martedì 17 gennaio 2012
La Sicilia si ribella per difendere l'Agricolture locale ed italiana econtro le ingiustizie e alla corruzzione dei politici
MYANMAR: VECCHIE STORIE DI VIOLENZA, NUOVI INTERESSI STRATEGICI EDECONOMICI
Tragedie in mare. Un salto nel passato: dalla Concordia alla Moby Prince
sabato 14 gennaio 2012
Il giallo del cessate il fuoco tra Karen e giunta birmana.
mercoledì 11 gennaio 2012
L’Ineffabile Liberalizzatore.
Il triste Monti, “primo ministro” (di re Giorgio Napolitano), lo aveva definito “il disarmo multilaterale di tutte le corporazioni”. Il suo fedele sottosegretario Antonio Catricalà ne ha annunciato i tempi e i modi di esecuzione: il decreto legge sulle liberalizzazioni verrà varato il 20 gennaio prossimo.
Liberalizzeranno - distruggendo cioè quel poco di occupazione rimasta in Italia - le sopravvissute categorie del lavoro nazionale.
giovedì 5 gennaio 2012
Sono entrato nel covo del raìs Vi racconto le sue ultime ore.
Lo chiamano Quartiere Due. È un deserto di macerie accatastate, ruderi sventrati, tetti sfondati, facciate affrescate a colpi di katyusha e mortaio. L’imbianchino arrampicato sulla scala ti squadra, tira un colpo di malta e cazzuola, lancia un urlo.
La necropoli riprende vita. Un ragazzo in divisa sguscia da una voragine. Un altro salta giù da un mezzanino sfondato.
Un terzo sbuca dagli infissi anneriti d’un davanzale. Sono tre, quattro, dieci. Ti circondano silenziosi. Ti bloccano il passo. La nostra guida alza il braccio. «Khalas, khalas – basta, basta - saafi … mafi mouskila. Sono giornalisti italiani, amici nessun problema». Sui volti corrucciati si disegna mezzo sorriso. La prima lingua si scioglie. «Se venite per scrivere la verità, siete i benvenuti. Tutti parlano di Misurata, Bengasi, Brega, ma nessuno racconta come la Nato e i vostri amici rivoluzionari hanno distrutto Sirte e ucciso i nostri amici». Li ascolti in silenzio. Loro ti trascinano tra appartamenti calcinati, stanze affumicate, mura abbattute.
Per ogni angolo c’è la storia di una famiglia distrutta, di un amico morto, di un bimbo ferito. Tu ascolti, poi la butti lì. «Muhammar, era qui?» La fila si blocca. Saleh, il ragazzo in divisa ti squadra come se avessi nominato Allah. Hussein, lo spilungone sceso dalla scala alza la cazzuola al cielo, immobile e pensieroso. Mabruk ti scruta sorridente. «Non sapevamo che era qui, ti prego non mettermi nei guai, quelli di Misurata mi hanno già sbattuto in galera e torturato. Noi difendevamo solo le nostre case». Ci riprovi. «Ma Muhammar era con voi o no?». Dal barbone cespuglioso spunta un altro sorrisino. Mabruk ci pensa, ti fa segno di seguirlo. C’inoltriamo in quella casbah terremotata, attraversiamo lo scudo martoriato delle prime case, c’affacciamo su un intrico di viuzze ed edifici ancora in piedi. Mabruk risale verso una slargo. «Era mercoledì mattina, il giorno prima che l’uccidessero - racconta - avevamo mandato via mogli e bambini combattevamo da più di una settimana. Quel pomeriggio durante una pausa dei combattimenti ci chiamano tutti fuori. Io e i miei uomini saliamo verso questo slargo e, lì, in fondo, riconosco Moutassim, il figlio del leader. “Fratelli ci dice – domani dobbiamo andarcene, abbandonare il quartiere e la città… qui ormai è finita, la Nato sa dove siamo, mio padre vuole andare a Wali Jarre, attendere il proprio destino nel villaggio dov’è nato. Chi vuole può unirsi a noi”. Sulle prime non capiamo, ascoltiamo perplessi, confusi. Abbiamo tanti feriti, molti non riescono a camminare, queste sono le nostre case come si fa a mollare tutto? Moutassim ci guarda, ci fa un’altra offerta. “Porteremo via i feriti che possono camminare, ma gli altri dobbiamo abbandonarli”. Noi scuotiamo la testa. No, non si può, sono i nostri fratelli, non li lasciamo indietro. Allora Moutassim ci mostra quella villa…. Laggiù, in fondo alla strada la vedi?».
Dalla piazzetta si distingue appena. Sono due piani eleganti, un tetto di tegole rosse dietro un muro di cinta chiuso da una cancellata. Mabruk salta la recinzione, entra nel cortile. Nel muro sul retro del giardino si apre una feritoia aperta a picconate. Uno spazio sufficiente a lasciar passare un uomo. «Tutte le case del quartiere erano collegate da questi passaggi. Se bombardavano passavamo da un’abitazione all’altra senza mettere il naso fuori. Anche il rais ha cambiato parecchi nascondigli, ma questo è stato l’ultimo. Quella sera ci siamo arrivati dalla piazza, seguendo Moutassim, attraversando muro dopo muro, giardino dopo giardino, mezzo quartiere. Quando mi sono affacciato non credevo ai miei occhi. Muhammar era in mezzo al giardino con un kalashnikov a tracolla, la sua pistola d’oro in una mano ed un bloc notes nell’altra. Prendeva appunti e dava ordini sottovoce alle sue guardie. Ha alzato gli occhi, ci ha salutato. Domani andiamo via - ha ripetuto - se volete seguirci siete i benvenuti. Noi gli abbiamo ripetuto le nostre ragioni. - Rais dobbiamo difendere le nostre case. - Lui ci ha fatto solo un cenno con gli occhi come per dirci vi capisco, poi è sceso nello stanzone, quello lì sotto, vedete, dove adesso hanno ammucchiato sacchi di grano e cibo per tutto il quartiere. Fino a mercoledì 19 ottobre lui ha vissuto là».
Mabruk torna fuori, risale verso la piazzetta del quartiere. «La mattina dopo abbiamo seguito Moutassim, Muhammar e le sue guardie fino a qui. I 21 fuoristrada erano già pronti, nella notte li avevano coperti con dei rami di alberi per mimetizzarli».
Un altro uomo con la divisa del vecchio esercito s’avvicina. Non vuole darci il suo nome. «Il rais ha preso il bloc notes, ha numerato con della vernice tutte le vetture dall’1 al 21, ma nessuno ha capito perché… Subito dopo hanno tentato la prima sortita verso est. Dopo pochi minuti sono tornati, il fuoco era troppo pesante. Allora li abbiamo scortati all’uscita opposta del quartiere». Mabruk si porta una mano al cuore. «Quando l’ho visto partire per Wadi Jarre, per il villaggio dov’era nato, ho capito tutto… cercava un posto dove morire. Non poteva vivere fuori dal suo paese. Per questo era il nostro leader. Per questo non lo dimenticherò. Ma voi non scordatevi di me. Quando scriverete questa storia torneranno a prenderci, ci tortureranno di nuovo. Se fra qualche giorno vedete il mio numero di telefono sul vostro cellulare vi prego venite a cercarci, altrimenti uccideranno anche noi».
Di Gian Micalessin,
http://www.ilgiornale.it/esteri/sono_entrato_covo_rais_e_vi_racconto_sue_ultime_ore/05-01-2012/articolo-id=565399-page=0-comments=1
Equitalia mette paura agli italiani.
(ASI) Il nove dicembre scorso, un pacco bomba è esploso e ha colpito il direttore della filiale romana di Equitalia Marco Cuccagna, procurandogli una ferita alla mano. Gli organi competenti, avevano lanciato subito lo status di massima allerta e avevano già ipotizzato che non si sarebbe trattato di un caso singolo.
Nella notte dell’ultimo dell’anno, un ordigno artigianale è stato fatto esplodere nella sede di Equitalia a Foggia. Nessuna rivendicazione è stata trovata e, secondo le ricostruzioni, la bomba rudimentale è stata costruita con alcuni grossi petardi legati insieme. Un attentato incendiario, ha colpito anche la sede modenese di Equitalia, che si trova al primo piano di una galleria commerciale. I danni sono stati minimi, ma l’azione è risultata dolosa. Due giorni fa una busta contenente un proiettile, indirizzata al direttore dell’agenzia di Equitalia a Torino, è stata intercettata dal personale delle poste italiane presso il centro di smistamento del capoluogo piemontese.
