mercoledì 7 gennaio 2009

ACCA LARENTIA: UNA FERITA CHE SANGUINA ANCORA...








Ma cosa accadde di preciso quel 7 di Gennaio del lontano 1978? Un giorno di una tristezza devastante, di una gravità inaudita, per un episodio emblematico, che simboleggia un'epoca e che segna indissolubilmente i timori, le paure, le sensazioni, il vissuto e l'impronta esistenziale di una generazione intera. Quel giorno, tre ragazzi, militanti del Fronte della Gioventù, stavano distribuendo volantini per un concerto di musica alternativa, davanti alla propria sezione del quartiere di Acca Larentia. Appena usciti dalla sede, i tre militanti furono investiti dai colpi di diverse armi automatiche sparati da un gruppo di fuoco di 5 o 6 persone; uno di loro, Franco Bigonzetti, ventenne iscritto al primo anno di medicina e chirurgia, fu ucciso sul colpo, mentre il secondo, Vincenzo Segneri, seppur ferito ad un braccio, riuscì a rientrare nella sede del partito, dotata di porta blindata. Il terzo, Francesco Ciavatta, liceale diciottenne, pur essendo ferito, tentò di fuggire attraversando la scalinata situata al lato dell'ingresso della sezione ma, seguito dagli aggressori, fu colpito nuovamente alla schiena; morì in ambulanza durante il trasporto in ospedale.

Nelle ore seguenti, col diffondersi della notizia dell'agguato, una sgomenta folla, composta soprattutto da attivisti missini romani, si radunò sul luogo. In seguito, per motivi ed in circostanze non chiari, scaturirono dei tafferugli che provocarono l'intervento delle forze dell'ordine con cariche e lancio di lacrimogeni. Le apparecchiature video di giornalisti RAI furono danneggiate. Tutto era incominciato poiché un giornalista pare avesse gettato un mozzicone di sigaretta, quasi in senso di esplicito disprezzo, nel sangue rappreso sul terreno di una delle vittime della sparatoria. Per far fronte al tafferuglio creatosi, il Capitano dei Carabinieri, Edoardo Sivori, sparò ad altezza d'uomo, centrando in piena fronte il diciannovenne Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio e chitarrista del gruppo di musica alternativa Janus, a cui il cantautore Fabrizio Marzi dedicò nel 1979 la canzone "Giovinezza"; il giovane morì dopo due giorni di agonia. Alcune testimonianze sostengono di aver visto Sivori tentare di sparare nel mucchio di persone ma, inceppatasi l'arma, si sarebbe fatto prestare la pistola da un collega. Alcuni mesi dopo la strage il padre di Ciavatta, portiere di uno stabile in Via Deruta 19, si suicidò per la disperazione.


 


Questo episodio rientra in una lunga serie di delitti e attentati per la maggior parte dei quali mai fu fatta veramente giustizia, nei confronti di criminali e di mandanti, di vario rango sociale o istituzionale, che sull'orribile dogma antifascista costruirono carriere miliardiarie e posti privilegiati nelle stanze di comando. Fa letteralmente ridere pensare al clima dell'epoca e a quanto sia possibile lavare i cervelli ad un popolo sottomesso: i giornali, i media, gli inquirenti, subito pronti a negare, chiudere gli occhi o addirittura infangare la memoria di esseri umani, strumentalizzandoli e facendone vittime di inesistenti e fantomatiche faide interne, pur di giustificare e mantenere immacolata l'immagine dell'estremismo marxista dell'Europa di quegli anni: un estremismo orribile e tollerato da un Sistema che poteva reggersi soltanto sul collante di un disvalore, quell'antifascismo cui richiamarsi, in mancanza d'altro, in mancanza di un progetto vero di Repubblica, in mancanza di idee vere, e nella consapevolezza di far parte di una cricca di personaggi scelti dal potere finanziario, che negli anni successivi avrebbe dominato il mondo, estendendo il proprio potere ovunque, fino ai giorni odierni. Lo Stato, corrotto e infognato dal potere massonico e democristiano, difeso da forze dell'ordine chiaramente prone agli interessi del padrone, col suo antifascismo istituzionale, e l'antifascismo di strada, quello miltante e assassino, quello della Roma altolocata o della Milano bene, quello dei figli della borghesia annoiata, così tanto da decidere di giocare alla rivoluzione proletaria armata, tanto per passare il tempo, forti dell'impunità e della legittimazione di una falsa e malsana democrazia. "Uccidere un fascista non è reato" non era un mero slogan di pessimo gusto, ma una legge di strada, un diktat partito dalle stanze del potere e diffuso sulle strade, pronto ad essere raccolto come un testimone abominevole dagli "esaltati" del socialismo scientifico e materialista e dai "cattivi maestri" del terrorismo politico. Sulla strada rimasero stesi innumerevoli corpi, che ancora non hanno conosciuto giustizia, corpi che appartenevano a ragazzi come noi, a ragazzi semplici, normali, timorosi, ma soprattutto coraggiosi, nella stragrande maggioranza dei casi figli della classe lavoratrice nazionale e delle sue borgate o delle sue periferie. Realtà molto spesso lontante anni luce, specie quelle giovanili, dal trasformismo e dall'entrismo politico che in quegli anni bui contraddistinguevano la dirigenza e le cariche alte del Movimento Sociale Italiano, percepite ormai come un corpo estraneo dai militanti più rivoluzionari e spontanei. Piccole sedi, piccole casette, piccoli sobborghi, piccole storie, che ancora fanno contemporaneamente tenerezza e paura, che ancora fanno piangere di rabbia e sgomento chi quegli anni li ha vissuti sulla sua pelle e chi oggi c'è e avrebbe potuto non esserci, nè lui nè i suoi figli nè i figli dei figli e così via.


Non chiediamo la vendetta, non ci aspettiamo trasparenza... questa Terra benedetta non conosce la Giustizia... Vogliamo solo ricordare, senza scomodare i Morti, ma che almeno i nostri figli non conoscano quei torti...


Controvento

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