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giovedì 15 dicembre 2011

Lorenzo Contucci: “non si può costringere il tifoso a sottoscrivere una carta di credito”

(ASI) Ieri il Consiglio di Stato ha bocciato l’abbinamento della tessera del tifoso con le carte bancarie. Agenzia Stampa Italia ha contattato l’Avvocato Lorenzo Contucci che da tempo si occupa della tessera del tifoso.


In pratica, con la decisione del Consiglio di Stato, cosa è accaduto?



E’ accaduto quel che dicevamo da sempre: non si può costringere il tifoso, giocando sulle sue passioni, a sottoscrivere una carta di credito. E’ una pratica commerciale scorretta e Codacons con Federsupporter hanno fatto bene ad insistere sul punto. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che il tifoso, pur di seguire la sua squadra, potrebbe accettare una carta che – se libero di scegliere – non sottoscriverebbe.



Il Tar deve riunirsi di nuovo per discutere nel merito il ricorso presentato da Codacons e Federsupporter. Cosa potrebbe succedere se ci fosse realmente l’illegittimità denunciata dai due enti?



Le società dovrebbero consentire di fare una tessera del tifoso che non sia necessariamente carta di credito. Ciò svuoterebbe di contenuto la vera ragione per cui la tessera è stata introdotta: un modo di far soldi speculando sulla passione del tifoso.



I tifosi potrebbero davvero tornare ad affollare i settori ospiti degli stadi?



Lo auspico. Gli stadi italiani sono una tristezza e i tifosi in trasferta non vanno più. Perché questo avvenga è necessaria la modifica dell’art. 9.



Anche nel suo sito, invita a riflettere non tanto sulla tessera del tifoso, ma sull’articolo 9 che viene applicato a prescindere dalla tessera del tifoso, sui singoli biglietti. Cosa significa?



Significa che già quando acquisto un singolo biglietto, la Questura controlla se ho il diritto di accedere in uno stadio. E ciò rende la tessera inutile. Ciò che ora chiedono i tifosi è di rivedere l’art. 9 della legeg Amato, che attualmente vieta a vita la possibilità per una persona che ha scontato la sua condanna per reati da stadio, anche minimali, di avere un biglietto per qualsiasi manifestazione sportiva, anche di hockey su prato, per tutta la vita.



Intervista di Fabio Polese,


http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6158:lorenzo-contucci-non-si-puo-costringere-il-tifoso-a-sottoscrivere-una-carta-di-credito&catid=16:italia&Itemid=39


venerdì 9 dicembre 2011

Birmania, una terra dove il tempo si è fermato. E dove i Karen lottano ancora.

Il Sito intervista Fabio Polese, giornalista free lance e volontario di Popoli


Giornalista freelance collaboratore de Il Sito di Perugia e di Agenzia Stampa Italia, Fabio Polese è da anni impegnato nel sociale insieme alla Comunità Solidarista Popoli. In questa duplice veste – di giornalista e di volontario – si è più volte recato in Birmania, l’attuale Myanmar, per sostenere il popolo Karen. Il suo ultimo viaggio nel Sud Est asiatico è ancora in corso: Fabio sta svolgendo la sua attività umanitaria corredandola con un diario e con un reportage fotografico (anche la foto qui proposta è di questi giorni, le altre potete richiederle contattando Polese all’indirizzo info@fabiopolese.it). Malgrado la distanza e le non facili comunicazioni, siamo riusciti a rivolgergli qualche domanda sul suo difficoltoso viaggio attraverso un paese affascinante e antimoderno. Che, a quanto racconta Fabio, ha molto da insegnarci.



Perché questa passione per la Birmania? Cosa ti spinge ad affrontare un viaggio lungo, dispendioso e non privo di pericoli?



Ho iniziato ad interessarmi della Birmania perché sono sempre stato affascinato dalle popolazioni che sono in lotta per il mantenimento della propria cultura e identità. In particolar modo sono rimasto molto colpito dal popolo Karen che combatte incessantemente dal 1949, quando il Trattato di Panglong, che avrebbe dovuto garantire l’autonomia delle varie etnie, non fu rispettato. Sono stato subito affascinato dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come la tradizione, la terra, gli antenati e la voglia di libertà.  Ho deciso così di prendere un aereo e partire per conoscere di persona quello che fino a prima avevo solo potuto leggere ed immaginare. Poi tutto il resto è venuto da sé. Quando si ha la fortuna di conoscere i bambini dei villaggi o i volontari dell’Esercito di Liberazione Karen, le altre cose passano in secondo piano. Dieci giorni dentro Kaw Thoo Lei(la terra senza peccato), riescono a darti emozioni che difficilmente si possono spiegare ma che sicuramente ripagano il tutto il resto.



Qual è la situazione attuale della Birmania? Quanto è diversa la realtà Birmana dall’immagine che se ne ha in Occidente?



Molto probabilmente, se pensiamo alla Birmania, la prima cosa che ci viene in mente è il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Oppure, per gli amanti dei viaggi, può venire in mente quello che le agenzie turistiche nostrane mostrano nei propri depliant: l’immagine magica di un paese congelato nel tempo con ancestrali culture non contaminate dal mondo moderno, monaci buddisti e mille pagode. Purtroppo, la Birmania, non è solo questo. Il governo di Rangoon è retto da una giunta militare secondo quella che loro chiamano “la via birmana al socialismo” ma, oltre al sostegno che ottengono dalla Cina, basano buona parte del bilancio statale sugli accordi milionari ottenuti da multinazionali occidentali. Sono forti i rapporti anche con la Russia, la Corea e la Thailandia.  Soprattutto nel settore energetico. La Repubblica Popolare Cinese – tra falce e capitale – è interessata ai ricchi giacimenti di gas, ai porti sull’Oceano Indiano, agli oleodotti verso lo Yunnan, ma anche a un mercato strategico nei mari del sud-est asiatico per le proprie merci. Il tutto è reso ancora più “attraente” dal fatto che la Birmania si trova nel “triangolo d’oro” ed è tra le principali produttrici di stupefacenti del mondo. Nelle raffinerie e nei laboratori che stanno nelle zone controllate dai militari della giunta, vengono prodotte ogni anno tonnellate di anfetamina e di eroina. In questo contesto geostrategico ed economico, molte delle diverse etnie che compongono il mosaico birmano sono costantemente chiamate ad imbracciare le armi per difendere i propri figli dalla brutalità degli attacchi dell’esercito regolare e per mantenere le proprie specificità di popolo. Proprio in questi giorni è previsto l’arrivo, dopo più di cinquant’anni, del segretario di stato Hillary Clinton per “incoraggiare” le presunte riforme democratiche che il Myanmar sembrerebbe portare avanti con il presidente Thein Sein. Il governo birmano, però, mentre annuncia negoziati per un cessate il fuoco, rinforza gli avamposti nelle vicinanze dei villaggi Karen. Insomma, la posta in gioco per il futuro del Myanmar è più alta che mai e i numerosi investimenti stranieri che ammontano a diversi miliardi di euro ogni anno, potrebbero essere fondamentali per il futuro politico del paese e per la libertà delle diverse etnie.



Cosa provi nello stare a contatto con i Karen?



E’ davvero difficile cercare di trasmettere almeno un po’ dell’emozioni che si provano a stare a stretto contatto con i Karen. E credo sia anche difficile da far percepire nel “civilizzato” occidente, dove siamo abituati quasi esclusivamente al culto del superfluo. Lì tutto diventa ancestrale. I giorni vengono scanditi solamente dalla luce e dal buio e anche le piccole cose quotidiane hanno un sapore speciale. L’atmosfera, la calma, il cielo che sembra possibile sfiorare con un dito e la fortissima indole di questo popolo, determinato alla lotta per la libertà, riescono a farmi vivere davvero e sono una speranza affinché anche da noi ci possa essere un ritorno alla visione più tradizionale della società.



Quale sarà la tua prossima iniziativa con Popoli?



Spero di riuscire ad organizzare una mostra fotografica di questa missione, magari con il patrocinio del Comune di Perugia, per sensibilizzare la lotta Karen e per raccogliere fondi fondamentali affinché i progetti per aiutare la popolazione, aumentino sempre di più. La Comunità Solidarista Popoli ha dato inizio ad un impegno che non può essere interrotto; molta gente Karen ottiene fondamentali cure sanitarie soltanto grazie al nostro intervento e molti bambini riescono a studiare perché “Popoli” è riuscita a finanziare, in diversi villaggi, delle scuole. Inoltre, proprio nell’ultima missione di novembre, sono state allargate le attività nel distretto di Dooplaya, zona Karen al confine con la Thailandia, con un nuovo progetto per la piantagione di campi di riso che serviranno per soddisfare diversi villaggi, la costruzione di un pozzo che permette l’arrivo dell’acqua nel villaggio di Ookray Khee e il mantenimento della scuola del villaggio di Kaw Hser che conta ben 150 bambini. Sempre “Popoli”, in collaborazione con l’Associazione Orfani Palestinesi, sta adottando piccoli orfani palestinesi che si trovano nei campi profughi in Libano. Chi vuole aiutarci, può contattarci ainfo@comunitapopoli.org, con la garanzia che tutto il denaro raccolto finisce direttamente nei progetti, dal momento che tutti i membri della Comunità Solidarista sono volontari al cento per cento e nessuno di noi percepisce uno stipendio.



