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lunedì 4 ottobre 2010

Siamo numeri controllati.


L’undici agosto scorso è uscito in anteprima per il quotidiano Rinascita un mio articolo dall’eloquente titolo: “La società del controllo globale” dove mettevo in luce il funzionamento del controllo/marketing che ogni giorno, senza saperlo, subiamo da grandi società multinazionali. Il funzionamento è semplice, ogni volta che facciamo una ricerca su un determinato sito internet, veniamo tracciati da dei potenti software che registrano tutti i nostri movimenti e tutte le nostre ricerche in modo da poterci catalogare come un determinato tipo di consumatore. Ed è proprio così che, in tempi brevissimi, i nostri gusti e le nostre ricerche, vengono vendute ad altre società e finiscono in banner pubblicitari. Questi banner pubblicitari ci vengono poi fatti vedere in continuazione su quasi tutti i siti che andremo a visitare in seguito. Due giorni dopo, il tredici agosto, il quotidiano Repubblica ha pubblicato un’inchiesta dal titolo: “Ecco il grande fratello Google. Ci scheda per la pubblicità” a firma di Fabio Tonacci e Marco Mensurati (www.repubblica.it), l’articolo, molto ben strutturato, analizza nei particolari i funzionamenti di questi software spia. Si legge: “Secondo una ricerca dell’Università californiana di Berkeley, Google Inc è in grado di controllare e tracciare i movimenti di chi usa Internet sul 88,4% della rete. Direttamente, attraverso i suoi siti cult, come il motore di ricerca, il servizio di posta elettronica (gmail.com), Youtube, Google Maps, Picasa. Ma anche indirettamente, grazie a quei software gratuiti usati da milioni di bloggers, gestori di siti e aziende. Ad esempio Google Analytics – l’applicazione che permette di conteggiare il traffico di un portale – o AdSense, il servizio di inserzioni pubblicitarie. Risultato: il database di Google è il più vasto oggi esistente, e anche quello che contiene il maggior numero di informazioni su un utente unico”. Google, attraverso Marco Pancini, European Senior Counsellor di Google, tende a precisare che: “E’ vero che registriamo la navigazione degli utenti per creare un elenco personalizzato di categorie di interesse, ma tutto avviene in maniera anonima. I profili sono associati a un codice numerico, mai a un nome e un cognome, come indichiamo nella sezione “privacy” del nostro sito”. Si, appunto, la privacy… I garanti della privacy hanno più volte denunciato questa situazione come si legge continuando a scorrere l’articolo di Repubblica: “un rapporto di Privacy International, l’organizzazione no profit inglese che si occupa di monitorare gli attacchi alla privacy lanciati da governi e aziende, metteva già nel 2007 Google al primo posto della classifica dei “cattivi di Internet”. “Non chiede l’autoriz-zazione al trattamento dei dati, ha accesso a informazioni personali che vanno oltre il traffico online, come hobby, impieghi lavorativi, numeri di telefono. Raccoglie i report delle ricerche fatte attraverso la sua Toolbar senza specificare per quanto li conser-verà”. Questo rapporto, scritto ben tre anni fa, sembra non essere mai stato smentito da Google. Forse è vero, in una società così dedita al consumo, siamo diventati solo dei numeri insignificanti. Uguali e massificati. Ma una domanda è lecita, anzi no, facciamo due, se i dati che vengono conservati, finissero in mani sbagliate, cosa succederebbe? E ancora, chi controlla i controllori?

Di Fabio Polese, Perugia Free Press - Settembre 2010


lunedì 24 maggio 2010

CONTROVENTO - MAGGIO/GIUGNO 2010 [SCARICA STAMPA DIFFONDI]



(Clicca sulla copertina per scaricare il numero di Maggio/Giugno)



SIAMO TORNATI!

Dopo un periodo di inattività torna Controvento. Un piccolo contenitore di idee, di analisi, di tematiche non politicamente corrette ma fatto da e per Uomini Liberi. Uno spazio aperto a tutti per  cercare di comprendere quello che realmente ci circonda e ci ha circondato, senza pretese. Per informare, per contro informare una massa accecata e abbruttita dall’edonismo imperante. In una società dove ormai si è diventati spettatori passivi e non protagonisti, dove non si clikka nemmeno più ma si è clikkati, abbiamo deciso di tornare. Di tornare a modo nostro, nei peggiori bar, nelle peggiori scuole, nelle peggiori facoltà dell’università di Perugia. Da sempre nei posti più bui per dare luminosità a questo mondo grigio.