Questa mattina una telefonata anonima, ha avvertito la sede perugina di Equitalia, della presenza di una bomba all’interno dei propri uffici. L’allarme scattato è poi rientrato in tarda mattinata quando, gli artificieri dei carabinieri, dopo quasi tre ore di controlli serrati, hanno dichiarato che si trattava di un falso allarme. La bomba, dunque, non esisteva, ma Equitalia esiste davvero e i cittadini italiani se ne sono accorti da tempo.
Equitalia, infatti, ogni giorno si abbatte come un fulmine a ciel sereno sui lavoratori e sui pensionati italiani, su quella parte di popolo che vuole pagare quello che gli spetta ma non vuole assolutamente subire soprusi. Equitalia – lo scrivo per i pochi fortunati che ancora non sono stati costretti a pagare con tassi altissimi e non si sono informati – è un gruppo composto dalla holding Equitalia S.p.a. che controlla Equitalia Giustizia, Equitalia Servizi e tre Agenti della riscossione presenti sul territorio nazionale – tranne in Sicilia -. Dunque, dietro la facciata della riscossione dei debiti pubblici, c’è una società per azioni.
Una delle cose più sconcertanti di Equitalia è la straordinaria lentezza che fa incrementare sistematicamente gli interessi delle cartelle esattoriali. Molti cittadini si sono visti pignorare immobili per delle cifre irrisorie e, grazie alla tardiva notifica, non hanno neanche avuto la possibilità di difendersi legalmente. A molti altri cittadini invece, sono state inviate cartelle dubbie, se non addirittura con la richiesta di pagamenti non dovuti o già effettuati. E molte volte, per paura di vedere i sacrifici di una vita andare in fumo o semplicemente per non essere in grado di gestire un ricorso, queste cartelle vengono pagate.
L’informazione di massa dovrebbe parlare non solo delle bombe – vere o presunte – che sicuramente sono un allarme preoccupante, ma anche e soprattutto di tutte quelle vittime che, ogni giorno, in forza ai poteri oppressivi che hanno conferito ad Equitalia S.p.a., vengono lasciate in condizioni economiche disastrose.
Di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6376:equitalia-mette-paura-agli-italiani&catid=13:economia&Itemid=37
Ungheria. La nuova Costituzione: una svolta autoritaria invisa all'alta finanza
(ASI) In Ungheria, cuore della Mitteleuropa, sta avvenendo qualcosa di atipico, che l’opinione pubblica occidentale ha finito per considerare estraneo e finanche pericoloso, a seguito di un addomesticamento culturale passato negli anni attraverso fitte campagne mediatiche atte a promuovere quello liberista come l’unico, valido modello di sviluppo.
Succede che il tricolore magiaro sormontato dalla corona di Santo Stefano è tornato a sventolare nel cielo plumbeo di Budapest, per affermare una sovranità nazionale che favorisce il popolo e terrorizza i banchieri.
Il primo gennaio è entrata in vigore la nuova Costituzione ungherese, voluta dal governo di Viktor Orbán ed approvata nell’aprile scorso dal Parlamento (dove il partito di governo Fidesz gode di due terzi della maggioranza). La nuova Carta, redatta con accenti che rievocano antichi lustri d’identità nazionale, è contraddistinta da una serie di provvedimenti che mirano a ricostruire un potere sovrano. Al suo interno spiccano tuttavia misure controverse, che hanno generato malumori giacché limitative di alcune, definite da molti “derive etiche” e da altri “libertà individuali”. In nome della tradizione cristiana, cemento dell’unità e motore dello sviluppo storico dell’Ungheria, l’esplicita frase iniziale “Dio benedica gli ungheresi” indica l’assetto culturale su cui si basa tutto l’impianto della nuova Costituzione. L’embrione, anzitutto. La nuova Carta lo considera un essere umano fin dal suo concepimento, così sgomberando il campo della discussione sulla liceità dell’aborto da equivoci derivanti dal mese di gravidanza. Il matrimonio, poi. E’ autorizzato espressamente solo quello tra un uomo e una donna. Inoltre, le comunità religiose che potranno beneficiare di sovvenzioni pubbliche vengono portate da 300 a 14, un taglio che va a discapito solo di ristrettissime minoranze e che consente cospicui risparmi per le casse dello Stato, dunque per la comunità tutta. Sempre a vantaggio del popolo ungherese, spunta una norma che fissa per tutti l’aliquota fiscale al 16% (attualmente l’Ungheria, con il suo 27% di valore normale dell’aliquota, è il Paese dell’Unione europea con la percentuale di imposta più alta). Le misure in ambito economico sono proprio quelle che maggiormente preoccupano l’estero, rappresentato soprattutto in questa campagna anti-ungherese dalle lobby della finanza, colpite nei loro interessi particolari dalla svolta costituzionale di Viktor Orbán. Con la nuova Carta, infatti, la Banca centrale ungherese dipende direttamente dal governo: il Primo ministro sceglie i suoi assistenti, inoltre sei dei nove membri del consiglio monetario della Banca centrale sono nominati dal Parlamento. Questo cambio di registro non fa che complicare i già tormentati rapporti tra la Banca centrale ungherese e agenti esterni della finanza, ovvero Fondo Monetario Internazionale e istituzioni finanziarie europee. Nel settembre scorso il sistema bancario internazionale è entrato ufficialmente in rotta di collisione con l’Ungheria. Durante quel mese, per arginare la crisi derivante dal debito pubblico più alto in un Paese dell’Est, il governo Orbán ha favorito i suoi cittadini che avevano contratto un debito con le banche in valuta straniera svalutando forzosamente la moneta nazionale. Lo strappo ha generato una svalutazione del fiorino ungherese di circa il 23%, di oltre il 12% se in euro. Ciò significa che occorrono meno fiorini per ripagare il debito, di fatto la svalutazione si trasforma in uno sconto. Come se non bastasse questa rivoluzionaria riforma finanziaria, si è imposto per legge che la differenza tra il valore nominale del cambio monetario e quello reale venga imputato agli istituti di credito che sono detentori dei debiti.
Quella manovra approvata a Budapest a settembre ha creato intorno all’Ungheria uno stuolo di nemici acerrimi facenti capo all’alta finanza, molto temibili per via del loro indiscutibile potere economico e pronti a sferrare un agguato non appena si fosse presentata occasione propizia. Solo oggi, un’ondata di costernazione popolare contro la nuova Costituzione - fisiologica in ogni Paese democratico, specialmente in tempi di crisi - è diventato lo strumento che questi nemici stanno brandendo all’indirizzo dell’Ungheria. La stampa occidentale finanziata dal grande capitale trasforma così la pur partecipata manifestazione di dissenso in riva al Danubio dello scorso 2 gennaio in “oceaniche sfilate di massa”, tacendo invece su un consenso equivalente al 52,7% dei voti che hanno consentito ad Orbán e al suo governo, nell’aprile 2010, di insediarsi. Ma non solo. La stampa occidentale, pur di diffamare il presidente magiaro e il suo governo, rispolvera anche l’evidentemente mai sopito (dalle coscienze di certi intellettuali) nostalgismo vetero-marxista. Ecco che una colpa di Orbán diventa quella di aver nominato personalità nuove in settori dirigenziali della cultura, sinora monopolio assoluto di ristrette cerchie legate al cupo passato comunista del Paese. Un’altra colpa? Quella di voler rimuovere la statua, piazzata proprio davanti al Parlamento, del poeta di origini rumene Attila Jozef, celebre cantore dell’ideologia marxista. La quale ideologia marxista - è bene ricordarlo agli smemorati - ha causato all’Ungheria, durante la sola insurrezione ungherese del 1956, l’orrore di 2.652 morti e 250.000 feriti (il 3% di tutta la popolazione).
Intanto, la guerra contro l’Ungheria è iniziata anche su altri fronti, oltre a quello giornalistico. Le speculazioni finanziarie che hanno colpito il mercato ungherese sortiscono effetti devastanti. Standard & Poor’s, a seguito delle recenti dinamiche borsistiche che hanno sfavorito Budapest, ha definito il rating (l’affidabilità economica) dell’Ungheria uno “junk”, ossia spazzatura. In campo politico, invece, è l’Unione europea che fa la sua parte, avendo minacciato il Paese magiaro di sospendere gli aiuti economici dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Dal canto suo, il governo di Orbán non sembra intimorito e invita la Commissione europea al dialogo. “Abbiamo inviato il testo (della nuova Costituzione, NdR) a Bruxelles. Se la Commissione troverà punti di cui discutere, noi siamo pronti alle consultazioni, siamo aperti” ha riferito Peter Szijjarto, portavoce del premier.