Intervista di Leonardo Varasano, http://www.ilsitodiperugia.it/content/316-birmania-una-terra-dove-il-tempo-si-%C3%A8-fermato-e-dove-i-karen-lottano-ancora


venerdì 30 settembre 2011

La grande distribuzione manipola il nostro stile di vita


(ASI) Agenzia Stampa Italia ha contattato Saverio Pipitone, giornalista pubblicista, è autore de “La finanza etica e socialmente responsabile” edito da Inves, di “Shock Shopping, la malattia che ci consuma”, edito da Arianna Editrice, ed è coautore, insieme a Monica Di Bari, di “Schiavi del Supermercato”, uscito sempre per Arianna Editrice.





I canali dei media di massa, supportati da consistenti investimenti economici, sono in grado di decidere la natura e la veste dell’informazione. Crede che gli stessi finanziatori possano plasmare le sensibilità, i gusti e i pensieri delle persone con l’intento di creare una massa di consumatori globali?

                                                                            

Ogni giorno veniamo bombardati da decine di messaggi pubblicitari, dalla televisione ai cartelloni e da internet alla radio fino ad arrivare alle promozioni dentro i supermarket, che ci comunicano le ultime novità dei beni di consumo, ci attraggono con una frase o una bella confezione e ci dicono che quella merce è indispensabile per il nostro stile di vita.

I produttori di merci insieme alla grande distribuzione organizzata attuano continuamente strategie di marketing e fidelizzazione inducendoci a consumare sempre di più e penetrano nelle menti per persuaderci dell’esistenza di nuovi bisogni. 

Oramai siamo tutti diventati consumatori che trascorriamo la maggior parte del nostro tempo libero nei luoghi di consumo quali ipermercati, centri commerciali, outlet center, multisale e parchi divertimento.

In questi luoghi un ruolo importantissimo viene svolto dal cosiddetto “merchandising” ovvero quell’attività studiata per convincere il consumatore nel momento decisivo della scelta davanti allo scaffale con un prodotto presentato in modo attraente, da un’incantevole confezione ad un qualche particolare slogan, per stimolare il cliente negli acquisti di impulso e incrementare le performance di vendita.

Circa l’80% delle scelte di acquisto avvengono all’interno del punto vendita di cui il 60% sarebbero dettate da un impulso momentaneo e in questo caso gli addetti ai lavori parlano di “momento della verità”.Si stima che questo attimo di tempo sia di circa sette secondi in cui il consumatore, già imbottito di messaggi pubblicitari, può cambiare preferenza o marca decidendo definitivamente cosa comprare e cosa mettere dentro il carrello.





Nel suo ultimo libro, “Shock Shopping, la malattia che ci consuma”, sostiene che la grande distribuzione organizzata – GDO – è in grado di condizionare la filiera produttiva dei consumi. Quali sono le tecniche che vengono utilizzate?



La GDO occupa il penultimo anello della filiera, ma riesce ad imporre le proprie strategie verso l’alto fino al produttore e a condizionare verso il basso il comportamento del consumatore.

Il produttore viene condizionato in quanto per rifornire la GDO si deve riorganizzare in termini di produzione al fine di offrire un prodotto ad un costo sempre più basso.  Ad esempio Wal-Mart, una delle più grandi insegne distributive statunitensi, è stata la prima ad imporre ai propri fornitori di ridurre gli imballaggi delle merci e di certo non per salvaguardare l’ambiente ma per ridurre all’osso i costi di filiera avendo così la possibilità di vendere a prezzi al consumo bassi.

La stessa insegna impone poi ai fornitori di mettersi a loro carico le telefonate quando li chiama per gli ordinativi o utilizzare un apposito sistema bancario interno a Wal-Mart per effettuare le transazioni commerciali di fornitura.

Altra metodo utilizzato dalla GDO per ridurre i costi di filiera è quello di saltare alcuni passaggi di filiera come i centri agroalimentari ed andando ad acquistare con proprie piattaforme direttamente dal produttore ma con la conseguente scomparsa di tutti quegli intermediari troppo piccoli per mantenere rapporti di fornitura con la GDO.





Lo “sviluppo consumista” ci ha portato ad un passaggio obbligato: nessun contatto diretto con il produttore e assistenza omogeneizzata. Dalla piccola bottega si è passati all’enorme centro commerciale. Quali sono i punti fondamentali di questo passaggio? E quali sono i giganti della grande distribuzione in Italia?



Le forme dell’incontro commerciale tra domanda e offerta, tra produttore e consumatore, si sono negli anni evolute in funzione dei cambiamenti intervenuti negli stili di vita con la conseguente nascita di un commercio estensivo supportato nel tempo da formule distributive in continua evoluzione: dalla bottega sotto casa al supermercato per arrivare al centro commerciale dove trovare tutto sotto lo stesso tetto ed oggi vi è la presenza di giganteschi parchi commerciali dove trovare tutto sotto lo stesso cielo con decine di negozi, ipermercati, outlet, multisale, parco divertimento.

Sono state create delle strutture in cui è possibile passare intere giornate e in futuro vi si potrebbe passare anche un intero week-end.

La prima conseguenza di un siffatto fenomeno mercantilista è la trasformazione da “cittadino del centro storico” in “consumatore del centro commerciale” con un allontanamento dalla realtà per entrare in un mondo artificiale di finzione fatto di consumi indotti.

I giganti della GDO in Italia sono la COOP ed ESSELUNGA che si fanno una permanente battaglia per la conquista di nuovi spazi da sfruttare per costruire centri commerciali ed oltre alle insegne italiane vi è la massiccia presenza delle insegne estere come Carrefour, Auchan, Lidl, Ikea solo per citarne alcuni.

Tra il 1996 e il 2006 la quota di mercato della GDO in Italia è passata dal 36% al 52%, mentre quella dei piccoli negozianti è scesa dal 53% al 35%, causando da un lato la chiusura delle piccole attività locali e dall’altro un’evoluzione di complesse formule distributive conduttori di logiche capitalistiche, lavoro precario, danni ambientali e disintegrazione dei tradizionali legami comunitari.





Come è possibile che i prezzi dei prodotti che arrivano da una filiera lunga sono molto spesso inferiori a quelli che arrivano da una filiera corta o dalla vendita diretta?



Una parte dei prodotti in vendita tra gli scaffali della moderna distribuzione hanno di solito un prezzo inferiore rispetto a quello praticato dalla filiera corta o dalla vendita diretta, poiché la GDO può contare sul risparmio proveniente dallo “storico” sfruttamento del lavoratore e dell’ambiente, iniziato secoli fa con lo sviluppo economico, ed anche dalla maggiore forza contrattuale che possiede nei confronti dei produttori.La GDO spreme anche il consumatore che oramai per fare la spesa prezza lui stesso i prodotti o usa le casse automatiche lavorando per conto della grande distribuzione producendogli profitto.

Ci sono stati però degli studi della Coldiretti e dalla Banca d’Italia sui prodotti alimentari che dimostrano come i prezzi aumentano sproporzionatamente nel percorso dal campo alla tavola e per fare un esempio il grano sarebbe venduto dall’agricoltore a 0,26 euro al kg ed arriverebbe come pane al supermercato superando in media i 2,5 euro.  Da un'altra una ricerca di mercato risulta che su una spesa media per alimenti di una famiglia, il 51% viene incassato dalla distribuzione che alla fine ci guadagna sempre.





Dunque mi sta dicendo che il presunto guadagno nell’immediato è solamente un’illusione?



Nel lungo termine il guadagno del produttore potrebbe rilevarsi un illusione in quanto per lavorare con la GDO dovrà sempre riorganizzare la produzione al fine di ridurre drasticamente i costi attuando delle strategie di riduzione dei salari o del personale e producendo un bene di scarsa qualità per rientrare nel budget di spesa.





Nel suo testo afferma: «La GDO è riuscita ad abolire la classica “lista della spesa” in cui viene scritto ciò che si vuole acquistare. Con il sistema del libero servizio in libero mercato non è più possibile pianificare alcunché in quanto il consumatore è avvolto da un vortice di consumo indotto». Come possiamo difenderci?



La difesa da tale sistema può venire soltanto dallo stesso consumatore perché anche lui possiede un potere di condizionamento sulla filiera distributiva delle merci ma ne deve essere consapevole, usare la ragione per cercare in primis di ridurre i consumi, non cadere nella trappola del consumo indotto, bazzicare per quanto è possibile nell’acquisto di prodotti direttamente dal produttore e soprattutto recuperare il valore d’uso dei beni che acquista in modo di accorciare il più possibile il percorso tra il supermercato e il bidone della spazzatura.



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5124%3Ainterviste-la-grande-distribuzione-manipola-il-nostro-stile-di-vita&catid=19%3Ainterviste&Itemid=46


martedì 19 luglio 2011

Intervista a Paolo Ferraro, magistrato sospeso misteriosamente dal Csm.


(ASI) Salve e benvenuto. In queste settimane, il caso mosso intorno al nome del Magistrato Paolo Ferraro ha lasciato esterrefatta la pubblica opinione.



Come rivelato ai microfoni di SkyTg24, Lei sostiene di aver riscontrato in prima persona, durante il Suo periodo di residenza presso la cittadella militare della Cecchignola, comportamenti ed attività “non normali”, scoprendo un mondo “sotterraneo, sconosciuto, poco chiaro, ambiguo, fumoso”. Attenendoci chiaramente ai limiti imposti dal segreto istruttorio, può dirci più nel dettaglio cosa ha scoperto attraverso le sue indagini?