In questo numero:

Bobby Sands, martire d`Europa. - Di Controvento
Bobby Sands, cuore di Belfast - Recensione conferenza - Di Riccardo Merolla
Il punto di non incontro tra destra israeliana e destra europea. - Di Controvento
Ernst Niekisch, l’incompiuto rimosso dalla storia - A.F.
La kermesse elettorale è finita! - Di Controvento
Scie chimiche: realta' o fantasia? - Di Mario Cecere


Per richiedere la copia cartacea e/o collaborare contattarci alla mail: controventopg@libero.it


venerdì 14 maggio 2010

Nakba.



62 anni fa la Nakba, un deportato racconta l'espulsione dei Palestinesi dalla loro terra.

Gaza – Speciale Infopal.
Sono trascorsi 62 anni dalla cacciata del popolo palestinese dalla Palestina, occupata nel 1948 dalle bande criminali sioniste c.



Esse uccisero e bruciarono tutto ciò che era palestinese, costringendo all’esilio e alla dispersione come “rifugiati” centinaia di migliaia di autoctoni: con il termine “Nakba (Catastrofe) palestinese” si indica quel che accadde allora a quelle persone. 



Sul suo volto sono evidenti i segni dell’identità palestinese: le rughe segnano la ‘via del ritorno’, e dagli occhi, ogniqualvolta viene ricordata la parola “ritorno”, scendono lacrime che le vanno a riempire... Ecco il ricordo di una vita spezzata con l’emigrazione forzata del 1948, e la memoria rimasta sospesa tra il villaggio di ‘Aqir (ar-Ramla) e Gaza, la sede dell’esilio.



 



Ricordi del passato



 



A 62 anni fa risalgono i ricordi dell’ottuagenario Hasan Subhi Abu Rahma, rifugiato dal villaggio occupato di ‘Aqir. Aveva 18 anni e faceva il contadino, insieme alla sua famiglia formata da dodici persone.



 



La sua famiglia possedeva un terreno di 14 dunum [1 dunum palestinese equivale a 900 mq, ndr] che anche  Hajj [titolo onorifico che indica chi ha svolto il pellegrinaggio – hajj – alla ‘Casa di Dio’, a Mecca, ndr] Hasan coltivava. Esso dava i frutti necessari per vivere, ma tutto venne interrotto dalla fuga provocata dagli usurpatori israeliani.



 



“Era una terra generosa e benedetta. Dava il grano, il mais, il miele, il laban [un prodotto caseario simile allo yogurt, ndr] e i migliori formaggi della Palestina fatti con latte di pecora. Inoltre, il nostro villaggio era famoso per la fabbricazione di tappeti, la cui lana era tratta sempre dalle nostre pecore”.



 



La notte funesta



 



Di quella notte funesta, che lo strappò dalla sua casa e dalla sua terra, Hasan racconta: “Alle cinque del mattino, le bande sioniste dell’Haganà (formazioni militari ben armate e ben addestrate) si raggrupparono ai limiti della cittadina, e in poco tempo piombarono sul villaggio cominciando ad uccidere e distruggere”.



 



Prosegue Hasan: “Gli uomini e i giovani del villaggio, insomma, chi poté, scappò… ma chi non ce la fece, come gli anziani, i bambini ed alcune donne, finì prigioniero per mano delle bande dell’Haganà: tutti radunati nella moschea del villaggio. A quel punto gettarono delle bombe nella moschea e spararono uccidendo tutti quelli che vi avevano messo dentro. Non vidi nessuno uscire dalla moschea: li avevano ammazzati tutti”.



 



Hajj Hasan riprende a raccontare sospirando: “Dopo di ciò, grazie al Cielo [al-Hamdu li-Llàh: lett. “La Lode spetta a Iddio”, ndr], io e la mia famiglia siamo riusciti ad uscire dalla cittadina, mentre quelle bande tiravano le bombe sulla moschea per uccidere i palestinesi che vi avevano rinchiuso. Così continuammo a camminare fino ad al-Migdal, alla frontiera settentrionale della Striscia di Gaza. Lì rimanemmo solo due giorni, ma quando sentimmo le notizie sulle bande sioniste che stavano avvicinandosi scappammo verso la Striscia di Gaza, dove ci sistemammo nel campo profughi di an-Nuseyrat, nella parte centrale della Striscia”.