Questo scenario di ostracismo anti-ungherese rende legittimo un quesito: più corretto definire dittatura la svolta nazionale, autoritaria e sociale di Viktor Orbán o le bieche operazioni della finanza internazionale che mirano a soffocarne le aspirazioni sovrane?
Di Federico Cenci,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6374%3Aungheria-la-nuova-costituzione-una-svolta-autoritaria-invisa-allalta-finanza-&catid=3%3Apolitica-estera&Itemid=35
lunedì 2 gennaio 2012
L'anno che non verrà.
Da sempre Capodanno rappresenta Il simbolico spartiacque fra un anno che sta morendo, con tutto il suo carico di accadimenti (buoni e cattivi) ed uno che sta nascendo, vestito per l’occasione di carezzevoli illusioni e condito di languide speranze. Una sorta di limbo dove rimanere per un istante sospesi fra il prima e il poi, a tracciare bilanci di vita e sognare vite che non ci apparteranno mai, prima che la giostra del divenire stemperi l’attimo ed il futuro si faccia presente, riportandoci alla realtà.Guardare al 2012 che arriva, ostentando speranza ed ottimismo rappresenta però, più che in altre occasioni, un’esperienza dedicata a pochi intimi, dal momento che la ratio e la matematica ci riporterebbero immediatamente sulla terra, rendendoci consapevoli del fatto che il nuovo anno sarà molto peggiore del precedente, essendo state poste tutte le basi (ma proprio tutte) perché ci si ritrovi a rimpiangere gli ultimi dodici mesi, nonostante abbiano rappresentato il gradino più basso della storia recente nazionale ed internazionale.
In Italia nel lasso di tempo di un paio di settimane è stata alienata ogni residua e fittizia illusione di democrazia e le banche, nella persona dell’usuraio Monti, hanno di fatto esautorato i camerieri politici dal loro ruolo di mestieranti della commedia, ridimensionandoli ad arredamento del palazzo, oltretutto molto costoso e kitsch.
Il problema in sé potrebbe apparire di secondaria importanza, dal momento che il bestiario politico da tempo immemorabile prendeva ordini dal padrone, ma purtroppo così non è, perché dovendo il servo politico confrontarsi ogni 5 anni con il teatrino elettorale, si trovava giocoforza costretto a svolgere una minima opera di mediazione. E’ pur vero che il sistema monopartitico creato in occidente scimmiottando il modello americano garantiva ampi margini di sicurezza, privando il cittadino di qualsiasi possibilità di scegliere realmente, così come è vero che la classe politica aveva ormai assunto un carattere puramente autoreferenziale.
Ma è altrettanto lapalissiano il fatto che qualsiasi governo politico avesse inteso mandare i cittadini a vivere sotto i ponti, togliendo loro il proprio patrimonio e la possibilità di sostentarsi economicamente, avrebbe trovato comunque qualche difficoltà nel perpetrarsi nel tempo.
Monti e la congrega di banchieri da lui rappresentati non sono espressione delle urne e con le urne non dovranno confrontarsi mai. Incarnano esclusivamente i grandi interessi finanziari, sono servi alle dipendenze del denaro e il denaro non è dotato di sensibilità sociale, non è incline alle mediazioni, non deve moderarsi temendo di perdere voti, non possiede sentimenti e neppure pietà. Persegue un solo scopo, moltiplicarsi all’infinito nella maniera più rapida possibile, poco importa quali siano i costi in termini di macelleria sociale, dal momento che conosce un solo costo, quello monetario.
La dittatura del denaro è in assoluto la peggior forma di governo possibile, nel 2011 ne abbiamo avuto un primo assaggio con la soppressione delle pensioni per tutte le nuove generazioni (e buona parte delle vecchie), l’aumento indiscriminato di tasse e costi a carico di una popolazione già fortemente impoverita, la riduzione delle opportunità di lavoro. Ma solo nel 2012 saremo in grado di apprezzare la reale dimensione del disastro che sta precipitando sulle nostre teste e il contatto con la realtà risulterà con tutta probabilità drammatico.
Il 2011 è stato anche l’anno in cui si è dovuto prendere coscienza della disarmante vulnerabilità dei cittadini qualora intendano difendere il territorio in cui vivono da grandi e piccole opere di devastazione ambientale. L’illusione (da me più volte condivisa) che una popolazione fortemente determinata e con la forza dei numeri potesse opporsi alle ruspe ed ai cantieri si è palesata di fatto priva di fondamento. Non esistono più remore nel bastonare cittadini inermi e quando monta la protesta le forze dell’ordine sono disposte ad uccidere, senza che la stampa e l’opinione pubblica considerino la cosa disdicevole.
In una situazione di questo genere ogni forma di resistenza fisica, più o meno pacifica, non può che risultare perdente, dal momento che si tratta di un confronto impari, dove chi mena ti può anche ammazzare restando dalla parte della ragione.
Non è un caso che tutte le opere più controverse siano state costruite o cantierizzate con l’uso della violenza, dalla base militare americana Dal Molin al TAV in Val di Susa, passando attraverso inceneritori, autostrade, centrali a carbone, turbogas e chi più ne ha ne metta.
Ai cittadini non resta altra via che protestare con le bandierine attraverso cortei pacifici (che magari contribuiscono a creare la carriera di qualche politico o sindacalista d’accatto) nell’attesa che l’opera sia completata, o confrontarsi militarmente con "soldati" che arrivano dall’Afghanistan, con la consapevolezza che quando ti ritroverai in ospedale verrai tacciato come una “bestia violenta” che ha ricevuto ciò che si meritava.
Ma il 2011 è stato anche l’anno dello sdoganamento definitivo delle guerre di conquista coloniale attraverso il metodo della rivoluzione colorata, costruita, finanziata e pilotata dal colonizzatore.
La Libia ha dimostrato chiaramente come la pratica garantisca ampie prospettive di successo a fronte di costi economici tutto sommato esigui. In pochi mesi un prospero paese è stato distrutto, chi lo governava da decine di anni ammazzato come un cane, i civili che lo sostenevano sterminati in massa. Il tutto senza che nessuno avesse nulla da obiettare e con la compiacenza di tutte le istituzioni internazionali, ormai palesemente braccio burocratico della colonizzazione occidentale.
Dopo l’inferno libico la strada è tracciata e c’è da scommettere che i prossimi inferni saranno ancora peggiori e, se possibile, perfino più raccapriccianti.
E’ stato anche l’anno dei droni, usati in maniera sempre più massiccia per sterminare le popolazioni, mentre all’altro capo del mondo un ragazzotto si cimenta con il joystik come si trattasse di un videogame. Delle telecamere ormai più numerose delle vetrine che filmano ogni attimo della tua vita. Della guerra al contante, con l'imposizione agli anziani pensionati di aprire un conto corrente. Dei movimenti che s’indignano a comando. Dei benpensanti che difendono la costituzione quando hanno interessi per farlo, ma ne dimenticano l’esistenza subito dopo. Della farsa dei referendum, studiati ad arte per raggirare chi votava. Del disastro di Fukushima, troppo presto caduto nell'oblio. Dell'assassinio dell'ologramma di Bin Ladin. Dei troppi “movimenti” che avevano fatto delle piazze le loro case quando governava Berlusconi, ma sono evaporati con l’arrivo di Monti. Dei sindacati che dopo avere svenduto tutto non sanno più cosa mettere in saldo e dei saldi ormai anticipati a Capodanno, perché iniziarli a Natale potrebbe risultare disdicevole.
In alto i calici e brindiamo, a cosa? Ad una morte inconsapevole con il sorriso sulle labbra, che in fondo è meglio di quando te l’aspetti.
Di Marco Cedolin, http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/12/lanno-che-non-verra.html
Reportage. Con l’etnia Karen che da oltre 60 anni è in lotta contro il regime birmano – Seconda Parte
(ASI) SECONDA PARTE – Ci svegliamo presto, questa mattina, raggiungeremo un posto localizzato dai Karen per fare una nuova piantagione di riso. Ci mettiamo in marcia verso le sei del mattino, con noi, ci saranno circa quaranta uomini della KNLA che ci scortano lungo il percorso. Ogni trenta minuti facciamo una piccola sosta, fa caldo e, dentro la giungla, in alcune zone, l’aria riesce a filtrare pochissimo. Il periodo delle piogge è finito da circa un mese, il clima di giorno è caldo, mentre di notte, la temperatura scende.