Sporsi a suo tempo nel Novembre 2008, una Denuncia immediata, avendo proceduto ad un primo ascolto di registrazioni audio relative a sei mattine e due pomeriggi, registrazioni che effettuai avendo acquisito una serie di elementi  che lasciavano sospettare una “ situazione ambientale” inquietante. Ebbi dichiarazioni conformi che la disegnavano a grandi linee , e feci ascoltare l’audio sia ad un ufficiale di P.G. particolarmente qualificato, che ad una psicologa incaricata tramite avvocato che ritenevo di fiducia, psicologa cui avevo conferito il compito di un sostegno esterno e affiancamento, ovviamente alle persone da me ritenute vittime dirette o indirette.La qualità dell’audio non era ottimale, anzi era mediocre, sicché indicai subito la necessità di procedere ad elaborazione del volume ed ad un attento ascolto tramite programmi adeguati. Sia l’Ufficiale di P.G., a titolo di amicizia e stima personale, che la psicologa, vagliarono la evidente anormalità della situazione ed anzi quest’ultima in un ascolto durato più di due ore e mezza fornì valutazioni, preoccupate, mentre l’Ufficiale di P.G. parlò di un fenomeno collettivo complesso e allarmante. Dall’ascolto attento emergevano attività già indicate nella conferenza ma più in particolare la possibilità di individuare uso di sostanze, tecniche o procedure verbali a prima vista inquadrabili come volte al condizionamento dei soggetti che li ricevevano,  ma soprattutto un contesto veramente anomalo con ingresso di numerose persone di varie età, senza suonare prima, ed utilizzando chiavi in loro possesso ed una posizione di soppesabile assoggettamento della persona che abitava nell’appartamento. Il tutto secondo una analisi fonica poi progressivamente approfondita da me e da un perito fonico cui diedi il solo incarico di trascrivere quanto emergeva dalla sola prima registrazione. Comunque alcune frasi apparivano curiosamente pronunciate dagli astanti con tono metrico cadenzato o musicaleggiante, in un paio di casi per fonemi riconducibili a linguaggio “medievalistico”, e colpivano altresì alcune frasi tipiche sintetiche espresse come comandi brevi cui di norma le risposte erano un assenso implicito ovvero dei “si” che colpivano per atonia ed inespressività. Tra i  comandi ricorrente una espressione “nessuno vi è adesso” ovvero “ se andiamo via non c’è nessuno”, ovvero “ dobbiamo apparire, dobbiamo riapparire”, ma l’elenco sarebbe lungo. Il contesto sembrava ad un ascoltatore inesperto come io ero farneticante, torbido, non riconducibile ad esperienze ordinarie. Anche le modalità di interazione verbale dei soggetti erano talmente inusuali, talvolta cupe, e vocalmente atipiche  da lasciare interdetti. Tutto ciò non fu sentito dalla P.G. incaricata.  Ma vi erano complessivamente nelle registrazioni più di dieci tra adulti, maschi e donne,  e almeno quattro non adulti.  Almeno otto i nomi pronunciati. Nelle registrazioni “per decreto” emergevano “frasi, parole e rumori riconducibili alla normale attività quotidiana di una persona all’interno della propria abitazione”. E la persona autrice dei racconti ma assoggettata negò poi tutto. Nessuno gli contestò quello che si sentiva. Ma io avevo altri accertamenti fatti, alcune registrazioni di telefonate o colloquio tra presenti, sms ed e-mail utilmente valutabili, feci accertamenti ricordando particolari a suo tempo raccontati, e, dopo l’archiviazione del procedimento, rimasto sbalordito, elaborai le basi audio potenziandone il volume ed estrapolando  circa 45 frasi e contesti divisibili sulla base di una precisa griglia logica di classificazione. Non posso dire altro, oltre che a suo tempo solo alcuni amici miei ascoltarono e mi confermarono l’ascolto mediante adeguato strumento audio. Feci una parziale discovery con gli “interessati” e come mi era successo nel Gennaio del 2009 accadde un qualcosa, uno strano incendio sul terrazzo della mia casa in villetta che mi spinse ad andarmi a lamentare della circostanza con l’ufficio mio, che mai mi aveva ascoltato direttamente, né aveva valutato in alcun modo la massa del materiale di prova o indiziario da me raccolto. Il giorno dopo, trasecolando, subii una proposta di TSO eseguita a tempo di blitz in forma coattiva, in assenza di ogni presupposto di legge formale e sostanziale. Quanto segue è anche oggetto di procedimento penale, solo poi scopersi di rapporti intrecciati a mia totale insaputa e alle mie spalle e del ruolo di uno psichiatra che aveva preparato per lo strumento alcuni miei  parenti in rapporti comprensibilmente complessi con me. Oggi so che modalità, tempistica, organizzazione e metodi hanno clamorose conferme anche in clamorosi precedenti, basta documentarsi. Ad oggi molte persone hanno valutato, condiviso valutazioni e pubblicato articoli coraggiosi, fedeli e suggestivi per la suggestività della storia, su internet, nel silenzio assordante di una certa stampa cartacea ufficiale.



Se fosse confermato un simile quadro dei fatti, questo sconvolgente scenario esoterico potrebbe allargarsi anche ad altri ambienti militari ed è pertinente ipotizzare dei collegamenti internazionali con simili organizzazioni “deviate” nel resto del mondo?



Ero concretamente a conoscenza di viaggi a nord, e verso Napoli. Del pari di una possibile forma, apparenza politico–militante del gruppo, della presenza ragionevole di ufficiali, alcuni dei quali individuabili foneticamente o perché da me osservati, della presenza tra essi di un uomo dalla voce autorevole arrogante la cui attribuzione a persona è possibile tramite un quadro indiziario concreto e riscontrabile. Fatti concreti, elementi verificabili, non altro. Incredibilmente quando, uscito da un silenzio costretto, raccontai di fatti, contesto, conseguenze patite, trovai un atteggiamento di assoluta volontà di non ascoltare. Fatti precisi indicati sarebbero diventati “frasi criptiche”, “allusioni incomprensibili”, o giudizi “sommari” di assoluta “inverosimiglianza”. Chi li ha pure riportati davanti al CSM, che ha fondato su tali giudizi un provvedimento grave di sospensione cautelare, a fronte di statistiche ineccepibili e numerose certificazioni di sostanziale perfetta salute, non ha tenuto conto di chi fossi, della mia storia, delle mie note capacità, della circostanza peraltro a loro non nota, che era stato depositato un memoriale analitico, chiaro e riferito a fatti oggettivi in una Denuncia a Perugia. La situazione derivatane è assurda, ma presagisco molto di più. È tutto quello che mi è accaduto dal 2009 in poi, pressioni, intimidazioni indirette, inviti ripetuti a tacere, e gli eventi dal Marzo ad oggi che hanno squarciato ulteriori veli. In particolare è vero che io ho notato una donna talmente tanto simile a Carmela Rea in un orario non d’ufficio nei corridoi della procura di Roma, da farmi affermare ancora oggi che era lei o potrebbe essere una sosia e comunque nessuno mi ha mai detto chi fosse, perché fosse accompagnata ad un colloquio riservato alle 19 di sera. Alcuni articoli su internet lanciavano ipotesi parallele alle mie rilevazioni, in Roma, ma soprattutto su internet venne fatto il nome di un alto Ufficiale dell’Esercito e qui debbo fermarmi.



Il provvedimento che ha più lasciato interdetti è stato indubbiamente la sospensione per un periodo di quattro mesi, stabilita dal CSM lo scorso 16 giugno, ufficialmente “per gravi motivi di salute”. Come spiegate questa decisione e quali saranno le principali armi giuridiche cui ricorrerete per opporvi alla decisione?



La decisione, purtroppo si spiega da sola per abnormità, atipicità, essendo carenti entrambi i requisiti  rigorosamente chiesti per un provvedimento di dispensa dal servizio . Ma intendo precisare che in casi del genere disinformazione, assenza di conoscenza di dati reali e presunta attendibilità di indicazione fornite da vertici di uffici, o da presunti autorevoli soggetti con responsabilità “politiche” tra i  magistrati può avere influito. Il provvedimento allinea documenti, che risultano oggettivamente e criticamente essere destituiti di fondamento, allegando indizi concreti, prove documentali e informazioni ignote al CSM. Quello che colpisce è che sembra che nulla sia accaduto, tutto viene inanellato lasciando fermi, errori valutativi, disinformazioni su fatti precisi. Ma agli atti della commissione è stato depositato un memoriale approfondito, in copia, neanche letto, sembrerebbe.  Ma continuo ad avere fiducia che fatti e dati verranno realmente approfonditi. Se mancherà l’approfondimento necessario, ne potremo trarre varie altre conclusioni. In questa vicenda è a me apparsa evidente una particolare “collocazione” di due magistrati e ho dovuto fornirmene una approfondita spiegazione, che si riverbera sul rilievo e sulla importanza generale dei fatti. Un probabile epicentro. Ma è proprio la magistratura a dovere indagare e valutare. E se non si indaga a fondo non si valuta e se non si valuta non si indaga. Ma se si colpisce chi ha valutato a fondo per conto suo, e ormai indirettamente tutti quelli che condividono valutazioni ed altro, i ragionevoli inquadramenti e le ipotesi accertabili si fanno prospettive concrete. Inquietanti, e perciò io chiedo al CSM di dissipare veli e dubbi e di vagliare fino in fondo, a tutela  della immagine e credibilità dell’organo di autogoverno della magistratura 



Paolo Ferraro risulta essere, da più fonti, un magistrato integerrimo e molto stimato nel suo ambiente di lavoro. Dopo la sentenza del CSM, quali sono state le reazioni dei suoi amici e colleghi? Ha percepito degli improvvisi cambiamenti in alcuni dei suoi rapporti inter-personali?



