domenica 22 marzo 2009

MONDIALISMO PADRONE.

Nei giorni scorsi, mentre la resistenza Karen veniva cacciata dal territorio tailandese e privata delle sue basi logistiche arretrate, nella cittadina di Mae Sot, a ridosso del confine con la Birmania, si svolgeva una importante riunione, condotta dal Presidente della Camera di commercio della provincia di Tak , con la partecipazione di delegati commerciali e uomini d'affari tailandesi, birmani, cinesi e laotiani. Il congresso proponeva la costruzione di un ponte che dovrebbe collegare Mae Sot a Shwe Kokko, un villaggio birmano controllato dalle milizie collaborazioniste del DKBA, coinvolte da anni nel traffico di stupefacenti. Il nuovo ponte si aggiungerebbe a quello già esistente nella stessa zona, il famoso "Ponte dell'Amicizia", e sarebbe più resistente del primo, in modo da permettere il passaggio di camion pesanti e far aumentare così il flusso commerciale tra i paesi coinvolti. Secondo fonti della stessa Camera di Commercio, dagli scambi con la Birmania la Thailandia guadagna già, attraverso il passaggio di merci nella sola zona di Mae Sot, un milione di dollari al giorno. Con il nuovo ponte gli affari andranno ancora meglio. Si attende soltanto il benestare della giunta di Rangoon. E la Birmania ? La Birmania non può certo lamentarsi: nel 2008 ha visto un incremento del 93,06 per cento degli investimenti stranieri rispetto al precedente anno. La straordinaria impennata è dovuta essenzialmente ad ingenti investimenti nel settore minerario condotti da Cina e Singapore. Ma non dovrebbe stupire che tra i principali paesi investitori in Myanmar vi sia, oltre alla scontata Thailandia, alla Russia e al Vietnam, anche la Gran Bretagna, che occupa i primi posti della classifica. Inoltre, secondo voci interne alla Casa Bianca (raccolte dall'agenzia di stampa Inner City Press), un tenace lavoro lobbistico da parte di aziende petrolifere americane è stato condotto per diversi mesi nei confronti dei politici che fanno ora parte della nuova amministrazione statunitense. Lo scopo: convincere il governo USA che le sanzioni contro la Birmania non servono a nulla, e che è giunto il momento di riaprire agli investimenti in quel paese. Investimenti che fino ad ora premiavano soltanto la Chevron, ma che ora dovranno far sorridere altri manager paciocconi, sicuramente tanto sensibili (in quanto amici dell'entourage democratico) alle disgrazie delle minoranze. Comincia ad essere più chiaro il quadro complessivo della vicenda Karen : i paesi del Sud Est Asiatico non vogliono seccature con istanze fuori moda come l'autodeterminazione e la difesa dell'Identità. Così la pensano probabilmente anche le nazioni occidentali, preoccupate a rincorrere la locomotiva cinese, che gode nell'area di una posizione di predominio. Nell'ottica dello sfruttamento economico del territorio e delle risorse birmane tutti puntano sui cavalli più forti: la giunta di Rangoon e i suoi cani da guardia del DKBA, pronti a fare affari con gli amici dei generali. Anche le Nazioni Unite fanno sapere che da Rangoon arrivano segnali "incoraggianti": sempre l'agenzia Inner City Press, ha infatti citato un alto funzionario dell'ONU che sostiene che in aprile con ogni probabilità il Segretario Generale dell'organizzazione, Ban Ki - moon, si recherà in visita dai leader della giunta militare. Intanto, nell'est del paese, nuovi battaglioni di fanteria, supportati da reparti corrazzati, si avvicinano alle ultime aree controllate dalla resistenza. Riusciranno finalmente i Generali a "risolvere" una volta per tutte la fastidiosa questione della Rivoluzione Karen, che ostacola da ormai troppi anni i lucrosi affari di decine di Paesi?



Da: www.comunitapopoli.org

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