Le nuove piantagioni e la difesa di quelle già esistenti, sono la base per il ripopolamento di queste zone di guerra. In sessant’anni, attraverso il terrore, gli stupri sistematici e la schiavitù, i militari birmani hanno cercato di destabilizzare la cultura e le tradizioni del popolo Karen e vorrebbero dirigere più gente possibile nei campi profughi che si trovano nel vicino confine thailandese. Diverse organizzazioni che si definiscono “umanitarie”, soprattutto statunitensi e nord europee, vorrebbero risolvere il problema dei Karen inviando i profughi in altri paesi con permessi di immigrazione garantiti e biglietti di sola andata. La Comunità Solidarista Popoli, in accordo con il Karen National Union (KNU), al contrario, sostiene che i Karen devono rimanere nei loro territori e lottare per vivere nella loro terra da uomini liberi. Proprio per questo, con tutte le difficoltà che ne derivano, l’attività della onlus italiana si svolge quasi esclusivamente all’interno delle zone controllate dai Karen.
Dopo un paio d’ore di marcia, siamo arrivati al punto stabilito. Prima di iniziare il disboscamento per fare la nuova piantagione, sistemiamo le nostre amache e i volontari Karen costruiscono un tavolino e delle panche usando il numeroso bambù che la giungla offre. E’ uno spettacolo vederli al lavoro, sono velocissimi e, in pochi minuti, tutto è pronto. Davanti a noi le piante e gli alberi sono fitti, va tutto tagliato e ripulito in modo che possa essere piantato il riso che servirà per sfamare diversi villaggi del distretto di Dooplaya. Anche noi siamo pronti a dare il nostro contributo e armati di guanti, maceti, roncole e seghe, iniziamo il disboscamento.
E’ sera e, mentre stiamo parlando con il Colonnello Nerdah Mya, un soldato delle Special Black Forces della KNLA, si incammina verso la fitta vegetazione per andare a caccia di serpenti. Saranno circa le dieci di sera, sono sull’amaca che sta dondolando e, nonostante la stanchezza dovuta al lavoro di oggi, non riesco a dormire. Ascolto i suoni della giungla e penso a quanto è assordante il rumore della società moderna. Da qui riesco ad assaporare gli atavici e sani sapori della vita. Lontano dalla ricerca dell’inutile e dall’indottrinamento mediatico. A notte inoltrata il soldato è tornato, la caccia, come sempre, è andata a buon fine. Con se ha un grande pitone dai colori bellissimi, catturato con tenacia e a mani nude.
Passiamo qui due giorni e due notti, davanti a noi, il panorama è cambiato visibilmente, sembra irriconoscibile. Gli uomini della KNLA dovrebbero riuscire a finire il lavoro in circa due settimane. La mattina seguente, zaino in spalla, ci rimettiamo in marcia per raggiungere il villaggio di Pawbulahta non lontano da una base militare birmana.
Di Fabio Polese, www.agenziastampaitalia.it
La prima parte del reportage è visibile qui: http://www.fabiopolese.it/?p=748
mercoledì 28 dicembre 2011
Reportage. Con l’etnia Karen che da oltre 60 anni è in lotta contro il regime birmano.
(ASI) PRIMA PARTE - Saranno circa le sei di mattina e le luci del sole iniziano a filtrare dentro la zanzariera, è arrivata l’ora di alzarsi. I volontari del Karen National Liberation Army (KNLA), sono stati svegli tutta la notte e, a turno, hanno pattugliato il perimetro del villaggio di Ookray Khee, nel distretto di Dooplaya. Nonostante il governo del Myanmar, guidato dal presidente Thein Sein, parli di riforme democratiche e di fantomatici cessate il fuoco con le diverse etnie, la guardia è alta e proprio in questo distretto, negli avamposti militari birmani, stanno arrivando armi e munizioni. I giovani volontari Karen, guidati dal Colonnello Nerdah Mya, sono pronti. E’ la prima notte che trascorro dentro il villaggio, insieme ad altri volontari della Comunità Solidarista Popoli che dal 2001 porta aiuto concreto all’etnia Karen soprattutto attraverso la costruzione e il mantenimento di cliniche mediche e scuole. Ieri siamo partiti da Mae Sot, una piccola cittadina thailandese al confine con Birmania. Il fiume Moei è il confine naturale che, in questa zona, divide Thailandia e Myanmar. In questi giorni, il ponte “Friendship Bridge”, che collega Mae Sot alla Birmania, è aperto, solo in entrata, con permessi di durata giornaliera. Abbiamo trascorso un paio di giorni a Mae Sot, giusto il tempo per organizzarci e comprare le cose necessarie per entrare nella giungla. Poi, percorrendo per alcune ore una parte della “strada della morte”, abbiamo attraversato illegalmente il confine e siamo entrati nei territori controllati dai Karen. Il villaggio di Ookray Khee è un posto incontaminato dal virus moderno, la natura che lo circonda è qualcosa di incantevole come lo è la forza di volontà di ogni volontario dell’esercito di liberazione. Dopo una colazione veloce fatta con un caffè americano, siamo pronti per partire alla ricerca di una fonte per riuscire a portare l’acqua sia al campo militare che al villaggio. Un soldato è intento ad intercettare via radio le conversazioni dell’esercito birmano per monitorare i loro spostamenti; la situazione sembra tranquilla e, scortati da una diecina di volontari Karen, ci mettiamo in marcia nelle colline vicino al villaggio. In ogni momento la situazione potrebbe cambiare e potremmo essere attaccati dai pattugliamenti birmani. Il conflitto del popolo Karen è, di fatto, il conflitto più lungo al mondo; dal 1949 nei territori della Birmania Orientale è in atto una sanguinosa guerra che la giunta militare birmana conduce contro questa etnia. Il governo di Rangoon si arricchisce grazie agli ottimi rapporti con le lobby economiche planetarie e grazie al narcotraffico. Intanto, il popolo Karen, prosegue la sua difficile vita senza cedere un passo nei numerosi villaggi tra le montagne impervie della giungla e combattendo per ottenere ciò che gli era stato promesso alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto delle proprie tradizioni e identità. La Birmania, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, con il governo post-coloniale guidato da Aung San, aveva firmato, in accordo con i capi della comunità Shan, Chin, Kachin e di altre etnie, il Trattato di Planglong che offriva a ciascun gruppo etnico la possibilità di scegliere, in dieci anni, il proprio destino politico. Ma dopo un colpo di stato, con l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare di stampo socialista del generale Ne Win. Stiamo marciando, a rompere il silenzio sono solo i rumori dei nostri scarponi e della natura che ci circonda. Davanti a noi ci sono i volontari della KNLA che controllano il percorso, dove potrebbe nascondersi qualche mina. Bisogna fare massima attenzione. Camminiamo per qualche ora su e giù per le colline e riusciamo a trovare diverse fonti che, grazie al nuovo progetto di Popoli, serviranno a portare l’acqua nel villaggio di Ookray Khee. Nelle prime ore del pomeriggio, facciamo ritorno, alcuni soldati della KNLA stanno cucinando la cena. Gli odori sono intensi, quasi tutto viene cucinato con del peperoncino fortissimo. Approfitto del tempo libero per passare un po’ di tempo con i bambini del villaggio. Sono bambini dolcissimi e incuriositi nel vedermi con la macchina fotografica in mano, gli faccio vedere alcune foto che gli ho appena scattato. Sorridono. Si è fatta sera, le porte di Ookray Khee vengono chiuse, i militari si radunano nel piazzale del campo militare dove, il Colonnello Nerdah Mya, gli comunica la parola d’ordine per far rientrare i soldati che sono usciti in pattuglia. Ormai è buio e, dopo la cena, ci riuniamo su un tavolo per scambiare quattro chiacchiere prima di andare a dormire. Mentre mi infilo nel mio sacco a pelo, prima di chiudere gli occhi, penso alla straordinaria forza di volontà dei combattenti Karen che sono determinati alla lotta per la loro la libertà.
Di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6305%3Areportage-con-letnia-karen-che-da-oltre-60-anni-e-in-lotta-contro-il-regime-birmano&catid=49%3Aspeciale&Itemid=145
venerdì 23 dicembre 2011
Bolivia: McDonald’s chiude tutto per disinteresse clienti
Bolivia – Dopo 14 anni nel paese sudamericano, McDonald’s chiude. Nonostante tutte le campagne pubblicitarie, la McDonald’s e’ stata costretta a chiudere anche gli otto ristoranti che erano rimasti aperti nelle tre principali citta’: La Paz, Cochabamba e Santa Cruz de la Sierra.