Vi è stato sgomento, sbigottimento, incredulità , nei miei confronti, e preoccupazioni  per me, per sé e generali:  come starà, ammesso che stia male come dice il vertice dell’ufficio, ma  se la vicenda è vera in tutto od in parte riscontrabile,  se gli hanno fatto quello che ha poi denunciato, cosa può succedere anche a noi , se lo appoggiamo o se ci trovassimo per sbaglio in una situazione analoga  ?!.  Ma lo stupore nasce da un prevalente meccanismo di autodifesa psicologica: non voglio , non posso credere, ho paura di  credere e ragionare su questi fatti .Avete parlato mai con un malato terminale , che discetta di influenza non curata bene o di piccola bronchite, la speranza e la paura si tramutano in negazione psichica dei fatti, della  realtà. Ma  chi ha mai parlato di credere . Ho detto, sappiate, verificate  ascoltate , valutate . La paura , per me, per la storia, per l’immagine dell’ufficio, per sé è per ora,  prevalsa, ma nell’ambito ristretto e solo in parte. . Non sono invece mancati abbracci, in bocca al lupo, affermazioni di profonda stima, da magistrati, avvocati e    proprio da carabinieri che non lavorano a stretto contatto con me. La frase detta circa quattro mesi fa, senza preavviso,  .” noi stiamo con lei “ e accompagnata da una duplice forte stretta di mano.  Io un po’ sbigottito, come ha fatto a spargersi la voce, visto il cupo silenzio che circondava la vicenda ..?! il tono ?! Di chi sa di che storia si tratti , e molti sanno, ritengo, della valenza generale della vicenda:, un giovane brigadiere di una stazione  CC, sapeva tutto ed alla mia occasionale mera battuta sulle UAV ( unità di addestramento ) ha fatto dei cenni inequivoci. So per certo che molti sanno ,e molti anche senza avere un ruolo qualunque. E allora se di una vicenda strana,  coinvolgente in apparenza solo due palazzine , sanno in tanti,  in varie parti,  come può essere un fatto solo  locale ?Non lo è, ragionevolmente, e molto dipenderà  dalle indagini  di Ascoli Piceno (e a Teramo un celebre processo ormai conclusosi in Cassazione sull’esercito bianco , a Roma un procedimento di fatti e luogo omologhi, del 2000 , e altri avvocati stanno raccogliendo le tracce generali nella recente storia giudiziaria in merito a circostanze  che sembrano rinforzare la lettura unitaria del fenomeno).



Questa vicenda è appena agli inizi e la battaglia che si appresta ad affrontare potrebbe non essere delle più semplici. Nella rete, molti cittadini ed una parte dell’informazione non-mainstream si sono stretti intorno a lei, mostrando grande attenzione e stima per la sua storia. Quali sono le aspettative e le speranze di Paolo Ferraro, sia come magistrato sia come uomo?



Verificare e capire, allargando conoscenze e raccogliendo sensibilità e disponibilità. In fondo si tratta solo di una struttura a base di setta, di gruppi di militari, di impossibilità di  accertare, di un magistrato della capitale sottoposto a TSO, e su tutto il resto “trasversali dubbi”… un polpettone saporito non addentabile agevolmente, ma siamo a dieta, il cuoco è un “visionario”, meglio non fare indigestioni. I curiosi che credono alla democrazia ed ai suoi valori però non la pensano così. Si costituiranno in COMITATO DD, per la difesa della democrazia: valori cristiani, valori laici, programmi contro le massonerie nere ed i poteri occulti, avvieranno un processo di avvicinamento e fusione. Rotta la crosta polare, subito, prima di subito, và avviato il nuovo processo di fusione per creare una solida trasparente base democratica: una Italia dei valori VERI, democratici e non delle corporazioni forti.  Mi viene da dire a tutti: i poteri occulti sono onnipotenti (minaccia “appresa”) e controllano tutto?! Internet no, non ancora. Se facciamo il conto delle teste votanti, non saranno certo la maggioranza. E se fosse possibile ridare la democrazia al nostro paese?!



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4368%3Aintervista-a-paolo-ferraro-magistrato-sospeso-misteriosamente-dal-csm-&catid=19%3Ainterviste&Itemid=46


venerdì 8 luglio 2011

Nord Irlanda. 12 luglio tra storia e attualità: intervista a Riccardo Michelucci


(ASI) Il prossimo 12 luglio alcune strade di Belfast, in Nord Irlanda, si tingeranno d’arancione, poiché avverrà - come da anni è prassi, provocando polemiche e disordini in città - una controversa parata con banda, stendardi e costumi d’epoca per celebrare una vittoria militare che affonda le proprie radici in tempi antichi, precisamente nel 1690. Il 12 luglio di quell’anno, infatti, nei pressi del fiume Boyne le truppe guidate da Guglielmo III d’Orange conseguirono una vittoria che molti autorevoli studiosi hanno definito l’inizio della storia dell’attuale Irlanda del Nord. Parliamo di questo evento storico, delle sue conseguenze e delle implicazioni che la sua rievocazione comporta oggi a Belfast con Riccardo Michelucci, giornalista di varie testate e collaboratore presso l’Università di Firenze, autore di “Storia del conflitto anglo irlandese” (ed. Odoya, 2009).



Dottor Michelucci, ci spieghi anzitutto cosa avvenne di così importante presso il fiume Boyne in quel lontano - eppure così vicino - 12 luglio 1690…



Si tenne una battaglia decisiva per le sorti dell’Irlanda, che sancì il predominio dei coloni scozzesi e inglesi (protestanti) sui nativi irlandesi (cattolici). Questi ultimi erano stati depredati delle loro terre da Cromwell, privati dei diritti civili e politici e della libertà religiosa: per riconquistarli strinsero un’alleanza con il re cattolico Giacomo II, che era stato deposto dal Parlamento inglese nel 1688 ed era sbarcato in Irlanda nel tentativo di farne la base di partenza per la riconquista del regno d’Inghilterra. Le sue armate vennero però sconfitte da quelle del protestante Guglielmo III d’Orange, che si assicurò il dominio indiscusso sull’isola e l’anno dopo divenne il nuovo re d’Inghilterra e d’Irlanda. Da allora, “King Billy” è diventato un personaggio simbolo per gli orangisti e per i protestanti irlandesi in generale, che lo ritengono un eroe senza tempo, perché ha sancito il loro predominio che dura nei secoli.



Dunque, il 12 luglio 1690 è una data chiave per l’Irlanda, la cui storia di conflittualità tuttavia ha origini più antiche. A quando risale? E quando si hanno le prime tracce storiografiche di discriminazione inglese verso gli irlandesi?



Il punto di partenza è talmente lontano che si perde quasi nella notte dei tempi. Dobbiamo fare un salto indietro di diversi secoli, arrivando addirittura al lontano XII secolo, all’epoca normanna, quando né l’Inghilterra né tanto meno l’Irlanda rappresentavano ancora entità statuali compiute in senso moderno. Ma la fase di non ritorno, l’incancrenimento definitivo di una storia destinata ad arrivare tristemente fino ai giorni nostri può essere invece individuata alcuni secoli più tardi, all’inizio dell’era elisabettiana, quando le plantation di coloni inglesi e scozzesi sul suolo irlandese avrebbero creato le condizioni per la nascita di un’identità protestante all’interno di un paese fino ad allora totalmente cattolico. Le conseguenze della confisca delle terre e della successiva consegna ai proprietari terrieri protestanti porterà le sue tragiche conseguenze fino ai giorni nostri. Da allora il controllo della Corona britannica sull’isola è stato affidato a una nuova classe egemone che manterrà il proprio dominio sociale non in base al colore della pelle ma attraverso l’esercizio di una diversa fede religiosa. L’appartenenza confessionale - alla religione riformata - divenne il simbolo di questo dominio sociale e l’anglicanesimo diventò, di fatto, un titolo di proprietà. È allora che nasce il fuorviante elemento religioso nella lotta politica irlandese che non è mai stata, fatta eccezione per una breve fase a cavallo del XVI secolo, una guerra di religione. Anche adesso, chi cerca di descriverla in questi termini, o non ha capito niente oppure è in malafede perché cerca implicitamente di giustificare l’operato britannico.



Il suo libro “Storia del conflitto anglo irlandese” è stato definito il “libro nero” degli inglesi in Irlanda. Ritiene questa definizione adeguata al suo lavoro?



Sì, è molto adeguata, perché il volume cerca di ripercorrere per grandi linee una lunga storia di persecuzioni alimentata da calunnie e stereotipi, da pregiudizi e luoghi comuni sfociati poi - a partire dal XIX secolo - in vere e proprie teorie razziali. Gli inglesi avevano bisogno di giustificare questa oppressione nei confronti dell’opinione pubblica interna e davanti al resto del mondo, così cominciarono ad affermare che gli irlandesi erano individui dai comportamenti irrazionali, innatamente violenti, fino a tentare di dimostrare che erano esseri “inferiori”, e che come tali andavano rieducati o soppressi “per il loro bene”. Gli attacchi attraverso la stampa, la letteratura, il teatro hanno seguito e rafforzato - giustificandola - l’aggressione militare. Qualcuno ha detto che il mio è “un libro di parte”. In realtà, è proprio ciò che voleva essere: l’editore ha voluto dargli un titolo generico ma io nella stesura non ho mai cercato l’equidistanza perché non mi proponevo di ricostruire la storia del conflitto nella sua organicità ma di delinearne le cause e le implicazioni, soprattutto quelle di carattere culturale.