Il certificato di proprietà della terra e la chiave di casa…



 



Con voce ferma, Hajj Hasan chiede ad uno dei suoi nipoti che sono intorno a lui ad ascoltare i suoi ricordi dolorosi di portare il certificato di proprietà della sua terra e la chiave della casa, diventata un simbolo dei loro diritti sulla terra da cui sono stati cacciati.



 



Con mani tremanti, Hajj Hasan apre i fogli che riguardano la sua terra, così vediamo i suoi dati personali e le informazioni che dimostrano che i suoi diritti: “Quanto mi auguro di tornare in quella terra… lavorarvi, mangiare dei suoi frutti ed esalare l’ultimo respiro là”.



 



E conclude: “Se non riuscirò a tornare, questi miei nipoti hanno preso l’impegno di completare l’opera e di non barattare la loro terra con tutto l’oro del mondo, perché presto o tardi si vedrà chi ha ragione e gli stranieri e i ladri saranno cacciati dalla nostra terra”.



 



Profughi espulsi



 



I profughi palestinesi sono circa 4,7 milioni, distribuiti tra i 59 campi profughi palestinesi ufficiali riconosciuti dall’UNRWA su terra palestinese (27 campi: 19 in Cisgiordania e 9 nella Striscia di Gaza) e nei Paesi arabi (12 in Libano, 10 in Siria e 10 in Giordania).



 



I profughi palestinesi in Giordania registrati dall’UNRWA sono il 41,8% del totale (di cui il 15,9% vive ancora nei campi profughi); quelli in Libano sono il 9,4% (di cui il 52,7% nei campi profughi); il 10% dei profughi palestinesi vive invece in Siria (qui il 26,6% si trova nei campi profughi).


Tratto da: Infopal



venerdì 12 marzo 2010

Domani Sabato 13 Marzo ore 17.00 Perugia - EVENTO VERITA' PER GABRIELE SANDRI.





Sabato 13 Marzo - Ore 17.00

SALA DELLA VACCARA - PIAZZA IV NOVEMBRE - PERUGIA



Presentazione del libro: "11 Novembre 2007 l'uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della repubblica"



Con:



GIORGIO SANDRI - Padre di Gabriele

AVV. CRISTIANO SANDRI - Fratello di Gabriele

DOTT. MAURIZIO MARTUCCI - Autore del libro

FABIO POLESE - Ass. Cult. Tyr Perugia



Info: controventopg@libero.it

mercoledì 24 febbraio 2010

EVENTO VERITA´ A PERUGIA.

Presentazione del libro:



"11 Novembre 2007 l'uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della repubblica"











Sono passati più di due anni dall´uccisione di Gabriele Sandri e, ancora oggi, questo omicidio, aspetta giustizia nonostante testimonianze e ricostruzioni dettagliate. Per far si che la memoria di Gabriele Sandri non cada nel dimenticatoio l´Associazione Culturale Tyr Perugia organizza per sabato 13 Marzo 2010 a Perugia, nella sala della Vaccara a Palazzo dei Priori in Piazza IV Novembre, la presentazione del libro: "11 Novembre 2007 l'uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della repubblica". Interverranno, oltre all´autore, Maurizio Martucci, Giorgio e Cristiano Sandri, padre e fratello di Gabriele.





Associazione Culturale Tyr Perugia

controventopg@libero.it


mercoledì 10 febbraio 2010

Noi non scordiamo.



Il 10 febbraio si celebra in Italia il "Giorno del ricordo", solennità civile istituita con una legge del 2004, con la quale si intende celebrare la memoria delle vittime delle Foibe e dell'esodo Giuliano-Dalmata. Sono stati sicché necessari quasi sessant'anni per giungere ad un riconoscimento ufficiale, da parte della Repubblica Italiana, della tragedia dei nostri connazionali travolti dalle vicende del confine orientale, alla fine della seconda guerra mondiale e nel periodo successivo. Le Foibe, cavità naturali presenti in Istria e sul Carso, sono diventate il simbolo delle sofferenze patite dagli Italiani di quelle martoriatre terre; all'interno di esse venivano infatti gettati i nostri connazionali, nell'attuazione della politica genocida messa in atto dai partigiani di Tito volta a sradicare ogni identità Italiana dalle terre che sarebbero dovute diventare parte della nascente Federazione Jugoslava. All'indomani dell'8 settembre 1943 iniziò a prender corpo infatti, con strategia pianificata e meticolosamente  attuata, l'attività volta a colpire i simboli dell'Italianità, con stragi e  omicidi di personaggi che venivano ritenuti rappresentativi del regime  Fascista, ma non solo, anche semplici funzionari pubblici e i loro familiari,  quando non anche semplici cittadini, colpevoli solo di essere italiani.  Attività genocida quindi, messa in atto in maniera indiscriminata contro gli  italiani in quanto tali, spesso anche con l'avallo, se non anche in alcuni casi  la collaborazione fattiva, di altri italiani appartenenti a formazioni  partigiane; per quanto anche appartenenti al Comitato di Liberazione Nazionale  rimasero vittima delle epurazioni. Stragi, omicidi e deportazioni proseguirono impunite fino al trattato di pace del 10 febbraio 1947, nell'ambito del quale  fu stabilito il nuovo assetto del confine orientale, con la cessione di gran parte delle provincie di Trieste e Gorizia, Istria, Fiume e Dalmazia alla Jugoslavia. Da qui l'inizio del drammatico esodo di centinaglia di migliaia di  nostri connazionali. Intere famiglie di gente comune, radicata da sempre in  quelle terre che consideravano Italia, dovettero scegliere di abbandonare le  proprie case per sfuggire alla ferocia del regime Titino che ben avevano  conosciuto nei mesi precedenti. Iniziò quindi il loro peregrinare da una città all'altra, da un campo profughi all'altro, spesso trattati, nella difficile  situazione dell'Italia del dopoguerra, come stranieri in casa propria. Per  quasi sessant'anni, in Italia, si è scelto deliberatamente da più parti di ignorare la potrata di tale tragedia, quando per mero e basso opportunismo  politico e quando per scelta "ideologica". Ancora oggi, seppur sempre con minor  efficacia, si verificano tentativi volti a sminuire la gravità di questi  avvenimenti. L'oblio in cui sono colpevolmente stati fatti cadere gli orrori  patiti dai nostri connazionali delle terre orientali grida ancora giustizia, e  non crediamo che un solo "Giorno del ricordo", istituito a decenni di distanza  da quei fatti, possa cancellare le responsabilità di chi ha contribuito al tentativo di affossare la memoria della tragedia giuliano-dalmata; è altresì doveroso, in questo giorno, onorare i nostri fratelli vittime dell'odio anti italiano e la memoria delle loro sofferenze.



Ass. Cult. Tyr Perugia

mercoledì 28 ottobre 2009

Si avvera l’incubo: primi morti a causa del vaccino H1N1‏.

Perche’ non vaccinarsi al “Virus A”


Il discusso vaccino distribuito per cercare di ostacolare il diffondersi dell’influenza H1N1 ha presumibilmente prodotto le prime morti (voce modificata a seguito della confusione generata dall’uso del termine “morti accertate” utilizzato poichè allo stato attuale la vaccinazione è l’unica causa del decesso che viene valutata), sono quattro donne svedesi che, in quanto infermiere, rientravano nelle categorie a rischio indicate dai governi e si sono sottoposte a vaccinazione usando il farmaco Pandemrix della GlaxoSmithKline, un preparato contenente mercurio e squalene.


Aumentano anche i casi di effetti tossici dovuti all’inoculamento del vaccino. Sono ormai centinaia i ricoveri avvenuti a causa delle forti reazioni allergiche seguite alla vaccinazione; i primi sintomi che si denunciano sono febbre, dolori muscolari, mal di stomaco, mal di testa, vertigini, stanchezza seguiti da forti dolori in sede di iniezione e da un senso di costrizione toracica che causa dispnea.


Sono più frequenti i fatti che rendono sempre più difficile inquadrare il reale peso del problema legato all’influenza da H1N1:



  • mentre il presidente degli USA Obama dichiara lo stato di emergenza trapela la notizia che non farà vaccinare le sue due figlie

  • a Milano, prima città italiana in cui giunge il vaccino, sei medici su dieci rifiutano il vaccino.


Pochissime le fonti reperibili per approfondire questo annoso dilemma; l’unico quotidiano che ha pubblicato un chiaro articolo di denuncia è lo svedese Expressen o il sito web Flucase.


Tratto da: http://www.theflucase.com

mercoledì 23 settembre 2009

Gli individui non esistono fuori dalle loro comunità.

di Alain de Benoist - 22/09/2009


La crisi del modello rappresentato dallo Stato nazionale rigenera l’idea di comunità, che assume nuove forme e significati. Le comunità non associano più le persone solo per l’origine comune e le caratteristiche dei componenti: nel moltiplicarsi di tribù, flussi e reti, esse ormai raggruppano tipi diversissimi. Imponendosi come possibile forma di superamento della modernità, le comunità perdono lo status «arcaico», a lungo attribuito loro dalla sociologia. Più che stadio della storia, abolito dalla modernità, appaiono come forma permanente dell’umano associarsi.


