martedì 29 aprile 2008

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL GIORNALISMO.

Entra in archivio questa edizione tutta perugina del Festival internazionale del Giornalismo, alla fine di una quinta ed ultima giornata dal sapore morigerato e tranquillo, a logica conclusione di una cinque giorni caratterizzata da un clima di misurato interesse e mesta indifferenza dell’intellighenzia politica locale, chiaramente condizionato dalla concomitante ultima settimana di campagna elettorale.

Eppure l’apertura, con l’enorme Lectio Magistralis tenuta dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, presso l’Aula Magna del Rettorato, ci aveva subito regalato un evento di forte impatto sull’opinione pubblica, presenziato dalle più alte cariche amministrative ed universitarie del capoluogo di regione.

All’appello a tutti di improntare un sempre più autorevole ruolo per la stampa, e al monito-auspicio di una sempre più netta indipendenza della carta stampata e del mondo dell’informazione rispetto al potere politico, ha fatto seguito un intervento abbottonato e politicamente corretto che ha dato il via alla manifestazione.

Sin dalle prime ore pomeridiane, successive all’incipit, però, il clima ufficiale di grande gioia e giubilo, comincia a farsi molto diverso.

Come già abbastanza evidente dalla scarsa informazione e sponsorizzazione dei giorni precedenti, anche durante l’evento, in città era praticamente proibitivo conoscere in modo semplice e distaccato (quello tipico dell’uomo della strada) luoghi, orari, mezzi di prenotazione e temi di ognuno degli oltre quaranta dibattiti suddivisi nelle cinque giornate, tra il centralissimo Teatro Pavone di Piazza della Repubblica, l’Hotel Brufani di Piazza Italia e il nuovissimo Centro Congressi dell’Hotel Giò, in Via Ruggero D’Andreotto.

Un evento praticamente quasi del tutto ignorato e snobbato dalle autorità locali che hanno consentito la sola presenza di un gazebo quale punto di informazione, di fronte al Teatro Pavone.

Gli incontri e le conferenze, davvero interessanti ed attraenti, non soltanto per gli addetti ai lavori o per gli aspiranti giornalisti, hanno consentito di approfondire tematiche di primaria centralità, sia dal punto di vista strettamente settoriale-giornalistico sia dal punto di vista politico-sociale-economico.

Del resto, affrontare la situazione del sistema mediatico ed informativo, al giorno d’oggi, significa toccare molti dei cardini della nostra società attuale, in un’amalgama argomentativa in cui diventa praticamente impossibile stabilire in maniera chiara e delineata i confini tra l’aspetto tecnico giornalistico e i contenuti dei settori stessi del giornalismo.

Un esempio sintomatico di quanto delineato fin qui, si è subito manifestato sin dal meriggio della prima giornata, in cui ha spiccato il dibattito sulla crisi delle agenzie di stampa nell’era del cosiddetto “giornalismo 2.0”, del giornalismo telematico, di internet e delle tv digitali.

Il ruolo delle agenzie, sempre fondamentale nella storia, ha assunto una dimensione nuova, in cui la concorrenza di settore tra agenzie (presenti sul palco rappresentanti delle più importanti al mondo, quali Reuter, Associated Press e France Presse) è stata in parte sostituita dalla concorrenza ben più confusa e totalmente slegata da ogni gestione aziendale, del cittadino qualunque, attraverso blog, siti o spazi informatici in generale, come ben descritto ed ampiamente analizzato nell’incontro del primo pomeriggio della quarta giornata, “Citizen journalism: i media siamo noi” moderato da Mario Adinolfi, giornalista di La7 esperto in blog e sistema mediatico multimediale, Ethan Zuckerman e Luca Conti.

Ben più personale e commemorativo, ma solo apparentemente lontano da queste tematiche è ovviamente stato l’incontro su una delle figure più affascinanti e più storiche del nostro giornalismo nazionale: Indro Montanelli, a sette anni dalla sua triste dipartita, è stato ricordato attraverso le parole, non certo scontate e prive di qualsiasi patetico retrogusto di zelo, di tre grandi giornalisti che con lui e grazie a lui, hanno guadagnato sempre più autorevolezza nel settore.

Mario Cervi, cofondatore con Montanelli, de Il Giornale, Ugo Tramballi, attualmente al Sole 24ore, e Marco Travaglio, che conosciamo grazie ai suoi illuminanti scritti e alle partecipazioni televisive da Michele Santoro, ci hanno raccontato un Montanelli che in parte tutti conoscevamo, ma che dall’altro lato ci era invece meno noto.

Dal suo genuino ma signorile aplombe, sino al suo più meticoloso senso del realismo, capace di giungere ad un soggettivismo quasi fenomenologico, nell’osservazione della realtà: la verità non è mai il fatto in sé, ma ciò che il giornalista vede e filtra attraverso la sua percezione.