Nel libro parla di genocidio continuato per quasi otto secoli. Come arriva a formulare questa asserzione?



Nel corso dei secoli gli inglesi hanno sperimentato praticamente ogni forma di politica repressiva nei confronti dell’Irlanda. Tecnicamente, si può parlare di genocidio però solo con riferimento a quanto accadde alla metà del XIX secolo. L’ecatombe che si verificò ai tempi della grande carestia irlandese, tra il 1845 e il 1850, fu infatti una diretta conseguenza delle politiche del governo britannico, che fecero morire per fame e per inedia centinaia di migliaia di persone con l’obiettivo di distruggere una parte significativa del gruppo etnico, nazionale e razziale noto come popolo irlandese. Un rapporto giuridico commissionato negli anni ‘90 dagli irlandesi d’America al docente di Harvard Francis Boyle ha dimostrato che l’operato del governo britannico in quegli anni costituisce un atto di genocidio contro il popolo irlandese ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio adottata a New York il 9 dicembre 1948. Nel 1997 l’allora primo ministro inglese, Tony Blair, ha chiesto scusa all’Irlanda per questo.



Il ricorso alla lotta armata da parte degli irlandesi va dunque interpretato come una resistenza ad una dominazione iniqua? Quali i passaggi chiave dell’opposizione degli irlandesi alle aspirazioni britanniche sulla loro terra?



In tempi moderni, la resistenza irlandese prende avvio nella seconda metà del XIX secolo, con la nascita del movimento feniano e poi dell’I.R.A., all’inizio del XX secolo. Contrariamente a quanto la propaganda britannica ha sempre cercato di far credere, l’esercito repubblicano irlandese (I.R.A.) non è stato la causa del conflitto, ma la sua diretta conseguenza. Per gli inglesi era utile far credere che l’insurrezione anticoloniale dell’I.R.A. fosse in realtà una sorta di cospirazione criminale ordita da un gruppo di pazzi sanguinari. In questo modo era possibile trasformare l’esercito britannico in un arbitro imparziale della contesa tra due fazioni in lotta, e usare un ridicolo eufemismo come “troubles” (letteralmente “disordini, problemi, guai”) per definire un conflitto, come quello in Irlanda del nord, che è durato trent’anni e ha causato quasi 4000 morti, decine di migliaia di feriti e sfollati, che ha distrutto famiglie e città nel cuore dell’Europa occidentale.



Chi conosce l’isola d’Irlanda, in particolare le Sei Contee che appartengono al Regno Unito, sa che lì le vicende secolari non sono state affatto riposte nel cassetto della storia, ma rappresentano una componente essenziale della quotidianità. Ancora oggi violenze, prevaricazioni e settarismi scandiscono la vita delle due comunità: cattolica e protestante. Ciò che avviene ogni anno a Belfast il 12 luglio è in questo senso un paradigma…



La “stagione delle marce” inizia ogni anno dopo Pasqua e dura fino ad agosto, ma tocca il momento clou il 12 luglio, quando le logge paramassoniche orangiste nate nell’‘800, custodi inflessibili delle tradizioni protestanti e della mitologia del movimento unionista, commemorano la sconfitta del re cattolico Giacomo II nel 1690. Anche in anni recenti le principali marce sono purtroppo sfociate in manifestazioni di violenza settaria contro i quartieri cattolici. Quelle che all’apparenza sembrano colorate manifestazioni folkloristiche, sono infatti vere e proprie dimostrazioni di forza e superiorità che intendono perpetuare la supremazia protestante. Proprio per evitare scontri, negli ultimi anni Londra ha istituito un’apposita Commissione per le Parate che studia i percorsi cercando di evitare che si creino situazioni di conflitto. Spesso infatti i manifestanti pretendono di sfilare provocatoriamente nelle aree cattoliche, come il quartiere popolare di Ardoyne, a nord di Belfast, da sempre uno dei più sensibili e ad alto rischio. Ardoyne, per intendersi, è il quartiere dove le due comunità sono a stretto contatto in un piccolo fazzoletto di strade e dove, qualche anno fa, si svolse la triste vicenda delle bambine della scuola elementare Holy Cross, costrette ad andare a scuola scortate dai soldati in assetto antisommossa. Gli abitanti cattolico-nazionalisti dei quartieri interessati dalle parate non vogliono marciare da nessuna parte e chiedono solo di essere lasciati in pace, liberi dallo spettacolo non voluto e offensivo degli orangisti che marciano al ritmo degli enormi tamburi per ricordare ai ‘papisti’ di stare al loro posto. E soprattutto chiedono di non dover subire il rituale assedio di poliziotti e soldati armati fino ai denti che accompagna il passaggio delle parate.



Ogni anno, puntualmente, il 12 luglio è un banco di prova molto importante per la “tenuta” del processo di pace. La parata del 12 è anche anticipata dalla cosiddetta Bonfire night, la notte precedente durante la quale vengono accesi centinaia di falò per ricordare i fuochi sulle colline appiccati nel 1690 per illuminare la navigazione notturna degli eserciti di Guglielmo d’Orange. Per la strada vengono erette e poi incendiate colonne di bancali di legno in cima alle quali sono issate bandiere irlandesi.



La Commissione Parate - orientata in un primo momento a porre restrizioni al cosiddetto “Tour of the North” - ha infine decretato che la marcia orangista potrà percorrere Ardoyne e Crumlin Road. Anche alla luce dei recenti disordini per le strade di Belfast e degli arresti perpetrati ad alcuni esponenti della galassia repubblicana irlandese, prevede un clima ancora più incandescente quest’anno il 12 luglio?



Francamente, e volendo escludere la malafede, non riesco a capire la logica della decisione della Commissione Parate. Inoltre stavolta il comitato dei residenti repubblicani di Ardoyne ha anche convocato una contromanifestazione in contemporanea, insomma ci sono tutti gli ingredienti per far esplodere disordini peggiori di quelli che si sono verificati l’anno scorso, che durarono quattro giorni e causarono decine di feriti.



Dall’esterno si tende a sostenere - forse con un po’ di approssimazione - che le due comunità siano oggi pervase dal comune desiderio di pace, in quanto logorate da anni di violenze. Tuttavia, le cronache del Nord Irlanda ci raccontano costantemente - 12 luglio a parte - di attentati e tensioni. Come inquadra il riemergere dei conflitti sociali in un paese in cui, dopotutto, si può affermare vi sia oggi un benessere equamente diffuso?



In Irlanda del Nord il benessere ha sopito solo in parte la conflittualità radicata negli ultimi decenni e ha creato una situazione che era impensabile fino a una quindicina di anni fa. Tuttavia restano accesi alcuni focolai di tensione perché l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 - come tutti i trattati di pace - è frutto di una serie di compromessi che inevitabilmente scontentano gli opposti estremismi. In particolare, ha escluso quelli che erano i due capisaldi fondamentali delle rivendicazioni dei repubblicani: la riunificazione del paese e la fine dell’occupazione britannica. I gruppi dissidenti repubblicani che sottolineano questo aspetto e attirano, ancora oggi, l’attenzione delle cronache sono però gruppi esigui, senza un reale sostegno popolare anche se purtroppo sono in grado di uccidere, come hanno dimostrato anche in tempi recenti. Un altro limite del Good Friday Agreement è quello di aver costruito una pace priva di un’effettiva riconciliazione, dove le comunità continuano a essere divise e a vivere arroccate nei loro quartieri, a oltre dieci anni dalla fine ufficiale delle ostilità. I conflitti sociali che vediamo riemergere oggi sono in ultima analisi alimentati anche dalla crisi economica che ha colpito l’Europa e il resto del mondo occidentale, e credo che debba far riflettere anche il fatto che il numero di suicidi in Irlanda del Nord sia cresciuto addirittura del 64% nel decennio che ha seguito la fine del conflitto.



Di Federico Cenci, http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4245:nord-irlanda-12-luglio-tra-storia-e-attualita-intervista-a-riccardo-michelucci&catid=3:politica-estera&Itemid=35


martedì 28 giugno 2011

TAV in Val di Susa, facciamo chiarezza.


Marco Cedolin spiega le motivazioni dei cittadini che si battono contro il progetto dell’alta velocità.



I recenti avvisi di garanzia che in questo periodo sono stati recapitati ad una sessantina di persone che si battono contro il Treno ad Alta Velocità in Val di Susa, unitamente agli annunci concernenti la prossima apertura del cantiere di Chiomonte, hanno riacceso i riflettori sulla questione. Per discutere su una battaglia che stanno portando avanti – ormai da quasi 20 anni – molti abitanti della zona, abbiamo incontrato Marco Cedolin, autore di “T.A.V. in Val di Susa – Un buio tunnel nella democrazia”, edito da Arianna Editrice e parte integrante del movimento denominato “No T.A.V.”.



