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sabato 14 gennaio 2012

I tassisti dicono no agli squali della finanza.




(ASI)
Il 23 gennaio è stato proclamato dai tassisti italiani un fermo nazionale per protestare contro le liberalizzazioni annunciate dal governo Monti e per lunedì prossimo, invece, è stata programmata una assemblea nazionale al Circo Massimo a Roma per decidere su eventuali altre manifestazioni e scioperi. Quest’ultima, inizialmente, era stata prevista per sabato 14 gennaio. “Se entro il 16 gennaio il governo non ci darà un segnale concreto - avvertono i tassisti - decideremo nel corso dell'assemblea quali altre iniziative adottare”. Agenzia Stampa Italia, ha incontrato Andrea  Cappella, responsabile umbro del sindacato Uritaxi per approfondire la situazione.


lunedì 17 ottobre 2011

Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena.



(ASI) Tutti sono stati capaci a dire la loro e a condannare gli incidenti di Roma. Pochi, al contrario, si sono domandati il perché e in quale contesto sono avvenuti.



Da destra, seguendo la solita sceneggiatura dell’ordine e della sicurezza, sono arrivate immediatamente le condanne e si è parlato di punire severamente gli autori della guerriglia. Roberto Maroni, ministro dell’interno, ha difeso e solidarizzato con le forze dell’ordine dichiarando: “Quello che è successo a Roma è un fatto di inaudita gravità che va condannato da tutti senza esitazioni. Ringrazio ancora una volta le forze dell’ordine, il prefetto, il questore perché solo grazie ad un’equilibrata gestione dell’ordine pubblico si è evitato che ci scappasse il morto. Il rischio era concreto perché i violenti si sono volutamente fatti scudo del corteo”. Il senatore Maurizio Gasparri, ha precisato: “Quanto è successo a Roma non è frutto del caso o dell’improvvisazione. Caschi, bastoni, maschere antigas ed altre attrezzature da guerriglia erano in dotazione a migliaia di manifestanti che non sono stranieri o fantomatici black bloc, ma appartenenti a ben note organizzazioni dell’estrema sinistra”.



Dalla sinistra, invece, sempre intenta ad apparire democratica e civile, sono arrivate all’unisono le prese di distanza. Nichi Vendola di Sinistra Ecologia e Libertà ha detto: “L’obiettivo della violenza teppistica che è andata in scena a Roma era colpire la manifestazione. Volevano togliere il diritto di parola a migliaia di ragazzi, uccidere la speranza che il dissenso radicale possa diventare politica. Il giudizio su questo teatro del nichilismo distruttivo deve essere più che netto: questa violenza è il vero nemico da battere”. In una nota di Giovanni Barbera, membro della direzione romana di Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra si legge: “Ragazzi incappucciati che avevano dato fuoco ad alcune auto e devastato alcuni locali di Via Cavour sono stati cacciati e malmenati dagli stessi manifestanti. La cosa anomala è che alcuni di loro si sarebbero rifugiati dietro i blindati delle forze dell’ordine in via dei Serpenti, da quanto riferiscono alcuni manifestanti presenti ai fatti. Li avrebbero fatti passare senza fermarli. Chiediamo che tali fatti siano accertati da chi ne ha la competenza. Se fossero veri sarebbero di una gravità inaudita e qualcuno ne dovrebbe rispondere pesantemente”. Quest’ultima dichiarazione, di “cossighiana” memoria, non sarebbe certo una novità… Ma andiamo oltre.



Tutti i politicanti, si sono dichiarati contro la violenza e il bisogno di rispettare le regole. Ma quali regole? La politica affaristica dei governi e dei potenti del mondo, sono legali? I ragazzi scesi in strada sabato e in molte altre occasioni, quale futuro possono avere? Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena, fatta di banche predatrici e di fabbriche che chiudono. C’è un popolo lasciato a se stesso. C’è una crisi che sembra destinata a non finire mai. E’ troppo facile ridurre la motivazione dei disordini e di una così forte protesta additando la colpa ai “soliti facinorosi”. E le persone scese in strada, non sono marziani venuti da un altro pianeta o, come aveva detto in una intervista a Sky Tg 24 il sindaco di Roma Gianni Alemanno, “i più violenti venuti da tutta Europa”. Sono le stesse persone che cucinano in nero per trenta euro a serata in qualche ristorante radical chic, sono le stesse che rispondono ad un qualsiasi call center con contratti a progetto per poche centinaia di euro al mese o, peggio ancora, sono persone licenziate da un giorno all’altro perché la fabbrica di turno ha deciso di investire all’estero.



La protesta scoppiata lo scorso anno in tutta Europa, sta continuando. Continua in Grecia e continua qui in Italia. Ed è troppo riduttivo sminuire un fenomeno che sembra crescere giorno dopo giorno.



www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5327:dietro-il-fumo-dei-lacrimogeni-e-delle-camionette-che-vanno-a-fuoco-&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34


sabato 26 marzo 2011

Ahi, serva Italia!


L’impegno militare italiano in Libia ottiene l’approvazione delle Camere e il Presidente Napolitano saluta con entusiasmo la notizia: ''E' una convergenza fondamentale che esprime comprensione della necessità che un paese come il nostro non restasse indifferente di fronte alla repressione di un moto di libertà e di giustizia sociale scoppiato anche in Libia''.



Ci risiamo. Dopo quanto avvenuto solo negli ultimi undici anni - nell’ordine - in Serbia, in Afghanistan ed in Iraq, l’Italia si presta di nuovo a partecipare ad una missione sedicente umanitaria, che cela in realtà il mero interesse da parte delle potenze mondialiste di estendere i propri tentacoli. Ha ragione il Presidente della Repubblica, un paese come il nostro non può restare indifferente: non può sottrarsi al ruolo di vassallo a cui è condannato da sessantasei anni rispetto ai suoi alleati. Su questo, al di là delle baruffe da osteria che contraddistinguono la dialettica parlamentare su questioni interne e spesso frivole, la convergenza politica non manca mai. Le Associazioni Culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia hanno ricordato oggi, con l’affissione di striscioni dal contenuto esplicito, come l’unità nazionale tanto auspicata trovi sempre riscontro là dove ci sia da ribadire il ruolo subalterno dell’Italia alle volontà altrui, così da renderla complice di massacri.



 



Associazione Culturale Zenit Roma – http://associazioneculturalezenit.wordpress.com

Associazione Culturale Tyr Perugia – http://www.controventopg.splinder.com






mercoledì 23 febbraio 2011

Perché l'Italia non si rivolta.


Perché non ci ribelliamo? In Italia la disoccupazione giovanile è al 29%, la più alta d'Europa. Tutti noi genitori abbiamo il problema dei figli, quasi sempre laureati, che non trovano lavoro o che devono accettare ingaggi precari molto al di sotto del loro titolo di studio, senza nessuna prospettiva per il futuro (questo è stato uno degli elementi scatenanti della rivolta tunisina innescata da un ingegnere costretto a fare il venditore ambulante e, impeditagli anche la bancarella, si è dato fuoco).



Tutti gli scandali più recenti, dal "caso Mastella" in poi, ci dicono che la classe dirigente italiana, intesa come mixage di politici, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, speculatori, esponenti dello star system, piazzano i propri figli, nipoti, generi, amici degli amici, in posti di lavoro ben remunerati e sicuri. Del resto nemmeno un chirurgo, nel nostro Paese, può fare il chirurgo se non ha gli agganci giusti con questa o quella banda di potere. Perché il sistema clientelare di Mastella non è il "sistema Mastella" è il sistema dell'intera classe dirigente italiana. Se non altro Mastella ha lo spudorato coraggio e la spudorata onestà di non farne mistero.



I ceti popolari sono stati espulsi da Milano e mandati nell'hinterland, in "non luoghi" direbbe Biondillo, che hanno il nome di paesi ma non sono paesi, perché non hanno una piazza, una chiesa, un cinema, un luogo di aggregazione.



Le deportazione dei ceti popolari ha distrutto Milano, città interclassista dove nei quartieri del centro, Brera, Garibaldi, Pirelli abitava accanto al suo operaio, il primo, naturalmente, in un palazzo di Caccia Dominioni, il secondo in una casa di ringhiera. Questa interfecondazione dava alla città una straordinaria vivacità che è andata inesorabilmente perduta. Oggi una giovane coppia non può trovar casa a Milano, né in affitto né tantomeno in proprietà nemmeno con mutui che impegnino tre o quattro generazioni. Quando ci si lamenta che certe zone periferiche, come viale Padova, sono state occupate più o meno illegalmente dagli immigrati, si sbaglia perché se non altro hanno restituito un po' di vita, e in particolare una vita notturna a una città che non ne ha più se non in quei quattro o cinque bordelli di lusso, a tutti noti, che ogni tanto vengono chiusi per eccesso di escort e di droga. In questi posti senti uomini fra i quaranta e i sessanta fare discorsi di questo tipo: «Domani parto per New York, poi faccio un salto a Boston e ritorno in Italia via Tailandia dove mi fermerò una decina di giorni». Se per caso ti capita di parlargli e gli chiedi: «Scusi, lei che lavoro fa?», le risposte son vaghe. In genere si dicono finanzieri, intermediari, immobiliaristi.



Quando agli inizi degli anni '70 era già cominciata la deportazione dei milanesi verso l'hinterland, lo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, non dava i suoi appartamenti alla povera gente, ma a politici, amministratori locali, giornalisti, in genere socialisti perché, prima del ribaltone della Lega, Milano, è stata governata da sindaci del Psi (Aniasi, Tognoli, Pilliteri, gli ultimi).



