è stato scritto, “il giorno natale di boh…”. Per averne un’idea basta vedere, anche distrattamente, un qualsiasi telegiornale. Ormai da settimane, ogni tiggì - subito dopo averci sciorinato, con algido distacco, i drammi del mondo - ci propina servizi (a dir poco) di scarso gusto, certo non ascrivibili alla voce “costume”. Le questioni affrontate sollecitano dubbi ontologici: che regali faremo, cosa mangeremo la cena della vigilia, di che colore sarà la tovaglia, quanto peserà il panettone, quante calorie ingurgiteremo, in quanti andremo in vacanza, in quanti staremo in fila ai caselli, quale film andremo a vedere - spesso pellicole che definire trash è un eufemismo -, quanto ingrasseremo e, soprattutto, quanto dovremo dimagrire. Con un occhio al capodanno - altro caposaldo degli obblighi sociali -, e uno sguardo, non troppo lontano, al prossimo Ferragosto (per non farci trovare impreparati, mai sia!, giornali e riviste ci “aiutano” proponendoci già le possibili mete). Questo è ciò che sembra rimanere di un natale svuotato di ogni senso: una successioni di tempi e iniziative, private di ogni essenza, alle quali partecipiamo tutti, chi più chi meno, in nome di un forzato “dover essere”, in nome di una completa spersonalizzazione. Anche gli auguri e i regali sembrano senza significato, o quasi. Diciamola tutta: dire buon natale!, o più spesso - per essere politicamente corretti - buone feste!, è frutto solo di una convenzione, di un riflesso condizionato. E i regali? Perché si fa un dono? C’è un motivo? Sì, ma non si sa. Lo si fa e basta. Si schizza tra un negozio e l’altro, tra luminarie sempre più all’insegna dell’austerity - basti vedere Perugia -; ci si tuffa “in un gomitolo di strade” alla ricerca del regalo, se possibile inutilmente originale. Non sapete cosa regalare? Et voilà! Soluzione e consiglio prêt-à-porter: cosa c’è di meglio della carta igienica con sudoku? Ma per favore… Come facciamo a non sentirci ridicoli? Come può il Natale essere ridotto alla fiera del niente, ad orpelli senza sostanza?



Forse ha ragione Vasco Rossi: in fondo, “la gente cosa vuole? Vuole natale con la neve”. Una neve kafkiana, però, che si deposita sulle nostre insensatezze, fingendo di coprirle. Addio orizzonte metafisico, addio senso del sacro.



Tra le vittime di questa moderna concezione del natale, un po’ kitsch e un po’ blasfema, c’è la cultura del presepe. La natività, in linea di massima, non va rappresentata - soprattutto nelle suole - perché può essere “offensiva” (?!). Quando invece lo si fa, in non pochi casi si eccede in cattivo gusto: Gesù a cavallo di una motocicletta, statuine raffiguranti “vip”, Maria e Giuseppe impersonati da lattine di plastica, i Re Magi fatti con tappi di dentifricio e via di seguito. Una trasgressione fine a se stessa e - questa sì - offensiva. Che testimonia, tra l’altro, come l’identità storico-culturale dell’Occidente cristiano stia diventando sempre più debole, vacua e - di conseguenza - vilipesa. Ma qui si aprirebbe un mare magnum



Se il natale fosse veramente tutto questo, converrebbe starsene come Ungaretti, soli, con “il caldo buono” e con “le quattro capriole di fumo del focolare”. Ma il Natale, quello vero non la sua trasfigurazione nichilista ed edonista, è tutta un’altra cosa. Non è malinconia, non è “dover essere”.


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