sabato 14 marzo 2009

Le foyer du soldat in pillole. [Marzo 2009]


A cura di Mario Cecere, per ordinazioni: controventopg@libero.it











Georg Brandes, Nietzsche o del radicalismo aristocratico, Edizioni di AR, Padova, 1995



 



L’ espressione ‘radicalismo aristocratico’ che Lei impiega è ottima: mi permetta di dirlo, è la cosa più intelligente che abbia letto sinora sul mio conto.” Così rivolgeva,  Friedrich Nietzsche, il proprio apprezzamento a Georg Brandes, intellettuale danese tra i primi in Europa a riconoscere,  nella filosofia nicciana, lo stigma della profezia, l’annuncio del crepuscolo degli idoli e dell’avvento del superuomo. Amor fati: in questa sentenza, in cui la dottrina cosmologica dell’ Eterno ritorno depone come in un calco di bronzo la propria incontrovertibile volontà, è da leggersi l’intera opera nicciana: come ripresa delle tematiche dell’infinito romantiche e come radicale critica della modernità  supportata dai valori morali della decadenza cristiana. Nel cristianesimo animato dallo spirito servile del ressentiment, Nietzsche accusa la piaga purulenta, apportata dalla razza dei ciàndala, in Occidente,  la diffusione della quale ha condotto alla corruzione dei valori aristocratici di forza, bellezza, vittoria e successo.



Interiormente –razzialmente- ostile  allo spirito dionisiaco della vita che benedice se stessa, il cristiano è un ramingo della ‘virtù’ con cui drappeggia e impreziosisce un’esistenza da schiavo.



Occultando e camuffando nell’ “amore verso i deboli” la propria volontà di potenza, è però col cilicio morale  che il ‘cristiano’ pungola e perverte, rivelando così la propria vocazione e la natura della sua razza interiore.  Le civiltà e i cicli storici improntati all’ ethos eroico ed aristocratico, secondo Nietzsche, sono caratterizzate dalla libertà di spirito. E il superuomo deve infatti affrancarsi dai legami soliti della sua vita “ e rinunciare a tutto cio’ che gli altri pregiano; deve porre la sua soddisfazione nel volare liberamente, senza timore, al di sopra degli uomini, delle leggi e degli apprezzamenti tradizionali. Il suo spirito deve abbandonare ogni fede, ogni desiderio di certezza e abituarsi a reggersi sulle corde leggere di tutte le possibilità.”


 










Paolo Zuccolo Arrigoni, L’aristocrate rivoluzionario, vita e opere di Julius Evola, Carlo Marconi Editore, Roma, 2006





 





L’Autore, fondatore della rivista “Letteratura-Tradizione”, dedica questo breve ma intenso saggio all’opera di Julius Evola, pittore dadaista, poeta, filosofo, esoterista: personalità ineludibile dello scorso secolo, come da più parti oramai esplicitamente ammesso. L’opera evoliana è qui vagliata criticamente e ne vengono ripercorse le tappe fondanti, dal periodo  della prima formazione artistica, tra astrattismo e dadaismo, alla fase speculativa che segnerà, con la dottina dell’Individuo assoluto, il superamento e l’unico inveramento possibile, nelle intenzioni del suo autore, dell’idealismo postkantiano. Con la pubblicazione de L’Uomo come potenza, opera che l’autore indicava come una delle possibili forme di  ‘pratica’ della Via dell’Individuo assoluto, l’interesse di Evola per la filosofia sembra cessare per trovare nuovi orizzonti nella dottrina della Tradizione.





Come è noto dopo avere attraversato le tempeste d’acciaio di due guerre mondiali ed avere ricoperto ruoli di particolare delicatezza durante il Fascismo, Evola riprenderà, a guerra ormai persa, l’opera di resistenza all’offensiva della modernità, fedele alla consegna eroico-sacrale dello  Kshatrya, Il guerriero ‘custode dell’orizzonte’. Nonostante la notevole produzione dottrinaria e politica destinata alla gioventù “non conforme” degli anni della repubblica, Evola in Cavalcare la tigre, quasi a sugellare un monito jungeriano,  sembra guardare con estremo distacco e scetticismo alle possibilità offerte dalla politica per un effettivo risorgere delle forze della Kultur: non per questo inviterà ad abbandonare l’azione politica diretta ma solo  a calibrare lucidamente  pretese e speranze, sopra tutto evitando le trappole coercitive invasive  e lesive dell’integrità del singolo. Nell’ apolitìa, in fondo, non viene riaffermato che lo spirito aristocratico conforme agli insegnamenti da Evola professati e originati dalla stessa sapienza tradizionale.


 










Jean Raspail, Il campo dei santi, Il Cavallo alato, Padova, 1998







 







Dalla quarta di copertina: ”Guidata da un personaggio carismatico soprannominato il “coprofago”, una folla immensa di parìa si impadronisce di un centinaio di imbarcazioni fatiscenti all’àncora del porto di Calcutta. Inizia così una lunga e massacrante odissea che si concluderà dopo due mesi con l’approdo dell’ “armata dell’ultima chance”, il lunedi di Pasqua di un anno intorno al 1990, sulle coste meridionali della Francia. Di fronte a questo fenomeno, l’opinione pubblica e le autorità occidentali sono perplesse, titubanti e remissive. Il disarmo morale dell’Occidente- provocato da una sorta di quinta colonna che ne mina le fondamenta dall’interno- sfocerà nella resa incondizionata della Francia di fronte al milione di invasori venuti dal Gange. Dal crollo delle strutture sociali sorgerà un nuovo ordine multirazziale che si estenderà progressivamente a tutto il globo. Questa, in sintesi, la vicenda del Campo dei Santi, apparso in Francia nel 1973, che sembra aver anticipato con sorprendente lucidità molti degli eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. Anche il lettore più critico non potrà non convenire sull’estrema attualità del tema affrontato da Raspail: il destino dell’uomo bianco, sempre più “tragicamente minoritario” su questo pianeta.”


 














Zygmunt Bauman, Paura liquida, Editori Laterza, Bari, 2008



La dissoluzione postmoderna delle "grandi narrazioni" produce, in un'epoca già segnata dall'intersecarsi di numerosi fattori critici - congiuntura economica, instabilità politica internazionale, dissesto ecologico, migrazioni di massa e 'scontri di civiltà - la vaporizzazione non tanto e non solo di certezze oramai desuete e precarie, per quanto abbarbicate a presunte 'evidenze' o addirittura al cosiddetto senso comune. Se già l'esserci dell'uomo è consegnato ad una radicale fragilità ontologica, nella modernità compiuta può dirsi 'fluida' la percezione stessa degli stessi istinti un tempo considerati quasi come strutture ultime  e infrangibili dell'umano. In questo saggio di Zygmunt Bauman, pensatore tra i più importanti del nostro tempo, si certifica il pieno fallimento della modernità fondata sulle promesse del progressismo e dell' ingenuo ottimismo positivistico. Per quanto nel sordo risuonare di una eco liquida, riemerge insidiosa, dai flutti solo un poco attutita, la perennità dell'eracliteo agòne di tutte le cose respinta negli abissi dal razionalismo borghese. La fisionomia incerta e indistinta della minaccia vibra oggi sotto le spoglie dell'apparente ordine tecnocratico dell'occidente nichilistico. Già Spengler, Nietzsche, Junger, Evola, avevano rilevato con rara lucidità il decorso terminale e il disfarsi, in mera 'Zivlisation' planetaria, del mondo "dove Dio è morto".

"La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, fluttuante, priva di un indirizzo o di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, las minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. 'Paura' è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c'è da fare.








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