Cedolin, ci spieghi le motivazioni che vi spingono quotidianamente a scendere nei boschi e a bloccare fisicamente i lavori per la costruzione del Treno ad Alta Velocità con il rischio dell’incolumità fisica e penale…



La Val di Susa è una valle alpina larga mediamente 1,5 km, all’interno della quale corrono una ferrovia internazionale a doppio binario, il cui ammodernamento è terminato un anno fa, un’autostrada, la cui costruzione è stata completata nel 2000, due statali, alcune strade provinciali e un fiume. Il fondovalle è già oggi simile ad una colata di cemento senza soluzione di continuità e immaginare la presenza di una nuova infrastruttura delle dimensioni e degli impatti di una linea ad alta velocità sarebbe semplicemente pura follia. Negli anni 90 i cittadini sono stati costretti a sopportare, obtorto collo, la profonda devastazione del territorio conseguente alla costruzione di una nuova autostrada, con la motivazione che l’infrastruttura fosse giustificata dal proponimento di “togliere” i TIR dai paesi. La costruzione dell’autostrada non era ancora terminata e già la “banda del tondino e del cemento” aveva iniziato a progettare il TAV che avrebbe dovuto togliere quegli stessi TIR dall’autostrada appena costruita, per metterli sui treni. La popolazione ha subito percepito il profondo cortocircuito logico e dopo essere stata presa per il naso una volta ha deciso di non porgere l’altra guancia.



Ma è possibile che un movimento popolare come il “No T.A.V.” non abbia aiuti e pressioni da parte di partiti o singoli politici italiani? Come è organizzato questo movimento?



Il movimento NO TAV è composto da migliaia di cittadini, di ogni estrazione sociale e dalle simpatie politiche più svariate. I cittadini sono organizzati in Comitati, in linea generale uno per ogni paese. Le decisioni vengono prese nel corso di coordinamenti ai quali partecipano esponenti di tutti i comitati e poi, qualora si tratti di decisioni di una certa importanza, portate in un’assemblea popolare alla quale può partecipare chiunque, dove verranno approvate o bocciate. I partiti, da sempre, tentano di mettere il cappello su qualunque lotta popolare possegga una qualche potenzialità di visibilità mediatica. Nel caso di quella contro il TAV in Val di Susa, rimasta a lungo sulle prime pagine dei giornali, si è trattato senza dubbio di una “torta” quanto mai ambita. Ci hanno provato soprattutto i partiti della cosiddetta sinistra radicale, che nel 2005 hanno sostenuto, mai manovrato perché i cittadini gli hanno sempre impedito di farlo, la lotta della popolazione. Raccogliendo poi una valanga di voti alle elezioni del 2006, su programmi elettorali rigorosamente contrari all’alta velocità. Una volta saliti al governo hanno poi disatteso il mandato degli elettori, arrivando a firmare il dodecalogo di Prodi che di fatto sponsorizzava il TAV. E alla tornata elettorale successiva sono stati pesantemente puniti, mentre è stato premiato il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, oggetto di un voto plebiscitario ed attualmente parte integrante del movimento NO TAV alla stregua di qualsiasi altro comitato, senza però alcuna velleità di governarne le decisioni. Dietro al movimento NO TAV, se la cosa non fosse chiara, ci sono i cittadini della Val di Susa.



Sta affermando che il movimento “No T.A.V.” è a tutti gli effetti una “lotta di popolo”?



Senza ombra di dubbio, una lotta che nasce dal popolo, coinvolge il popolo e viene portata avanti dal popolo in completa autonomia. Se il leader di un partito o di un’associazione ambientalista vuole portare solidarietà è sempre il benvenuto, come può esserlo un uomo di musica o di sport, ma i partiti politici hanno ormai compreso appieno che il movimento NON TAV si “governa da solo”.



Quanto costerebbe la realizzazione del T.A.V. per i contribuenti italiani? Che ruolo hanno le lobbie dei costruttori?



Nelle stime portate da coloro che propongono l’opera, il Tav in Val di Susa dovrebbe costare fra i 15 ed i 20 miliardi di euro. Se si applica a tali previsioni iniziali l’incremento medio (300% rispetto alla previsione) di costo rilevato nella costruzione di tutte le tratte TAV in Italia, si può ragionevolmente parlare di una sessantina di miliardi di euro. Che i contribuenti italiani saranno chiamati a pagare sotto forma di debito pubblico nei decenni a venire, a fronte di un’opera che perfino Marco Ponti (economista di fama e probabilmente maggior esperto italiano in tema di trasporti) ha definito inutile e priva di qualsiasi prospettiva di ritorno economico. Le lobby dei costruttori hanno un ruolo subalterno a quelle della finanza, ma con un mare di denaro come quello in oggetto si prospetta un desco dove ci sarà da mangiare per tutti, dalle grandi banche ai grandi gruppi industriali, per non parlare delle cooperative rosse, con in testa la CMC appaltatrice dei lavori per il tunnel geognostico oggetto della contesa di Chiomonte.



Bartolomeo Giachino, sottosegretario ai trasporti, ha dichiarato che nel piano della logistica per la crescita economica del paese il “Corridoio 5” è fondamentale. Potrebbe realmente essere una valida alternativa al trasporto su gomma?



Bartolomeo Giachino non ha studiato bene la questione, ma poco importa, perché il lavoro del politico e quello d’imbonire l’interlocutore e non d’informarlo. Il fantomatico Corridoio 5 altro non è che una linea tracciata sulla cartina geografica, oltretutto dalla valenza molto scarsa. Gli esperti di trasporti hanno più volte sottolineato come i traffici ovest – est siano in larga parte interni ai singoli stati e non transfrontalieri ed il volume di traffico sull’asse Lisbona – Kiev non sia tale, neppure in prospettiva, da giustificare un’infrastruttura di questo genere. Così come hanno ribadito che un’eventuale corridoio ovest – est dovrebbe per logica correre a nord delle Alpi, dove la conformazione morfologica del territorio è ideale e non scendere in Italia bucando le montagne con gallerie di 50 km, per poi tornare a Nord attraversando il Carso. Oltretutto Giachino, non avendo studiato, non sa che per quanto concerne l’Italia il Corridoio 5 esiste già. In Val di Susa esiste una ferrovia internazionale ammodernata di recente, sulla quale potrebbero venire caricate merci a profusione. Il problema è che le merci da caricare non ci sono (dal momento che viaggiano su direttrici nord – sud e non est – ovest) e la ferrovia “nuova fiammante” della Val di Susa è sfruttata a meno del 30% delle sue potenzialità.



Qual è la situazione che se respira in questi giorni?



Una situazione di attesa. La politica e gli industriali hanno promesso un assalto all’arma bianca e la militarizzazione del territorio. I cittadini aspettano, fiduciosi del fatto che se anche con l’uso della violenza le forze dell’ordine riuscissero a sgomberare la popolazione e prendere possesso dei terreni, torneranno a riprenderseli in decine di migliaia, come già accaduto nel 2005.



Secondo lei cosa si prepara nel futuro?



Sicuramente un futuro sul quale aleggia lo spettro dell’uso della forza e della violenza. Tutto sommato però sono ottimista, quando decine di migliaia di persone hanno il coraggio di frapporsi fra le ruspe e la loro terra, come nel 2005, qualsiasi lobby non ha altra strada che non sia quella di ritirarsi in monastico silenzio.

 



Intervista di Fabio Polese, http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=9134


lunedì 27 giugno 2011

"Macché Gheddafi, cacciamo i raìs birmani". - Intervista a Nerdah Mya della KNLA.


«Ci basterebbero 100mila euro al mese, nulla rispetto ai soldi che spendete per la guerra in Libia, per abbattere il regime birmano nel giro di un anno. Purtroppo, però, la nostra lotta per la libertà è dimenticata da tutti». Parola del colonnello Nerdah Mya, uno dei comandanti più in vista dei guerriglieri karen, che parla in esclusiva con il Giornale. L’etnia karen, in parte cristiana, si batte contro il regime dei generali nel Myanmar, meglio conosciuta come Birmania. Nerdah, in visita nel Nord Est per non far dimenticare il conflitto birmano, è il figlio del leggendario capo della ribellione karen, Bo Mya.



La Nato appoggia militarmente e finanziariamente i ribelli libici contro il regime del colonnello Gheddafi. La rivolta dei karen gode di un qualche aiuto internazionale?

«Combattiamo da oltre 61 anni e non riceviamo uno straccio di aiuto, anche se la situazione in Birmania è peggiore di quella in Libia. Viviamo sotto una dittatura in mano ad una cricca di generali, che non gode dell’appoggio della popolazione. La nostra battaglia è per la libertà e l’autodeterminazione. Per questo ci sembra assurdo che vengano aiutati così pesantemente i ribelli in Libia, mentre noi siamo semplicemente dimenticati. Se avessimo ottenuto lo stesso appoggio il conflitto in Birmania sarebbe finito da tempo. Eppure le violazioni dei diritti umani nel mio paese sono peggiori di quelle in Libia».



La comunità internazionale ha previsto di sostenere i ribelli in Libia con un miliardo di dollari e l’intervento militare costa non poco. È vero che ai karen basterebbe un decimo di queste cifre?

«Se noi potessimo contare su una minima parte di questi soldi, non dico 100mila euro al giorno, ma al mese, la faremmo finita con il regime militare nel giro di un anno».



Forse i militari al potere nel Myanmar sono meno cattivi del Rais di Tripoli?

«I generali che comandano in Birmania sono tre o quattro volte peggio del colonnello Gheddafi. Allora mi chiedo perché il governo italiano, gli europei che sono coinvolti in questo costoso intervento armato e appoggiano sul terreno i ribelli in Libia, non ci aiutano? Nel 2009 mi sono incontrato a Roma con il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi. Combattiamo anche noi per il rispetto dei diritti umani e per la libertà dalla dittatura. Non solo: il regime birmano è colpevole di pulizia etnica. Quando i governativi penetrano nelle nostre aree bruciano i villaggi, i raccolti e stuprano le donne. È un genocidio contro una parte del loro stesso popolo, ma non se ne parla».



