venerdì 16 aprile 2010

Progresso suicida!


 Apprendiamo dalla cronaca internazionale del mese scorso, con preoccupato stupore, che la maggiore azienda di telefonia francese France Telecom ha fatto ricorso all’architettura pur di evitare suicidi tra i propri dipendenti. Inaugurato, infatti, nella città di Saint Denis, presso Parigi, un nuovo grande immobile della filiale del gruppo. Riporta Il Giornale: “Non solo le finestre sono concepite per evitare qualsiasi tentazione di lanciarsi nel vuoto, ma anche le scale interne sono studiate per evitare che un'eventuale caduta non abbia conseguenze di particolare gravità. Ogni dettaglio è stato preso in considerazione per fare in modo non solo di limitare le conseguenze degli incidenti ma soprattutto di rendere gradevole la vita nel palazzo, destinato a ospitare ben 1800 tra tecnici, impiegati e dirigenti”. Ed ancora: “Tra le particolarità del nuovo palazzo, c'è l'impossibilità di raggiungere le terrazze, tranne che in occasioni molto particolari. Per vedere il panorama, bisognerà sempre starsene dietro a una finestra inesorabilmente bloccata. L'anno scorso il vertice di France Télécom decise di reagire all'ondata di suicidi dando ampi poteri a una commissione speciale, chiamata Comitato di igiene, sicurezza e condizioni di lavoro. La signora Sylvie Robin, membro influente di questo organismo, si è battuta per la nuova concezione del palazzo di otto piani già in corso di realizzazione a Saint Denis”. Misura dalle più lugubri fantasie carcerarie, degna di Alcatraz. Eppure, non v’è nulla di fantasioso; la società moderna si dimostra in grado di trasformare i sogni in realtà. E qui non si tratta dei sogni edulcorati – a base di soldi, sesso e celebrità – che si avverano al cospetto dei personaggi dei cosiddetti reality quotidianamente propinatici dalle TV. Emeriti signor nessuno, privi di meriti e talento ma pieni talvolta di boria e di volgarità, modelli odierni di un mondo che ha sacrificato la propria dignità sull’altare della menzogna, del disonore e della rincorsa ai successi effimeri ed immeritati. Stavolta siamo di fronte ad un concreto, atroce incubo, volutamente ridimensionato rispetto alla sua gravità da parte dei media, che svelano così il loro interesse a raccontarci di un paese dei balocchi, che esiste tuttavia solo al di là del teleschermo. Quarantadue suicidi in due anni, tutti causati dai medesimi motivi, non sono certo un’inezia da sottovalutare. Se tanti affermati manager di una grossa azienda occidentale - invidiati scalatori di una società ove regna l’arrivismo - prendono una così estrema decisione atta a porre fine alla loro esistenza, è evidente che una stilla di malessere dalle tragiche potenzialità cova sotto l’ingannevole velo del sistema. E nessuno sembra mostrarsi preoccupato di questo; nessuno denuncia la deriva repressiva verso cui scivola un’azienda che arriva a costruire per i propri dipendenti un edificio a più piani privo di sbocchi verso l’esterno, se si esclude la porta d’ingresso, così bandendo le boccate d’aria fresca. Tutto ciò per evitare che essi, massacrati psicologicamente dai ritmi di lavoro, umiliati da un sistema che li taccia come dei falliti (quanto è diffuso in lingua inglese il mortificante termine failed!) laddove non raggiungono gli obiettivi prefissati dall’azienda, possano gettarsi nel vuoto, preferendo la morte ad una vita disamine. Così siamo ridotti… Eppure qualche decennio fa ci avevano raccontato che la democrazia – che avrebbe avviato un’epoca pacifica, salvo manifestare la guerra sotto mentite spoglie (la chiamano missione di pace) e in lidi lontani dai nostri cantucci “civilizzati” – fosse il migliore dei mondi possibili. Mondo di prosperità e progresso. Ma forse è il caso di iniziare a considerare che prosperità e progresso non si misurano in base all’indice dei consumi (per giunta di cose quasi sempre inutili, che veniamo persuasi a comprare dalle pubblicità, a costo di indebitarci) e allo sviluppo tecnologico. Anzi, forse sono proprio questi due indicatori a darci la misura dell’esatto contrario: povertà e decadenza sì, ma di spirito! Crediamo sia giunto il momento che la società si interroghi ed abbia la capacità di ridimensionare se stessa, i propri capisaldi ideologici e la propria arrogante saccenza con cui si innalza sul pulpito e da lì giudica il corso della storia. Epoche bollate come oscurantiste erano contraddistinte da un’armonia che va oggi svanendo, da un senso comunitario tradito a beneficio di uno sfrenato egoismo materialista, da valori che sono stati sostituiti da feticci. E’ giunta l’ora di abbandonare i frenetici ritmi imposti, di fermarci; è il momento che ci si riappropri un attimo di un costume che un tempo ci apparteneva: ascoltare con umiltà, dentro al nostro intimo e sano io… Ecco un’esile voce che chiama dal buio pesto dell’animo, ridotto ormai a mero ricettore d’impulsi che ci plasmano secondo un automizzato modello omologante. Essa è ciò che rimane di quella forma primitiva di noi stessi che chiamammo, a ragione, uomo. Essa chiama per chiederci aiuto, per ridestarci dal torpore in cui stiamo inesorabilmente precipitando. E quando il torpore prende il sopravvento su di noi, quando emerge un seppur nichilista impulso di coscienza critica, di rifiuto; ebbene, quello è l’approdo al fatale punto di non ritorno. Ascoltiamola, finchè ne siamo in tempo!

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