È ovvio che il centro di Milano, depauperato dei suoi ceti popolari, sia abitato oggi solo dai ricchi. Noi milanesi le case di piazza del Carmine, di via Moscova, di via della Spiga, di via Statuto possiamo solo sfiorarle e occhieggiarne i lussuosi androni. Meno ovvio è che il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina come la chiamiamo noi, che ha accumulato un ingente patrimonio immobiliare, grazie a dei benefattori che intendevano, con ciò, non solo alleviare la condizione dei vecchi soli e invalidi ma anche che i loro quattrini avessero un utilizzo sociale, svenda questo patrimonio, con affitti o vendite "low cost" come si dice elegantemente oggi, a politici, amministratori, manager, immobiliaristi, speculatori, modelle, giornalisti, che di questo "aiutino" non avrebbero alcun bisogno, sottraendo risorse a chi il bisogno ce l'ha.



Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un'antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente di fronte a queste storie dei figli delle oligarchie del potere che hanno il posto assicurato o delle case del centro occupate "low cost" da queste stesse oligarchie o dai loro pargoli (nello scandalo del Pio Albergo Trivulzio c'è un nipote di Pilliteri, una figlia di Ligresti). Queste cose li colpiscono più dei truffoni di Berlusconi perché toccano direttamente la loro carne.



Schiumano rabbia ma non si ribellano. Perché? Le ragioni, secondo me, sono sostanzialmente due. In questo Paese il più pulito c'ha la rogna. Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l'hanno. Non che sia gente in partenza disonesta. Ma, com'è noto, la mela marcia scaccia quella buona. Se "così fan tutti", tanto vale che lo faccia anch'io. Così ragiona il cittadino. Per resistere a quel "tanto vale" ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista.



La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità. Basterebbe una spallata di due giorni, come quella tunisina, una rivolta popolare disarmata ma violenta disposta a lasciare sul campo qualche morto per abbattere queste oligarchie, queste aristocrazie mascherate che, come i nobili di un tempo, si passano potere e privilegi di padre in figlio, senza nemmeno avere gli obblighi delle aristocrazie storiche. Ma in Tunisia l'età media è di 32 anni, da noi di 43. Siamo vecchi, siamo rassegnati, siamo disposti a farci tosare come pecore e comandare come asini al basto. Solo una crisi economica cupissima potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi. Perché quando arriva la fame cessa il tempo delle chiacchiere e la parola passa alla violenza. La sacrosanta violenza popolare. Come abbiamo visto in Tunisia e in Egitto, come vediamo in Libia o in Bahrein (in culo al colossale Barnum del Circuito di Formula Uno, che è, in sé, uno schiaffo alla povera gente di quel mondo).



Massimo Fini


sabato 8 gennaio 2011

Strage di Acca Larentia tra storia e commemorazione.


(ASI) La data del 7 gennaio assume sempre un significato particolare, almeno per quanti si radunano ritualmente in Via Acca Larentia, piccolo anfratto tra i palazzi nel quartiere Tuscolano, a Roma. Un clima mesto sembra infittirsi intorno al piazzale antistante alla storica sezione del MSI ogni volta che il calendario presenta questa data, calando su di una piccola parte d’Italia le grigie tinte che contraddistinsero gli anni di piombo.



Il 7 gennaio del 1978, durante una gelida serata, un gruppo sparuto di militanti sta uscendo dai locali di questa sede del Movimento Sociale, quando dall’oscurità appaiono cinque o sei uomini armati avanzanti verso di loro. Neanche il tempo di realizzare, che il piombo di una mitragliatrice Skorpion (arma resa celebre dalle BR, ma che farà in questa occasione la sua prima comparsa nella storia del terrorismo italiano) inizia a far fuoco in direzione dei giovani missini. La prima vittima di questa improvvisa spirale di fuoco è il diciannovenne Franco Bigonzetti che, colpito mortalmente alla testa, si accascia dinnanzi la porta della sede. Alcuni militanti, tra i quali uno ferito ad un braccio, riescono a rientrare nel locale e a chiudersi dentro, scampando ad un’esecuzione certa. Chi non riesce ad evitare l’appuntamento estremo è Francesco Ciavatta (18 anni), rimasto fuori dal portone insieme all’amico Franco Bigonzetti. Francesco tenta una disperata fuga lungo una rampa di scale nel cortile esterno ma una raffica di proiettili lo raggiunge nella schiena. Non muore immediatamente, bensì riesce a raggiungere con fatica la cima della rampa, finché non cade esausto rantolando per qualche minuto prima di spirare. Il commando assassino si dilegua sparendo per sempre, non prima d’aver sbraitato volgari improperi all’indirizzo delle loro vittime. Al via vai di polizia, carabinieri, ambulanze e giornalisti che si fa frenetico fin subito dopo la strage, fa fronte un accorrere continuo di decine e decine di giovani di destra che, ricevuta la notizia, decidono di radunarsi nel cortile della disgraziata sezione. L’aria è tesa e la rabbia travolgente, sebbene la folla di missini rimanga impietrita dal dolore in un’atmosfera di caos calmo. L’apparente tranquillità si trasforma in rivolta quando un giornalista getta un mozzicone di sigaretta – si presume distrattamente – proprio sulla chiazza di sangue di una delle due vittime. Il gesto è interpretato come un atto di disprezzo e genera la reazione dei militanti. Prima si avventano sul colpevole di tale affronto scaraventandolo a terra e distruggendo la sua cinepresa, poi iniziano dei violenti tafferugli con le forze dell’ordine. La follia di un carabiniere aggiunge alla tragedia un altro lutto: al tentativo vano, a causa di un inceppamento della pistola, di sparare in aria dei colpi per far desistere gli scontri, fa seguire una raffica di proiettili verso i militanti sparata dalla pistola di un collega a cui l’aveva appena tolta vista la cilecca della propria. Stefano Recchioni, altro diciannovenne, stramazza al suolo e muore in ospedale due giorni dopo esser stato vittima dei colpi sconsiderati sparati dal funzionario. E’ la terza vittima di questa dolente serata invernale, in cui un’insaziabile sete di sangue sembra essersi impadronita di alcune coscienze guidandole verso una cinica e dissennata caccia al fascista.



L’amaro ricordo di quanto avvenne non è oggi certo assopito, a trentatré anni di distanza, a causa di una verità e di una giustizia rimaste latitanti. E’ un sapore amaro quello che si percepisce nell’aria di Via Acca Larentia ad ogni 7 gennaio, laddove diverse generazioni di una comunità umana, che si riconosce nelle idee per cui Franco, Francesco e Stefano persero la vita, si raduna annualmente per commemorare tutti i suoi caduti, scegliendo la data e il luogo simboli di uno stillicidio di morte che ha mietuto tante vittime tra le file dei loro camerati in quegli anni feroci. I più anziani rivivono con la mente quella serata intensa che rimane incisa sulla loro pelle, i più giovani si proiettano idealmente in un periodo storico che per ragioni anagrafiche non hanno potuto vivere ma del cui messaggio di radicalità hanno scelto di farsi interpreti. Tante persone provenienti da esperienze umane e politiche variegate ma unite dalla condivisione di un comune patrimonio culturale si sono ritrovate anche quest’anno per dedicare ai propri caduti il solenne “presente”. Un suono forte esce dalle casse di uno stereo poste appena fuori la porta della sezione. Le note sono quelle della canzone “Generazione ’78″, il cui testo è diventato l’emblema degli anni di piombo vissuti “da destra”. L’imponente silenzio dà la misura del raccoglimento che simili note possono provocare in ciascuno dei presenti. Poi, terminata la canzone, una voce chiama all’attenti e dopodiché inizia a citare un lungo elenco funebre, quello dei militanti rimasti uccisi. Terminato l’elenco, sempre la stessa voce chiama per tre volte un “camerati caduti!”, a cui sempre risponde una possente voce in coro: “Presente!”. L’urlo squarcia il silenzio e riecheggia tra le strade del quartiere, le braccia destre sono tese al cielo quasi a voler raggiungere i propri caduti, come a volerne raccogliere il testimone. Nella mattinata vi era stato anche l’omaggio istituzionale: una corona di fiori deposta dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Alla cerimonia ha partecipato anche l’assessore ai Lavori Pubblici del comune di Roma Fabrizio Ghera, in rappresentanza del sindaco Alemanno, impossibilitato dagli impegni ad esserci di persona. Lo stesso sindaco promise due anni fa l’intitolazione di una via ai “martiri di Via Acca Larentia”. Promessa che evidentemente è rimasta fin’ora chiusa in una busta della scrivania del sindaco.



di Federico Cenci, http://www.agenziastampaitalia.it


sabato 11 dicembre 2010

BLIZ DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE TYR AL PROCESSO KERCHER. PER CARLO PARLANTI.


PERUGIA: riprende il processo per l’omicidio Kercher. Volantino di denuncia dell’Associazione Tyr.