Però sono state imposte sanzioni da parte dell’Unione europea...

«Psicologicamente è un bene, ma praticamente servono a poco perché non sono rispettate. Nominalmente vengono imposte dalla Ue e poi chi investe maggiormente in Birmania sono gli stessi europei, come gli inglesi. I norvegesi vogliono levare le sanzioni per fare affari e lo stesso vale per i francesi, che hanno interessi nel gasdotto che arriva in Thailandia».



Come giudica questo doppio standard della comunità internazionale?

«Sfortunatamente non abbiamo petrolio come la Libia. La verità è che pur combattendo per la democrazia siamo stati completamente dimenticati dall’Occidente».



Perché è venuto nel Nord Est?

«Sono in Italia su invito dell’onlus Popoli, che ci aiuta da 10 anni. Grazie ai soldi raccolti in beneficenza, per progetti umanitari, siamo riusciti a far rinascere tre villaggi nelle zone che controlliamo in Birmania. Il primo l’abbiamo chiamato «piccola Verona». In tutto sono tornate a vivere nei loro villaggi 1100 persone».



Lo scorso novembre si sono tenute le elezioni nel Myanmar. Come le giudica?

«Si è trattato di una farsa. Sono la bugia venduta dal governo alla comunità internazionale per far sembrare che hanno avviato un lento cambiamento. La verità è che nulla è cambiato».



Il premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, però, è stata rilasciata dopo 15 anni agli arresti, anche se le hanno vietato di partecipare al voto...

«Per noi resta un simbolo della democrazia e dell’opposizione, ma non è forte abbastanza per rovesciare il regime».



Come sperate di ribaltare le sorti di questo lungo e dimenticato conflitto?

«Almeno 10mila karen indossano una divisa. Abbiamo abbastanza uomini, ma ci servono armi adeguate e munizioni. Altri 150mila karen vivono come rifugiati in Thailandia, a ridosso del confine. L’obiettivo è riportarli in Birmania incoraggiandoli a difendere la loro patria e a battersi per la libertà e l’autodeterminazione».



Di Fausto Biloslavo, http://www.ilgiornale.it/esteri/macche_gheddafi_cacciamo_rais_birmani/27-06-2011/articolo-id=531722-page=0-comments=1


sabato 11 giugno 2011

Apre a Roma la “Fondazione Gabriele Sandri”.


Fabio Polese intervista Maurizio Martucci



(ASI) In Piazza della Libertà, a Roma, è recentemente nata la “Fondazione Gabriele Sandri”. Un posto per ricordare Gabbo e per promuovere diverse attività culturali e sociali. Una tra tutte, la “Biblioteca del Calcio”, un vero e proprio centro di documentazione libraria italiano ed estero. Agenzia Stampa Italia ha incontrato Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, autore di diversi testi tra i quali ricordiamo “11 Novembre 2007, l’uccisione di Gabriele Sandri una giornata buia della Repubblica”, “Cuori Tifosi” e “Football Story”.



Da quel maledetto 11 novembre del 2007, tantissime iniziative in tutta Italia e non solo, sono state promosse per ricordare Gabriele Sandri e per chiedere verità e giustizia. Ripercorriamo insieme il cammino che recentemente ha fatto si che nascesse la “Fondazione Gabriele Sandri”. Quali sono state le tappe fondamentali?



Dobbiamo scindere i piani, anche se poi ovviamente si sovrappongono per la logica dei vasi comunicanti. Prima il moto popolare e poi la Fondazione Sandri.  Il movimento d’opinione è stato perorato dal cosiddetto Popolo di Gabriele, milioni di cittadini uniti in un’imponente massa critica che si è stretta intorno alla richiesta di verità e giustizia per un delitto assurdo. Si è trattato di un moto senza precedenti, unico e trasversale, strettosi intorno alle tappe itineranti delle presentazioni del mio libro, capace di promuovere una petizione popolare per la posa di una targa a Badia Al Pino e infine avvalorato dalla sentenza d’appello di Firenze in cui, oltre a ribaltare lo scandaloso primo  verdetto di Arezzo, si è accertata la colpevolezza dello Spaccarotella nell’omicidio volontario, sostenuta dalla gente sin dal giorno della tragedia. Altro è stato invece il cammino della Fondazione Gabriele Sandri, nata dopo una gestazione di tre anni da un Comitato Promotore in cui, oltre la famiglia Sandri, c’erano anche i calciatori De Silvestri e Aquilani. Da qui si è giunti alla fondazione vera e propria, una no profit a carattere nazionale in cui figurano i figli d’arte dei compianti Re Cecconi e Di Bartolomei, con Roma Capitale socio fondatore e la Federazione Italiana Giuoco Calcio a sostegno. Un bel segnale da parte delle istituzioni e del mondo del calcio italiano per un progetto socio-culturale inedito e ambizioso…



Nella nuova sede della “Fondazione Gabriele Sandri” è operativa la “Biblioteca del Calcio”. Come nasce l’idea? Che scopi ha?



Nasce dalla volontà di preservare la prima passione del povero Gabriele, cioè il calcio, oggi calpestato da combine e scandalo scommesse, proponendo un progetto culturale senza scopo di lucro, la prima ed unica Biblioteca del Calcio esistente a Roma: aperta dal lunedì al sabato in pieno centro, alle spalle di Piazza del Popolo, nei giardini di Piazza della Libertà, in un edificio donato dal comune di Roma, nella piazza dove nel 1900 prese i natali la Lazio, la squadra di Gabbo. Ma a differenza di quanto si possa credere, nella biblioteca non ci sono solo libri e riviste biancocelesti, ma di ogni club italiano ed estero, insomma di tutte le squadre del Popolo di Gabriele, anche libri in lingua inglese su Chelsea, Manchester, Liverpool. Abbiamo i classici saggi di letteratura calcistica, libri sulle figurine Panini, sul Subbuteo, saggi di inchiesta sul doping,  monografie dei grandi calciatori, libri sul tifo e gli ultras, sulla storia del calcio, sui sodalizi dalla Juve al Catania. Lo scopo è squisitamente culturale: in biblioteca chiunque, anche un turista, può entrare e passare qualche ora a leggere gratuitamente un libro oppure può prenderselo per una consultazione temporanea. E poi c’è un piccolo Museo di Gabriele: i suoi oggetti personali accanto ai cimeli raccolti dalla famiglia Sandri in giro per l’Italia in questi anni di straordinaria solidarietà. La biblioteca è nata per mandare un segnale proteso ad accrescere il tasso di cultura calcistica, per uscire dalla segregazione in cui i tifosi sono stati confinati dal logiche degne del peggior Processo del Lunedì, perché il calcio è della gente, del popolo e come tale cultura, non isterici insulti da saloon…



Possiamo dire che è una continuazione del suo ultimo lavoro “Footbaal Story” e, perché no, anche di “Cuori Tifosi”?



Decisamente si, nel senso che dalle mie pubblicazioni è partita una spinta propositiva che non poteva essere abbandonata. E oggi, grazie alla Fondazione Gabriele Sandri, con biblioteca e prossimo Festival Nazionale della Cultura del Calcio c’è un progetto di più ampio respiro. Vorremmo realizzare il festival nel prossimo inverno a Roma, una kermesse nazionale come contaminazione culturale di film, libri, dibattiti, mostre e giochi per ricordare che il calcio è diventato grande e fenomeno nazional-popolare solo grazie alle caratteristiche distintive che per anni hanno colpito l’immaginario collettivo degli italiani e che oggi un calcio apolide, collassato e consumistico rischia di fagocitare definitivamente, senza via di ritorno. Come a dire: bene… ci stanno togliendo il calcio del futuro? Riprendiamoci il calcio del passato! Ecco, il festival vuol essere revival, tappa dei Peter Pan del football, per sostenitori smarriti, in astinenza e crisi d’identità: vogliamo riscoprire tradizioni, radici e memoria storica di un calcio che non c’è più ma che, come per Gabriele, ha fatto innamorare intere generazioni di nobili sognatori. E non certo un milione di anni fa…



Visto che si è occupato più volte della sicurezza negli stadi, le posso fare una domanda sulla “Tessera del Tifoso”?



Prego…



L’ultimo campionato di calcio è finito, è ora di tirare le somme. Lo stadio è diventato un salotto buono come volevano farci credere?



E’ stata persa una grossa occasione. Si è ragionato all’italiana ed è stato fatto il classico errore di pensare esclusivamente al contenitore e non al contenuto. Sin dall’introduzione della Tessera del Tifoso mi sono speso per far capire che una semplice carta prepagata non poteva risolvere i problemi derivanti da fenomeni degenerativi e che, comunque, vie proibizionistiche mascherate sotto forma di commercializzazione della passione del tifo, avrebbero generato esiti spuri ed ibridi. Ed infatti è così è stato: stadi vuoti, soliti incidenti, terno all’otto per prendere i biglietti, sistema poco credibile. Oggi i promotori della tessera stanno ripensando il progetto e, soprattutto, a quali accorgimenti apportare per la prossima stagione. Credo che l’unica contro risposta valida, oltre che politica, possa essere esclusivamente di natura culturale. Se si continua a vedere il tifoso solo come un nemico o, nella migliore ipotesi, come un cliente da spennare nel portafogli, non si andrà mai lontano. Ho sempre detto che il calcio e il tifo sono principalmente fenomeni sociali e come tali culturali, identitari, antropologici… Ma chi ci governa, se n’è reso conto?