In questo senso, non l’oggettività ma l’onestà è il più nobile tratto del giornalista equilibrato.

Uomini diversi, con diverse posizioni politiche, ma tutti accomunati in un progetto nuovo, in cui le gerarchie tradizionali venivano non abbattute ma autogestite ed elasticizzate, facilitando il compito grazie alla presenza di una dirigenza ristretta e di grande esperienza, che s’affidava ad una nuova generazione di giovani “abusivi” o debuttanti.

Nessuna mezza via, nessun filtro, grande libertà, quasi a garanzia di una autoregolamentazione etica; un’atmosfera unica, magica ed irripetibile quella di quel Giornale, di un tempo, giunto poi sino alla sua più completa disintegrazione nel momento del contrasto sempre apparso a tutti insanabile tra Berlusconi (che nel frattempo era diventato il proprietario del quotidiano di Montanelli) e Montanelli stesso: la personalità troppo accomodante, oscura e politicheggiante dell’imprenditore, incompatibile con quella spontanea e mai omologata al comune pensiero, del giornalista.

Più di nicchia, ma sicuramente fondamentale, anche l’aspetto scientifico della cinque giorni, subito entrato prepotentemente sulla scena, con un’avvincente discussione incentrata sui limiti e il ruolo del cosiddetto giornalismo ambientale.

“Obiettivo: salvare la terra”, recitava, forse un pò ambizioso, il sottotitolo del dibattito che vedeva ospiti Mario Tozzi, noto conduttore televisivo della Rai, Dalia Abdel Salam, caporedattrice dell’importantissimo settimanale egiziano Al Ahram Hebdo e Fred Pearce, noto editorialista della rivista The New Scientist.

Dall’analisi delle situazioni nazionali sull’attenzione dei vari bacini d’utenza rispetto alle tematiche ambientali e scientifiche in generale, fino all’approfondimento di questioni centrali come il problema dell’approvvigionamento idrico in Egitto, o il disastro di Sarno in Italia, si è passati all’importanza e alle differenze dei vari media e su come la televisione possa in parte favorire la divulgazione scientifica rispetto alla carta stampata di riviste, periodici o libri.

Il pessimismo di Tozzi, sulle possibilità di apertura e diffusione delle fonti scientifiche è andato di pari passo con quello sulla risoluzione delle problematiche legate al cambiamento del clima e alla sensibilizzazione del pubblico, sempre più circoscritto in zone di nicchia, quelle stesse sparute presenze che sembrano davvero le uniche sensibili alla questione energetica, sempre più pressante, al centro dell’incontro medio-pomeridiano della terza giornata, con gli importanti ospiti rappresentati da Fulvio Conti, amministratore delegato del gruppo ENEL, Edward McBride dell’Economist, Carmen Monforte, inviata del quotidiano spagnolo Cinco Dias, e Sergey Startsev, direttore di Russian News Italia.

L’energia ormai ha cambiato i rapporti geopolitici, ed una corretta informazione in questo campo si prefigura sempre più fondamentale.

Tutti sono parsi concordi, pur nelle rispettive posizioni, a riguardo della quasi totale mancanza di una politica unitaria europea nell’ambito delle risorse, penalizzando tutto il vecchio Continente, ostaggio di egoismi e rivalità particolaristiche, sempre più dipendente da paesi esteri: l’esempio italiano è sintomatico nella sua dipendenza da Russia e Algeria, per quanto concerne il gas.

Voci maliziose non sono mancate, e velate polemiche indirizzate all’egemonia della Federazione guidata dal premier Vladimir Putin, hanno visto pronto l’ospite russo nelle sue risposte, volte a puntualizzare un legittimo atteggiamento di Gasprom che propone dei contratti e pretende che, una volta sottoscritti, siano rispettati, fino in fondo, anche nel momento in cui essa ponga condizioni gestionali come un chiaro freno alle liberalizzazioni che, per bocca del giovane giornalista inglese, e di quasi tutti i presenti sul palco, non sono da demonizzare in sé stesse, ma nel modo in cui vengono proposte in Europa: un modo confusionario e senza una chiara giurisdizione interna.

L’idea di base è naturalmente quella dell’intellighenzia finanziaria internazionale, ma sappiamo bene quanto in realtà non esista un liberismo “dal volto buono”, ma solo un’anarchia economica, in cui i più ricchi magnati gestiscono e tiranneggiano le Nazioni che abbisognano di risorse energetiche.

All’urgenza del nucleare è stato dedicato un piccolo spazio nel finale, quale scontato e ormai arcinoto argomento, cui Fulvio Conti ha risposto premettendo l’impossibilità amministrativa e legislativa a muoversi su questo versante, in un Paese come l’Italia.