Bolivia e’ il primo paese latinoamericano che restera’ senza la catena McDonald’s. Il primo paese al mondo in cui l’azienda McDonald’s chiude per avere il bilancio in rosso da oltre un decennio.
L’impatto per i manager “creativi” e il marketing e’ stato cosi’ forte che e’ stato girato un video documentario dal titolo “Perche’ McDonald’s ha fallito in Bolivia“, nel quale i vertici della catena statunitense, cercano di spiegare in qualche modo le ragioni che hanno portato i boliviani a preferire “las empanadas” (pane di farina o mais con ripieno dentro) agli hamburger Made in USA.
Il video documentario include interviste a cuochi, sociologi, nutrizionisti, educatori, storici e altro ancora, dove tutti concordano su un fatto generale: il rifiuto non e’ verso l’hamburger e neanche al suo gusto, il rifiuto e’ nella mente di tutti i boliviani. Tutto dimostra che il “fast food” e’ letteralmente l’opposto della concezione che ha un boliviano nel preparare il mangiare.
In Bolivia, il cibo per essere buono, ha bisogno, oltre al gusto, di essere preparato con molta piu’ attenzione, e con tempi di preparazione molto piu’ lunghi. Questa e’ la qualita’ che un consumatore, in Bolivia, necessita per il mangiare che andra’ a finire nel suo stomaco. Il video documentario si conclude dicendo che la cucina “Fast food” non e’ adatta per queste persone.
http://notiziefresche.info/bolivia-mcdonalds-chiude-tutto-per-disinteresse-clienti_post-144766/
martedì 20 dicembre 2011
NATALE SOLARE E ANNO NUOVO
Vi sono riti e feste, sussistenti ormai quasi solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure.
Tali sono, ad esempio, le ricorrenze che come Natale e anno nuovo rivestono oggi prevalentemente il carattere di una festa familiare borghese, mentre esse sono ritrovabili già nella preistoria e in molti popoli con un ben diverso sfondo, compenetrante da un significato cosmico e universale.
Di solito, passa inosservato il fatto che la data del Natale non è convenzionale e dovuta solo ad una particolare tradizione religiosa, ma è determinata da una situazione astronomica precisa: è la data del solstizio d’inverno. E proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo, la festa corrispondente. Si tratta, tuttavia, di un significato che ebbe forte rilievo soprattutto in quei progenitori delle razze indoeuropee, la cui patria originaria si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale.
In una natura, minacciata dal gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole dell’anno doveva avere un’ importanza particolare, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo distinguerà da tutti gli altri punti del corso annuale del sole. Infatti, nel solstizio d’inverno, il sole, essendo giunto nel punto più basso dell’ eclittica, la luce sembra spegnersi, abbandonare le terre, scendere nell’abisso, mentre ecco che invece essa di nuovo si riprende, si rialza e risplende quasi come in una rinascita. Un tale punto valse, perciò, nei primordi, come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare.
Nel simbolismo primordiale il segno del sole come “Vita”, “Luce delle Terre”, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sole muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno a conferirgli il carattere di un “mistero”. In esso la forza solare discende nella “Terra”, nelle “Acque”, nel “Monte”, (ciò in cui, nel punto più basso del suo corso, il sole sembra immergersi), per ritrovare nuova vita. Nel suo rialzarsi il suo segno si confonde sia con quello dell’ ”albero” che sorge (l’ “albero della vita”, la cui radice è nell’abisso), sia dell’ “Uomo cosmico con le braccia alzate”, simbolo di resurrezione. Con ciò prende anche inizio un nuovo ciclo, l’ “anno nuovo”, la “Nuova Luce”.
Per questo, la data in quistione sembra aver coinciso anche con quella dell’inizio dell’anno nuovo (del capodanno). Questa è la tesi, fra l’altro, di un ardito studioso dell’alta preistoria nordico-atlantica, H. Wirth. Al segno del solstizio, del natale solare, avrebbero fatto seguito quelli della cosiddetta “serie sacra”, che scandiva i diversi periodi dell’anno.
E’ da notare che anche Roma antica conobbe un “natale solare”: proprio nella stessa data, ripresa dal cristianesimo del 24-25 dicembre essa celebrò il Natalis invicti, o Natalis Solis invicti (natale del Sole invincibile). In ciò si fece valere l’influenza dell’antica tradizione irànica, da tramite avendo fatto il mithracismo, la religione cara ai legionari romani, che, per un certo periodo, si disputò col cristianesimo il dominio spirituale dell’ Occidente. E qui si hanno interessanti implicazioni, estendendosi fino ad una concezione mistica della vittoria e dell’Imperium. Come invincibile vale il sole per il suo ricorrente trionfare sulle tenebre. E tale invincibilità, nell’antico Iran, fu trasferita ad una forza dell’alto, al cosiddetto “hvareno”. Proprio al sole e ad altre entità celesti, questo “hvareno” scenderebbe sui sovrani e sui capi, rendendoli parimenti invincibili e facendo sì che i loro soggetti in essi vedessero uomini che erano più che semplici mortali.
Ed anche questa particolare concezione prese piede nella Roma imperiale, tanto che sulle sue monete spesso ci si riferisce al “sole invincibile”, e che gli attributi della forza mistica di vittoria dinanzi accennata si confusero non di rado con quelli dell’Imperatore.
Tornando al “natale solare” delle origini, si potrebbero rilevare particolari corrispondenze in ciò che ne è sopravvissuto come vestigia, nelle consuetudini della festa moderna. Fra l’altro, una eco offuscata è lo stesso uso popolare di accendere sul tradizionale albero delle luci nella notte di Natale. L’albero, come abbiamo visto, valeva, infatti, come un simbolo della resurrezione della Luce di là dalla minaccia della notte: donde anche le luci da accendere in esso. Anche i doni che il Natale porta ai bambini (spesso appesi, tali doni, all’Albero illuminato) costituiscono una eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, il “figlio”, dà agli uomini. Dono, da intendersi in un senso sia materiale, sia spirituale, il convergere dei due significati essendo una conseguenza dell’accennata situazione dell’alta preistoria, per via della quale il rialzarsi della luce valse come una liberazione dall’incubo di una gelida notte per la terra e per la vita degli uomini. Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe una strada sbagliata chi volesse vedere, qui, una interpretazione degradante, tale da trascurare il significato religioso e spirituale che il Natale da noi conosciuto, riportandolo all’eredità di una religione naturalistica e, per ciò stesso, primitiva e superstiziosa. Si tratta, invece, di un ampliamento degli orizzonti e dell’integrazione di alcuni significati fondamentali in uno sfondo cosmico.
D’altronde, una “religione naturalistica” vera e propria non è mai esistita, se non nella incomprensione e nella fantasia di una certa scuola di storia delle religioni in auge nel secolo scorso ma ormai del tutto discreditata. Oppure è esistita in qualche tribù di selvaggi tra i più primitivi. L’uomo delle origini di una certa levatura non “adorò” mai i fenomeni e le forze della natura semplicemente come tali, egli li adorò solo in quanto, e per quel tanto, che essi valevano per lui come delle “teofanie” e delle “ierofanie”, vale a dire come manifestazioni del sacro, del divino in genere.
Come un noto storico contemporaneo delle religioni ha detto efficacemente, la natura per lui non era mai “naturale”. Essa, nell’insieme dei suoi fenomeni e dei suoi aspetti – sole, astri, anno, luce, cielo, acque, ecc. – rimandava ad “altro”; direttamente, e non per una interpretazione artificiosa, essa presentava per lui, i caratteri di un “simbolo sensibile del soprasensibile”, per usare le parole di Olimpiodoro. Già un Aristotele, aveva accusato coloro che pensavano che le entità del cielo, che figuravano in diversi culti antichi, fossero quali le poteva vedere “un bestiame bovino al pascolo”.
Una volta riconosciuto ciò, è evidente che la conoscenza dell’accennata “preistoria”, dell’arcaicità e della relativa universalità di quel che corrisponde alle feste di fin dell’anno non equivale per nulla a ricondurre il superiore all’inferiore e al profano. Al contrario, semmai, perché, spesso, si è riportati ad una spiritualità della quale era espressione la stessa lingua delle cose; a miti, che pur assumendo come base i fenomeni della natura, si indirizzavano all’interiorità umana. Un mondo di una primordiale grandezza non chiuso in una particolare credenza, che doveva offuscarsi quando quel che vi corrispose assunse un carattere puramente soggettivo e privato, sussistendo soltanto sotto le specie di feste convenute del calendario borghese che valgono soprattutto perché si tratta di giorni in cui si è dispensati dal lavorare e che al massimo offrono occasioni di socievolezza e di divertimento nella “civiltà dei consumi”.
