mercoledì 3 febbraio 2010

Privatizzazione del sistema di difesa nazionale.

Lo sbarco ad Haiti della portaerei italiana Cavour, alla sua prima missione ufficiale internazionale, riapre la suppurata ferita della sorte della Difesa italiana. Così, mentre si dà avvio concretamente all’operazione di soccorso ‘white crine (Gru bianca) per costituire una piattaforma di comando per il coordinamento delle forze italiane presenti sull’isola, apportando come aiuti anche derrate alimentari e materiali di prima necessità per un ammontare di 200 tonnellate e 900 uomini, più autocarri, mezzi di movimento su terra, rimorchi pesanti, container, autogru e autocisterne, i militari rimasti in patria temono per il loro futuro! La minaccia proviene dalla privatizzazione del sistema di difesa nazionale, che dalle mani dello Stato passerà alla neo società per azioni : Difesa spa, già esistente sulla carta ma ancora non operativa. La sua costituzione infatti è stata creata senza un disegno di legge specifico discusso in parlamento, ma con l’aggiunta in sordina di alcuni commi nella legge finanziaria 2010 che è stata votata prima di Natale in blocco unico con la fiducia. Mentre così maggioranza e opposizione si scontravano su tematiche quotidiane come  l’istituzione dell’agenzia del sud, l’utilizzo del Tfr dei lavoratori e dei beni confiscati alle mafie, senza particolari sommosse un altro pilastro pubblico dell’Italia veniva trasferito in mani private, con tutti i rischi e le perdite che ne comporta.  Per il governo e in particolar modo per il ministro della Difesa Ignazio La Russa , questa è l’unica soluzione per bilanciare i tagli operati negli ultimi anni sulle forze armate, che hanno ridotto quasi all’osso i finanziamenti soprattutto per i dipendenti. Contemporaneamente, però, mentre gli stipendi dei militari erano a serio rischio, il governo italiano ha avviato una seria campagna acquisti di armamenti, che rende degna l’Italia del suo ottavo posto in materia di spesa militare. Soltanto per il 2010 le forze armate avranno a disposizione una disponibilità finanziaria di 23500 milioni di euro, con la quale si potranno avviare i programmi di ammodernamento della flotta nazionale di cui la portaerei Cavour è stata il primo passo. Nei prossimi anni seguiranno le 10 fregate Fremm per costo totale 5680 milioni di euro (dal 2012, anno di consegna della prima, fino al 2021) e di un centinaio di Joint Srike Fighter per il costo complessivo di 13 milioni di euro. Ma dove si pensano di prendere tutti questi soldi, se lo Stato Maggiore sta in deficit?  Ecco che viene in aiuto la Difesa Spa, anche se non avrà voce in capitolo sull’acquisto degli armamenti, (e ci mancherebbe altro!), avrà ampi poteri decisionali sulle forze armate.

Nonostante la società all’apparenza rimane ancora sotto il controllo dello Stato, poiché avrà un consiglio di amministrazione composto da otto membri scelti dal ministro della difesa, le manovre di azione indipendente saranno molteplici, soprattutto in materia finanziaria.

L’azienda infatti, libererà lo Stato Maggiore e la Corte dei Conti, di conseguenza anche lo Stato Italiano, di tutte le spese relative alla gestione delle aree militari presenti nel territorio italiano che dipenderanno unicamente dalla Difesa spa, senza che le amministrazioni locali pubbliche possano aver alcuna influenza. Inoltre potrà comperare diverse forniture per le forze armate, che potrebbero persino comprendere elicotteri, camion, radar e sistemi elettronici.  Per fare ciò la Difesa Spa gestirà un budget pubblico che varia fra i tre e i cinque miliardi di euro.  

Ma le entrate che dovrebbero risollevare le sorti traballanti delle forze militari proverrebbero in realtà da altre fonti, quali : sponsorizzazioni, sule quali ancora non esiste un regolamento, e le dimissioni immobiliari. Si tratta di un giro d’affari cospicuo, che comprende caserme nei centri storici e alloggi non più utilizzati. Ad affiancare questo gustoso business, secondo i piani del governo, vi saranno anche società di gestione del risparmio, che dovranno valorizzare il patrimonio della Difesa creando dei fondi di investimento e vendendone i titoli, per poi rimborsare all'erario il valore di partenza degli impianti venduti e versare alla Difesa le plusvalenze. Un piano perfetto, peccato che si stanno però confondendo il segreto militare con l’interesse economico!



Articolo di
Rita Dietric, www.rinascita.info

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