Tornando alla “Fondazione Gabriele Sandri”, quali altre iniziative ci sono in cantiere?



Un concorso nazionale per giovani Dj, visto che l’altra grande passione di Gabriele era la musica. Un progetto a cui hanno aderito anche network radiofonici e noti Dj di fama internazionale, finalissima a Roma il 22 Settembre. E poi il gruppo volontario di donatori del sangue, che periodicamente aiuta negli ospedali gente che soffre, bisognosa di aiuto, come generoso era l’animo di Gabbo. Infine, ma questa non è un’iniziativa promossa dalla fondazione bensì lo scorso anno dal ‘Comitato Mai Più 11 Novembre’, scoprire una targa a Badia Al Pino, dove un tempo c’erano centinaia di sciarpe e messaggi per Gabriele, inspiegabilmente tolti. Quella targa, sostenuta da una richiesta di 25.000 firme, rappresenta molto più di una semplice stele, è un monito: solo facendo tesoro degli errori del passato si può sperare in un domani migliore. Non c’è futuro senza memoria… A qualcuno da fastidio?



http://www.fabiopolese.it/?p=425



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3887:apre-a-roma-la-fondazione-gabriele-sandri&catid=16:italia&Itemid=39


venerdì 3 giugno 2011

“Chi non conosce il passato non ha futuro”



Stefano Fabei, classe 1960, è nato a Passignano sul Trasimeno (Pg); laureato in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore di Perugia. E’ autore di diversi testi storici tra i quali ricordiamo “Il fascio, la svastica e la mezzaluna”, Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme”, “Mussolini e la resistenza palestinese”, “Operazione Barbarossa” e, più recentemente, “I neri e i rossi”, tutti editi da Mursia. Fabio Polese lo ha incontrato per porgli qualche domanda.



Buon giorno Prof. Fabei, come è iniziata la sua passione per la ricerca storica?



La mia passione per la storia risale al periodo degli studi universitari a Perugia, quando seguendo le lezioni del professor Galli Della Loggia, docente di Storia moderna, su Joseph de Maistre, Vincenzo Cuoco, la Vandea e la controrivoluzione in Francia mi appassionai a quegli argomenti. Erano gli anni della Rivoluzione islamica iraniana, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e del risveglio dell’Islàm: tutti temi che, incuriosendomi e affascinandomi, mi sollecitarono a uno studio approfondito, anche per le analogie che certi eventi presentavano con i totalitarismi del XX secolo.



Spesso, chi fa ricerca storica, viene tacciato di essere revisionista. Cosa ne pensa?



Chi si interessa alla storia non può che essere revisionista. Il compito della storia è di  avvicinarsi il più possibile alla verità cercando di contribuire a far luce sui «fatti», su tutti i fatti anche su quelli non graditi alle posizioni politiche di ciascuno. Lo storico non deve condannare o assolvere, stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione, deve prescindere da condizionamenti ideologici ed essere indipendente da schemi interpretativi preconfezionati, di qualunque tipo. Suo compito è sottoporre a revisione il passato: in fondo la storiografia non è nient’altro che una costante riscrittura della storia. Ancora oggi tuttavia, soprattutto in certi ambienti, permane la tendenza a concepire la storia come uno strumento di lotta politica e questo non è scientificamente corretto, oltre che disonesto e moralmente inammissibile.



Dove ha cercato le fonti per i suoi testi?



Presso gli archivi fondamentalmente, soprattutto per quegli argomenti su cui non si è indagato in precedenza, ma non solo. Non si può ignorare poi quanto su un determinato tema è stato già scritto in precedenza da altri, magari lasciando volutamente nell’ombra, o sottovalutando, certi aspetti…



Nel suo testo Mussolini e la resistenza palestinese”, sostiene che “nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina  – e che- non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale”. Cosa fece di concreto l’Italia di Mussolini per il Gran Mufti di Gerusalemme? A che scopo?



In quel libro, dopo aver ricostruito la nascita e lo sviluppo del nazionalismo arabo, di quello palestinese in particolare, e del sionismo, ho dimostrato – abbattendo in modo inconfutabile un pregiudizio politico consolidato, quello per cui sarebbero state sempre e solo le forze «di sinistra» ad appoggiare la causa palestinese – come tra il 1936 e il 1938 l’Italia versasse al Gran Muftì, leader della rivolta contro la Gran Bretagna e i sionisti, oltre 138.000 sterline. Questo contributo fu deciso dal Duce in appoggio al nazionalismo arabo e in funzione antibritannica, in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo, e per non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi che guardavano con grande simpatia alla Germania, Stato europeo che non li aveva colonizzati e in cui c’era una grande attenzione verso l’Islàm. Il nostro Ministero degli Esteri decise allora anche l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di armi e munizioni in principio destinate al Negus ma acquistate in Belgio dal SIM; la consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi dopo il loro prelevamento dagli italiani, non ebbe tuttavia mai luogo per la paura che i dirigenti sauditi avevano degli inglesi.



Cosa ne pensa, attualmente, della situazione palestinese?



Guardo con attenzione al riavvicinamento tra la componente laico-nazionalista e quella religiosa della resistenza araba in Palestina.



Recentemente, in libreria, è uscito il suo ultimo lavoro “I neri e i rossi”dove spiega che durante la Repubblica Sociale Italiana, Benito Mussolini, si aprì al mondo socialista e rivoluzionario. Come fu possibile?



Premetto che Mussolini proveniva da quel mondo socialista e rivoluzionario, cui peraltro fu sempre idealmente legato, al di là delle contingenze politiche. Il Duce e certi ambienti fascisti repubblicani cercarono sinceramente di evitare la guerra civile e consegnare la RSIe la socializzazione alle forze politiche, in particolare ai socialisti, considerate meno lontane ideologicamente e politicamente dal fascismo delle origini, cui tra il 1943 e il 1945 cercarono di tornare. Ricostruisco in questo volume le vicende dell’operazione «ponte» che Mussolini tentò nell’ora del crepuscolo con la collaborazione di Carlo Silvestri, di Edmondo Cione e in cui coinvolse il comandante delle formazioni partigiane socialiste «Matteotti», Corrado Bonfantini. Fu l’intransigenza di Lelio Basso e, soprattutto, di Sandro Pertini che fecero fallire questo progetto a cui molti, da entrambe le parti, guardarono con opportunismo ma anche con buona fede. Nell’operazione furono coinvolti, per quanto riguarda i neri, i ministri Pisenti e Biggini, i generali Montagna e Nicchiarelli, il sindacalista Ugo Manunta, Gastone Gorrieri e Franco Colombo della legione autonoma «Ettore Muti»; per quanto riguarda gli antifascisti i fratelli Bergamo, ex fuoriusciti repubblicani, il comunista libertario Germinale Concordia, Gabriele Vigorelli, Renato Sollazzo, Lia Bellora e altri uomini della Resistenza. Oppositori decisi di ogni trattativa e pacificazione furono, per ragioni opposte, il Partito Comunista Italiano, i tedeschi e gli intransigenti di Salò, Farinacci, Mezzasoma e Pavolini. Tuttavia, in uno scenario che vedeva il fascismo vinto sul piano politico e militare, diversi mesi durarono i contatti che si svilupparono tra ambiguità e mezze promesse, tranelli e doppi giochi: una conferma per certi aspetti della tendenza italiana a tenere i piedi su due staffe, in attesa del corso degli eventi. Come ho già affermato altrove, I neri e i rossi è un libro forse scomodo per qualche aspetto, ma necessario sia per quanto riguarda la storia della Resistenza sia quella della RSI.



Sta lavorando su altri testi?



Sto rivedendo, sempre per Mursia, la biografia del generale Niccolo Nicchiarelli, un nostro conterraneo. Volontario nel Primo conflitto mondiale, prigioniero in Germania, squadrista e sindaco fascista di Castiglione del Lago, Nicchiarelli ha vissuto molti degli eventi che hanno caratterizzato la storia d’Italia nella prima metà del XX secolo. Entrato nella milizia di cui comandò la legione «Cacciatori del Tevere» e il reparto autonomo nella colonia di confino a Lipari, fu poi alla testa della legione «San Giusto» a Trieste e della 3a legione libica. Segretario federale a Bengasi e membro del direttorio del PNF, durante la Secondaguerra mondiale partecipò in Africa settentrionale alla conquista di Sidi el Barrani e alla difesa di Bardia, fu comandante della legione camicie nere «Tagliamento» in Russia, poi del raggruppamento XXI Aprile che ricondusse in Italia dalla Jugoslavia dopo l’armistizio. Aderì alla Repubblica sociale e fu al vertice della Guardia nazionale repubblicana. Incarcerato e processato nel 1945 tornò alla vita civile nel 1946. Grazie all’analisi di una grande mole di documenti, in gran parte inediti, racconto, insieme alla storia dell’ufficiale, quella della milizia fascista, dalle origini al 1945.



Ringraziandola per l’intervista, le lascio libero spazio per dare un consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi allo studio della storia italiana…



Li inviterei a prestare maggiore attenzione nei confronti di una disciplina che, oltre a far loro comprendere il passato, dovrebbe aiutarli a leggere e interpretare anche il presente, a crescere. Sosteneva Cicerone che chiunque non fosse a conoscenza del proprio passato non avesse alcun futuro davanti a sé.





http://www.ilsitodiperugia.it/content/297-chi-non-conosce-il-passato-non-ha-futuro