J. Evola
venerdì 16 dicembre 2011
La mU.S.A. del terrore di Marco Managò.
(ASI) “In questo teatro dalla regia occulta (il terrore ndr) ci muoviamo noi cittadini divenuti ormai delle marionette nelle mani di false democrazie, e ad orchestrare l’allarmismo a carattere mondiale ricorre quasi sempre la stessa mano, quella degli Stati uniti e dei grandi gruppi di potere”.
Si vis pace para bellum, sostenevano quei fini oratori che erano gli antichi romani.
La fine del mondo classico ha però cambiato questo assunto ed ha fatto sì che i potenti di turno anziché perdere tempo in lunghi preparativi abbiano iniziato ad usare l’arma del terrore preventivo per tenere sotto scacco gli altri e mantenere le posizioni di potere acquisite.
Ripercorre in modo quanto mai completo ed esaustivo l’evolversi di questo stato di cose il giornalista Marco Managò nel suo ultimo saggio, edito dalla Sankara, dal titolo “La mU.S.A. del terrore – origini, sviluppi, strategie e processi dell’allarmismo reale e indotto”.
Nel suo libro lo scrittore romano analizza questo fenomeno a 360 gradi, dando la giusta importanza anche a tutti gli allarmismi creati ad arte, anche quelli a prima vista secondari, come quello alimentare o quello informatico, senza trascurare il ruolo e l’evoluzione storica di questo fenomeno dai tempi antichi a quelli moderni passando per il terrore giacobino e quello russo.
Il libro si divide infatti in due parti distinte ma ovviamente legate tra loro: nella prima, introduttiva, si illustra la storia del terrore, con la connessione tra religione e superstizione; nella seconda invece si parte dal caso italiano e si allarga sempre più l’orizzonte; in questo modo l’autore porta avanti la propria tesi volta a dimostrare come gli Usa siano diventati i grandi protagonisti dello sfruttamento del terrore per il proprio tornaconto.
Oggi però il terrore, rispetto al passato, è più subdolo e pericoloso visto che abitualmente chi detiene il potere, mediatico o politico che sia, sovente lo utilizza per diffondere paura nella popolazione e riuscire così a mantenere le proprie posizioni. Classico esempio il terrore del nucleare, abilmente agitato per i propri scopi dalle grandi potenze.
Gli Usa, unico paese al mondo ad aver utilizzato la bomba atomica su una popolazione civile seminando non poco terrore, ed Israele, uno stato che possiede testate nucleari, minacciano quasi quotidianamente l’Iran colpevole di voler portare avanti lo sviluppo di energia nucleare a scopi civili, in questo modo si inculca nella mente delle popolazioni quasi l’esistenza di un nucleare buono, quelle delle “democrazie” e quello cattivo degli “stati canaglia”.
Secoli di terrore abilmente inculcato nelle menti umani hanno ormai manipolato e condizionato il nostro modo di pensare e sfuggire alle tante paure che ci circondano diventa sempre più complicato, ma è indubbio che il sapere, anche e soprattutto attraverso libri come questo, possono fornire una valida difesa alla politica del terrore imposto.
Marco Managò “La mU.S.A del terrore – Origini, sviluppi, strategie e processi dell’allarmismo reale e indotto” Sankara edizioni 130 pagine, €8,00
di Fabrizio Di Ernesto,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6175%3Ala-musa-del-terrore-di-marco-manago&catid=3%3Apolitica-estera&Itemid=35
giovedì 15 dicembre 2011
Lorenzo Contucci: “non si può costringere il tifoso a sottoscrivere una carta di credito”
In pratica, con la decisione del Consiglio di Stato, cosa è accaduto?
E’ accaduto quel che dicevamo da sempre: non si può costringere il tifoso, giocando sulle sue passioni, a sottoscrivere una carta di credito. E’ una pratica commerciale scorretta e Codacons con Federsupporter hanno fatto bene ad insistere sul punto. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che il tifoso, pur di seguire la sua squadra, potrebbe accettare una carta che – se libero di scegliere – non sottoscriverebbe.
Il Tar deve riunirsi di nuovo per discutere nel merito il ricorso presentato da Codacons e Federsupporter. Cosa potrebbe succedere se ci fosse realmente l’illegittimità denunciata dai due enti?
Le società dovrebbero consentire di fare una tessera del tifoso che non sia necessariamente carta di credito. Ciò svuoterebbe di contenuto la vera ragione per cui la tessera è stata introdotta: un modo di far soldi speculando sulla passione del tifoso.
I tifosi potrebbero davvero tornare ad affollare i settori ospiti degli stadi?
Lo auspico. Gli stadi italiani sono una tristezza e i tifosi in trasferta non vanno più. Perché questo avvenga è necessaria la modifica dell’art. 9.
Anche nel suo sito, invita a riflettere non tanto sulla tessera del tifoso, ma sull’articolo 9 che viene applicato a prescindere dalla tessera del tifoso, sui singoli biglietti. Cosa significa?
Significa che già quando acquisto un singolo biglietto, la Questura controlla se ho il diritto di accedere in uno stadio. E ciò rende la tessera inutile. Ciò che ora chiedono i tifosi è di rivedere l’art. 9 della legeg Amato, che attualmente vieta a vita la possibilità per una persona che ha scontato la sua condanna per reati da stadio, anche minimali, di avere un biglietto per qualsiasi manifestazione sportiva, anche di hockey su prato, per tutta la vita.
Intervista di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6158:lorenzo-contucci-non-si-puo-costringere-il-tifoso-a-sottoscrivere-una-carta-di-credito&catid=16:italia&Itemid=39
lunedì 12 dicembre 2011
Catastrofe in Occidente? Impariamo dagli indigeni delle Isole Andemane
Questa settimana voglio raccontare degli indigeni delle Isole Andamane. Che c’importa di costoro, dirà il lettore, nel momento in cui l’Occidente attraversa una crisi che potrebbe farlo crollare da un momento all’altro? Ci può interessare come utile confronto con una comunità che ha preso una strada opposta alla nostra.
Le Andamane sono divise in due parti. Una turisticizzata, «civilizzata», con tutto ciò che ne consegue. In altre, poche, isole vivono indigeni che non hanno mai voluto integrarsi, scientemente, nel modello egemone. Appartengono alla categoria, ormai in via di estinzione, di quei popoli che noi chiamiamo presuntuosamente «primitivi» e i tedeschi, più correttamente "naturvolker" (popoli della Natura). Questi andamanensi non sono affatto scorbutici, semplicemente non vogliono che qualche rompiscatole arrivi con la pretesa di cambiare i loro equilibri millenari. I pochi che sono riusciti ad avvicinarli li descrivono «sereni, allegri, socievoli, miti» e, poiché le loro donne hanno natiche belle e protuberanti, con una certa predilezione per gli scherzi osceni, che a me è sempre sembrato un segno di buona salute.
Durante lo tsunami del 2004 le Isole Andamane erano, dopo Sumatra, le più vicine all’epicentro del maremoto. In quelle «civilizzate» c’è stata la consueta strage, le altre non hanno avuto né un morto né un ferito. Quando un elicottero dell’esercito indiano (formalmente dipendono da New Dehli) sorvolò le loro isole per vedere cos’era successo trovò gli indigeni seduti in cerchio sulla spiaggia che suonavano e cantavano. Per buona misura l’elicottero fu preso a frecciate perché si togliesse di torno. Il fatto è che gli andamanensi conoscono il mare, lo sanno guardare ancora con occhi umani, ascoltare con orecchie umane, sentire con cuore umano e non hanno bisogno di sofisticate apparecchiature per capirlo e per capire la natura. Hanno conservato quegli istinti che noi, completamente in balia della tecnologia, abbiamo perduto. Hanno compreso che qualcosa non andava quattro o cinque ore prima che il mare, che appariva tranquillissimo, si ritirasse. Si era fatto un improvviso, impressionante, silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare, le antilopi avevano drizzato le orecchie e dopo un attimo tutti gli animali correvano verso le colline. Probabilmente quel silenzio si era creato anche sulle altre coste colpite dallo tsunami ma c’era troppo fracasso perché chi vi si trovava in quel momento potesse sentirlo. E anche quando il mare cominciò a ritirarsi nessuno tra i bagnanti, completamente instupiditi, e non solo gli occidentali ma nemmeno gli indigeni, a tal punto li abbiamo ibridati, capì che se il mare si ritrae, e non per un fenomeno conosciuto, c’è da aspettarsi una formidabile onda di ritorno. Rimasero tutti inebetiti a guardare i granchi e gli altri animaletti che l’acqua che rifluiva aveva scoperto.