In tale quadro figura la comparsa e lo sviluppo nel Nord America, dagli anni Ottanta, d’una corrente di pensiero che oltre Atlantico ha provocato innumerevoli dibattiti, ma che l’Europa ha scoperto più di recente: il «movimento» comunitario, costellazione rappresentata dai filosofi Alasdair MacIntyre, Michael Sandel e Charles Taylor.


Il movimento comunitario enuncia una teoria che combina strettamente filosofia morale e filosofia politica. Sebbene abbia una portata più vasta, la teoria è stata elaborata, da un lato, in riferimento alla situazione degli Stati Uniti, con l’inflazione della «politica dei diritti», la disgregazione delle strutture sociali, la crisi dello Stato-Provvidenza e l’emergere della problematica «multiculturalista»; dall’altro, in reazione alla teoria politica liberale, riformulata da Ronald Dworkin, Bruce Ackerman e soprattutto John Rawls. Quest’ultima si presenta come una teoria dei diritti (soggettivi), fondata su un’antropologia individualista. Nell’ottica dell’«individualismo possessivo» (Macpherson), ogni individuo è agente morale autonomo, «padrone assoluto delle sue capacità», alle quali ricorre per soddisfare i desideri espressi o rivelati dalle sue scelte. L’ipotesi liberale dunque prevede un individuo separato, un tutto completo a sé stante, che cerca d’accrescere i vantaggi con libere scelte, volontarie e razionali, senza che esse siano considerate frutto di influenze, esperienze, contingenze e norme del contesto sociale e culturale.


Invece il punto di partenza dei comunitari è anzitutto d’ordine sociologico ed empirico: constata la dissoluzione dei legami sociali, lo sradicamento delle identità collettive, la crescita degli egoismi. Sono gli effetti d’una filosofia politica che provoca l’atomizzazione sociale, legittimando la ricerca da parte di ognuno del maggior interesse, restando così insensibile ai concetti d’appartenenza, di bene comune e di valori condivisi.


Il maggior rimprovero dei comunitari all’individualismo liberale è di dissolvere le comunità, elemento fondamentale e insostituibile dell’esistenza umana. Il liberalismo svaluta la vita politica, considerando l’associazione politica un puro bene strumentale, senza vedere che la partecipazione dei cittadini alla comunità politica è un bene intrinseco; perciò non può rendere conto d’un certo numero d’obblighi e impegni, come quelli non risultanti da scelta volontaria o impegno contrattuale, come i doveri familiari, l’obbligo di servire la patria e d’anteporre l’interesse comune a quello personale. Il liberalismo propaga una concezione erronea dell’io, non ammettendo che esso rientri sempre in un contesto socio-storico e, almeno in parte, che sia costituito da valori e impegni non sottoposti a scelta e non revocabili a piacere. Suscita un’inflazione della politica dei diritti, che poco ha a che fare col diritto in quanto tale, e un nuovo tipo di sistema istituzionale, la «repubblica procedurale». Infine, col suo formalismo giuridico, misconosce il ruolo centrale di lingua, cultura, costumi, pratiche e valori condivisi, come basi d’una vera «politica di riconoscimento» di identità e diritti collettivi.

La teoria comunitaria si pone dunque in una prospettiva «olistica». L’individualismo liberale definisce il singolo come ciò che resta del soggetto, una volta privato di caratteristiche personali, culturali, sociali e storiche, cioè estratto alla comunità. D’altronde postula l’autosufficienza del singolo rispetto alla società e sostiene che egli persegue il maggiore interesse con scelte libere e razionali, senza che il contesto socio-storico influisca sulla sua capacità d’esercitare i «poteri morali», cioè di scegliere una particolare concezione di vita. Per i comunitari, invece, un’idea presociale dell’io è impensabile: l’individuo trova la società preesistente ed essa ne ordina i punti di riferimento, ne costituisce il modo di stare al mondo e ne modella le ambizioni.


Per i comunitari, l’uomo è anzitutto «animale politico e sociale» (Aristotele). Così i diritti sono espressione di valori propri di collettività o gruppi differenziati, ma riflesso d’una teoria più generale dell’azione morale o della virtù. La giustizia si confonde con l’adozione d’un tipo d’esistenza secondo i concetti di solidarietà, reciprocità e bene comune. Quanto alla «neutralità» di cui s’ammanta lo Stato liberale, è vista sia come disastrosa nelle conseguenze, sia - più generalmente - come illusoria, perché rimanda implicitamente a una singolare concezione del bene, che non si confessa tale. Una vera comunità non è l’unione o la somma degli individui. I suoi membri, in quanto tali, hanno fini comuni, legati a valori o esperienze, non solo interessi privati più o meno congrui. Questi fini sono tipici della comunità, non sono obiettivi particolari uguali per tutti o per la maggioranza dei membri. In una semplice associazione, gli individui guardano i loro interessi come indipendenti e potenzialmente divergenti. I rapporti fra questi interessi non sono dunque un bene in sé, ma solo un mezzo per ottenere i beni particolari cercati da ciascuno. Mentre la comunità, per chi vi appartiene, è un bene in sé.


(Traduzione di Maurizio Cabona)



Tratto da: Arianna Editrice




giovedì 19 marzo 2009

Amica banca...



Quando uno sconosciuto viene improvvisamente a pretendere decine o centinaia di migliaia di € siete appunto stati "cartolarizzati", venduti a un usuraio. Ovviamente a vostra insaputa.


Ma consolatevi: venduti si, ma a "norma di Legge". Art. 58 D.Lgs 385/93.




Questo sito è dedicato alle "cartolarizzazioni", e quindi alla vendita dei crediti fatta dalle banche e dalle società finanziarie per un decennio, a partire dal D.Lgs 130/99 e con le regole definite dal D.Lgs 385/93, meglio conosciuto come "Testo Unico Bancario".




Queste due leggi, la 385/93 in particolare, creano una grave lesione nei diritti di chiunque abbia un debito nei confronti di una banca o una società finanziaria.



Gli effetti di questa pratica ora esplodono con la crisi finanziaria globale, e decine di migliaia di persone scoprono di esserci coinvolte a loro insaputa, per decine o centinaia di miliardi di €.




Se ne accorgono quando arriva una finanziaria sconosciuta a pignorare ed espropriare case, stipendi e conti correnti, e pretende "debiti" le cui cifre sono formate fuori da ogni controllo del debitore e in suo danno: al debito originale sono stati aggiunti interessi, spese, anatocismo senza che nemmeno lo sapesse.




In pochi giorni, si scopre di essere stati letteralmente venduti come "bestiame finanziario", prima per eludere il fisco per decine e decine di miliardi di €, e poi come "debitori garanti" dei famosi "Titoli Tossici".




Questo vuole essere un lugo dove si diffonde informazione sulla vicenda, si possono verificare i documenti, si discute e ci si organizza per difendersi. E' necessario perchè ad affrontare da soli lo strapotere delle banche e delle finanziarie ci si suicida-




E questo strapotere deriva da leggi che hanno sostituito le leggi precedenti che vietavano questa truffa colossale.


 


http://nuke.abusibancari.org/

mercoledì 12 novembre 2008

11/11/2007: Quando Caino indossa la divisa...

Riceviamo e pubblichiamo l'articolo dell' Associazione Culturale Zenit su sui fatti dell'undici novembre 2007.












Undici novembre 2007.




Questa data di un anno fa ha generato una tragedia che, pur consumatasi in quel giorno, ancora oggi lungi dall'essere conclusa (giudiziariamente e umanamente). Nessuno, all'alba di quella maledetta domenica, si sarebbe aspettato che la giornata fosse così come si è evoluta.