Il potere politico non è solo oggetto delle analisi mediatiche, come scontato, ma ahimè spesso anche connesso a questioni di certo poco pulite, per cui le forze politiche controllano o si servono dell’informazione per manipolare l’opinione comune.

Il rapporto, non sempre chiaro, tra media e potere, è stato oggetto di un acceso dibattito, durante la seconda giornata della manifestazione, caratterizzato dalle illustri presenze del famoso Carl Bernstein, storico giornalista americano che assieme a Bob Woodward lavorò e portò alla luce lo scandalo Watergate, costringendo nel 1974 il presidente americano Nixon alle dimissioni, dello spin doctor (da tradurre seppur impropriamente con il termine italiano “portavoce”) di Tony Blair nel periodo ’97-’03, Alastair Campbell, e di Marcello Foa de Il Giornale, con la moderazione dell’editorialista de Il Messaggero, Angelo Mellone.

Il pubblico, ovviamente affascinato dall’illustre ospite americano, ha potuto assistere ad un diverbio pacato ma intransigente tra Campbell e Foa, autore del libro “Gli stregoni della notizia”, nel quale tenta di smascherare il vero ruolo dello spin doctor, una figura politica-mediatica molto ricorrente nel mondo anglofono, descritta dallo stesso Campbell in maniera formale e sicuramente molto diplomatica.

Lo spin doctor si è negli anni sempre più caratterizzato quale voce ufficiale del governo, portatore di un potere informativo in grado di giungere sino alla diffusione di notizie modificate e non sempre corrispondenti alla realtà, come fu ad esempio per il dossier d’oltremanica su Saddam e le presunte armi di distruzione di massa.

Foa ha ricordato come, in questo senso, la democrazia sia vuota e senza più sostanzialità, proprio nel momento in cui la politica ha il pieno controllo dell’informazione, soverchiando il ruolo di critica della stampa, ridotta a mero strumento del potere e non più garante ed osservatrice della politica.

Bernstein ci ha ricordato come il suo lavoro tra il 1972 e il 1974 abbia rappresentato una svolta nel giornalismo mondiale, ma allo stesso tempo di non aver inventato niente di diverso dalla essenziale linea-guida della “most attendible version of the truth”, nell’indagine coraggiosa nei confronti di chiunque, lassù nel Palazzo, non sia in grado di fornirci risposte chiare e coerenti.

La differenza tra quegli anni ed oggi sta, per il giornalista d’oltre atlantico, nella pigrizia che caratterizza l’attuale stampa americana, e nella pressione che le sempre più frenetiche redazioni infondono negli editorialisti, sempre più accerchiati dall’informazione del nuovo mondo globale e informatico, che li mette nelle condizioni di disporre di molte fonti, spesso non verificate ma prese per buone aprioristicamente.

Un appiattimento del giornalismo investigativo che non ha risparmiato nemmeno la nostra Italia, al centro del caso Abu Omar e del falso dossier diffuso dall’ex capo del SISMI Pollari e dal suo sodale Pio Pompa: una storia partita dall’America, seguita passo dopo passo da Peter Eisner del Washington Post e Knut Royce, tre volte premiato con il premio Pulitzer, e arrivata sino in Italia.

Insieme a loro, ce ne han parlato a dovere anche l’ottimo inviato de L’Espresso, Peter Gomez, e il conduttore di Report, Duilio Giammaria.

La diffusione di notizie mistificate (come ad esempio quelle del SISMI nel caso Abu Omar), la frettolosa esasperazione che caratterizza il giornalismo (specie quello tv), e la ridondanza di notizie o polemiche spesso inutili che monopolizzano gli argomenti della pubblica opinione, sono tratti che portano ad un giornalismo investigativo sempre più debole e svuotato di ogni serietà.

Serietà che non manca certo, così come il coraggio, in spiriti liberi come Lirio Abbate, autore assieme a Peter Gomez, del libro “I complici”, che ha dato anche il titolo all’interessante dibattito pre-serale della terza giornata.

La biografia di Bernardo Provenzano, ampliamente descritta dai due giornalisti, ci presenta un quadro di dettagliata informazione e chiara disamina della storia siciliana degli ultimi decenni, e dei numerosi intrecci tra cosa nostra e la politica, in cui compaiono chiaramente nomi e cognomi di tutti quegli “onorevoli” (e ce ne sono tantissimi…) entrati in rapporto più o meno direttamente con l’organizzazione malavitosa.

Dal patto stretto coi vertici di Forza Italia e dell’Udc siciliana, al coinvolgimento esplicito di Dell’Utri, Previti, Cuffaro, La Loggia e Schifani, dalla candidatura di personaggi come Crisafulli (in quota PD) alle storie dei comuni commissariati per infiltrazioni mafiose e all’estorsione degli imprenditori locali, le più tragiche vicende scorrono su uno sfondo fatto di storie personali e collettive, di un piccolo paese del palermitano, Villabate, diventato nel tempo il nucleo principale della mafia.

Uno scenario assolutamente devastante che delinea un impietoso siparietto, drammatico e grottescamente patetico allo stesso tempo, e che non lascia spazio a pur ridotte sacche immacolate, coinvolgendo quasi tutti, senza distinzioni, da una parte all’altra dell’alveo politico.

Lirio Abbate, giornalista ANSA di Palermo, vive tuttora sotto scorta e ha subito numerose minacce e un tentato omicidio: crediamo sia dovere civico sostenerlo e acquistare il libro suo e di Gomez: “I complici”.

Di tutt’altro argomento, ma di una tragicità forse simile, sentiamo parlare spesso a proposito della questione del Medioriente.

Già dalla seconda giornata, molto scalpore aveva creato l’incontro “Gaza: ferite inspiegabili e nuovissime armi”.

Il direttore di Al-Quds Al Arabi, Abdel Bari Atwan, aveva introdotto, assieme a Maso Notarianni (direttore Peace Reporter) e a Maurizio Torrealta (inviato RaiNews24), questo nuovo e, a dir poco, allarmante caso dai territori di Gaza.

A metà luglio scorso, alcuni medici dei locali ospedali hanno trattato per la prima volta ferite inspiegabili dovute a piccoli frammenti, spesso invisibili ai raggi x e recisioni provocate dal calore negli arti inferiori.

Secondo gli esperti di RaiNews24 si tratterebbe di un’arma mai vista né sentita prima, sganciata da aerei droni, ossia senza il pilota, e teleguidata con precisione sull’obiettivo.

Una scoperta tragica e senza precedenti, che ci rende ancora una volta limpido il quadro di infamia e terrore che caratterizza l’azione del governo sionista nei confronti dei poveri ed inermi profughi palestinesi.

Dai toni meno altisonanti, ma non certo meno intensi, è stato l’incontro del tardo pomeriggio del giorno dopo, che ha visto l’improvvisa defezione di Fiamma Nirenstein, sostituita dall’inviata in Medioriente de La Stampa, Francesca Paci, presente sul palco con Christopher Dickey, caporedattore sulle questioni mediorientali del settimanale americano Newsweek e Robert Fisk, corrispondente in Medioriente del quotidiano inglese The Independent.

Specie quest’ultimo ci ha tratteggiato una situazione davvero drammatica, in cui il buon senso e l’umanità restano i grandi latitanti, ed è stato forse l’unico presente a mettere in chiaro la ferocia di alcuni interventi del governo di Olmert.

Racconti di vita e di storie intense, quotidiane delle famiglie palestinesi di Gaza e Ramallah, vittime di un gioco al rialzo tra eserciti (e di un imperialismo che non pare avere un briciolo di umana pietà, nda), sono state invece le testimonianze della giornalista italiana.

Interessante per quanto sconcertante, l’approfondimento di Dickey: una disamina della società americana, da sempre piuttosto indifferente e mai veramente consapevole della questione palestinese e di ciò che sta accadendo da decenni ormai.

Tanti, insomma gli incontri – a volte persino in parte sovrapposti negli orari di svolgimento, e a volte anche rimediati e mantenuti in cartello con forte difficoltà organizzativa, a causa di assenze improvvise (il caso della Nirenstein, o dell’ottimo editorialista Pietrangelo Buttafuoco, per motivi elettorali, ad esempio) – in grado di rappresentare un’enorme fucina formativa per i giovani avviati o avviandi al giornalismo, ed una grande possibilità di riflessione, per mezzo di considerazioni che, magari, gli stessi ospiti in televisione non avrebbero potuto concedere, per ovvi motivi.

Una cinque giorni intensa e impegnativa, di gran lunga ignorata e snobbata dalle locali autorità, che ha fatto riscontrare comunque picchi importanti nelle presenze, come nel caso dell’incontro-omaggio a Indro Montanelli o del dibattito sui complici di mafia.

Questo ci conforta, perché significa che ancora esiste una sensibilità popolare che va oltre (ricorderei anche i pur minori dibattiti Giornalismo sociale e Lavorare per vivere, non per morire, sul cinema impegnato socialmente) i grandi canali e la presenza di circostanza, e che ricerca, invece l’evento, per parteciparvi attentamente e sentimentalmente.

Ancor più incoraggiante la rilevante presenza di giovani, di cui molti interessati o già avviati nel settore della carta stampata, ma non solo.

Arrivederci alla prossima edizione…



Articolo di Andrea Fais

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