Gli andamanensi hanno anche un’altra caratteristica singolare. Secondo Mircea Eliade (rumeno), il più grande studioso delle religioni, sono l’unico popolo al mondo che non ha né un dio né un culto. Per la verità in tempi remotissimi un dio ce l’avevano, si chiamava Peluga. Ma si accorsero ben presto che non si occupava affatto di loro e finirono per dimenticarselo. Ciò non gli ha impedito di vivere sereni per millenni come tutt’ora vivono mentre il resto del mondo trema (a loro dello spread, del futsi mib, del downgrading non può fregar di meno). E quando il mondo dell’industria e del denaro crollerà, implodendo su se stesso, saranno probabilmente fra i pochissimi a salvarsi. Anche questo dovrebbe indurci a qualche riflessione.
Di Massimo Fini,
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41482
domenica 11 dicembre 2011
Tav, i manifestanti: “Una pioggia di lacrimogeni Hanno colpito gente inerme”
Bisogna salire il sentiero alle undici del mattino, fra i pioppi, le vigne e i castagni, per capire quale sarà la musica della giornata. Nessuno slogan, neanche un coro. Solo passi in fila indiana sulle foglie secche e un silenzio pesante, quasi funereo. Mentre i caschi da motociclista ciondolano appesi alle cinture.
Stanno andando ad attaccare le reti del cantiere. Nonostante il divieto di avvicinarsi firmato dal prefetto di Torino. Nei giorni scorsi hanno chiamato questa iniziativa in tanti modi. Girotondo. Assedio. Logoramento delle forze di occupazione. Adesso sono in mille, tirano fuori dagli zaini panini, cioccolata e pasta fredda. Si accampano con le facce al sole. Un’ora, non di più. Poi Lele Rizzo del centro sociale Askatasuna, uno dei portavoce del comitato No Tav, spiega al megafono il programma della giornata: «Dobbiamo fare pressione, avere coraggio, essere coordinati. Avviciniamoci tutti alle reti. A un segnale preciso, proveremo a fare qualcosa di più…». Applauso.
I pochi sorrisi si spengono in faccia. È il momento della vestizione. Maschere antigas, occhialini da nuoto, cappucci, foulard, sciarpe alte sulla bocca e limoni in tasca. Di colpo, telecamere e macchine fotografiche non sono più gradite. È chiaro a tutti, in quel momento, che si sta per passare il confine della legalità.
Adesso si sparpagliano lungo il perimetro del cantiere. Un gruppo di cento – molti ragazzi del Veneto e di Milano – si inerpica per un sentiero ripidissimo. Vogliono raggiungere le recinzioni sul versante opposto, nella zona dove sono posteggiati i mezzi delle forze dell’ordine. Ma appena spuntano in cima al costone, piovono i primi lacrimogeni. Grappoli dal cielo. La nebbia urticante nel chiaroscuro del bosco, fiammate fra le sterpaglie. I ragazzi con i caschi raccolgono le cartucce, provano a spegnerle, sopra c’è scritto: «Calibro 40 a frammentazione, lacrimogeno al CS». Urlano: «Ci stanno gasando!». Chi è senza maschera, sputa, piange e scappa. Una signora bionda si accascia contro il tronco di un albero, in preda a un attacco di tachicardia. Due squadre di poliziotti si avvicinano a passo di marcia. Mentre il fumo biancastro si diffonde ovunque.
Stefano Rogliatti è un cameraman della Rai, ha appena filmato un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Ha colpito un ragazzo che voleva spegnere un principio di incendio, lo portano via a braccia. Ora Rogliatti vuole documentare la distanza che ancora rimane prima dalla recinzione del cantiere. Incrocia dieci poliziotti su un sentiero alto. Urla tre volte: «Sono della Rai!». Ma viene colpito da una pietra al polso che arriva dalla parte degli agenti. A quel punto volano pietre in tutte le direzioni e i manifestanti cercano di centrare gli agenti. Alcuni vigili del fuoco portano gli estintori per spegnere i focolai. Si sentono urla e insulti. La radio della polizia gracchia un nuovo ordine nel bosco: «Basta con i lacrimogeni».
Giù, vicino al cantiere, la situazione non è migliore. Un gruppo di ragazzi incappucciati prova a tagliare le reti. Qualcuno lancia una bomba carta. La polizia risponde con gli idranti. Poi ancora lacrimogeni. Cadono dal viadotto dell’autostrada, filano dallo schieramento a guardia della recinzione. Ed è in quel parapiglia di urla, maledizioni e paura, che incrociamo Yuri, 16 anni, di Venaus. Lo sorreggono due amiche. Ha l’occhio sinistro tumefatto, vomita e sta per svenire. Un ragazzo, vicino a lui, grida: «Gli hanno sparato un lacrimogeno in faccia, aiutateci, abbiamo bisogno di un’autoambulanza». Arriva un altro ferito. Si chiama Ruggero Martorana, 19 anni, scappando si è spaccato la caviglia. Urla, le ossa del piede formano una specie di zeta. Lo stendono, lo soccorrono. Mentre contano altri quattro feriti più lievi.
Yuri sta male, ha le vertigini. Non riesce a parlare. Le sue amiche piangono di rabbia. Chiedono di passare. Lo portano verso l’autostrada. Suo fratello gli sta sempre accanto. Dopo un’ora, finalmente, lo caricano su un’autoambulanza della polizia.
Di, NICCOLÒ ZANCAN
Inviato a Chiomonte (TO), La Stampa
venerdì 9 dicembre 2011
La Clinton in Birmania stringe la mano al capo degli stupratori.
A pranzo con i tiranni, a cena con i perseguitati. La visita di Hillary Clinton in Birmania, la prima di un segretario di stato americano dal 1955 è un ossimoro della geopolitica, un salto tra gli opposti, un viaggio dall’Olimpo della tirannia, al desco della democrazia.
Difficile definire diversamente una missione aperta la mattina dalle strette di mano con Thein Sein, il generale fattosi presidente, e conclusa ieri sera dalla semplice cena a due con Aung San Suu Kyi, la paladina della democrazia prigioniera del regime per 15 degli ultimi 21 anni. Un viaggio dalla notte al giorno, un viaggio di cui si stentano a comprendere motivazioni e obbiettivi.
A guidare Hillary nei misteri di Naypidaw, la capitale fortezza creata dal nulla nel cuore della giungla sei anni fa, non è certo l’entusiasmo per le riforme. Nelle segrete del regime, dopo la strombazzata liberazione di 300 attivisti, languono più di mille prigionieri. Le elezioni dell’agosto 2010 sono state una ben organizzata finzione inscenata per consentire ai capi della giunta militare una discreta ritirata dietro le quinte e preparar l’avvento di una classe di potere meno compromessa. Ai quattro angoli del paese i militari continuano indisturbate le operazioni di pulizia etnica ai danni di Kachin, Karen, Shan e tutte le altre miriadi di minoranze che da sessant’anni reclamano qualche autonomia.
Agli orrori consueti di una guerra condotta bruciando villaggi e uccidendone o deportandone le popolazioni s’è aggiunto da qualche mese, come denuncia Human Right Watch, l’inedito orrore degli stupri di massa. Le violenze sistematiche contro le donne, iniziate nei territori dell’etnia Kachin, si sono progressivamente estese anche alle zone degli Shan e dei Karen facendo temere l’utilizzo su larga scala di quella che anche Aung San Suu Kyi definisce una «nuova arma da guerra».
Non a caso Hillary Clinton dopo aver stretto la mano al presidente Thein Sein e alla sua corte di ministri e generali ricorda che «anche un solo prigioniero politico è troppo».
Non a caso sottolinea che la Birmania è solo all’inizio di un lungo cammino. «Le misure attuate sono sicuramente senza precedenti e benvenute, ma sono solo il principio. Al momento non pensiamo certo di togliere le sanzioni perché permangono le preoccupazioni nei confronti di un processo politico che deve ancora cambiare».
Dunque che bisogno c’era di andare in Birmania? L’America non poteva incominciare con una visita di più basso profilo? Certo la cena di Hillary, immagine al femminile di Washington, con Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e paladina della democrazia è altamente evocativa, ma basta a giustificare l’apertura? Forse no e allora a pensar male si rischia d’azzeccarci.