I tifosi laziali quella mattina stanno andando a Milano per assistere a Inter-Lazio, partita certamente non a rischio data la storica amicizia tra le due tifoserie, cosicchè è difficile pensare a laziali in assetto da guerra (se non sciocco). Fatto sta che un gruppo di loro si troverà a fare i conti con un nemico imprevedibile e invincibile: il destino. Tutti ricordiamo la cronaca di quella giornata: una macchina di laziali si ferma ad un autogrill nei pressi di Arezzo, dove avviene qualcosa con una di juventini anch’essi in viaggio per seguire la loro squadra. La dinamica dei fatti non è chiara, ma sicuramente non accade nulla di grave. Poi, gli spari dello "sceriffo" da 70 metri "a ristabilire l'ordine", la tragedia, i programmi televisivi strappalacrime (il gossip sulla vita privata della vittima per distogliere l'attenzione dal fatto in se), centinaia di giovani rabbiosi per le strade, gli scontri, il lasciar fare del sistema, la campagna mediatica giustizialista, la repressione. In un mondo razionalista in cui ogni spinta emotiva non controllata daimedia è vista negativamente, questo non può che essere "sovversione politica"! Poi ancora, gli arresti, l'udienza preliminare di Spaccarotella (il poliziotto “sceriffo”) che salta per un vizio procedurale, ed infine venti ragazzi rinviati a giudizio dopo OTTO mesi (OTTO!) di carcerazione preventiva. In questi casi il sistema esce allo scoperto mostrando come l'uguaglianza giuridica sia solamente formale e nella sostanza essa non sia: Chi uccide (causa-elemento sistema) non si fa neanche un minuto di carcere, chi invece è solo l'effetto di quella morte, pur non provocando gravi conseguenze, ha già scontato otto mesi nelle patrie galere, senza tra l’altro passare per le aule di tribunale.Proprio recentemente la tattica del sistema ce la ha illustrata da "buon democristiano" Cossiga in un’intervista che, in un paese di gente lucida e non di automi, avrebbe destato accesissima indignazione: subdola acquiescenza ed anche sostegno concreto verso chi manifesta attivamente il proprio dissenso, passare dunque dalla parte delle vittime conquistando così l’appoggio dell’opinione pubblica ed il tacito consenso a reprimere, ad atteggiarsi a paladini dell'ordine ripristinato (questo in sintesi, il "picconatore" è stato molto più esaustivo e dettagliato). Senza fare della retorica, vogliamo ricordare Gabriele e la sua vicenda, non per raccontare dello splendido ragazzo che era (cosa che è nel cuore di chiunque lo conoscesse e soltanto lì può essere custodita come un bene prezioso e non come gossip), ma solamente in quanto ragazzo privato della propria esistenza da chi, prendendo forse ispirazione da un film western, pensava di ergersi a giustiziere sparando nel mucchio. Noi l'avremmo ricordato anche se fosse stato un bandito, perchè Spaccarotella non sapeva chi aveva di fronte, poteva esserci un gruppo di criminali in azione o la banda dello zecchino d'oro, lui avrebbe sparato a prescindere, istigato da un movimento che aveva giudicato sospetto e dunque - nella sua psicologia folle, omicida – tale da spingerlo a premere il grilletto deliberatamente verso quella direzione. Il sistema deve (anche se l'imperativo di questo verbo modale esso non lo conosce) prendersi le sue responsabilità, poichè ogni suo servo ne è l'emanazione.


Da mesi, dalle aule di tribunale, dalla stampa e dalle TV asservite al regime, la giustizia sembra invece latitante. I latini dicevano Iudex damnatur ubi nocens absolvitur = Quando il colpevole è assolto, è condannato il giudice. Ebbene, se il sistema lo difende in modo così sfacciatamente sciagurato, dà prova di esserne il mandante. Il mandante dell’assassinio di un innocente.


 


Onore a Gabriele.

Solidarietà alle altre vittime di questo sopruso: la famiglia di Gabriele, i ragazzi detenuti e le loro famiglie.

Ai servi non auguriamo niente, ci auguriamo solo di non divenire mai come loro!

martedì 11 novembre 2008

venerdì 31 ottobre 2008

"IL CROLLO DEL MURO, LA FINE DEL CAPITALISMO": EUGENIO BENETAZZO PARLA A PERUGIA…








L'ottimo incontro organizzato dalla federazione perugina di Forza Nuova con Eugenio Benetazzo, presente virtualmente, in videoconferenza dal suo ufficio vicentino, va in archivio. Non altrettanto è possibile dire dei problemi e delle drammatiche ipotesi prefigurate nelle sue argute ed attente analisi della situazione economica, ed in prevalenza bancaria, mondiale. Da anni impegnato in prima linea nella lotta a fianco del piccolo risparmio e contro le grandi lobby bancarie, il giovane economista italiano, ha all’attivo due libri (Best Before e Duri e Puri) che delineano in maniera incontestabile la situazione economica del Pianeta ed i suoi fitti intrecci finanziari. È subito la messa in chiaro della suddivisione redditizia negli Stati Uniti a sfatare un luogo comune ormai noto, a proposito dei cosiddetti prime e dei sub prime, che i media europei non hanno certo esitato a prendere per buono nella loro menzognera divulgazione. La recentissima crisi bancaria che per molti addetti ai lavori non riguarderà e non coinvolgerà l’Europa, è invece una diretta conseguenza del profitto indiscriminato e della logica del valore fittizio, come nel caso del famigerato introito da signoraggio e in quello dell’erogazione di mutui a tasso variabile, ed in una logica più generale del prestito usurario. Le clausole e le imposizioni poste dalle Banche, restano spesso nascoste e misteriose, come nel caso delle polizze. Mentre nessun rischio e, soprattutto, alcuna copertura, riguardano le banche, che stringono falsi patti col risparmiatore: falsi patti cui non corrispondono pari obbligazioni e pari vincoli. I numerosi investimenti della Banca compiuti col capitale gestito, riguardano indici azionari spesso volatili, che possono magari persino garantire il rientro gonfiato dell’interesse (che è del 4%) sul denaro del cittadino, ma che molto spesso (come nel recente fallimento della Lemhan Brothers) in realtà espongono il risparmio dei cittadini a dei rischi enormi e altissimi, sino alla perdita e al mancato rientro dell’intero ammontare del capitale iniziale. Le Banche territoriali – spiega Benetazzo – sembrano essere le sole che possano in qualche modo raffigurare una vera espressione di fiducia per il cittadino, affinchè i suoi risparmi non vengano coinvolti in giochi di potere dalla portata mondiale ed esposti ai numerosissimi rischi di fallimento o semplice default, come nel caso dei bond argentini. Le grandi banche sono in realtà le autentiche colpevoli di questa situazione planetaria che vede il progressivo incedere di una crisi senza precedenti, che è persino fallace accostare a quella del 1929. Da qui, la sponda per ribadire il concetto del signoraggio e le sue logiche infami, di cui le Banche Centrali (che va ricordato: sono PRIVATE!) sono responsabili, è presto effettuata. Come sappiamo dagli studi dell’illustre e scomparso Professor Giacinto Auriti, il valore nominale della moneta all’atto dell’emissione è fittizio e arbitrario, assolutamente sballato rispetto al valore effettivo, che è solamente quello della carta e della stampa, ossia di una normalissima tipografia, la quale però si appropria del valore nominale con l’atto di prestare banconote allo Stato. Senza troppo addentrarci nelle geniali ma complesse intuizioni del grande Auriti,  sul cosiddetto valore indotto e sulla duplicazione del concetto di moneta (misura del valore ma anche valore della misura), capiamo benissimo che il costo del denaro è già usurato del 200% all’atto della sua emissione. Senza attività lavorativa (esclusa quella irrilevante della tipografia) la Banca Centrale emette un pezzo di carta che, prestato allo Stato, e immesso sul mercato, andrà ad avere una circolazione regolata dall’attività lavorativa reale, in base al suo valore nominale. In parole semplici, la Banca arbitrariamente “fa valere” 100 o 200 ciò che in realtà produce spendendo 0,30, prestandolo e pretendendone il rientro (comprensivo di interessi e di anatocismo) sotto forma di beni risultanti da una attività lavorativa reale. Per di più, con l’introduzione del corso forzoso (incontrovertibilità della moneta in oro) e con la fine degli accordi di Bretton Woods del 1971 che sancirono la totale abolizione della riserva, le Banche Centrali non hanno più alcuno dei già discutibili diritti sulla facoltà di battere moneta. Lo stesso Euro è nato sulla base di un meccanismo (quello appunto dell’usura da signoraggio) che teoricamente avrebbo dovuto essere estirpato. Questa obbligazione che gli Stati contraggono con le rispettive Banche centrali costituisce il famigerato debito pubblico, che in questo senso – dacchè lo Stato, in quanto ente pubblico, non può far conto su plusvalenze o su introiti d’impresa – può solo aumentare e comunque mai diminuire. Inoltre sappiamo che perfino la Banca d’Inghilterra, che non rientra nell’Unione Europea, percepisce la sua parte consistente di questa usura da signoraggio sull’Euro. È così che, in tale quadro di onde concentriche, si delinea un tratteggio scabroso, a partire dal particolare dei recenti casi dei bond e dei risparmi raggirati fino all’universale di questo criminale Sistema bancario che sin dal 1694 ci vede schiavi e debitori del nostro stesso denaro.  È per questo che oggi, Benetazzo e tutti gli uomini liberi e attenti, chiedono a gran voce che lo Stato torni a battere moneta e che il lavoro torni ad essere al centro di una società giusta e sociale, basata su una economia reale e non sui giochi della finzione virtuale che consentono ai pochi di sfruttare fino allo stremo i tanti.



Associazione Culturale Tyr Perugia

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