giovedì 31 maggio 2012

Due anni fa l’assalto pirata israeliano alla Freedom Flotilla diretta a Gaza


InfoPal, 31 maggio 2012. Di Angela Lano. Sono passati due anni dal feroce e traumatico attacco pirata israeliano alla Freedom Flotilla diretta a Gaza, carica di attivisti, parlamentari, giornalisti da tutto il mondo, e piena di aiuti umanitari da portare a una popolazione sotto illegale assedio da anni.
In quell’assalto, che Israele effettuò in acque internazionali e contro una flotta umanitaria, vennero assassinate nove persone, cittadini turchi, e ferite oltre 50. 
In 700 subimmo l’attacco, fummo aggrediti, imprigionati nelle carceri israeliane, derubati dei nostri bagagli, soldi, materiale di lavoro, libertà personali, e minacciati. 
Quella criminale azione non ha ancora trovato una condanna effettiva in nessuna parte del mondo. La Turchia sta lavorando all’incriminazione dei responsabili israeliani, e anche in altri Paesi qualcosa si sta muovendo, ma molto lentamente e tra grandi ostacoli: i massacri compiuti dallo stato sionista, in genere, rimangono impuniti per sempre: i 64 anni e oltre di pulizia etnica della Palestina storica lo dimostrano a chiare lettere. 
Nelle righe che seguono ricostruisco la cronaca dell’aggressione israeliana alla flotilla umanitaria. 


Verso Gaza con la Freedom Flotilla. Acque internazionali. Nella serata del 30 maggio, i sistemi di comunicazione delle nostre navi iniziano a ricevere messaggi della Marina israeliana che richiedono l’identità delle imbarcazioni e la rotta.
A mano a mano i messaggi diventano sempre più aggressivi, anche se ci troviamo in acque internazionali: «State invadendo le acque israeliane, fermatevi, fate dietrofront o vi lanceremo un attacco». Il nostro capitano risponde loro che siamo una flotta umanitaria con molti giornalisti a bordo, che non ci fermiamo e che ci dirigiamo verso Gaza.
All’1,30 di notte del 31 maggio, iniziamo a vedere da lontano e su diversi lati, le luci delle navi da guerra israeliane, mentre si intensificano i messaggi di minaccia. Il nostro capitano ribatte che ci troviamo in acque internazionali, che siamo diretti a Gaza e che siamo un flotta umanitaria. 
Il nostro capitano e l’equipaggio ci consigliano di andare a dormire qualche ora: «Sarà una giornata lunga – ci dicono -, riposatevi un po’». Qualcuno di noi rimane di vedetta sul ponte.
Verso le 4 veniamo svegliati di soprassalto. Le navi israeliane sono tutte intorno a noi, come in una tenaglia mostruosa. Stanno per attaccarci. Il capitano ci ordina di infilarci i giubbotti salvagente e di precipitarci sul ponte, rimanendo tutti insieme. Non facciamo in tempo a chiamare i nostri compagni che dormono sottocoperta: verranno svegliati più tardi dai soldati, mitra alla mano.
In acqua, vicinissimi, vediamo gli zodiac israeliani, e un po’ più lontano, le navi da guerra. Sopra di noi, volteggiano gli elicotteri da guerra. Ci disponiamo nella formazione prestabilita: gli attivisti in catena umana intorno alla cabina di comando e alla sala dei motori, in basso, e noi giornalisti in mezzo al ponte, uno vicino all’altro, per proteggere il lavoro dei cameramen.
Ore 4,30. L’hanno fatto. Ci hanno assaltati con uno spiegamento incredibile di militari e di mezzi di acqua e di cielo. L’avevano minacciato: «Vi attaccheremo. Useremo tutta la nostra forza». Sono stati di parola. Hanno fermato, violato una missione umanitaria. Ne sono stati moralmente e politicamente capaci. 


(…) Sulla Mavi Marmara calano come avvoltoi anche dagli elicotteri, sparando all’impazzata.
Usano candelotti lacrimogeni e bombe acustiche per creare panico. E sparano per assassinare: colpi dritti alla nuca, raffiche di proiettili nel corpo. La gente non sta resistendo, è seduta. Pochi sono quelli in piedi.
Sono lì per uccidere. Non per difendersi, come racconterà subito la propaganda israeliana. Fanno un uso sproporzionato della forza, come di consueto. Civili disarmati, e qualche attivista munito di bastone e delle fionde del David contro il potente Goliah. Che beffa della storia!
Sangue e terrore sparsi nelle sale, nei corridoi, nei bagni, nelle stive. Dovunque.
La voce di una donna continua a supplicare: “Siamo civili, non abbiamo fucili… ci serve aiuto per le persone… vi prego, non attaccate!”. È il fuoricampo che riesce a captare la telecamera della regista brasiliana-statunitense Iara Lee, a bordo della nave.
I morti e i feriti magari sono gli stessi che il giorno prima ci salutavano felici, sventolando bandiere palestinesi e turche mentre le nostre navi si trovavano una di fronte all’altra.
Ora sono lì, stesi per terra. Figli, mariti, fratelli, amici di qualcuno che li piangerà disperatamente da qui a qualche ora. O li sta già piangendo.
(…)
Le Tv satellitari piazzate sulla nave Mavi Marmara hanno inviato in tempo reale l’assalto israeliano, i morti, i feriti, il sangue, e l’attacco alle altre barche, la nostra compresa.
L’intero pianeta ne è stato testimone, in diretta.

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