(ASI)
“Fermiamo il circo mediatico” così inizia il volantino distribuito oggi dall’Associazione Culturale Tyr davanti al Tribunale di Perugia dove è ripreso il processo per l’omicidio Kercher. “Gli U.S.A., - prosegue lo scritto dell’Associazione Tyr - portatori di democrazia, hanno più volte difeso, attraverso i loro politici e media, la connazionale Amanda Knox giudicata colpevole dell'omicidio Kercher. La stampa italiana e i politici nostrani, invece, tacciono la storia di Carlo Parlanti”. Carlo Parlanti è un cittadino italiano ed è tutt’ora detenuto nelle prigioni americane per un presunto stupro. Katia Anedda, responsabile del sito
www.carloparlanti.it, presente oggi a Perugia con i militanti dell’Associazione Culturale Tyr ha aggiunto: “Un libro denuncia scaturito da sei mesi di studio di tre stimati criminologi dell'ambiente universitario romano, smentisce tutte le accuse ed arriva ad affermare la colpevolezza criminale della donna e dei medici coinvolti nel caso. Come è possibile che si continui a tacere?”.



www.agenziastampaitalia.it




 




martedì 30 novembre 2010

PROCESSO-BIS PER SPACCAROTELLA: SUBITO SENTENZA? IL POLIZIOTTO KILLER RISCHIA 21 ANNI DI GALERA.


Ci siamo. A 3 anni dall’omicidio di Gabriele Sandri, Mercoledì 1 Dicembre si apre il processo di secondo grado contro l’agente della Polizia di Stato Luigi Spaccarotella, sospeso dal servizio dopo la sentenza di primo grado che ad Arezzo l’ha condannato per omicidio colposo con colpa cosciente a 6 anni di carcere (ad oggi però il poliziotto non ha scontato nemmeno un giorno di galera e continua a percepire regolarmente lo stipendio, in parte decurtato).



 



Il nuovo processo, l’ultimo che entrerà nel merito del delitto dell’Autostrada del Sole prima dell’eventuale ricorso in Corte di Cassazione a Roma, si apre Mercoledì alle ore 9 in Corte d’Appello d’Assise a Firenze, in Via Cavour 57.



 



Costituitasi parte civile, la famiglia Sandri, insieme al Tribunale di Arezzo (giudice di primo grado) e alla Procura Generale della Toscana sono ricorse per il capo d’imputazione di omicidio volontario: rischia fino a 21 anni di carcere il poliziotto killer che l’11 Novembre 2007 sparò da una parte all’altra dell’A1, centrando al collo Gabbo mentre era a bordo di una macchina in movimento.





Queste le ricostruzioni dei cinque testimoni super partes, su cui accusa e Pubblico Ministero puntano per una sentenza diversa da quella del 14 Luglio 2009. Le testimonianze sono riprese dalle pagine del mio ultimo libro inchiesta CUORI TIFOSI, quando il calcio uccide. I morti dimenticati degli stadi italiani:



 



Emanuele Fagioni, 15 Novembre 2007



Vidi il poliziotto smettere di correre e impugnare la pistola con entrambe le mani a braccia tese in avanti, sempre rivolto verso l’area di servizio opposta alla nostra



 



Emanuele Fagioni, 27 Marzo 2009



Si, allora, il poliziotto veniva verso di noi, verso di noi correndo e camminando velocemente e correndo. A un certo punto quando mi sono accorto che ci aveva la pistola in mano siamo andati sempre più in fretta dentro l’autogrill, ci siamo fermati nel pianerottolo dell’autogrill. Okay. A un certo punto gridava dall’altra parte ’scappano, scappano’ si è sentito lo sparo (…) Io ho visto che correva con la pistola sulla mani, okay? A un certo punto ad altezza d’uomo, all’altezza d’uomo, con la pistola ad altezza uomo.”



 



Fabio Rossini, 13 Novembre 2007



Ho visto l’agente dapprima correre con la pistola in pugno, quindi rallentare, posizionarsi con il braccio armato teso in modo perpendicolare all’asse del corpo, mi è sembrato seguisse l’andamento di un oggetto (…)



 



Fabio Rossini, 27 Marzo 2009



“L’altra cosa subito che mi è… perché era molto nitido, limpido ho visto correre questo poliziotto, quindi la cosa che mi ha colpito era chiaramente la divisa e questi stivali alti (…) correva, correva (…) mi è parso gridasse testualmente ’scappa, scappa’ (…) Si ferma, si risposta, si… come per dire se.. va beh, l’idea che mi viene non… tipo un poligono, non so, una cosa di questo tipo (…) puntava l’arma verso l’altra parte. Aveva una o entrambe le braccia tese? Tutte e due. Assolutamente si. Con entrambe le mani, si.”



 



Fabrizio Galilei, 27 Marzo 2009



“Io ho visto che il poliziotto iniziava a puntare la pistola, a quel punto mi sono impaurito e ho iniziato, diciamo, a correre (…) Ho visto il poliziotto che puntava la pistola verso… Quindi aveva il braccio teso? Si. Come appunto per puntare, per mirare? Braccio teso e armato, in sostanza? Si (…) Credo, puntare con la pistola insomma come si vede insomma con gambe divaricate e braccia perpendicolari al corpo. (…) Io corro verso, verso l’autogrill, salgo le scale e quando stavo proprio lì, diciamo sento, sento uno sparo, a quel punto ero dentro alla prima porta a vetri (…)”



 



Keiko Horikoshi, 27 Marzo 2009



“Dopo avere fatto colazione sono uscita a fumare una sigaretta. (…) Davanti al parcheggio, davanti al pullman, piazzale (…) si, nel piazzale. (…) Ho sentito uno sparo, ma non sapevo da dove e poi ho visto dei ragazzi correre dall’altra parte, ragazzi correre (…) verso le macchine parcheggiate. (…) Successivamente ho visto due poliziotti correvano da… dalla stazione di rifornimento un poliziotto andava sul bordo del piazzale e piazza… sul bordo mentre i ragazzi salivano sulla macchina e, poi, questo poliziotto puntava una pistola con entrambe le mani, protese e poi si è fermato… e poi sparato (…) E mi ricordo quando la macchina stava uscendo dal parcheggio e poliziotto aveva già una pistola e dopo che la macchina proseguiva la marcia e… dopo un po’ lui sparato, e quel momento la macchina era in movimento”



 



Anania Marisa Samanta, 13 Novembre 2007



Il poliziotto giunto alla fine del guardrail, dall’altezza di un cumulo di terra smosso dove un veicolo in movimento terra, ha disteso entrambe le braccia impugnando una pistola”.



 



Anania Marisa Samanta, 27 Marzo 2009



“(…) Poi vidi che comunque l’agente di Polizia inizio a correre anche lui, andò verso il guardrail (…) andò in direzione del guardrail (…) Poi niente, vedo che, appunto, si ferma lì, e dopo un po’ sento uno sparo. (…) L’ho sentito si, e… cioè ho visto che comunque si era posizionato lì come se volesse fare chissà che cosa, poi ho sentito lo sparo e quindi ho potuto immaginare. Poi il tutto…”



 



Nonostante queste schiaccianti versioni, la difesa dell’agente punta invece alla conferma di una condanna mite o all’ulteriore riduzione della pena. Fuori dal tribunale fiorentino sono attesi amici di Gabriele, tifosi e cittadini comuni, tutti accomunati da un’unica richiesta, quella di giustizia giusta.



 



La sentenza, da quanto trapela dagli ambienti toscani, potrebbe arrivare in tempi brevi, addirittura anche nella stessa udienza del 1 Dicembre.



 



Infine Giorgio Sandri, padre della vittima che insieme a tutta la famiglia Sandri sarà presente in aula a Firenze, oggi ha rilasciato un’intervista ai telegiornali di Canale 5 e Rai 2: “Ad Arezzo, un anno e mezzo fa, ci hanno già privato di una giustizia vera. Una sentenza pavida ha graziato l’assassino di Gabriele. Oggi a Badia Al Pino ci negano anche la targa che il Popolo di Gabriele, forte di 25.000 firme, vorrebbe apporre sul luogo del delitto per non dimenticare. Mi auguro che da Firenze possa invece giungere una sentenza in controtendenza. L’Italia e i cittadini italiani non meritano un’ennesima sconfitta. Giustizia per mio figlio significa giustizia per tutta quella gente comune che vuol continuare a credere che la legge sia sempre uguale per tutti…



Maurizio Martucci



dal blog del libro CUORI TIFOSI - cuoritifosi.ormedilettura.com


venerdì 22 ottobre 2010

Acqua pubblica, nel 2011 il referendum.


Grazie all’impegno congiunto di forze sociali differenti, nel 2010 sono state raccolte le firme necessarie per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua pubblica. Alex Zanotelli, in prima linea in questa battaglia, chiede ora a tutti i cittadini italiani di partecipare al referendum che ci sarà nel 2011, perché: "Se perdiamo l'acqua, abbiamo perso tutto".



La cittadinanza attiva italiana ha ottenuto una straordinaria vittoria raccogliendo un milione e quattrocentomila firme per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell'acqua (Legge Ronchi,19 novembre 2009).



Questo grazie a una straordinaria convergenza di forze sociali che vanno da associazioni laiche come Arci o Mani Tese, o cattoliche come Agesci o Acli, da sindacati , da movimenti come NO TAV o NO Dal Molin, da reti come Lilliput o Assobotteghe.



In nessun referendum si era mai visto un tale schieramento di forze sociali così trasversali, che hanno trovato poi la capacità di organizzarsi a livello locale, provinciale, regionale.



È stata l'acqua, fonte della vita, che ha riunito in unità la cittadinanza attiva.



È fondamentale notare che tutto questo è avvenuto senza l’appoggio dei partiti, senza soldi e senza la grande stampa. I partiti al governo ci hanno attaccato pesantemente (le dure dichiarazioni di Ronchi e Tremonti), mentre i partiti dell'opposizione presenti in Parlamento (PD e Idv) ci hanno remato contro.



Il Comitato Referendario ha sfidato il popolo italiano con delle scelte ben precise. In piena vittoria del mercato e della finanza, i 3 quesiti referendari chiedevano che, primo, l'acqua venisse dichiarata un bene di non rilevanza economica, secondo, l'acqua venisse tolta dal mercato e, terzo, che non si facesse profitto sull'acqua. È il massimo che si può chiedere a un popolo in pieno neo-liberismo.



Intorno ai banchetti della raccolta firme, si è svolta "la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri e l'homo economicus, furbo, speculatore irresponsabile e pronto a tutto, pur di arricchirsi", così ha scritto il costituzionalista Ugo Mattei.



Ha vinto la persona, ha vinto il diritto umano. Ed è la prima grande vittoria per il bene comune (insieme all'aria) più prezioso che abbiamo.



A Roma abbiamo festeggiato questa vittoria a Piazza Navona il 19 luglio, portando poi gli scatoloni contenenti le firme alla Corte di Cassazione. Che festa!



Ma ora si apre la campagna referendaria vera e propria! Per questo, il 4 settembre, i referenti regionali del Forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica, si sono ritrovati a Roma per valutare come procedere e sopratutto per preparare l'incontro nazionale di tutto il movimento in difesa dell'acqua pubblica, che si è tenuto a Firenze (18-19 settembre).





La Corte Costituzionale entro ottobre deve esprimersi sulla validità delle firme raccolte e poi darci i quesiti referendari, ed infine dovrà fissare la data del referendum dal 15 aprile al 15 giugno 2011.



È un appuntamento fondamentale questo, per cui dobbiamo organizzarci così bene da portare almeno 25 milioni di italiani a votare (è il quorum necessario per la validità del referendum).



Mi appello a tutti perché ogni cittadino italiano e ogni cristiano si impegni per salvare 'sorella acqua'. In questo cammino referendario, abbiamo avuto l'impegno serio di tante associazioni cristiane, di parrocchie e anche di diocesi (la diocesi di Termoli per esempio), ma ci è mancata la voce dei Vescovi, sopratutto della CEI.



Dopo le parole così chiare del Papa sull'acqua nella sua enciclica sociale, mi aspetto che i vescovi facciano altrettanto, perché questo è un problema etico, morale, vitale per il nostro paese e per l'umanità. Se perdiamo il referendum sull'acqua, abbiamo perso tutto.



Per questo chiediamo a tutti di impegnarsi a tutti i livelli. A livello personale chiediamo uno sforzo per informarsi e informare sull'acqua tramite internet, tramite cd o dvd (come Per amore dell'acqua), libri, opuscoli per potere poi rendere cosciente la gente con incontri pubblici, dibattiti, conferenze e serate sul tema. Solo così potremo portare 25 milioni di italiani a votare. La grande stampa e i media non ci aiuteranno!



A livello comunale, chiediamo a tutti di fare pressione sui propri consigli comunali perché votino a maggioranza che l'acqua è un bene di non rilevanza economica, modificando poi lo statuto comunale per inserirvi quella decisione. Questo potrebbe diventare un altro referendum popolare. Perché, per esempio, per la Giornata dell'acqua (22 marzo 2011), non potremo invitare quei Comuni che hanno così votato ad esporre un simbolo e a contarsi? Potrebbe essere questo il referendum dei Comuni. Ma c'è di più! Dobbiamo far passare la notizia che la legge Ronchi non proibisce il totalmente pubblico. E quello che la legge non proibisce, facciamolo!





Dobbiamo gridare dai tetti che i comuni, le province, le regioni e le comunità di valle che vogliono gestire la loro acqua come Azienda Speciale o Ente di Diritto Pubblico, lo possono fare. È questo il contributo della cittadinanza attiva di Napoli alla lotta contro la privatizzazione dell'acqua. Sono stati l'avvocato M. Montalto, sostenuto dall'Ordine degli avvocati dell'Ambiente di Napoli, e il costituzionalista A. Lucarelli della Federico II di Napoli, a dimostrare che questo si può fare. È questa la sfida in atto in Puglia per trasformare l'Acquedotto Pugliese da Spa a Ente di diritto pubblico.



È la sfida in atto nel Comune di Napoli di far passare l'Arin da Spa a Azienda Speciale. Speriamo che questo avvenga presto e Napoli diventi la 'capitale dell'acqua pubblica', anticipando il risultato del referendum.



Ci conforta in questo la decisione dell'assemblea Generale dell'ONU, che ha approvato lo scorso luglio la risoluzione che "dichiara il diritto all'acqua potabile e sicura e ai servizi igienici, un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani" .



"Questa risoluzione è un fatto storico importante - ha detto Petrella - , un significativo passo in avanti sul cammino dell'accesso all'acqua potabile per tutti". Questo nostro impegno per l'acqua pubblica, ha infatti una portata mondiale, sopratutto per i più poveri.



Sull'acqua ci giochiamo tutto sia per noi, sia per i poveri. Se perdiamo l'acqua, abbiamo perso tutto.



Dobbiamo vincere! Se ce l'hanno fatta l'Uruguay, la Bolivia, l'Ecuador, Parigi, ce la possiamo fare anche noi.



Diamoci da fare: si tratta di vita o di morte per noi, per i poveri, per il pianeta.




di Alex Zanotelli - 20/10/2010

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35227


sabato 16 ottobre 2010

Eurochocolate


Al via la kermesse del cioccolato.



E’ partita l’edizione 2010 di Eurochocolate a Perugia. E così, mentre gli organi di informazione parlano del nulla che avanza, cercando di tenere l’attenzione pubblica su i fatti di Genova, parte l’ennesima festa del cioccolato multinazionale nel capoluogo umbro. Tra gli sponsor della festa troviamo Google ed Active oltre ovviamente al patrocinio del Comune di Perugia e di altri enti. La città si fermerà di nuovo, tra strade bloccate e semafori in tilt, per la gioia dei cittadini perugini, migliaia di turisti del cioccolato imperverseranno nella nostra città. Le iniziative sono tante, tantissime e, ovviamente, quasi tutte a pagamento o su prenotazione. Nel sito ufficiale –
www.eurochocolate.com – la manifestazione, in pieno stile globalizzato, viene chiamata International Chocolate Exhibition. Scorrendo il programma la prima cosa che viene pubblicizzata è la bella “Chococard” che permetterà, a chi la sottoscriverà, di ottenere prestigiosi sconti durante tutto l’arco della festa. Anche questa, è a pagamento. Corso Vannucci, via principale della Città di Perugia, diventerà un centro commerciale a cielo aperto. Golosi e curiosi si accalcheranno per comprare cioccolata a prezzi meno competitivi del supermercato e, tra una spintarella e un’altra, qualcuno cercherà di accaparrarsi i pezzi del cioccolato che i grandi maestri cioccolatieri tireranno in aria dopo averne fatto delle vere e proprie sculture. Nel disastro più totale, tra precariato e morti bianche in continuo aumento, ci sono persone che si macinano chilometri per prendere da terra del cioccolato che viene tirato in aria. In questo triste contesto, da una parte, abbiamo l’uomo massa che è capace di indignarsi per i fatti di Genova gridando allo scandalo ma che non è capace di riflettere su tutto quello che ci circonda e, dall’altra, il Comune di Perugia, che appoggia e sostiene queste iniziative che vengono considerate di gran prestigio, spendendo tanto tempo e denaro. Tempo e denaro che potrebbe essere speso per attività sociali e culturali di ben altro calibro. E così, tristemente, anche Eurochocolate, da festa quale dovrebbe essere, diventa banalmente una fiera commerciale per il gregge. In concomitanza con l’esposizione perugina del cioccolato, parte, a Castiglione del Lago, vicino Perugia, dal 15 al 17 Ottobre, Altrocioccolato – Dove la giustizia sa di cacao - www.altrocioccolato.it -. Una manifestazione culturale promossa dall'Associazione Umbria EquoSolidale, nata come contrasto e contestazione all’Eurochocolate targata Nestlè, quest’anno è giunta all’ottava edizione.



Di Fabio Polese, www.rinascita.eu


mercoledì 8 settembre 2010

La doccia fredda dei detenuti romani a Regina Coeli impianto rotto da 40 giorni.


Nel penitenziario da oltre un mese non c'è acqua calda Il garante: in mille verso il secondo inverno al gelo.

ROMA - Da più di quaranta giorni gli oltre mille detenuti del carcere romano di Regina Coeli sono senza acqua calda. Lo rende noto il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, secondo cui il disguido sarebbe da attribuire alla rottura della caldaia centralizzata che serve l'intera struttura.
I disagi sarebbero destinati a protrarsi «fino a quando non si provvederà a sostituire l'impianto centralizzato con singole caldaie in grado di servire le singole sezioni». Già lo scorso inverno i detenuti dello storico carcere di via della Lungara, spiega Marroni, rimasero a lungo senza acqua calda e senza riscaldamento a causa di disguidi e lungaggini burocratiche.

APPALTO INFINITO - Il problema principale è proprio la macchinosa gestione dell'appalto per il rifacimento dell'impianto di riscaldamento e delle tubazioni del carcere. Realizzato nel 1654, Regina Coeli è forse il carcere più antico d'Italia. Attualmente ospita oltre mille detenuti, molti dei quali in attesa di giudizio, su 8 sezioni (spesso in 4 o 6 in ogni cella) e in un Centro clinico.
Secondo le ultime stime la sua manutenzione ordinaria costa 14,5 milioni di euro all'anno. I lavori di ristrutturazione che in questi ultimi anni hanno interessato molte delle sezioni non sono riusciti a risolvere i problemi che affliggono il carcere.

VERSO LA STAGIONE FREDDA - Sarà, probabilmente, il secondo inverno senza riscaldamento e docce calde per i detenuti, prevede Marroni: «Ancora una volta i problemi tipici di un carcere ultracentenario qual è Regina Coeli ricadono sui detenuti - ribadisce il garante -. Occorre prendere atto che Regina Coeli non è più in grado di garantire non solo il dettato costituzionale del recupero sociale del reo, ma soprattutto gli standard minimi di vivibilità, soprattutto in un periodo caratterizzato dal drammatico sovraffollamento di tutte le carceri italiane».
Per questo Marroni propone di «utilizzare gli ingenti fondi spesi ogni anno per cercare di far funzionare alla meno peggio Regina Coeli per realizzare un carcere più moderno. Allo stesso tempo, si potrebbe riconsegnare alla città la storica struttura di via della Lungara per farne un polo artistico e museale di rilievo internazionale».


http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_settembre_8/carceri-doccia-fredda-regina-coeli-1703721560151.shtml


lunedì 30 agosto 2010

Le mani delle multinazionali sull'acqua che diventa privata.



Evidente l’interesse del sistema bancario e della finanza al grande business della “privatizzazione “ dell’acqua.



Il Centro Studi di Intesa San Paolo ipotizza che il regolamento attuativo della legge Ronchi sulla “privatizzazione” dell’acqua potrebbe essere emanato nel 2012. Evidente l’interesse del sistema bancario e della finanza  al grande business della “privatizzazione “ dell’acqua. I pacchetti azionari delle prime cinque multi utilities valgono almeno 2 miliardi di euro. Continua la grande mistificazione sui benefici che apporterà ai cittadini la mitica concorrenza in termini di diminuzione delle tariffe, aumento degli investimenti e miglioramento dei servizi.
 
L’acqua è un bene comune e l’accesso all’acqua un diritto umano. Il  Nobel dell’Economia Samuelson definisce i beni pubblici in rapporto alla “non rivalità” (l’uso da parte di un individuo non incide sulla quantità disponibile per gli altri) e “non escludibilità” (impossibile escludere gli altri dall’uso). I sostenitori della privatizzazione escludono l’acqua dalla categoria dei beni pubblici perché è un bene scarso, quindi classificabile come bene economico e soggetto alle logiche del mercato. Acqua scarsa?
 
Lo stress idrico nasce da prelievi superiori alla capacità di rigenerazione. Prelievi aumentati a causa del cambiamento nell’alimentazione, all’aumento dell’urbanizzazione che comporta la cementificazione crescente del territorio, da un’agricoltura che in Occidente ne assorbe il 30%, l’industria il 59% e le famiglie l’11%. Il servizio idrico integrato (captazione, potabilizzazione, erogazione, depurazione, fognatura) è un monopolio naturale (non si possono costruire condotte parallele e/o separare approvvigionamento, depurazione etc) e quindi non assoggettabile al regime della concorrenza nel mercato.
 
Le gare di appalto per la concessione del servizio trasferirebbe il monopolio naturale nelle mani del privato il quale per massimizzare l’utile comprime i costi, incentiva i consumi, aumenta i prezzi. L’esperienza della “privatizzazione” è a dir poco inquietante. Il potere delle multinazionali dell’acqua è rilevante: Veolia presente in 60 Paesi, Lyonnaise des Eaux presente in 120. Nel grande business entrano anche le banche: esempio ne è la privatizzazione della società di servizi idrici Thames Water alla Kemble Water controllata dal Macuqerie Group, una multinazionale dei servizi bancari e gestore dei fondi d’investimento.
 
Anche in Italia è nato il polo industriale dell’acqua dall’alleanza tra Iren (aggregazione fra le ex municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza, Reggio Emilia) e il fondo d’investimento F2 (Cassa Depositi e Prestiti, Fondazioni Bancarie e Grandi Banche). Le esperienze italiane di privatizzazione sono nefaste ma anche la gestione pubblica è stata, in alcuni casi, totalmente fallimentare. Gli aumenti potrebbero essere tollerati in presenza di diminuzione di perdite, qualità dell’acqua, bollette trasparenti! Invece a 15 anni dalla riforma gli investimenti effettuati (che giustificherebbero gli aumenti) sono meno della metà di quelli programmati.
 
Valore medio che spazia tra in vestimenti al 100% di Liguria e Friuli al negletto 6% della Sicilia e della Puglia. Eppure le tariffe pugliesi sono le seconde più alte d’Italia e le perdite della rete idrica ammontano al 56% del totale. Il cittadino di Agrigento invece ha il consumo più basso d’Italia e la tariffa più alta (445 euro a famiglia contro una media nazionale pari a 253). 

Di
Erasmo Venosi, www.terranews.it


mercoledì 11 agosto 2010

La società del controllo globale.


Il diritto dell’anonimato per chi naviga nella rete è ormai solo triste teoria.
di: Fabio Polese - Rinascita del 11-08-2010

Vi sarà capitato di vedere, mentre leggevate la vostra posta elettronica o mentre stavate guardando un qualsiasi sito web, un banner pubblicitario che presentava casualmente offerte di libri, macchine, voli aerei e tante altre cose che voi avevate cercato in precedenza; magari vi sarete detti dentro di voi “nulla di strano!” o avrete pensato semplicemente ad una casualità dovuta alla fortuna o al fatto che quello che stavate cercando era il must del momento. Siete stati troppo buoni e forse un po’ troppo ingenui perché, nella società del controllo globale, nulla viene lasciato al caso. E’ bene iniziare a pensare che ogni cosa che succede quotidianamente ha un perché, un perché che molte volte è vigliacco, abominevole e, spesso, non è svelato dai media cosidetti tradizionali. Su internet ci sono dei software spia che con un solo click di mouse riescono a raccogliere ed a immagazzinare tantissime informazioni personali. Vediamo come funziona e come grandi aziende societarie, ogni giorno, ci controllano e rivendono i nostri dati al miglior offerente. Ogni volta che si visualizza un qualsiasi sito web, vengono tracciati dei file che osservano il comportamento dell’utente nella rete e piano piano riescono a svilupparne un profilo che è aderente alla realtà. Una volta immagazzinate le informazioni, le varie società, vendono i nostri dati ad agenzie pubblicitarie che cercano un consumatore di un certo tipo ed è così che, in un tempo brevissimo, il banner pubblicitario raggiunge direttamente il vostro personal computer. “Ma si, sarà solo un po’ di pubblicità!” “Che male potrà farci?” “Magari trovo l’offerta che cercavo!”, queste potrebbero essere le considerazioni dell’uomo massa, peccato però che con questo sistema non solo potranno offrirci qualcosa che realmente ci interessa ma anche controllarci capillarmente. Tutto questo succede mentre il presidente degli Usa Barack Obama vorrebbe concedere all’FBI il potere di effettuare intercettazioni informatiche consentendo di esaminare e-mail e siti visitati senza il permesso del giudice. Come se non gli bastassero le oltre 1.7 miliardi di telefonate, e-mail e comunicazioni di ogni tipo che i sofisticati apparecchi dell’FBI captano ogni giorno. Le Associazioni per il diritti Civili, hanno più volte denunciato, inutilmente, le violazioni della privacy. Il diritto dell’anonimato per chi naviga nella rete è ormai solo triste teoria, anche perché, il tutto, viene giustificato dal Grande Fratello con la fantomatica lotta al terrorismo. Ma se tutto questo non vi basta, potete continuare ad essere tracciati su facebook alla ricerca di nuovi amici per avventure intriganti a colpi di tastiera e, se non trovate amici, potete sempre comprarli ad un costo insignificante. Cercate su internet, il risultato è sicuro. George Orwell nel romanzo “1984”, nello slogan del Ministro della Verità scriveva: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Questa è la triste realtà…


http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=3583

giovedì 29 luglio 2010

La Commissione europea autorizza altri mais Ogm.


La Commissione europea non perde occasione per dimostrare di fottersene dei produttori agricoli e di essere invece al servizio delle multinazionali che mischiano la chimica e l’ingegneria genetica nei cibi che direttamente o indirettamente arrivano sulle nostre tavole. Ieri Bruxelles ha dato l’autorizzazione all’importazione e all’utilizzo per fini alimentari di 5 nuovi tipi di mais transgenico e allo stesso tempo ha rinnovato l’utilizzo di un altro tipo di mais Ogm che si avviava alla scadenza.
La validità della autorizzazione è di dieci anni, un periodo più che sufficiente per permettere ai sei tipi di mais fatti in laboratorio di contaminare le coltivazioni di tipo naturale. Appare in ogni caso significativo che la decisione della Commissione sia arrivata dopo meno di due settimane da quell’altro provvedimento che ha lasciato agli Stati membri la libertà di decidere se autorizzare o meno la coltivazione degli Ogm sul proprio territorio.
I cinque nuovi tipi di mais autorizzati e quello rinnovato sono distribuiti in maniera equanime tra tre produttori, uno dei quali è ovviamente la Monsanto. Questi sono il 1507 e il 59122 della Pioneer, il Mon88017 e il Mon8903 appunto della Monsanto, e il Bt11xGa21 della Syngenta. Il rinnovo dell'autorizzazione sino al 2020 per lo stesso tipo di usi è stato invece concesso al mais ogm Bt11, anche questo della Syngenta.
E’ comunque significativo che tali produzioni si verifichino in Paesi nei quali la popolazione locale non viene resa abbastanza edotta sui pericoli di contaminazione che rischiano le coltivazioni locali autoctone e dove i politici locali fruiscono della riconoscenza dei produttori. Ad esempio il mais 59122 viene prodotto nelle Filippine.
Per gli altri tipi di mais Ogm le considerazioni sono identiche.
E’ altrettanto significativo che la Commissione europea in tutti questi casi abbia deciso nonostante non ci fosse stata la maggioranza qualificata favorevole dei 27 Stati membri al Consiglio agricoltura della Ue, che si è tenuto a Lussemburgo a fine giugno.
Oltretutto alla base di questa svolta c’è l’immancabile trucco. Se infatti la maggior parte dei prodotti Ogm importati in Europa riguardano mangimi per animali e se per essi deve essere indicata comunque in etichetta l’origine transgenica, il principio della tracciabilità è previsto soltanto sulla carta per i prodotti di origine animale (come carni, uova, latte e latticini) provenienti appunto dal bestiame alimentato con gli Ogm. Di conseguenza quello che non entra dalla porta nei nostri piatti ci finirà immancabilmente attraverso la finestra. Ed è sconfortante prendere poi atto che anche l’Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa) con sede a Parma abbia dato parere positivo e che la Commissione europea sia stata ben soddisfatta di seguire rigorosamente tutta la procedura richiesta, soprattutto dove prevede che spetta ad essa decidere quando gli Stati membri non si mettono d’accordo.

Di Andrea Angelini, www.rinascita.info


29 Luglio 1883 / 29 Luglio 2010 - AVGVRI



lunedì 26 luglio 2010

Impìccati! Storie di morte nelle prigioni italiane.


Fa caldo, eh… Insopportabile il salire, in questa estate, della colonnina di mercurio: 33°, 35°, 38°, 40° … Addirittura vicino ai 50°, in alcuni casi. Fa caldo, eh…. Pareti roventi, idem per i pavimenti. Nemmeno l’aria condizionata riesce a lenire il cocente disagio, misto ad umidità. Non c’è un filino di vento manco a pagarlo. Pare di stare sotto i piombi di Venezia.



Fa caldo, eh… Provate ad immaginare quanto caldo possa sentire una persona rinchiusa in meno di 3 metri quadri. Spazio ben al di sotto dei 7 metri quadrati per ogni imprigionato in cella singola, stabiliti dal Comitato per la prevenzione delle torture del Consiglio Europeo. Pensate ora a 3 persone in sei metri quadri, con un bagno a vista, la luce sempre accesa, l’aria puzzolente….



Fa caldo… In una cella diciamo “normale” dovrebbero starci 3 detenuti. In quelle italiane arrivano sino a 10 e si dorme anche per terra… Senza contare le brandine a castello a tre piani, i topi, gli scarafaggi, la penuria d’acqua calda in inverno e dell’acqua in generale d’estate, la pioggia scrosciante, le malattie, la tossicodipendenza che imperano nei luoghi angusti. Lo chiamano sovraffollamento che “miniaturizza gli spazi vivi”. Nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia in 25 Mt. quadrati ci stanno appollaiate 12 persone compresi i molti bambini. A Regina Coeli dovrebbero essere 700 gli “ospiti” delle patrie galere. In verità i reclusi arrivano a 1.100.



Fa caldo… Secondo il Ministero dell’Interno, dati alla mano, in Italia sono ben 68mila i detenuti contro i 44mila previsti “regolari”. 37mila sono in attesa del giudizio definitivo. Oltre 12.000 gli stranieri. Il personale carcerario effettivo è pari a 35.000 unità. Ma ce ne vuole per arrivare alle 42.000 tanto auspicate. Di soldi da investire nel “piano carceri” non se ne parla. Il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni (ospite de Il Fondo nel dicembre scorso – LEGGI QUI) auspicherebbe, tra le tante cose, «una riforma del codice penale che preveda la reclusione per i casi veramente gravi e un sistema di misure alternative – ma non per questo meno penalizzanti del carcere – negli altri casi». Troppo difficile per un paese, l’Italia, che si definisce una Repubblica sì finemente democratica? L’ultimo suicidio è dello scorso venerdì nella casa circondariale di Catania Bicocca. A conti fatti: dal 2002 al 2010 sono stati più di 1.600 i detenuti passati a miglior vita di cui circa 600 con morte per mano propria. Dall’inizio dell’anno 38 suicidi su 101 decessi, in età compresa tra i 25 ed i 70 anni, 46 tentativi di suicidio, un evaso pericoloso una decina di giorni fa, 10 poliziotti penitenziari colpiti nello svolgimento del servizio, turni massacranti, carenze di tutti i generi, scioperi e controscioperi, mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria, etc. etc. etc. “I detenuti sono uomini non numeri” ripetono e ricordano i siti www.ristretti.it e www.ristretti.org .



Fa caldo…. E si muore. I trapassi non sono sempre chiari e limpidi. «La prigione è dolore, solitudine, lacrime, paura, pena, vergogna, rabbia. In carcere si muore, come fuori e per le stesse cause: malattia, suicidio, omicidio. Ciò che non dovrebbe accadere mai, però, è morire di carcere: per mano di chi ti ha in custodia o per negligenza di chi ti ha in cura». A scriverlo è Luca Cardinalini, giornalista ed autore di libri dedicati ad inchieste e cronache italiane, nel suo Impìccati! Storie di morti nelle prigioni italiane della casa editrice romana DeriveApprodi, da poco in libreria. E si parla, qui, di alcuni detenuti tristemente saliti agli onori o disonori della cronaca e subito dopo obliati che, entrati vivi e vegeti in carcere, ne sono usciti morti «solo per i loro funerali: Aldo Bianzino, Diana Blefari, Luigi Acquaviva, Sami Mbarka Ben Gargi, Stefano Frapporti, Camillo Valentini, Niki Aprile Gatti, Stefano Cucchi». Otto esseri umani che tra il 2007 ed il 2009 sono morti in situazioni di vita e detenzione ben distanti l’una dall’altra. Otto persone che non sono riuscite a sopravvivere alle maglie della custodia cautelare. Otto storie che lasciano l’amaro in bocca nei lettori per la loro sbalorditiva semplicità e chiarezza di vita e morte.



Assolutamente chiara e limpida la postfazione di Laura Baccaro e Francesco Morelli (Ristretti Orizzonti) dal titolo “Morire di carcere. Suicidi, autolesionismo e altri incidenti”. Alcune perle: «Sopravvivere al carcere – comunque, qualunque e in ogni ruolo -  è visto di per sé come un atto di eroismo». «Non esiste un diritto a morire, ma a essere curati. Nessuno deve fare una fine così, anche chi sta in carcere è un essere umano». «La pena carceraria non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». «Bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare, che andrebbe applicata soltanto in casi estremi, ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi». «… chi conosce la realtà del carcere non si chiede perché ogni anno un centinaio di detenuti muore, ma piuttosto perché altre migliaia decidono di resistere. Nonostante tutto. Anche i media sembrano essersene accorti: in carcere si muore sempre più spesso. Per suicidio, per malori o «per cause da accertare», un modo elegante per non dire che si viene ammazzati».



Fa caldo eh… Basta accendere il ventilatore o il condizionatore dell’aria per stare meglio… Un gesto semplice, naturale ma che agli occhi dei detenuti (siano essi colpevoli, innocenti, presunti qualcosa o qualcos’altro) appare “semplicemente” della vita e per l’esistenza stessa. Un stato, quello detentivo, che – non mi stancherò mai di ripetere e scrivere – potrebbe «toccare a ciascuno ed essere di tutti»



Fa caldo eh….

Di Susanna Dolci, www.mirorenzaglia.org


giovedì 22 luglio 2010

Sempre sulla Tessera del Tifoso....


Tessera del tifoso
Intervista a Fabio Polese

Di Ettore Bertolini, Agenzia Stampa Italia - 23/07/2010

1) Che cosa è la tessera del tifoso?

La Tessera del Tifoso è uno strumento di controllo e di marketing che non serve nient’altro che a mantenerci in linea con la società del consumo e della tanto decantata sicurezza nella quale, purtroppo, viviamo. Non si spiegherebbe, altrimenti, il perché ci sia bisogno di obbligare qualsiasi persona che vuole fare l’abbonamento a prendere una vera e propria carta di credito ricaricabile con tanto di codice IBAN (International Bank Account Number). Va considerato inoltre lo smisurato giro di soldi che porterà. Basta pensare che il solo costo per acquistarla, per quasi tutte le società, si aggira intorno ai 10,00 €. Per fare un esempio concreto, pensiamo a quante Tessere del Tifoso riusciranno a far fare tra le grandi società calcistiche italiane come Inter, Juve o Milan. Mille, duemila? Moltiplichiamo per diverse centinaia e il conto è fatto. E’ tempo di crisi economica, aiutiamo le banche! Per non parlare poi di tutti gli escamotage che ne verranno fuori per far fare più movimenti bancari possibili attraverso pseudo offerte/sconti con Autogrill, merchandising, Ferrovie dello Stato e chi più ne ha più ne metta… Sul sito della Lega Pro si legge: “Ottenere una carta di pagamento ricaricabile Visa con un proprio IBAN (...) consente di (...) trasferire in real time denaro da una carta all'altra (card to card) (...) Maggiori servizi e benefici concreti: premi, merchandising, biglietti, convenzioni (...) La tessera rappresenta un borsellino elettronico che consente di fare operazioni di varia natura, acquisti online, prelevare contanti, trasferire denaro, ricaricare il telefonino”. Vogliamo parlare anche del fatto che chi ha già scontato il proprio debito con la giustizia, per i reati che ha commesso negli ultimi cinque anni, non potrà farne richiesta? E’ chiaro che non è una normale fidelizzazione tra la società calcistica e i propri tifosi come ci vogliono far intendere. 

2) E' veramente utile?

Sicuramente. Per gli istituti finanziari e per i controllori globali.

3) Risolve i problemi della sicurezza?

Ma stiamo scherzando? Con le ultime norme in materia di sicurezza negli stadi, tornelli e biglietti nominativi in primis, doveva essere già stata debellata la violenza negli stadi. E’ stato così? No, assolutamente no. Ho quasi la sensazione che faccia comodo poter criminalizzare qualcuno per non far pensare alla massa omologata gli enormi problemi ai quali stiamo passivamente assistendo.

4) Cosa ne pensano i tifosi?

Da tempo i veri tifosi, gli ultras, hanno contestato la Tessera del Tifoso con i mezzi a loro disposizione. Sono scesi in piazza e hanno gridato la loro rabbia, hanno fatto conferenze informative, articoli, comunicati, striscioni e volantinaggi. Ma c’è anche chi pian piano si sta piegando e dopo tanto rumore sottoscriverà la Tessera. Sono usciti comunicati di grandi tifoserie italiane che si auto legittimano a fare la Tessera per l’amore dei propri colori. Dietro il calcio, anche nelle curve, sia chiaro, non su tutte, c’è il business che va portato avanti… Non so se mi spiego.

5) E' provvedimento democratico? Non limita le libertà individuali sancite dalla costituzione? Condiziona l'evento ludico? Uccide i colori e le passioni dei tifosi?

Bisognerebbe vedere quale significato si da alla parola democrazia. Polemiche a parte, qui mi ricollego alla mia risposta alla prima domanda. E’ democratico che chi ha già scontato i propri debiti con la giustizia se non sono passati cinque anni non possa farne richiesta? E’ democratico che ogni società calcistica possa adottare arbitrariamente le proprie soluzioni? E’ democratico che se una famiglia decidesse all’ultimo momento di andare a vedere la squadra della propria città in una trasferta vicino non possa andarci perché non ha questa benedetta Tessera del Tifoso? E’ democratico che, anche se io avessi la volontà di farla, dovrei silenziosamente accettare una carta di credito? E’ democratico che chiunque voglia fare la Tessera debba dare tutti i suoi dati ad enti terzi? E’ democratico schedare chiunque voglia andare allo stadio e invece non schedare chi ha interessi diversi come ad esempio il cinema? E’ democratico aiutare le banche e non i disoccupati o i senza casa? A voi le risposte…

6) Cosa possono fare i tifosi per impedirla?

Semplicemente far vedere che sono la parte più pulita del calcio e che mai si piegheranno a tali leggi liberticide né tantomeno allo sporco gioco economico che ci gira intorno con sponsor, pubblicità, banche e Sky. Forse la prima mossa da fare, anche se dolorosa per i veri appassionati di calcio, sarebbe quella di abbandonare lo stadio e far sentire il silenzio di una gradinata vuota. Sta a loro scegliere se riconquistare la libertà o continuare ad essere massa rumorosa e fastidiosa solo all’orecchio come le vuvuzelas che hanno accompagnato questi ultimi mondiali di calcio.


CLAMOROSA SORPRESA: LA TESSERA DEL TIFOSO E’ ILLEGALE!


Ne sapevamo già tante: la Tessera del Tifoso non è un obbligo di legge e poggia su un dispositivo che il TAR Lazio ne valuterà l‘incostituzionalità. E' un’imposizione per i club e una scrematura preventiva del pubblico, senza la certezza di estirpare i fenomeni violenti. Limita le libertà di movimento dei cittadini e mina la privacy, colpa il micro-chip con identificazione a radio frequenza. E’ un’operazione di marketing speculativo e il Presidente dell’UEFA l’ha bocciata senza riserve. E così via, sciorinando a più non posso le criticità di questa rivoluzione all’italiana. Ma l’ultima scoperta ha davvero del clamoroso: la Tessera del Tifoso è illegale! Contrasta una legge dello Stato varata dopo la morte dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti e va contro il Codice di Giustizia Sportiva della Federazione Italiana Giuoco Calcio.
 
TESSERA ILLEGALE
L’art. 8 della Legge 4 Aprile 2007 N° 41, che ha convertito il Decreto dell’8 Febbraio 2007 N°8 recante“misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche”, obbliga i club di Serie A, B, Lega Pro e Dilettanti ad escludere qualsiasi tipo di facilitazione per i tifosi, pena una sanzione amministrativa del Prefetto con multa dai 50.000 ai 200.000 euro. Ecco il passaggio in questione: “E’ parimenti vietato alle società sportive corrispondere contributi, sovvenzioni, facilitazioni di qualsiasi genere ad associazioni di tifosi comunque denominate”. Un divieto che riguarda anche le cosiddette associazioni di fatto, disciplinate dal codice civile, nelle quali si fanno rientrare anche i possessori della Tessera del Tifoso che, per il peculiare elitarismo voluto dal Ministro dell’Interno Maroni, sono facilitati da offerte commerciali e proposte logistiche atipiche: esclusività per l’acquisto di abbonamenti stagionali e biglietti in trasferta per i settori ospiti. Esclusività per i biglietti in casa nelle gare giudicate a rischio dal CASMS. Accesso dedicato allo stadio con varchi prioritari (ancora da costruire). Agevolazioni per l’acquisto di merchandising e pacchetti finanziari (per i supporter della Fiorentina anche prestiti di denaro e mutui viola!) In parole povere, benefit per una cerchia di tifosi ufficiali, per i quali l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive spinge le società a favorire “la concessione di facilitazioni, privilegi e/o benefici”. Cioè quanto vietato dalla legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale nel 2007, dopo la morte di Raciti.   
 
CONTRO IL CODICE SPORTIVO
Stesse prescrizioni nel Titolo I delle norme di comportamento previste dal Codice di Giustizia Sportiva della FIGC, al primo comma dell’art. 12 (“Prevenzione di fatti violenti”): “Alle società è fatto divieto di contribuire, con interventi finanziari o con altre utilità, alla costituzione e al mantenimento di gruppi, organizzati e non, di propri sostenitori”. Cos’altro sarebbe la Tessera del Tifoso se non uno strumento per contribuire con altre utilità alla costituzione e al mantenimento di gruppi di tifosi? Cos’altro intendono i marketing manager per “community da fidelizzare” con la fidelity card? Regolamento sportivo e legge parlano chiaro: i titolari delle nuove carte non aderiscono ad un’associazione legalmente riconosciuta con finalità di divulgazione dei valori della Carta Olimpica e non hanno nemmeno l’obiettivo di gemellaggi con altri tifosi (art. 8, L. 41/07).
                                                        
GLI ESPERTI: NORME SCOORDINATE
“Nella fretta di varare la tessera del tifoso – sostiene l’Avv. Lorenzo Contucci, esperto di cause per reati da stadio -ci si è dimenticati di coordinare le norme. Forse non sarebbe stato possibile, visto che la tessera non ha fondamento normativo ma si basa su una circolare amministrativa. In realtà i Prefetti dovrebbero contravvenzionare le società che, con la tessera, costituiscono la categoria dei tifosi ufficiali senza formare prima un’associazione legalmente riconosciuta. Potrebbe configurarsi l’omissione di atti di ufficio. Agevolazioni come per l’abbonamento sono una violazione di legge”. “Già il decreto del 1995 postumo l’omicidio Spagnolo vieta legami tra società e tifosi – ribatte Giovanni Adami, legale di molti sostenitori di curva – La tessera è una facilitazione che va contro questo principio. Oltre che in sede penale e amministrativa, si può pensare ad un esposto alla Procura Federale della FIGC.
 
DASPO AI CAMORRISTI
Ultrà non sempre è sinonimo di criminale, ma a Napoli certi gruppi camorristici non sono estranei alla gestione delle attività illecite che ruotano attorno allo stadio”. Lo afferma il procuratore aggiunto Giovanni Melillo, coordinatore della sezione criminalità predatoria della Procura di Napoli, dove un pool di pubblici ministeri è specializzato in reati da stadio. Melillo propone una ricetta inusuale: estendere le limitazioni della Tessera del Tifoso ai sottoposti a misure di prevenzione antimafia. “Il Daspo dovrebbe poter essere applicato anche a quanti, pur non essendo stati protagonisti diretti di comportamenti violenti negli stadi, abbiano riportato condanne, anche non definitive, per gravi delitti: rapina, estorsione, traffico di stupefacenti e, in generale, reati di criminalità organizzata”. In pratica, significa trattare i camorristi come gli ultrà o, preferibilmente, gli ultrà come i camorristi. Una formula che non lesina polemiche. “Lo stadio non è un luogo extraterritoriale – replica l’Avv. Contucci – lo stesso principio dovrebbe valere per discoteche e osterie: contano una decina di morti l’anno. Sono dichiarazioni contraddittorie: prima si dice che gli ultrà sono vicini alla camorra, poi che la camorra non gestisce le curve di Napoli ma bagarinaggio, scommesse e gadget contraffatti. Cosa ben diversa.” “Rispetto la posizione del procuratore di Napoli – conclude l’Avv. Adami – ma il legislatore ha creato misure restrittive circoscritte alle sole manifestazioni sportive. La giurisprudenza (TAR Toscana e Liguria) dice che il DASPO non può colpire il delinquente abituale. Non vedo il motivo di estenderlo ai dediti ad attività criminale: c’è già il codice di procedura penale”. Segno dei tempi: sta partendo la Tessera del Tifoso e, seppur fuori legge, tra i magistrati partenopei c'è già chi propone di superarla. Se non ce ne fossimo accorti, gli stadi sono diventati il Nuovo Laboratorio Italia. Tra un pallone, un coro e una bandiera si sperimentano misure di controllo sociale di massa e ardite peripezie giurisprudenziali. 
 
Maurizio Martucci
 
(Fonte: LIBERAL, 22.7.2010, p. 21)


venerdì 16 luglio 2010

A CHE COSA SERVE LA TESSERA DEL TIFOSO? AL MARKETING.


Intervista a Maurizio Martucci uscita il 16-05-2010 sul Secolo d'Italia pag. 12 con presentazione di Miro Renzaglia.

Le tifoserie sono già scese sul piede di guerra contro la cosiddetta “Tessera del Tifoso”. E dopo aver manifestato pubblicamente a Roma con un corteo nei mesi scorsi, hanno cominciato il boicottaggio agli abbonamenti. Sbandierata come strumento di fidelizzazione fra club calcistico e supporter, la “tessera del tifoso” ha tutte le caratteristiche, invece, di una operazione sublimata fra interessi bancari, marketing e controllo sicuritario delle organizzazioni del tifo. Fra i più attenti ad interessarsene e ad illustrare di cosa veramente si tratta sono stati Fabio Polese, giovane dirigente dell’Associazione culturale “Tyr” di Perugia e lo scrittore Maurizio Martucci (Cuori Tifosi. Quando il calcio uccide, i morti dimenticati degli stadi italiani, Milano, Sperling & Kupfer, 2010). E’ lui a rispondere alle nostre domande.

Che differenza c’è tra la Tessera del Tifoso italiana e quelle già in uso nelle altre nazioni europee?

All’estero il modello è esattamente il contrario di quello voluto dal Ministro Maroni e dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. In Germania, Portogallo, Spagna e Inghilterra la tessera del tifoso non è obbligatoria ma facoltativa. Viene vissuta come un privilegio, non come un’imposizione calata dall’alto. E non è necessaria per abbonarsi allo stadio. Non è una carta di credito e nemmeno una carta ricaricabile. E’ una fidelizzazione attiva del fan alla vita del club: più stadio vivi, più trasferte fai, prima degli altri puoi prenotare il tuo posto per andare in trasferta. Ad esempio Chelsea e Liverpool offrono ogni anno delle vere e proprie ‘Priority Card’, per avere il diritto di prelazione all’acquisto dei biglietti prima di altri tifosi: più stadio vivi, più trasferte fai e, prima degli altri, puoi prenotare il tuo posto per andare in trasferta a Birmingham o Manchester. Nei paesi iberici, addirittura, la tessera del tifoso ti da diritto ad entrare davvero nel cuore del club: i tifosi di Barça, Benfica, Sporting e Real Madrid con queste carte ci eleggono pure il presidente. Ti dicono: preferisci Florentino Perez o Laporta per la presidenza? Una tessera, un voto. E non c’entrano niente i gadget né le banche. Non è una fidelizzazione commerciale come in Italia, dove si parla di sconti per stazioni di servizio dell’Autogrill o di merchandising. E poi, deve ancora essere presentato un ventaglio di servizi e prodotti. Pensate: stanno vendendo queste carte senza nemmeno informare il consumatore su quali offerte potrà contare. Ti dicono: “Tu intanto prenditela, poi ti diremo cosa farci!”

Chi potrà usufruirne e chi, no?

Pensata come strumento di contrasto al fenomeno della violenza nel calcio, stiamo assistendo al più classico scarica barile. Provate a chiedere ad un direttore di marketing di Serie A, B o Lega Pro se al momento della vendita della sua tessera del tifoso riuscirà a garantirvi l’incolumità fisica dentro e fuori lo stadio, in casa o in trasferta. Ti diranno: “Non dipende da noi”. Ah! no? E da chi deve dipendere? Eppure il contratto lo stipulate voi! Eppure negli stadi la sicurezza la garantiscono gli steward, che sono loro personale interno! La discriminante è la legge: non c’è una legge dietro il programma tessera del tifoso, e ogni società adotta arbitrariamente le sue soluzioni. Siamo alla deregulation. Alcune società la negano a chi ha dei carichi pendenti. Altre hanno rispolverato una legge del 1956 che parla di diffida del Questore per dediti all’ozio, vagabondaggio, spaccio di droga, sfruttamento alla prostituzione. E che c’entra un foglio di via per questi reati col calcio? Tutti i club la vietano ai destinatari di DASPO e ai condannati per reati da stadio anche in primo grado. Ecco il punto: e se uno viene assolto in appello o in cassazione? Dov’è il garantismo e il presupposto di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio? Capitolo DASPO: chi c’è l’ha già, lo scorso anno non poteva comprare i biglietti nominativi e non entrava allo stadio. Dov’è la novità della tessera del tifoso? Siamo all’isterismo normativo.

Ma non doveva servire solo per garantire di seguire la propria squadra nelle trasferte?

Sì, ma guardiamo il precedente dell’ultimo Genoa-Milan: da Milano, 371 tifosi avevano comprato i biglietti. Inutilmente: la trasferta è stata vietata e la partita giocata a porte chiuse! A mio avviso la situazione potrebbe anche peggiorare. Perché per le prossime trasferte molti potrebbero evitare il settore ospiti, mischiandosi nelle tribune o nelle curve confinanti. Si tornerebbe ad una condizione tipica degli anni ’80, quando i tifosi avversari erano a contatto con quelli di casa. E intorno c’era il cordone della Polizia a sorvegliarli. E’ già successo all’ultimo Siena-Roma.

Come mai una semplice tessera ha bisogno di un codice IBAN?

Non potendo imporre l’apertura di milioni di conti correnti bancari ex novo ai tifosi di calcio italiani, si sono limitati a realizzare carte ricaricabili, tipo bancomat al possessore, cioè: spendi moneta elettronica finché ci ficchi dentro moneta vera. E’ il paradiso delle banche: liquidità in cambio di virtualità! Statistiche alla mano, è un mercato potenziale di circa di circa 4 milioni di nuove carte ricaricabili da attivare dall’oggi al domani. Ogni operazione, tipo una ricarica o una movimentazione standard, costa in media 1 euro. Ogni carta, cioè ogni tessera del tifoso venduta, in media costa 10 euro. Moltiplicate per 4 milioni di clienti… e il conto totale è presto fatto.

E la privacy? E il micro-chip a tecnologia Radio Frequency Identification?

E’ un micro-chip che memorizza dati, localizzandoli anche geograficamente, canalizzandoli dentro un data base a disposizione di Club, società emettitrici delle carte (ad esempio la Lazio ha la carta con Poste Italiane) e società convenzionate agli sconti (gli Autogrill, per esempio). Un data base su cui fare marketing 365 giorni l’anno! Entri in quel circuito ed è fatta! Ti arrivano sms, newsletter, promozioni, opuscoli pubblicitari. Già nel 2005 il Garante della Privacy metteva in guardia sulle criticità di questo RFID. Tranne pochissime eccezioni, tutti gli altri contratti dei club che ho potuto esaminare, nemmeno riportano la sigla della tecnologia a radio frequenza e neanche le disposizioni di privacy che invece il Garante dice di richiamare in modo scrupoloso.

Secondo lei, entrerà in vigore puntuale con l’inizio del campionato 2010/2011?

Già abbiamo assistito a 2 precedenti slittamenti. Non c’è 2 senza 3! Scherzi a parte, sono sicuro di una cosa: sin dalla prima di campionato ci saranno grosse anomalie e molte disparità in Italia. In questi giorni il Ministro Maroni ha mandato un segnale preciso ai club inadempienti: “Chi è senza tessera del tifoso, ne pagherà le conseguenze!” Beh, guardiamo proprio alle conseguenze, cioè alle spese: la gran parte degli stadi sono comunali. Molti Comuni hanno le casse prosciugate e i conti in rosso. Non sanno come far fronte alle spese per comprare tornelli, i lettori contactless per vagliare i micro-chip a RFID e nemmeno sono stati costruiti i tanto sbandierati varchi di accesso privilegiati. Su 132 società tra A, B e Lega Pro, ad oggi almeno il 75-80% non ha ancora la tessera del tifoso. E molti stadi non sono a norma. Quindi, a meno di un clamoroso miracolo all’italiana nei mesi feriali di luglio e agosto, immagino ad esempio i tifosi di Milan e Varese che avranno le loro tessere del tifoso e quelli di Bari e Rimini che saranno senza…