Ma anche sul fronte del cinismo politico le congetture si rivelano un salto fra due sponde opposte con un solo comune denominatore chiamato Cina.
Per alcuni il drammatico riavvicinamento è un contentino a Pechino. Secondo questa interpretazione il viaggio di Hillary non legittima solo i nuovi capi birmani, ma anche la grande madrina cinese accusata da due decenni di concedere protezione politica ai generali di Rangoon per sfruttare in regime di assoluto monopolio le immense ricchezze del paese.
Un monopolio esercitato saccheggiando gas, legnami pregiati e pietre preziose e ripagandoli con manodopera e manufatti di scarso valore. In cambio di questa indiretta legittimazione americana la Cina avrebbe garantito a Washington un via libera in ambito Onu all’intervento in Siria o a nuove durissime sanzioni all’Iran.
Secondo altre interpretazioni il vero motivo della visita è, invece, esattamente l’opposto. Aprendo le braccia alla Birmania e ai suoi generali gli Stati Uniti cercano nuovi spazi in Asia nel disperato tentativo di contenere l’inarrestabile e debordante potenza del grande nemico cinese.
Di Gian Micalessin
http://www.ilgiornale.it/esteri/la_clinton_birmania_stringe_mano_capo_stupratori/02-12-2011/articolo-id=560043-page=0-comments=1
Birmania, una terra dove il tempo si è fermato. E dove i Karen lottano ancora.
Giornalista freelance collaboratore de Il Sito di Perugia e di Agenzia Stampa Italia, Fabio Polese è da anni impegnato nel sociale insieme alla Comunità Solidarista Popoli. In questa duplice veste – di giornalista e di volontario – si è più volte recato in Birmania, l’attuale Myanmar, per sostenere il popolo Karen. Il suo ultimo viaggio nel Sud Est asiatico è ancora in corso: Fabio sta svolgendo la sua attività umanitaria corredandola con un diario e con un reportage fotografico (anche la foto qui proposta è di questi giorni, le altre potete richiederle contattando Polese all’indirizzo info@fabiopolese.it). Malgrado la distanza e le non facili comunicazioni, siamo riusciti a rivolgergli qualche domanda sul suo difficoltoso viaggio attraverso un paese affascinante e antimoderno. Che, a quanto racconta Fabio, ha molto da insegnarci.
Perché questa passione per la Birmania? Cosa ti spinge ad affrontare un viaggio lungo, dispendioso e non privo di pericoli?
Ho iniziato ad interessarmi della Birmania perché sono sempre stato affascinato dalle popolazioni che sono in lotta per il mantenimento della propria cultura e identità. In particolar modo sono rimasto molto colpito dal popolo Karen che combatte incessantemente dal 1949, quando il Trattato di Panglong, che avrebbe dovuto garantire l’autonomia delle varie etnie, non fu rispettato. Sono stato subito affascinato dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come la tradizione, la terra, gli antenati e la voglia di libertà. Ho deciso così di prendere un aereo e partire per conoscere di persona quello che fino a prima avevo solo potuto leggere ed immaginare. Poi tutto il resto è venuto da sé. Quando si ha la fortuna di conoscere i bambini dei villaggi o i volontari dell’Esercito di Liberazione Karen, le altre cose passano in secondo piano. Dieci giorni dentro Kaw Thoo Lei(la terra senza peccato), riescono a darti emozioni che difficilmente si possono spiegare ma che sicuramente ripagano il tutto il resto.
Qual è la situazione attuale della Birmania? Quanto è diversa la realtà Birmana dall’immagine che se ne ha in Occidente?
Molto probabilmente, se pensiamo alla Birmania, la prima cosa che ci viene in mente è il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Oppure, per gli amanti dei viaggi, può venire in mente quello che le agenzie turistiche nostrane mostrano nei propri depliant: l’immagine magica di un paese congelato nel tempo con ancestrali culture non contaminate dal mondo moderno, monaci buddisti e mille pagode. Purtroppo, la Birmania, non è solo questo. Il governo di Rangoon è retto da una giunta militare secondo quella che loro chiamano “la via birmana al socialismo” ma, oltre al sostegno che ottengono dalla Cina, basano buona parte del bilancio statale sugli accordi milionari ottenuti da multinazionali occidentali. Sono forti i rapporti anche con la Russia, la Corea e la Thailandia. Soprattutto nel settore energetico. La Repubblica Popolare Cinese – tra falce e capitale – è interessata ai ricchi giacimenti di gas, ai porti sull’Oceano Indiano, agli oleodotti verso lo Yunnan, ma anche a un mercato strategico nei mari del sud-est asiatico per le proprie merci. Il tutto è reso ancora più “attraente” dal fatto che la Birmania si trova nel “triangolo d’oro” ed è tra le principali produttrici di stupefacenti del mondo. Nelle raffinerie e nei laboratori che stanno nelle zone controllate dai militari della giunta, vengono prodotte ogni anno tonnellate di anfetamina e di eroina. In questo contesto geostrategico ed economico, molte delle diverse etnie che compongono il mosaico birmano sono costantemente chiamate ad imbracciare le armi per difendere i propri figli dalla brutalità degli attacchi dell’esercito regolare e per mantenere le proprie specificità di popolo. Proprio in questi giorni è previsto l’arrivo, dopo più di cinquant’anni, del segretario di stato Hillary Clinton per “incoraggiare” le presunte riforme democratiche che il Myanmar sembrerebbe portare avanti con il presidente Thein Sein. Il governo birmano, però, mentre annuncia negoziati per un cessate il fuoco, rinforza gli avamposti nelle vicinanze dei villaggi Karen. Insomma, la posta in gioco per il futuro del Myanmar è più alta che mai e i numerosi investimenti stranieri che ammontano a diversi miliardi di euro ogni anno, potrebbero essere fondamentali per il futuro politico del paese e per la libertà delle diverse etnie.
Cosa provi nello stare a contatto con i Karen?
E’ davvero difficile cercare di trasmettere almeno un po’ dell’emozioni che si provano a stare a stretto contatto con i Karen. E credo sia anche difficile da far percepire nel “civilizzato” occidente, dove siamo abituati quasi esclusivamente al culto del superfluo. Lì tutto diventa ancestrale. I giorni vengono scanditi solamente dalla luce e dal buio e anche le piccole cose quotidiane hanno un sapore speciale. L’atmosfera, la calma, il cielo che sembra possibile sfiorare con un dito e la fortissima indole di questo popolo, determinato alla lotta per la libertà, riescono a farmi vivere davvero e sono una speranza affinché anche da noi ci possa essere un ritorno alla visione più tradizionale della società.
Quale sarà la tua prossima iniziativa con Popoli?
Spero di riuscire ad organizzare una mostra fotografica di questa missione, magari con il patrocinio del Comune di Perugia, per sensibilizzare la lotta Karen e per raccogliere fondi fondamentali affinché i progetti per aiutare la popolazione, aumentino sempre di più. La Comunità Solidarista Popoli ha dato inizio ad un impegno che non può essere interrotto; molta gente Karen ottiene fondamentali cure sanitarie soltanto grazie al nostro intervento e molti bambini riescono a studiare perché “Popoli” è riuscita a finanziare, in diversi villaggi, delle scuole. Inoltre, proprio nell’ultima missione di novembre, sono state allargate le attività nel distretto di Dooplaya, zona Karen al confine con la Thailandia, con un nuovo progetto per la piantagione di campi di riso che serviranno per soddisfare diversi villaggi, la costruzione di un pozzo che permette l’arrivo dell’acqua nel villaggio di Ookray Khee e il mantenimento della scuola del villaggio di Kaw Hser che conta ben 150 bambini. Sempre “Popoli”, in collaborazione con l’Associazione Orfani Palestinesi, sta adottando piccoli orfani palestinesi che si trovano nei campi profughi in Libano. Chi vuole aiutarci, può contattarci ainfo@comunitapopoli.org, con la garanzia che tutto il denaro raccolto finisce direttamente nei progetti, dal momento che tutti i membri della Comunità Solidarista sono volontari al cento per cento e nessuno di noi percepisce uno stipendio.
Intervista di Leonardo Varasano, http://www.ilsitodiperugia.it/content/316-birmania-una-terra-dove-il-tempo-si-%C3%A8-fermato-e-dove-i-karen-lottano-ancora
Vi sono riti e feste, sussistenti ormai quasi solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure.