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martedì 11 ottobre 2011

Sigonella, 11 ottobre 1985.


Ventisei anni fa, l’11 ottobre del 1985, Bettino Craxi ordinava ai Carabinieri di difendere la sovranità territoriale italiana a Sigonella. Meno di un mese più tardi pronunciava questo discorso in parlamento:



 




martedì 7 giugno 2011

Roger Coudroy, primo martire europeo della Palestina.


Il 3 giugno del 1968, un commando di Fatah viene intercettato dalle forze militari dell' entita' sionista mentre tenta di penetrare nella Palestina occupata. E’ il primo atto di forza palestinese dopo la guerra dei Sei Giorni. Il commando viene distrutto. Uno dei membri del commando di Fatah era un europeo di 33 anni, Roger Coudroy, un belga che aveva vissuto, studiato e lavorato in Francia, arruolatosi nelle neonate Brigate Europee create dal fondatore di Jeune Europe, Jean Thiriart. Nel Vicino Oriente era giunto per ragioni professionali, come ingegnere, e nei tre anni della sua permanenza si era spostato in tutta la regione tra il Libano e il Quwait. Aveva visto con i suoi occhi la tragedia del popolo palestinese. Ma sapeva bene che la guerra al sionismo oltrepassava le frontiere del mondo arabo.Cosi' aveva presentato le sue dimissioni dalla Peugeot in Quwait ed aveva abbracciato la causa palestinese.Roger Coudroy, come piu' tardi altri europei, altri italiani, era un soldato politico che quel 3 giugno del 1968 e' morto combattendo. Il suo impegno e' stato assoluto ed estremo.


martedì 10 maggio 2011

Trent’anni dalla morte di Bobby Sands. Racconto dal nord Irlanda.


Articolo di Federico Cenci e Fabio Polese

 




(ASI) BELFAST – Il percorso che avrebbe portato il ventisettenne irlandese Bobby Sands a morire di stenti iniziò il 1° marzo 1981, quando il giovane Comandante dell’IRA cominciò uno sciopero della fame – il secondo dopo quello del dicembre 1980 – nel carcere di Long Kesh, nel Nord Irlanda. L’obiettivo del suo gesto, seguito presto da altri detenuti dell’IRA, era quello di richiedere ai suoi carcerieri, ossia ad un riluttante governo britannico, alcuni diritti che avrebbero consentito agli esponenti dell’IRA di ottenere lo status di prigionieri politici. L’impassibilità del governo britannico sembrò all’improvviso, durante i primi giorni d’aprile, essere scalzata da un evento apparentemente propedeutico. Delle elezioni suppletive, a seguito della morte inaspettata di un membro del parlamento britannico per la circoscrizione di Fermanagh-South Tyrone, consentirono, infatti, alla comunità cattolica di cogliere l’opportunità di candidare il detenuto repubblicano Bobby Sands. Dopo una campagna elettorale infuocata i risultati premiarono la sagacia politica: il 9 aprile 1981 Bobby Sands, grazie ad una preminente mobilitazione alle urne da parte della comunità cattolica del nord Irlanda, divenne membro del parlamento britannico, così innescando un meccanismo di pressione internazionale nei confronti del governo di sua maestà affinché si aprisse ad un dialogo con i repubblicani in sciopero della fame. Ciononostante, la premier inglese Margaret Thatcher non venne scalfita e ribadì fermamente, con chiaro riferimento ai detenuti dell’IRA: “Criminal, not politicals”. In questo modo, ella si faceva interprete di una rigidità a lungo andare inconveniente per il governo britannico – nell’ottobre 1981 si vedrà costretto a cedere a gran parte delle richieste dei detenuti – e decretò, di fatto, la condanna a morte per Bobby Sands. All’alba del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame, il corpo di Sands cedette al lancinante sacrificio cui era stato sottoposto e consegnò di diritto questo giovane cattolico della borgata di Abbots Cross, a North Belfast, nel nutrito novero dei martiri della lotta irlandese. Mentre fuori dalle grigie mura di Long Kesh la notizia della morte scatenò furiosi incidenti tra repubblicani ed esercito britannico, Sands veniva deposto nella bara con una grande croce d’oro tra le mani, giuntagli direttamente da Papa Giovanni Paolo II poche settimane prima. Le esequie si celebrarono in un clima di grande e partecipata solennità. Era plumbeo il cielo d’Irlanda quel 7 maggio del 1981, quasi incombeva su uno sciame di 100.000 persone che, in rigoroso silenzio, parteciparono ai funerali nel cimitero di Milltown.



A trent’anni di distanza, il cielo sopra quel conteso territorio a Nord dell’isola smeraldo, come amano definire l’Irlanda le agenzie di viaggio per via dei suoi meravigliosi paesaggi, non sembra volersi dipanare. Le ultime tre decadi raccontano sì di svolte importanti in termini strettamente geopolitici, tuttavia la recrudescenza di divisioni che spesso si traducono in violenza è un fenomeno mai sopito in questa terra, come le cronache attuali attestano. Passeggiare per gli anfratti di città come Belfast o Derry, in quei focolari d’appartenenza caratterizzati da filo spinato, muri colorati e bandiere al vento che parlano di un passato che incalza la quotidianità, rende l’idea di come le divisioni tra le comunità cattolica e protestante siano ancora profonde, al di là dei tentativi di riconciliazione avvenuti nel corso degli anni da parte di esponenti della politica istituzionale nordirlandese. Da queste parti il tempo è scandito da commemorazioni e ricorrenze, eventi che vivificano l’idea e rafforzano il concetto di identità: ovunque – sui muri, sulle vetrine dei fast food, dentro ai pub – è possibile notare piccole locandine affisse che convocano la comunità a partecipare ad un presidio piuttosto che ad un corteo per commemorare qualche topico evento della propria storia o qualche martire della propria causa. Sono le 17.00





del 5 maggio 2011 e a Falls Road iniziano a mobilitarsi una cinquantina di nazionalisti repubblicani. Silenziosamente si posizionano al centro della via tra le due carreggiate e, mentre le macchine suonano i clacson per unirsi alla commemorazione, vengono srotolati i manifestini con l’immagine di Bobby Sands. A distanza di qualche metro l’uno dall’altro, la fila di uomini e donne irlandesi arriva fino al cimitero dove sono sepolti diversi combattenti. Il cielo è cupo, ma il sole sembra volersi aprire per commemorare anche lui un uomo che ha sacrificato la vita per la libertà del proprio popolo. La situazione comunque è abbastanza tesa, i giornali locali parlano di possibili tensioni dovute al fatto che alcuni gruppi di protestanti potrebbero arrivare da Shankill Road – il quartiere più britannico di Belfast -. Mentre camminiamo per Falls Road tra i famosi murales che rafforzano la voglia di libertà e il sentimento ancestrale per la propria terra, troviamo uno striscione dell’Erigi dato alle fiamme. Nei muri sono affisse bandiere nere in segno di lutto. Gruppi di appartenenti ai vari schieramenti repubblicani sono impegnati per la campagna elettorale; troviamo infatti diversi banchetti: dallo Sinn Fèin all’Erigi. Ci fermiamo a parlare con alcuni di loro, tutti molto cordiali ci invitano alle commemorazioni di questi giorni. Arrivati al cimitero, dove la mattina si era svolta un’altra commemorazione, le emozioni si fanno forti. Ci sono diverse corone di fiori con i colori dell’Irlanda che formano arpe e croci celtiche deposte dai militanti nazionalisti in ricordo di tutti gli Hunger Strike. “In proud and loving memory of our son and brother killed in action” è il testo di una delle tante targhe in memoriam che mettono i brividi.



 





Dopo le ultime dichiarazioni della Real Ira avvenute durante la commemorazione di Pasqua organizzata dal 32 County Sovereignty Movement a Derry, dove veniva lanciato un monito agli appartenenti alle forze della PNSI – Police Service of Northern Ireland –, la guardia è altissima. Proprio ieri a Derry una bomba a mano è stata tirata contro la polizia che solo “per fortuna” – ha dichiarato il Sovraintendente Capo della PSNI Stephen Martin – nessuno è rimasto ucciso. Per i nazionalisti di Belfast e di tutti i cattolici del nord Irlanda quello di Bobby Sands, a trent’anni dalla sua morte, non è un mero ricordo, bensì un impegno di lotta da ereditare affinché l’isola verde possa un giorno autodeterminarsi nella sua interezza.



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3467:bobby-sands-trentanni-dalla-morte-racconto-dal-nosrd-irlanda-&catid=3:politica-estera&Itemid=35


giovedì 17 marzo 2011

Il 17 marzo, SAN PATRIZIO.




(ASI) Patrizio d'Irlanda, nato con il nome di Maewyin Succat, scelse successivamente il nome latino di Patrizio (Bannaventa Berniae, 385 – Saul, 17 marzo 461) fu un vescovo e missionario irlandese di origini scozzesi. Assieme a San Columba di Iona ed a Santa Brigida d'Irlanda è il patrono dell'Irlanda. Era figlio di Calphurnius e Conchessa, appartenenti ad una famiglia nobile romana. Viene festeggiato da tutta la comunità irlandese del mondo il 17 Marzo data della sua morte.



LA LEGGENDA



Il 17 marzo, in Irlanda, si celebra San Patrizio. Numerosissime sono le leggende che narrano la storia di San Patrizio, vediamo di riportarne alcune riuscendo a separare realtà e finzione. San Patrizio, scozzese di origini romane, conosceva la lingua e la cultura irlandese grazie al periodo di schiavitù che aveva passato a Slemish Mountain dopo essere stato rapito da pirati irlandesi ed essere stato venduto. La leggenda narra che dopo la sua fuga dall’Irlanda, aveva deciso di andare a trovare suo zio a Tours in Francia e per attraversare il fiume Loira usò il suo “magico” mantello. Una volta arrivato dall’altra parte della sponda, lo appese su un cespuglio di biancospino per farlo asciugare e, nonostante fosse pieno inverno, la pianta iniziò a fiorire. E’ proprio da allora che il biancospino, fiorisce durante la stagione invernale. In seguito alla Francia, San Patrizio si spostò in Italia dove, dopo aver fatto gli studi necessari, diventò Vescovo e fu inviato in Irlanda per cercare di evangelizzare la verde isola. Nonostante in un primo momento l’idea di tornare nella terra dove era stato schiavo non lo entusiasmava, San Patrizio amava la terra d’Irlanda e provava una certa curiosità per le religioni celtiche tanto che nella sua opera di evangelizzazione non tentò mai di far dimenticare le credenze e le tradizioni dei Celti. Un esempio concretò fu l’aggiunta del Sole – ancestrale simbolo celtico - alla croce cristiana. San Patrizio ci viene descritto con un carattere molto forte e a volte scontroso; si narra che una volta un uomo gli negò il suo campo per far pascolare i suoi buoi e lui lo maledisse e profetizzò che non sarebbe più cresciuto nulla. Lo stesso giorno il mare inondò il campo rendendolo arido e inutilizzabile. Un’altra storica leggenda è quella che viene ricordata come “la cacciata dei serpenti”. Si narra che San Patrizio cacciò dall’Irlanda tutti i serpenti dopo aver passato quaranta giorni e quaranta notti sul monte Croagh Padraig. Allo scoccare del quarantunesimo giorno, si dice che il patrono irlandese, abbia scagliato una grossa campana su una pendice del monte scacciando così tutti i serpenti. Realtà o fantasia? Sta di fatto che in Irlanda non c’è l’ombra di nessuna specie di serpente. Il trifoglio, simbolo nazionale della verde isola irlandese, venne usato da San Patrizio per spiegare ai Celti l’immagine della trinità. Un’altra leggenda misteriosa dice che l'Irlanda tornerà unità quando la domenica della palme cadrà il giorno di San Patrizio, unendo palma e trifoglio.



I FESTEGGIAMENTI



Tornando ai giorni nostri, domani in tutte le città irlandesi la ricorrenza del patrono nazionale verrà festeggiata con canti, parate, processioni e immancabili serate ai tradizionali pub. Anche quest’anno ci sarà il consueto appuntamento con il “San Patrick’s Festival”, a questo indirizzo
www.stpatricksfestival.ie, troverete tutti gli appuntamenti che si terranno dal 16 marzo al 20 marzo. Tra la tipica musica irlandese, litri di Guinness e wiskhey, passeranno la notte tantissimi giovani e meno giovani irlandesi e molti turisti provenienti da tutto il mondo incuriositi dall’evento. Anche in Italia, negli ultimi anni, complici i numerosi pub in stile irish, aperti in tutte le città italiane, questa data viene festeggiata con serate ed eventi.




LA GUINNESS


Il 24 Settembre del 1759 Arthur Guinness, appena trentaquattrenne, fondò al St. James's Gate di Dublino, la fabbrica della Guinness. Dal colore scuro, quasi nero, ma in realtà di un colore rosso rubino, la Guinness è la più stimata birra stout del mondo. La Guinness non è soltanto una semplice birra ma ormai, è diventata simbolo e mito, una leggenda che dal sapore irlandese ha attraversato tutti gli oceani fino ad arrivare a essere venduta in ben 150 paesi e fabbricata in 50. Ad accompagnare le serate irlandesi nei Pub, insieme alla musica tradizionale irish folk, la vera protagonista resta la Guinness spillata con quella sua cremosa schiuma bianca che lascia il suo segno distintivo nel bicchiere anche quando è finita. Il 24 Settembre del 2009, proprio nella data dei 250 anni dalla nascita, a Dublino, nella Guinness Store House, alle ore 17.59 si sono celebrati i festeggiamenti, iniziati con un immancabile brindisi per Arthur.



 



NON TUTTI SANNO CHE…



L'arpa simbolo dello stato d'Irlanda e l'arpa simbolo della Guinness sono identiche ma orientate in direzioni opposte. Il figlio di Arthur Guinness - non a caso - fu un attivista nella campagna di indipendenza irlandese. In Irlanda, la stout, è a disposizione dei pazienti che seguono cure per lo stomaco e l'intestino e anche per i donatori di sangue, in quanto la stout ha un alto contenuto di ferro. In Irlanda si chiama whiskey e non whisky per differenziarlo appositamente da quello scozzese. La leggenda narra che fu proprio San Patrizio nel quinto secolo a riportare dall’Egitto uno strano macchinario che era servito - fino a quel momento – a distillare profumi e che gli irlandesi lo convertirono immediatamente alla distillazione di orzo e acqua.





Non ci resta che alzare in alto le pinte per brindare ad una terra piena di miti, leggende e tradizioni… Slàinte a tutti!



Di Fabio Polese,

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2665:il-17-marzo-in-irlanda-si-celebra-san-patrizio&catid=15:estere&Itemid=40


venerdì 25 febbraio 2011

“Senza Deir Yassin…”


Le storie di una nazione, di un popolo o del suo collante culturale sono spesso riassunte in un’immagine, in un nome che stimolino l’immaginario collettivo. In questo senso è universalmente riconosciuto che la letteratura italiana debba la sua nascita al genio di Dante Alighieri, che lo stato unitario di Germania sia nato grazie all’opera politica di Otto von Bismarck. Due esempi di importanti ed antiche nazioni europee, riunificate in tempi relativamente recenti sebbene i suoi due popoli calcassero dall’alba dei tempi quelle terre in cui si sono determinati i loro destini. Nazioni facenti parte oggi del prospero e democratico mondo occidentale, all’interno del quale è sovente – ed ostentatamente – inserito anche lo stato d’Israele, che però non deve la sua nascita né al genio di un artista né alla lungimiranza di uno statista. Almeno a detta di un suo ex Primo Ministro, fondatore e capo del movimento armato sionista Irgun (operante in Palestina con azioni terroristiche ai danni di arabi, prima e dopo la nascita d’Israele). Ecco cosa sostenne, per l’appunto, il nobel per la pace Begin nel 1951: “Senza Deir Yassin non ci sarebbe stato Israele”. Deir Yassin? Molti ignorano a cosa faccia riferimento questo nome composto da due parole e forse, ad intuito, lo riconducono ad una persona. Magari pure ad un filantropo o ad una sorta di romantico eroe nazionale che ebbe un ruolo determinante nella fondazione del “focolare ebraico” e che pertanto riceve i giusti onori da parte di un primo ministro d’Israele, insignito – lo ribadiamo – del premio nobel per la pace. Niente affatto. Deir Yassin non è il nome e cognome di una persona, bensì un luogo geografico in cui si consumò una delle pulizie etniche più efficaci – e dunque efferate – della storia recente dell’uomo. Deir Yassin è la pietra angolare di un grattacielo composto da una serie numerosissima di piani, ognuno dei quali corrisponde ad un crimine israeliano perpetrato ai danni della popolazione palestinese. Era il 9 aprile 1948 quando i destini di questo villaggio sito a pochi chilometri ad ovest di Gerusalemme mutarono improvvisamente, consentendo ad Israele di effettuare una fondamentale mossa nello scacchiere mediorientale, così da allargare i propri confini in modo arbitrario ed in barba al diritto internazionale. Il villaggio di Deir Yassin era allora posto sotto il Mandato Britannico, che avrebbe dovuto condurre alla nascita di due nazioni indipendenti e pacificamente conviventi in Palestina, come sancito da una famosa risoluzione Onu del novembre 1947: la n.181, una delle tante non rispettate da Israele. D’altronde l’obiettivo dell’esercito sionista consisteva proprio nel vanificare ogni risoluzione, stabilendo le proprie pretese esclusivistiche di “focolare ebraico” come unico diktat da imporre alla terra di Palestina. In questa prospettiva va letto il piano di impadronirsi del territorio di Gerusalemme, importante sia a livello simbolico che logistico, scacciando le truppe Onu ed eliminando gli abitanti arabi. Deir Yassin era un villaggio ubicato nella rotta individuata dai sionisti per procedere nella loro marcia verso Gerusalemme, pertanto era considerata di preminente importanza la sua conquista. Dell’incarico si fece interprete l’Irgun comandato da Begin, al quale garantì il proprio apporto anche la formazione terroristica ebraica Banda Stern, famigerata ed operante anche oltre confine mediorientale: ai suoi esponenti è da addebitare l’attentato all’ambasciata britannica a Roma nell’ottobre 1946. Per avere un’idea circa i propositi religiosi che animarono questo gruppo (il cui capo era un altro uomo che sarebbe divenuto anni più tardi primo ministro israeliano, ossia Yitzhak Shamir), basterebbe attingere elementi dagli articoli pubblicati sul loro giornale in quegli anni. Giusto qualche stralcio che, dati i toni e i contenuti, se fosse stato estratto dallo statuto di qualche movimento politico non ebraico, avrebbe fatto a più d’uno accapponare la pelle e gridare all’uso della forca: “Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate – fino alla distruzione. Noi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti”. Estremamente rispettosi di queste feroci scritture, a Deir Yassin essi cancellarono, insieme ai loro correligionari dell’Irgun comandati da Begin, fino alla distruzione, ogni traccia fisica e culturale del nemico. Deir Yassin è un incubo agghiacciante per i palestinesi che, come ogni incubo, avvenne nel cuore della notte. Sono, infatti, circa le 3.00 del mattino quando il commando della morte israeliano, favorito dal buio e dall’assenza degli uomini più forti poiché appena allontanatisi per raggiungere i luoghi di lavoro, fa il suo ingresso nel villaggio portando scompiglio. Viene fatta irruzione nelle case e vengono uccisi, senza esitazione, tutti gli arabi, nel sonno o svegliati dal fragore dovuto all’ingresso indesiderato di uomini armati. Dalle porte e dalle finestre vengono lanciate bombe incendiarie, la gente urlante per le strade – cioè quella che è riuscita a fuggire dal proprio focolare domestico divenuto una trappola di fuoco – viene giustiziata immediatamente o rastrellata per essere poi fucilata e seviziata in gruppo. L’intento è, palesemente, quello di operare una feroce quanto celere pulizia di ogni traccia palestinese a Deir Yassin, fisica e culturale: viene pertanto distrutto anche il cimitero, ci si accanisce sulle lapidi, livellate coi bulldozer, a tal punto da non lasciare quasi più traccia della sua esistenza. I corpi di gran parte delle vittime – spesso bruciati, straziati, mutilati, testimoni di un accanimento bestiale – vengono gettati in una cava; i superstiti vengono caricati su dei camion e, a quanti viene risparmiata la fucilazione immediata, non viene risparmiata l’umiliazione di essere trasportati per le vie di Gerusalemme Ovest a mo’ di trionfo di battaglia, in pieno stile partigiano durante la II guerra mondiale. La delegazione britannica a Gerusalemme, malgrado avesse assunto un atteggiamento connivente con gli assalitori sionisti, il 20 aprile 1948, undici giorni dopo i fatti, emette un comunicato destinato all’Onu. Dalla missiva emergono gli effetti devastanti dell’eccidio perpetrato a Deir Yassin: si parla di circa 250 vittime, trattasi di civili uccisi con estrema crudeltà; i prigionieri sono stati oggetto di soprusi e torture degradanti; l’operazione è stata sospesa soltanto il 13 aprile, con l’avvenuto possesso del villaggio da parte dell’Haganah (altra organizzazione sionista paramilitare); 150 corpi si trovano ammucchiati in una cava, mentre altri 50 presso una fortificazione, tutti lasciati in stato di abbandono e di putrefazione. Nello stesso anno del massacro, durante una riunione di gabinetto del governo israeliano, il Ministro dell’Agricoltura, tale Aharon Cizling ammetterà: “Adesso , anche gli ebrei si sono comportati come nazisti e tutta la mia anima ne è scossa. Ovviamente dobbiamo nascondere questi fatti al pubblico. Ma devono essere indagati”. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto con i nazisti, ai loro capi, anziché un Processo di Norimberga ed un’unanime condanna pubblica, verranno riconosciuti premi nobel per la pace e posti di comando nel governo d’Israele. E’ bene ricordare che Deir Yassin era stato fino a quel momento un villaggio pacifico, dal quale mai si erano registrati attacchi verso la popolazione ebraica. Del resto, l’obiettivo dell’offensiva sionista non era certo quello di stanare presunti terroristi, bensì quello di impadronirsi di un’altra fetta di quella terra che intendevano ieri ed intendono oggi occupare totalmente, a discapito degli abitanti di etnia araba. Attualmente, al posto del villaggio di Deir Yassin sorge una località edificata dagli israeliani per far posto a quanti, in quegli anni, ebrei ortodossi provenienti dall’est Europa si trasferirono nella loro terra promessa. Oggi è nota semplicemente come “area tra Givat Shaul e l’insediamento di Har Nof”, considerata una zona inglobata nella periferia urbana di Gerusalemme. Deir Yassin, dicevamo, è solo uno e non il più violento – forse il più significativo in termini storici perché sancì la vittoria ebraica della guerra civile per il possesso della Palestina e fu il preludio della nascita, poche settimane dopo, dello stato d’Israele – dei tanti genocidi perpetrati verso gli arabi. Gli effetti di questi genocidi sono riassumibili dalle cifre: quattrocento rasure al suolo, tra villaggi e città, settecentomila espulsioni di civili per far posto, appunto, a cittadini di comprovata appartenenza al “popolo eletto”. Non ci stupisce, pertanto, l’avvenuta demolizione da parte dei bulldozer israeliani a Gerusalemme est dell’Hotel Shepherd, durante il mese scorso, per far posto a una ventina di appartamenti per coloni illegali ebrei. L’Hotel Shepherd, costruito nel ’30 e storica residenza del celebre Muftì Husseini, era considerato un simbolo della loro identità dai palestinesi. La distruzione di questo albergo va così interpretata come l’ennesimo stadio di una pulizia etnica che riguarda non solo gli esseri umani, ma anche i suoi riferimenti culturali e i suoi simboli. Stadio che ha generato la reazione decisa da parte dell’ANP, che ha parlato di gesto inconsulto di Israele che vanifica tutti gli sforzi tesi ai negoziati di pace. Pace, parola alquanto inadeguata se applicata a coloro i quali fanno di Deir Yassin – non un letterato né un diplomatico, come abbiamo visto, bensì un genocidio di centinaia d’innocenti – la propria colonna portante, il proprio orgoglio nazionale. E allora, non c’è da stupirsi se la costruzione di insediamenti di coloni ebraici continua ininterrottamente nonostante la (almeno apparente) contrarietà internazionale, se gli attacchi su Gaza e in Cisgiordania sono all’ordine del giorno malgrado la condanna mediatica provocata da Piombo Fuso due anni fa. La volontà d’Israele è evidente, basterebbe solo togliersi dagli occhi il velo ingannevole dell’antisemitismo per vederla finalmente in tutta la sua drammaticità.



http://associazioneculturalezenit.wordpress.com/2011/02/25/senza-deir-yassin/


domenica 7 novembre 2010

Viaggio tra i Karen, un popolo in lotta per la sua libertà…


Di Fabio Polese

Secolo d’Italia 07-11-2010 pag. 12-13


 




Mentre ogni giorno sentiamo parlare di guerre che nell’immaginario collettivo vengono legittimate dal termine “pace”, in angoli sperduti del mondo ci sono dei popoli costretti a combattere esclusivamente per la loro sopravvivenza. Uno di questi conflitti, sconosciuti o ignorati, è quello che il Popolo Karen porta avanti dal 1949 contro la giunta militare birmana per ottenere una completa autonomia e il rispetto delle proprie identità e tradizioni. La Birmania è composta da numerosissime etnie differenti forzatamente inglobate - nel corso del diciannovesimo secolo - durante il periodo coloniale dominato dalla Gran Bretagna. Dopo tale periodo, alla fine del secondo conflitto mondiale, fu sancito un trattato che avrebbe permesso al mosaico etnico birmano la propria libertà. Quel trattato post coloniale non venne mai osservato dal Governo di Rangoon e così, i Karen, hanno iniziato una guerra che tutt’ora è in atto. Ha contribuito a far conoscere la storia di questo splendido popolo la Comunità Solidarista Popoli - che dal 2001 porta aiuto concreto alla popolazione Karen - che organizza anche missioni cui è possibile partecipare. E così il mio viaggio è iniziato da Roma, direzione Bangkok, la capitale Thailandese. Dopo undici ore di volo si arriva a destinazione. E desta curiosità il fatto che, nel 2010, esista un popolo capace di lottare per la propria libertà. Dopo una notte a Bangkok, la mattina seguente si parte per Mae Sot, una piccola città al confine tra Thailandia e Birmania. La frontiera è chiusa in vista delle elezioni birmane che si terranno il 7 Novembre 2010 e così, dopo aver comprato tutto il necessario per passare diverse notti nella giungla con i guerriglieri Karen, si attraversa il confine nei modi che il contesto impone. Dopo un paio d’ore di macchina, si lasciano i pick up e si prosegue il viaggio con dei piccoli trattori. Ecco finalmente l’arrivo in territorio Karen e, con la scorta dell’Esercito di Liberazione Karen - K.N.L.A. -, si giunge al villaggio. Militari e civili danno il benvenuto e con il sorriso iniziano subito a preparare la cena. I rumori della società moderna si trasformano in silenzi magici, il tempo e le ore vengono scandite solamente dal giorno e dalla notte. All’arrivo del buio, dopo la cena e dopo la canzone della rivoluzione suonata e cantata da John, un giovane volontario dell’Esercito di Liberazione Karen, come da tradizione ancestrale, ci infiliamo nei nostri sacco a pelo per svegliarci appena la luce del sole risorgerà. È l’inizio di un’esperienza indimenticabile. Ci si sveglia di buon mattino e, dopo un caffé “americano”, andiamo a distribuire i giocattoli e i vestiti portati per i bambini di “Little Verona”. Questi piccoli bimbi – tutti bellissimi, contenti del nostro arrivo e sorridenti nonostante siano visibilmente in una situazione molto difficile - si mettono in fila aspettando il loro turno per ricevere qualsiasi cosa gli verrà data. Piccole cose hanno dell’incredibile, se pensiamo ad un bambino occidentale dell’età moderna circondato da Play Station e Ipod. Tutto sembra diverso, e anche la natura incontaminata dei territori Karen ha qualcosa di incantevole, nonostante il tempo cambi velocemente per via delle forti piogge che in questo periodo sono frequenti nel sud-est asiatico: si assaporare il fascino che questi cieli riescono a regalare. Un cielo che a volte sembra addirittura possibile sfiorare con un dito, da quanto appare vicino e limpido. Dopo aver dato ai bambini i piccoli regali portati, ci si dirige verso la clinica mobile che la comunità solidarista ha costruito nel villaggio. Qui, Rodolfo Turano, che da anni preferisce passare le sue ferie al fianco del popolo Karen - concretizzando il motto dannunziano “io ho quel che ho donato” - insieme ad altri volontari ed infermieri, visiterà e, se necessario, opererà gli abitanti del villaggio. Intanto, nel perimetro di “Little Verona”, l’Esercito di Liberazione Karen è vigile per possibili attacchi improvvisi da parte dei soldati della giunta militare birmana. Giovani e meno giovani sono costretti ad imbracciare il fucile per difendere le proprie famiglie da attacchi crudi, spietati e vigliacchi. Girando nel villaggio per cercare di capire meglio lo stato in cui vive questo popolo, riesco a scambiare due parole con il Colonnello della K.N.L.A. Nerdah Mya che, in perfetto inglese, mi racconta che i Karen contano più di sette milioni di persone e che sono giunti in quelle zone circa 2700 anni fa. Continua dicendomi che hanno tutte le caratteristiche per richiedere la propria indipendenza poiché hanno una propria cultura, una propria lingua, una propria storia e una propria terra. Nerdah Mya ha un viso buono, pulito e sembra non essere per niente stanco di lottare. Si sente legittimato a vincere la guerra per la libertà. Proseguendo la chiacchierata, dice che se i Karen non si fossero fin qui battuti non sarebbe più possibile parlare dei Karen perché non esisterebbero più. Mi racconta che una volta il regime birmano ha dichiarato che in futuro per poter vedere un Karen si dovrà andare in un museo. Non sarà certamente così. Mi guarda dritto negli occhi e mi dice:  “mio padre - Bo Mya, leggendario eroe della resistenza Karen deceduto nel dicembre 2006 - mi ha sempre detto una cosa che non dimenticherò mai: «E’ meglio vivere un solo giorno da Uomo libero piuttosto che cento anni da schiavo». Il giro continua e, parlando con altri soldati, c’è da rimanere veramente impressionati dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come l’identità, la terra - intesa atavicamente -, gli antenati, la libertà e dalla loro netta intransigenza verso chi costantemente gli offre fiumi di denaro derivante soprattutto dal traffico di droga per scendere a patti con il Governo di Rangoon e, fattivamente, per perdere tutte le proprie specificità di popolo. La giunta militare birmana – supportata militarmente dalla Cina, Israele, India, Russia e Singapore – gode anche della collaborazione dell’intelligence australiana che organizza a Rangoon corsi di formazione per strategie militari nel controllo e nella repressione di sommosse e fa affari con grandi multinazionali mondiali. La Repubblica Popolare Cinese, ormai turbo capitalista, incrementa la sua economia anche grazie all’esportazione delle materie prime come gas e legname che la Birmania offre e si assicura un posto strategico nei mari del sud-est asiatico. Al contempo, la giunta militare, approfitta della collaborazione con Pechino per avere un chiaro supporto dentro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La giornata sta per finire, il Dottor Turano, con gli altri volontari, ha concluso le visite degli abitanti del villaggio e così si ritorna all’accampamento per cenare: qui il riso non manca mai e tutto viene cucinato con una fortissima salsa piccante, ed è curioso soprattutto il cuore di bambù lesso che ha un sapore simile al nostro carciofo. Mentre i piatti sono “occidentali”, in ceramica, i bicchieri sono stati fatti con i tronchi del bambù tagliati. L’indomani è prevista una dura giornata di marcia, c’è da raggiungere un altro villaggio e così, verso le 19.00, dopo due chiacchiere a lume di candela è ora di andare a dormire. Il sole torna, la luce filtra attraverso la nostra zanzariera ed è il segnale che è ora di alzarci e prepararci per muoverci. Una colonna di combattenti Karen è gia partita in avanscoperta per perlustrare la zona ed assicurarsi che non vi siano  presenze nemiche e, una ventina di minuti dopo, partiamo anche noi. Siamo tanti, circa un centinaio di volontari dell’Esercito di Liberazione Karen ci stanno scortando; stiamo entrando nel vivo della giungla, in alcune parti il sole quasi non riesce a filtrare, mentre in altre, è fortissimo. C’è silenzio, completo silenzio ad eccezione del rumore composto degli scarponi. Il tratto potrebbe essere minato dai militari birmani dunque bisogna fare massima attenzione a proseguire solamente dove siamo in sicurezza. Il paesaggio continua ad essere incantevole, attraversiamo molti campi di mais – una delle poche fonti di sostentamento - che i combattenti Karen devono controllare a causa delle frequenti incursioni birmane atte ad incendiare i frutti del raccolto. Dopo aver passato un piccolo fiume, facciamo la nostra prima sosta. Qualche minuto scorre e siamo di nuovo in marcia. La strada è lunga e bisogna percorrerne il più possibile prima che arrivi la notte. Di tanto in tanto i volontari Karen aspettano il nostro passaggio indicandoci le mine anti-uomo che sono riusciti a localizzare. Facciamo attenzione e l’adrenalina sale al massimo. Dopo un paio di soste ci fermiamo definitivamente in piena giungla per passare la notte. C’è un piccolo spiazzo, un fiumiciattolo per poter prendere l’acqua e per poterci lavare e sembra un ottimo posto per poterci difendere. Nelle due notti precedenti avevamo dormito nella “Casa di Popoli” - una capanna fatta dai Karen per ospitare i volontari nelle varie missioni - dentro un sacco a pelo con un tetto sopra la testa. Stasera, invece, dormiremo all’aperto, su un’amaca. In pochissimo tempo viene allestito il “campo”, tutte le amache vengono montate e vengono fatte delle capanne temporanee. Questi ragazzi Karen sono velocissimi, rimango stupito nel vederli lavorare con i loro coltelli. Il fiumiciattolo è sicuro, non ci sono mine e neanche militari birmani nelle vicinanze così possiamo farci un bagno e lavarci un po’ prima di cena. Docce e idromassaggi non sono previsti nella permanenza in giungla. Inizia a fare buio e la stanchezza si fa sentire. Eppure da dentro l’amaca, dondolandosi e guardando i Karen viene da pensare a quanta forza interiore possano avere. Quella notte il sonno si è interrotto spesso, forse per i rumori degli spari che si sentivano in lontananza. Devo ammettere che ero invidioso. Un’invidia, quella sana, per delle persone che riescono a trasmetterti valori fortissimi ed irrinunciabili. Al risveglio, apro gli occhi e davanti a me trovo un cobra preso nella notte pronto ad essere cucinato. Dopo la colazione vorremmo rimetterci in marcia ma purtroppo le notizie non sono buone, l’esercito birmano è a pochi chilometri da noi ed è troppo vicino al villaggio che dobbiamo raggiungere. Il Colonnello Nerdah Mya - per non mettere in pericolo le nostre vite - decide di tornare indietro. Dopo qualche giorno, è arrivato il momento di tornare a casa e con l’auspicio che prima o poi, proprio grazie ad esempi concreti come quelli del Popolo Karen, potrà esserci, anche per il nostro Occidente, un ritorno alla visione più “tradizionale” della società, ci si imbarca sul volo per Roma. Intanto, i Karen, continueranno la loro lotta con determinazione e la giunta militare birmana attraverso attacchi improvvisi, terrore, stupri e schiavitù proverà ancora ad annientare questo splendido popolo. Sotto il silenzio, quasi totale, dell’informazione globalizzata.



http://fabiopolese.splinder.com/post/23565538/viaggio-tra-i-karen-un-popolo-in-lotta-per-la-sua-liberta

mercoledì 27 ottobre 2010

Serbia: orgoglio nazionalpopolare .


Tanto poté la propaganda d’occidente – frammista ad alcuni sdruciti scampoli di socialismo reale - che alla fine gli jugoslavi quasi ci crederono di vivere sotto un “regime”. Chi ha avuto la ventura di trovarsi a Belgrado una decina di anni or sono ricorderà: la voce bassa con cui si parlava di politica nei bar, o al ristorante; la presenza discreta della polizia in borghese, tradita solo da qualche presenza più nera del nero, scarpe nere, pantaloni neri, maglia nera, giacca nera, occhiali neri, pistola nera alla cintura; i necrologi a pagina intera per i dirigenti pubblici, con la loro foto listata a lutto sulle vetrine dei negozi; i ristoranti di Stato, i grandi magazzini di Stato, le cabine telefoniche di Stato; la cattedra di economia socialista all’università, poche canzoni in inglese, le cravatte regimental; carta da parati pastello, velluto sdrucito, stampe propagandistiche di bagni termali dismessi; qualche sparo in aria per la partita, la borsa nera, le banconote a nove zeri, i manifesti antiamericani stampati a milioni dalle tipografie dello Stato, altro che ciclostile; un poliziotto alticcio, qualche cingolato, tante bandiere; qui non si può fotografare, qui sì ma è meglio di no; le cose dai nomi semplici: la fabbrica della birra di Belgrado si chiamava “Fabbrica della birra di Belgrado”, la fabbrica delle sigarette di Vranje si chiamava “Fabbrica delle sigarette di Vranje”; niente foto a colori sui giornali, anzi: niente foto del tutto; l’obbligo di registrarsi alla polizia, il lasciapassare turistico, la sacrosanta diffidenza per lo straniero; marmo e cemento prefabbricato, poco spazio alle architetture progressiste; il ristorante cinese col ritratto di Mao, le piante d’appartamento, il verdino, il marrone, l’azzurrino, il nero, e poco spazio al rosso: giusto qualche adesivo Coca-Cola sbiadito dal sole in memoria di qualche prurito moderno dei primi anni Novanta.



Košava è il nome che i serbi hanno dato a un vento che soffia sul loro Paese, un vento che nasce dai Carpazi, segue il corso del Danubio, investe Belgrado e, in inverno, si infila come una lama di ghiaccio nel cuore della Serbia centrale. Talvolta, per particolari occasioni, capita che questo vento non scorra solo sulle invisibili direttrici atmosferiche, ma si sposti sulle trasmissioni dei radio-telegiornali, valichi l’Adriatico s’insinui nelle redazioni della grande informazione nazionale che si accorge quindi ancora dell’esistenza della disgraziata nazione balcanica, si ricorda dell’esistenza di quel “buco nero d’Europa” che diventa via via sempre più grigio. E i titoli a tutta pagina, le notizie d’apertura, gli editoriali dei grandi opinionisti diventano per un po’ un grido unanime, un “mamma li serbi!” urlato a gran voce. La riscoperta della Serbia da parte della nostra grande informazione segue una tempistica e delle regole a dir poco originali. Per anni, ad esempio, c’è stato chi ha denunciato la barbarie giuridico-internazionale dell’autoproclamata indipendenza kosovara, che – incrinando l’ordine di Vestfalia – avrebbe condotto all’anarchia i rapporti tra Stati e tra Stati e regioni; eppure la nostra stampa non ha reputato di dover spendere inchiostro per la questione: congiura del silenzio. Oppure, c’è stato chi reiteratamente ha denunziato la menzogna su cui si fondava la propaganda euro-occidentale-statunitense della “pulizia etnica” messa in atto dalla Serbia nei confronti delle minoranze nazionali, opponendo prove scientifiche di indubbia veridicità, ma anche qui nulla: ferme le rotative, silenti gli autorevoli commentatori, al massimo qualche accusa di complottismo. O ancora: esperti e studiosi d’ogni sorta, civili e militari, hanno svelato la natura terroristica delle operazioni militari Nato del 1999, che hanno distrutto l’ecosistema locale, inquinato per secoli l’acqua, l’aria e il terreno fino al punto da colpire con morbi letali gli stessi soldati degli eserciti occupanti; chi ne ha fatto menzione? Rinascita, d’accordo. E poi? La Repubblica e Il Corriere? Finito lo spazio? Troppo presi a pontificare tra arguzia e morale? Oppure avevano paura di essere confusi con quei giornalisti della radiotelevisione jugoslava che erano stati maciullati da un missile? Tanto non erano neanche giornalisti veri, erano “gli strombazzatori di Milošević”, che proprio Milošević aveva messo lì come bersaglio umano. Poi: quanti hanno sentito parlare della situazione socioeconomica nella Serbia del decimo anno dell’Era Democratica? Dello stato sociale estirpato, della disoccupazione incontrollata, della dismissione del patrimonio pubblico, della povertà e dell’emarginazione? Senz’altro in pochi: di queste cose i nostri informatori non fanno menzione; ci sono temi più importanti da trattare: “dove si nasconderà Mladić?”, ad esempio. Oppure, ad esempio, un’analisi della società belgradese alla luce delle ultime dichiarazioni del portavoce della Lega per i diritti degli omosessuali di Salt Lake City.



Oppure, come in questi giorni è capitato, basta un tafferuglio in uno stadio, uno striscione irriverente, un coro fuori dal coro, e tutti giù a riscoprire la questione serba.



Che i serbi devono ancora uscire dal purgatorio, che è ancora un Paese arretrato, che chiamano ancora “milicija” la polizia; e si mandano dieci inviati a Belgrado che – a caccia di scoop – scoprono che l’uomo nero dello stadio Marassi in patria ha stretti contatti con gli ambienti ultras e non, che so, con gli avventisti del settimo giorno o coi bieticoltori.



Altro evento dimenticato dalla nostra grande informazione è stato il decennale degli eventi dell’ottobre 2000, quando un colpo di stato diretto dall’estero ribaltò la volontà popolare e rovesciò il legittimo presidente Slobodan Milošević. Un colpo di stato edulcorato dalla terminologia con cui è stato in séguito definito, “rivoluzione colorata”, ma che è stato caratterizzato – come tutte le manovre politiche orchestrate a Washington – dalla violenza e dalla prevaricazione. Questa dimenticanza ha senz’altro i suoi perché: non si sarebbe trovato il coraggio di constatare quali sono state le reali conseguenze dell’instaurazione di un governo filo-occidentale a Belgrado: la definitiva morte di una nazione. La Serbia è infatti oggi, a dieci anni di distanza, un Paese umiliato da una classe politica inetta e serva degli input atlantici, costretta a barattare la sovranità di una parte fondamentale del proprio territorio in cambio di una sedia di terza fila in qualche consesso internazionale, in cui lo Stato non ha più un sistema sociale e previdenziale, in cui non esiste più un barlume di patrimonio pubblico, in cui ogni impresa, azienda o sistema produttivo è stato gettato nella vasca di squali chiamata “Agenzia per le privatizzazioni” in cui potentati economici non autoctoni si accaparrano per cento lire interi settori di economia pubblica. E’ una nazione in cui la stampa e la televisione hanno cominciato a torturare le coscienze coi messaggi di Radio Free Europe, in cui le telenovele di quarta mano hanno soppiantato la scarna ma pur dignitosa programmazione precedente, in cui il nuovo Verbo e in lingua inglese, come se “il giorno della fine” si allontanasse, anziché avvicinarsi. Un Paese che emigra in massa a cercare l’America, quando non si ha la fortuna di fare in casa il trimestrale per Marchionne a trecento euro al mese. Gli stessi operai che dieci anni fa, dopo il bombardamento della già nazionalizzata industria dell’auto socializzarono la fabbrica e la rimisero in funzione; non si poteva mica permetterglielo: c’era Milošević, e la democrazia era in pericolo. Una Nazione, insomma, che – come il resto d’Europa – più Europa non è.



Dove va la Serbia? Forse il processo di dissoluzione è in una fase troppo avanzata, e i margini di restaurazione si affievoliscono. O forse no: i Balcani ci hanno abituato a conferire alla recente storia europea il buio del baratro ma anche le più alte vette di orgoglio nazionale e popolare. Certo è che la strada va invertita. Ricordiamo, nell’ottobre di dieci anni fa, la mattina successiva al colpo di stato. La teppa del giorno prima aveva sciolto i cortei e pagato i mazzieri, e di facce contente in giro se ne vedevano poche: gli sguardi che si incrociavano trasmettevano quello stato d’animo peculiarmente balcanico, quella indefinibile mistione di rassegnazione, arrabbiatura e timore. “Politika”, giornale governativo fino al giorno precedente e la cui redazione era stata democraticamente epurata, titolava “La Serbia sulla strada della democrazia”.



Proprio di fronte la redazione del giornale c’era un sobrio ma elegante ristorante tradizionale, in cui ogni sera, prima del golpe, una composta nomenklatura si mostrava fiera della nazione che dirigeva, libera e caparbia. Come da consuetudine secolare, prima di pranzo veniva servita una rakija, un forte distillato balcanico. Dopo tre anni ci siamo tornati, e c’era una sorta di imitazione di fast-food, ove anziché offrirti una rakija tentavano di avvelenarti con un milk-shake, dove veniva somministrato il cibo uniformato del progresso a stelle e strisce e dove – quantomeno – si può vagheggiare la speranza che almeno dallo stomaco parta l’impulso di ribellione al nuovo disordine. Perché finalmente la Serbia comprenda che quella “strada della democrazia” imboccata dieci anni or sono altro non è che il piano inclinato che la sprofonderà nell’abisso e nell’annullamento di sé.



Di Fabrizio Fiorini, www.rinascita.eu


domenica 24 ottobre 2010

Filippo Corridoni (Corridonia 19/08/1887 - San Martino Del Carso 23/10/1915)


In ricordo di Filippo Corridoni riproponiamo un nostro articolo uscito su Controvento il 23-10-2008.



Filippo Corridoni è uno di quei personaggi che ci sa rendere orgogliosi del nostro paese, come pochi altri. Sconosciuto ai più, la sua storia è diventata, sin dall’immediatezza della sua morte, un simbolo e d un esempio di vita per molti ragazzi e per molti lavoratori, che vedevano nelle allora nascenti idee del sindacalismo rivoluzionario una speranza ed una ragione di rivolta. Nei primi anni del secolo scorso, erano ancora molto forti le influenze di Georges Sorel, in tutti quegli ambienti del lavoro che rifiutavano l’idea sempre più assestata nell’area del socialismo ufficiale, della necessità di un partito socialista interno al sistema politico parlamentare, e di un sindacato confederale. L’idea sorelliana, al di là delle implicazioni teoretiche e della storica contrapposizione del mito vitalistico-rivoluzionario rispetto alla cosiddetta “utopia” marxista, sostanzialmente si basava su di un sindacalismo che prevedesse la difesa autonoma e diretta dei lavoratori, e il sovvertimento dello Stato borghese in uno Stato del Lavoro, senza alcuna mediazione di terzi. Tra il 1907 e il 1909, in pieno fermento operaio, si trova a Parma, dove guida, assieme al carismatico Alceste de Ambris, pesanti rivolte contadine, portando avanti uno dei più serrati e potenti scioperi del proletariato agrario. Proprio a Parma, concentrerà la sua più audace attività sindacale, intervenendo con acume e lucidità critica, sulle colonne de L’Internazionale, rivista della Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria del capoluogo emiliano. Arrestato, fuggì a Lugano, per poi rientrare, dopo un’amnistia, nel 1910, nel modenese. Nel frattempo, collaborò con altre due riviste legate alla Camera del Lavoro e guidate da Edmondo Rossoni: Bandiera Proletaria e Bandiera del Popolo. La strada intrapresa dal Partito Socialista Italiano era chiara da tempo: un ingresso nella normalità democratica del Paese, tentando la via del riformismo. Corridoni non si arrese mai a questa prospettiva e perseguì anche a Milano, nel biennio 1910-1912, il suo tentativo di introdurre nel sindacato il metodo organizzativo basato sull’unità produttiva e sul ruolo qualificato dell’addetto: questo metodo, era il suo pensiero, avrebbe portato a nuovi tipi di relazioni industriali, ma nel contempo introdotto un principio interclassista dal punto di vista politico. Nel momento della scissione interna alla CGdL, che diede vita all’Unione Sindacale Italiana (USI), moltissimi seguaci del Sindacalismo Rivoluzionario tentarono l’approdo a questa nuova formazione, sperando in una ripresa forte del sindacalismo italiano di base. Quando l’Italia partì per l’impresa coloniale in Libia, Corridoni attaccò impietosamente la monarchia e il governo, mostrando una contrarietà molto tenace all’interventismo e al sistema borghese dell’Italia giolittiana. Questo malcontento ramificato all’interno delle masse lavoratrici, non sorprendeva più di tanto ormai, ma nessuno avrebbe mai potuto prefigurare, anche con la più espansa fantasia, la terribile Settimana Rossa. Si tratta del comizio antimilitarista convocato il 7 giugno (anniversario dello Statuto), per protestare contro le “Compagnie di disciplina”, contro il militarismo, contro la guerra, e a favore di Augusto Masetti e Antonio Moroni, due militari di leva. Il primo, rinchiuso come pazzo nel manicomio criminale (aveva sparato al suo colonnello prima di partire per la guerra in Libia), e l’altro inviato in una Compagnia di Disciplina per le sue idee (era sindacalista rivoluzionario). Essendo quella del 7 giugno una giornata piovosa, si decise di procrastinare il comizio alle ore 18 alla “Villa Rossa” sede del partito repubbicano di Ancona. Alla presenza di circa 600 persone, repubblicani, anarchici e socialisti, parlano il segretario della Camera del Lavoro, Pietro Nenni, Errico Malatesta per gli anarchici e Marinelli per i giovani repubblicani. Dalla Villa si decise di muovere verso la vicina piazza Roma dove si stava tenendo un concerto della banda militare. La forza pubblica, volutamente distribuita su due ali in modo da bloccare l’accesso alla piazza e far defluire in fila indiana verso la periferia della città la folla, dopo aver avvisato i manifestanti con ripetuti squilli di tromba, iniziò a picchiare indiscriminatamente anche donne e bambini, mentre dai tetti e dalle finestre delle case furono lanciati pietre e mattoni. Alcuni colpi di pistola vennero esplosi, probabilmente da una guardia, ed i carabinieri, credendoli (secondo la loro versione) partiti dalla folla, aprirono il fuoco: spararono circa 70 colpi. Tre dimostranti furono uccisi: Antonio Casaccia di 24 anni, Nello Budini di 17 anni, repubblicani, morirono all’ospedale e l’anarchico Attilio Gianbrignoni di 22 anni morì sul colpo. Vi furono anche cinque feriti tra la folla e diciassette tra i carabinieri. Il clima fu pesantissimo per settimane, e Corridoni venne efferatamente attaccato dalle colonne del Corriere della Sera, e additato quale agitatore di conflitti e scontri di piazza. Questo episodio segnò indissolubilmente la vita di Corridoni, che maturò sempre più posizioni sindacaliste rivolte all’interventismo. I suoi rapporti con Mussolini, all’epoca direttore dell’Avanti, furono sempre abbastanza gradevoli, ma divennero persino saldi e decisi, allorquando, l’ala interventista, interna al PSI, capeggiata dal futuro artefice del fascismo, raccolse molti consensi all’interno degli ambienti socialisti e sindacalisti e riunì le varie sigle sotto il nome dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria. Corridoni riteneva che la sconfitta delle nazioni reazionarie e plutocratiche potesse in qualche modo favorire la posizione sociale dell’Italia, a partire anzitutto dal miglioramento delle classi operaie, sempre più schiacciate verso sé stesse, tanto internamente (Stato, Monarchia, padronato) quanto esternamente (imperi coloniali, reti creditizie). Partito volontario, ma minato dalla tisi, che lo affliggeva da anni, fu assegnato ai servizi di retrovia; ciononostante insisté per essere inviato al fronte: ci riuscì e partecipò ai combattimenti sul Carso, dove trovò la morte per ferita d’arma da fuoco in seguito a un assalto alla trincea austriaca. Risultò così profetica la sua affermazione eroica: “Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!”. Venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare, convertita in una Medaglia d’Oro nel 1925 per volere di Benito Mussolini.



«Soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e la parola tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante alla vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi e con sereno ardimento all’attacco di difficilissima posizione e tra i primi l’occupava. Ritto, con suprema audacia sulla conquistata trincea, al grido di “Vittoria! Viva l’Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta, finché cadeva fulminato da piombo nemico.»

Trincea delle Frasche (Carso), 23 ottobre 1915



Associazione Culturale Tyr Perugia


martedì 5 ottobre 2010

GUERRE DIMENTICATE. IL POPOLO KAREN RESISTE.


Si è conclusa la missione di settembre 2010 della Comunità Solidarista  Popoli al fianco del Popolo Karen in Birmania. Alla missione ha partecipato anche l’Associazione Culturale Tyr Perugia che da ormai tre anni segue con interesse tutte le attività della Comunità Solidarista al fianco dei popoli oppressi che lottano per la propria autodeterminazione, per difendere la propria libertà, la propria identità e i propri valori tradizionali. "La storia tragica del Popolo Karen inizia molti anni fa; dal 1949 nei territori della Birmania Orientale – spiega Fabio Polese, vice-presidente dell’Associazione Culturale Tyr Perugia – è in atto una sanguinosa guerra che la giunta militare birmana conduce contro questo popolo". Mentre il governo di Rangoon si arricchisce grazie agli ottimi rapporti con le lobby economiche planetarie, grazie al narcotraffico e grazie al supporto militare di India, Cina ed Israele, il Popolo Karen prosegue la sua difficile vita senza cedere un passo nei numerosi villaggi  tra le montagne, combattendo per ottenere ciò che gli era stato promesso alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto delle proprie tradizioni e identità.  "La Comunità Solidarista Popoli – continua Fabio Polese – dal 2001 porta aiuto concreto a questo popolo mantenendo attive scuole e cliniche mediche per garantire una adeguata assistenza. Dopo le numerose attività informative che abbiamo portato avanti nella nostra città – prosegue il vice-presidente dell’Associazione Tyr - per far conoscere la triste ma valorosa storia del Popolo Karen, abbiamo deciso di toccare con mano la situazione e di portare un aiuto concreto. La determinazione e la dignità che li contraddistingue superano tutti i possibili migliori auspici e li pongono in una dimensione senza tempo, nella quale solo la Tradizione conta veramente qualcosa. L’esperienza trascorsa nei villaggi Karen – afferma Fabio Polese – ci servirà a proseguire con maggior forza la lotta al mondialismo a difesa di chi, nel 2010, ancora è costretto a combattere per vivere. In un mondo dove si parla sempre più spesso di guerre per portare la pace, di operazioni di colonizzazione culturale travestite da missioni umanitarie, abbiamo avuto l’onore di conoscere persone umili ma disposte a combattere fino alla fine per non vivere in ginocchio. Con l’auspicio di vedere al più presto possibile la libertà del Popolo Karen e di tutti i Popoli ingiustamente oppressi – ribadisce Polese – continueremo ad informare e ad adoperarci, con sempre maggiore determinazione, per aiutare concretamente la Comunità Solidarista Popoli e i Karen. Se solo un piccolo riflesso dei valori di un Popolo come quello dei Karen – conclude il vice-presidente di Tyr - dovesse essere prima o poi recepito nella società moderna sarebbe, di per se, un atto rivoluzionario".



Associazione Culturale Tyr Perugia
www.controventopg.splinder.com
controventopg@libero.it



Per maggiori informazioni sull’attività della Comunità Solidarista Popoli:
www.comunitapopoli.org

 










mercoledì 28 luglio 2010

23 luglio 1952.


Nasser e il socialismo di popolo.

Quando nel ’42, le forze dell’Asse penetrarono in territorio egiziano, spingendosi a circa ottanta chilometri da  Alessandria d’Egitto, molti ufficiali dell’esercito di re Farouk, spinti da sentimenti antibritannici, cercarono di prendere contatti con l’intelligence italo-tedesca, al fine di favorire l’ingresso, in città,  delle truppe guidate da Rommel. Tra gli ufficiali egiziani, dalle note simpatie fasciste, c’era anche un giovane che, in seguito, avrebbe fatto carriera, il suo nome era Gamāl ‘Abd al-Nāṣer: Nasser (nella foto con Fidel Castro).

Classe 1918, Nasser aveva intrapreso la sua militanza politica durante il periodo liceale, nei ranghi dei movimenti nazionalisti. Alcune fonti indicano Nasser, come anche Muhammad Anwar al-Sādāt, fra i più attivi coordinatori della lotta anti-colonialista. A testimonianza dei contatti fra le forze dell’Asse e gli ufficiali egiziani è la dichiarazione di  Sadat: «L’Asse aveva forze superiori. La macchina bellica fascista in Cirenaica era ora nelle mani esperte dei tedeschi. La Gran Bretagna guardava in faccia la sconfitta. Approfittare di queste circostanze così favorevoli era per l’Egitto un dovere. Il morale delle nostre forze era alto, ed esse erano pronte a combattere. Prendemmo contatto con il quartier generale tedesco in Libia e ci muovemmo in completa armonia con esso (…) Se il collegamento tra gli egiziani insorti e le truppe dell’Asse fosse diventato effettivo, la nostra guerra sarebbe diventata un affare internazionale».

Le truppe  fasciste si presentavano, quindi, come un esercito di liberazione; già nel luglio del ’42, il governo italiano, d’intesa con l’alleato germanico, aveva pubblicato una dichiarazione in cui, in caso di vittoria e quindi di espulsione delle forze inglesi, l’indipendenza e la sovranità dell’Egitto sarebbero state garantite. Dal 1922  l’Egitto, formalmente,  era  uno stato indipendente, uno stato sovrano, ma la permanenza delle truppe di Churchill rimase costante. Da qui, lo scaturire del crescente ri-sentimento anti-britannico e il proliferare di movimenti di dichiarata filiazione fascista, quando non addirittura nazional-socialista. E non è un caso, lo storico Stefano Fabei, in una recente intervista rilasciata a Giovanna Canzano, ha ricordato che: «l’Italia fu il primo paese europeo ad appoggiare la resistenza palestinese, contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna, e contro i sionisti e il loro progetto d’insediamento in terra santa.(…) L’Italia versò al Gran Muftì, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica, 138.000 sterline, circa 10.000.000 di  euro attuali».

Nonostante ciò, il Fascismo non è sempre stato panarabista, all’interno del movimento mussoliniano, infatti,  convivevano due correnti: una  filo-sionista, che intratteneva  rapporti diplomatici con esponenti ebraici (vedi il progetto di colonizzazione ebraica in Abissinia), e l’altra più propensa a favorire i rapporti con il mondo arabo; l’incrinarsi dei rapporti con l’Inghilterra e il patto con la Germania di Hitler faranno prevalere l’ala “islamista”.

Al termine del secondo conflitto mondiale e con la conseguente sconfitta dell’Asse, sia Nasser che Sadat vennero rinchiusi, dagli inglesi, nei campi di concentramento per collaborazionisti, uguale sorte toccò a circa seimila ufficiali egiziani.  Terminata la prigionia, Nasser divenne uno degli esponenti di spicco del movimento dei Liberi Ufficiali, organizzazione militare clandestina  che, dopo l’attuazione di un colpo di stato ai danni di Re Farouk, abolì la monarchia, proclamando l’avvento della Repubblica.

In seguito al vittorioso putsch del luglio ’52, l’ascesa al potere, da parte di Nasser,  divenne inarrestabile. I  punti essenziali della dottrina di Nasser e della sua Filosofia della rivoluzione furono:  l’esercito come avanguardia del processo rivoluzionario, la lotta contro l’imperialismo, la giustizia sociale e  l’unità araba. All’interno del processo rivoluzionario nasserista,  non potevano mancare chiari riferimenti al Fascismo, in tal senso: «La struttura della repubblica d’Egitto -  scrive Maurice Bardeche – riproduce i caratteri della struttura politica fascista. Il capo dello Stato riunisce nelle sue mani i diversi poteri, (…) i partiti politici sono sciolti ed il contatto col popolo è mantenuto per mezzo del partito unico, l’Unione Nazionale». Aboliti, infatti, tutti i partiti e calmati gli animi dei Fratelli musulmani, Nasser iniziò il suo processo di affrancamento dalle forze coloniali, dapprima, imponendo agli inglesi il ritiro delle truppe come da accordi del 19 ottobre 1954, poi, nazionalizzando tutti i settori portanti dell’economia nazionale.  Anche dal punto di vista economico, il nasserismo, per certi versi,  seguiva l’esempio italiano, attraverso la costruzione di un sistema corporativo con a capo un unico organismo di controllo.

Ma il vero capolavoro di Nasser è stato la creazione della diga di Assuan, progetto che, per essere messo in opera, aveva bisogno d’importanti finanziamenti. Dopo il netto rifiuto da parte della Banca mondiale, il capitale, per la realizzazione della diga, si ottenne grazie alla nazionalizzazione  della compagnia che gestiva i traffici nel canale di Suez, operazione politica ed economica a cui seguirono dure  prese di posizione da parte d’ Inghilterra, Francia e naturalmente anche  d’Israele.

Il conflitto militare, che ne  seguì, vide uscire vincenti le forze nazionaliste arabe; la crisi di Suez si chiudeva, in breve tempo, con l’affermarsi, a livello internazionale, del nascente socialismo nasseriano. Un socialismo nazionale, quest’ultimo, che, integrandosi con l’Islam moderato, riuscì a traghettare l’Egitto dal suo passato coloniale a un presente di moderna potenza economica e militare, anche se con tutte le contraddizioni tipiche dei paesi a economia mista. L’inter-classismo di Nasser favorì l’avanzata di un ceto medio caratterizzato da una forte coscienza nazionale, un rinnovato  spirito patriottico che portò perfino i  militanti comunisti  ad aderire all’Unione nazionale. Certo, tale avvicinamento fu dovuto anche al rapporto privilegiato che il Comandante Nasser aveva con l’URSS. Resta il fatto che non pochi quadri comunisti videro, nel nazionalismo arabo, la possibilità di dare vita ad un ampio fronte di liberazione antimperialista. Nel ’67, la guerra dei sei giorni porrà fine alla parabola nasseriana e al sogno di una grande nazione araba.

Articolo di Romano Guatta Caldini


venerdì 2 luglio 2010

Buscaroli: un fascista tardivo.


Lei ha dichiarato di essere diventato fascista nonostante il Duce e dopo il fascismo?
Mi fecero diventare fascista a furia di calci e di botte, dopo la guerra, quando avevo tredici anni.
Guardi io non mi inginocchio di fronte al Nazareno, ma sulla tomba del sergente maggiore Guido Minardi, ogni venticinque maggio.
Fu un assassinio avvenuto a tradimento, lo stesso giorno della morte di Mussolini; nella terminologia ufficiale si chiama la fine della guerra e l’inizio della Liberazione, quando cioè i vinti avrebbero dovuto avere salva la vita.
Il fatto fondamentale è che invece non c’è nella storia una separazione tra l’una e l’altra. Come sono da considerarsi i massacri e le atrocità nei confronti del vinto? Vergogne che ancora si ripetono e che vengono proclamate azioni di guerra, come ancora l’anno scorso ha deciso la corte d’appello di Firenze nel caso Gentile.
Questo libro vuole respingere la legittimità di proclamare non punibili azioni di guerra quelli che sono stati assassinii e lo restano.
Quando La Russa ha dichiarato che oggi stiamo arrivando alla condivisione, che vuol dire l’identificazione di un popolo in una sola versione, mi sono detto che bisognava rifare tutto, che occorreva spiegare agli italiani che la dignità e l’onestà nazionale non si conciliano con la legislazione attuale.
Poiché questa Costituzione nasce dalla resistenza?
Certo! Noi siamo un popolo che cerca di dimenticare non un morto o due di un terrorismo, figlio legittimo di tutte le Armate Rosse. Parliamo di decine di migliaia di morti non conteggiati, che non fanno parte delle statistiche, che non entrano nell’elenco dei caduti della Repubblica Sociale; mancano all’appello almeno cinquanta mila caduti, miratamente cancellati.
Come si fa a rovesciare questa ingiustizia?
Appunto,come si fa? Ho scritto Dalla parte dei vinti per far nascere negli italiani la vergogna di se stessi. A me non interessa colpire Mussolini, che decise di entrare in guerra; a parte il fatto che il re Vittorio Emanuele II secondo fremeva perché l’Italia entrasse in guerra, vedeva la Germania vincere e Mussolini gli appariva un esitante imbecille. Non può una Repubblica adagiarsi sul letto sciagurato e insultato di migliaia e migliaia di morti senza appello.
Certamente la Repubblica francese è molto peggio della nostra: usa come inno la Marsigliese, che è un inno criminale.
Non si possono educare le generazioni dimenticando; eppure tutti contano sulla dimenticanza di misfatti che il passare del tempo insabbia.
Questo non è un libro di memorie, ma della memoria?
E’ da consegnare ai giovani italiani perché imparino l’onore e la dignità militare che i partigiani non hanno mai avuto e mai saputo. Si dovrebbe recuperare questo senso dell’onore nazionale che non c’è e mi permetto di richiamare il presidente della Repubblica - già noto per le sue tenerezze di Budapest - dichiarando che la dignità e l’onore dell’Italia non sono soltanto dei terroristi, ma di tutta quella gente trattata da ignota. Non ha senso civile una Repubblica che nasca da una montagna di morti di cui la legge dice che sono stati assassinati giustamente.
Non ha quindi senso parlare di unità d’Italia?
Esattamente, e come si potrebbe mai quando non si riconosce ai vinti l’aver subito la delinquenza perfida, patologica, abnorme che noi stiamo vivendo sulla nostra memoria, che è figlia del sadismo e dell’arte di far male propri alla resistenza? Non c’è mai stato un momento leale di riconciliazione perché non c’è mai stato un momento di riconoscimento. Il nostro tricolore è la brutta copia di quella schifezza che è il tricolore francese.
La ricostruzione economica dell’Europa ha significato la sua demolizione spirituale?
La decadenza spirituale è stata quasi unicamente un influsso americano. Ma non bisogna parlare troppo d’Europa: è un’invenzione postuma degli intellettuali per la quale mai nessuno ha agito in suo nome; è stata una speranza, un’invocazione perduta.
Essa ha sempre fatto la guerra con se stessa, non ha mai avuto un’anima sola, o meglio ha avuto un’anima falsa, il Cristianesimo. L’Europa. Questa è l’Europa: Carlo Magno, Napoleone e Hitler; sono le tre volte nella storia in cui le forze militari si sono convogliate verso uno scopo. Oppure è una realtà geografica.
Lei crede che la nostra storia, così com’è stata e non per come la raccontano, finirà mai in maniera credibile sui testi scolastici?
Mai, perché non avremo mai un popolo né una classe dirigente. Tutto ciò che siamo è destinato a esaurirsi entro breve. Nelle scuole ci vorrebbero duecento tipi come me che combattessero questa battaglia tutti i giorni, avendo a disposizione gli strumenti che io non ho mai avuto. Ma non vale la pena per questi italiani.
E poi queste cose non si pensa di farle a quarant’anni quando avresti l’energia, ma a settanta, quando si acquista la maturità della visione, che vuol dire riuscire ad accettare o a scartare un problema in due ore invece che in due anni.
Un uomo è maturo quando si mette di fronte a un sì o a un no. E’ il tempo che passa che guida le nostre vita, null’altro. I giovani, compresi i più valenti, non sentono più questa esigenza di scavare e di mettere in luce. Certo, bisognerebbe ricominciare e rifare, ma poi da dove? Tutto quello che resta in Italia resta al macero, questo è il destino che gli spetta.
Dipende dal carattere degli Italiani, immagino
Gli Italiani non sono capaci di mantenere un proposito, di studiarlo, di definirlo. Mussolini per primo, insieme ai suoi collaboratori, che - esclusi pochissimi - erano come la classe dirigente che ci ritroviamo oggi, anche se un po’ più educata, usava ancora, ai tempi.
Il grande ministro Bottai non spese una parola contro le leggi razziali e né Marconi né D’annunzio ebbero la presenza e l’onesta di dire al duce che stava facendo una follia.
Nessuno dei capi fascisti ebbe il coraggio di indicare o di deviare Mussolini. Così è la razza. L’Italia non è neanche un’ambizione di poeti, ma di letterati. Massimo d’Azeglio sapeva bene cosa volesse dire fare gli italiani, cioè fare l’educazione, le buone maniere, l’onestà, il coraggio, la disciplina.
Nessuno ha fatto gli Italiani; Mussolini ci ha provato, ma si stufava, cambiava oggetto, cambiava uomini giungendo a un nulla di fatto.
I moderati sono peggiori però degli estremisti?
(Prende carta e penna e scrive - secondo un’equazione filosofica - moderazione = avere paura di tutto)
Il moderato si mette sempre nelle condizioni di non dover mai compromettere la pelle. E’ colui che non vuole offendere l’educazione degli altri, che non vuole cambiare la cultura e che quindi resta a mezzo in tutto e non è nulla.
La paura lo fa scappare e quando non può allora cambia le proprie affermazioni e posizioni. I moderati sono gli artisti dell’arte di corrompere le proprie parole e, per confermarle di non averle mai dette, smettono di pensarle. Sono terribili!


Di Fiorenza Licitra, www.rinascita.eu


venerdì 14 maggio 2010

Nakba.



62 anni fa la Nakba, un deportato racconta l'espulsione dei Palestinesi dalla loro terra.

Gaza – Speciale Infopal.
Sono trascorsi 62 anni dalla cacciata del popolo palestinese dalla Palestina, occupata nel 1948 dalle bande criminali sioniste c.



Esse uccisero e bruciarono tutto ciò che era palestinese, costringendo all’esilio e alla dispersione come “rifugiati” centinaia di migliaia di autoctoni: con il termine “Nakba (Catastrofe) palestinese” si indica quel che accadde allora a quelle persone. 



Sul suo volto sono evidenti i segni dell’identità palestinese: le rughe segnano la ‘via del ritorno’, e dagli occhi, ogniqualvolta viene ricordata la parola “ritorno”, scendono lacrime che le vanno a riempire... Ecco il ricordo di una vita spezzata con l’emigrazione forzata del 1948, e la memoria rimasta sospesa tra il villaggio di ‘Aqir (ar-Ramla) e Gaza, la sede dell’esilio.



 



Ricordi del passato



 



A 62 anni fa risalgono i ricordi dell’ottuagenario Hasan Subhi Abu Rahma, rifugiato dal villaggio occupato di ‘Aqir. Aveva 18 anni e faceva il contadino, insieme alla sua famiglia formata da dodici persone.



 



La sua famiglia possedeva un terreno di 14 dunum [1 dunum palestinese equivale a 900 mq, ndr] che anche  Hajj [titolo onorifico che indica chi ha svolto il pellegrinaggio – hajj – alla ‘Casa di Dio’, a Mecca, ndr] Hasan coltivava. Esso dava i frutti necessari per vivere, ma tutto venne interrotto dalla fuga provocata dagli usurpatori israeliani.



 



“Era una terra generosa e benedetta. Dava il grano, il mais, il miele, il laban [un prodotto caseario simile allo yogurt, ndr] e i migliori formaggi della Palestina fatti con latte di pecora. Inoltre, il nostro villaggio era famoso per la fabbricazione di tappeti, la cui lana era tratta sempre dalle nostre pecore”.



 



La notte funesta



 



Di quella notte funesta, che lo strappò dalla sua casa e dalla sua terra, Hasan racconta: “Alle cinque del mattino, le bande sioniste dell’Haganà (formazioni militari ben armate e ben addestrate) si raggrupparono ai limiti della cittadina, e in poco tempo piombarono sul villaggio cominciando ad uccidere e distruggere”.



 



Prosegue Hasan: “Gli uomini e i giovani del villaggio, insomma, chi poté, scappò… ma chi non ce la fece, come gli anziani, i bambini ed alcune donne, finì prigioniero per mano delle bande dell’Haganà: tutti radunati nella moschea del villaggio. A quel punto gettarono delle bombe nella moschea e spararono uccidendo tutti quelli che vi avevano messo dentro. Non vidi nessuno uscire dalla moschea: li avevano ammazzati tutti”.



 



Hajj Hasan riprende a raccontare sospirando: “Dopo di ciò, grazie al Cielo [al-Hamdu li-Llàh: lett. “La Lode spetta a Iddio”, ndr], io e la mia famiglia siamo riusciti ad uscire dalla cittadina, mentre quelle bande tiravano le bombe sulla moschea per uccidere i palestinesi che vi avevano rinchiuso. Così continuammo a camminare fino ad al-Migdal, alla frontiera settentrionale della Striscia di Gaza. Lì rimanemmo solo due giorni, ma quando sentimmo le notizie sulle bande sioniste che stavano avvicinandosi scappammo verso la Striscia di Gaza, dove ci sistemammo nel campo profughi di an-Nuseyrat, nella parte centrale della Striscia”.



Il certificato di proprietà della terra e la chiave di casa…



 



Con voce ferma, Hajj Hasan chiede ad uno dei suoi nipoti che sono intorno a lui ad ascoltare i suoi ricordi dolorosi di portare il certificato di proprietà della sua terra e la chiave della casa, diventata un simbolo dei loro diritti sulla terra da cui sono stati cacciati.



 



Con mani tremanti, Hajj Hasan apre i fogli che riguardano la sua terra, così vediamo i suoi dati personali e le informazioni che dimostrano che i suoi diritti: “Quanto mi auguro di tornare in quella terra… lavorarvi, mangiare dei suoi frutti ed esalare l’ultimo respiro là”.



 



E conclude: “Se non riuscirò a tornare, questi miei nipoti hanno preso l’impegno di completare l’opera e di non barattare la loro terra con tutto l’oro del mondo, perché presto o tardi si vedrà chi ha ragione e gli stranieri e i ladri saranno cacciati dalla nostra terra”.



 



Profughi espulsi



 



I profughi palestinesi sono circa 4,7 milioni, distribuiti tra i 59 campi profughi palestinesi ufficiali riconosciuti dall’UNRWA su terra palestinese (27 campi: 19 in Cisgiordania e 9 nella Striscia di Gaza) e nei Paesi arabi (12 in Libano, 10 in Siria e 10 in Giordania).



 



I profughi palestinesi in Giordania registrati dall’UNRWA sono il 41,8% del totale (di cui il 15,9% vive ancora nei campi profughi); quelli in Libano sono il 9,4% (di cui il 52,7% nei campi profughi); il 10% dei profughi palestinesi vive invece in Siria (qui il 26,6% si trova nei campi profughi).


Tratto da: Infopal



giovedì 11 febbraio 2010

lunedì 8 febbraio 2010

Nel nome della runa del lupo.

Non capendo granché delle dinamiche della politica attuale,  e delle sue strane alchimie , mi accingo a recensire più’ semplicemente questo studio corposo e dettagliato (circa 450 pag) ,  su una delle tante micro-esperienze, legate a micro-eventi,  in micro-ambienti. Insomma una di quelle storie che,  come ci insegnò tempo fa il giornalista Angelo Mellone, in un suo intervento di infuocata dialettica sul magazine Il Fondo [leggi qui], non contano niente,  non hanno mai contato niente, e non interessano a nessuno.



Ultimo uscito della collana "Sangue ed Inchiostro" delle  edizioni Settimo Sigillo, edito e distribuito dall’ottimo Enzo Cipriano,  nasce il primo lavoro organico sulla  storia di una delle maggiori organizzazione giovanili nazional-rivoluzionaria  degli anni 80’,  organizzazione nata e sopravvissuta negli anni bui del riflusso e sciolta d’autorità  dal Ministero degli Interni nel 1993 :  il Movimento Politico Occidentale (per abbreviazione da ora MP) .  Autore del  libro è Davide Sabatini,  stimato storico ed autore già conosciuto per altri due studi  di spessore e di interesse , nonché protagonista e testimone puntuale,  del sodalizio di MP  in tutte le sue successive fasi organizzative e trasformazioni  (1).



Possiamo cominciare con il dire che il lavoro di Davide è utile da un lato,  a proporre una  storiografia ragionata,  una  focus sulla cronaca ravvicinata e/o breve termine, soprattutto  quando si tratta delle esperienze legate al neo-fascismo,  delle quali si perde in fretta  la memoria e si altera la verità dei fatti. (2)



Dall’altro,  serve a marcare il terreno e lasciare documenti e testimonianza scritta,  quindi non superabile,  da chi non "dell’ambiente", lo indaga dall’esterno,  e spesso non capisce e/o male interpreta i fenomeni intrinseci , e tralascia spesso di verificarne,  le profonde contraddizioni interne e la complessità, creando scenari di semplificazione abnorme.



Il Movimento Politico Occidentale (MP) transita sulla scena politica nazionale dal 1983 al 1993.  Nato nella zona dei castelli romani ,  si concentra soprattutto sulla piazza di  Roma (ma non solo);    si inserisce a pieno titolo come il principale protagonista  della cosi detta  "Base Autonoma";  un modello militante radicale che cerca il superamento del neo-fascismo verticistico e gerarchico tipico degli anni 70, e capitalizza le  esperienze movimentiste e spontaneiste di Terza Posizione, del Fuan-Nar , del Movimento Romano, del MSI Lotta Popolare,  ricercando da subito il superamento  definitivo della logica degli opposti estremismi  che aveva esasperato la lotta politica degli anni 70; ma  senza tuttavia mai recedere di un metro,  nè ideologicamente né tantomeno militarmente.  Una organizzazione creata dal basso,  ed estremamente egemone a livello giovanile  (ma non egemonizzabile da nessuno);   egemone,  e soprattutto non eterodiretta da altri ed alti "fini".



Questo modello,  nasce da quella sana frattura generazionale e culturale  innescata già da metà degli anni  70,  che ha coinvolto decine e decine di gruppi,  esperienze  autonome,  comunità militanti,  anche nella piena stagione del riflusso e che dal nord al sud Italia  hanno  lasciato il  segno  nella costruzioni di intere classi dirigenti  (3) ; queste espressioni della destra radicale e del neo-fascismo,  hanno recuperato  terreno, spessore,  analisi  e credibilità,   rispetto ai modelli dei “ concorrenti antagonisti “ della sinistra radicale.  In alcune tematiche si è generato ( a mio avviso ) addirittura un sorpasso netto  (soprattutto in tema di mondialismo e globalizzazione dei mercati , e soprattutto,  sulle  tematiche legate alla crisi epocale che ha investito tutte le generazioni post - sessattontine).



Erano i lontani giorni,  in cui lo stesso istituzionale  Fronte della Gioventù rautiano ,  influenzato e quasi plasmato,  da quadri politici e immaginari  del movimentismo anni 70 , si muoveva su scenari  "border line" ed atipici ,  lontani mille miglia dalla destra conformista da cortile che anche oggi conosciamo  (quella che da un lato esaltava la doppia pena di morte e dall’altro plaude ai pruriti di false riforme istituzionali).



Il Movimento Politico, con questo saggio di Davide Sabatini,   entra a far parte della  storiografia dissidente,  a pieno titolo,  con altre formazioni  del neo-fascismo  "non allineato"  (e/o di quelle in cripto-ostaggio della destra atlantica americana ) ;  un avamposto  generoso dei  nuovi proscritti   "non collaboranti" con le dinamiche adulterate di fine millennio. Emerge dal racconto di Davide,   un manipolo di giovanissimi ribelli, pronti a tutto,  che irrompono sulla scena metropolitana romana,  imponendo la propria presenza ed originalità di azione.



E questo manipolo di giovanissimi ribelli (Maurizio Boccacci , Alberto Devito Francesco, Roberto Valacchi i dirigenti storici),  cominciano  a rompere le uova nel paniere proprio nell’apparato missino dal quale hanno spiccato  il volo , denunciando ben presto l’incapacità congenita e la malafede dei vertici,  i limiti di azione,  e soprattutto l’ingerenza  nefasta di quell’ arrivismo tardo-istituzionale  dell’apparato, che si annidava da sempre nelle file del partito,  ben prima delle svolte ipocrite e zelanti del 1994.



L’obiettivo perseguito dalla dirigenza di  MP era quello di strappare, metro per metro, l’egemonia culturale e sociale "di sinistra" alla sinistra , e/o meglio,  come riappropriarsi di quella mentalità  di radicamento che la sinistra aveva ereditato  guarda guarda , proprio dal modello di egemonia gramsciana del partito-stato per eccellenza: il partito nazionale fascista. Strappare quindi  il territorio,  la comunicazione diretta sui temi caldi  dell’ ecologia, dell’ autodeterminazione dei popoli, della giustizia giusta per i detenuti politici ,  della solidarietà con i più deboli; radicamento e contro-potere territoriale, difesa del lavoro, scuola , marketing avanzato , comunitarismo militante. Il tutto condito da dosi di sana, trasgressiva e maschia giovinezza , idealismo,  e tanto tanto tanto entusiasmo.



L’autore mette in chiara evidenza le varie  fasi  alterne del gruppo:  dal MSI dei Castelli 1985-1987 alla nascita delle due sezioni di Piazza Bambocci e Frascati e di Via Domodossola all’Appio Latino, le battaglie contro la droga; per la liberazione di  Paolo Signorelli e Gianfranco Ferro;   i contatti con il partito radicale e i tentativi falliti di azzerare lo scontro con l’estrema sinistra.  Concerti , musica, campagne di autofinanziamento con lavori stagionali agricoli nella maremma viterbese. Volantinaggi e manifestazioni presso la centrale di Montalto, contro il nucleare,  ma sempre a difesa assoluta del lavoro operaio;   infine gli immancabili solstizi e feste comunitarie (Ritorno a Camelot)  con le altre formazioni consorelle.



Davide si  sofferma anche sulla sofferta fase della scissione all’interno della dirigenza romana,  per influenza esercitata dal nascente Movimento Tradizionale Romano, organizzazione che puntava alla formazione interiore ed evoliana  dei quadri militanti,  piuttosto che alla piazza ed alla mobilitazione sociale.  Dinamica di rottura,  che vide una situazione critica gemella  scaturire nell’ambito del auto-disciolto Meridiano Zero, qualche anno dopo,  con la nascita del gruppo e dell’omonima rivista "Mos Maiorum".



L’incontro  fecondo con il laboratorio Dart di Roma ,  nato ad opera dei militanti meta-politici piu’ spregiudicati della sede Colle Oppina del FdG segnano la seconda fase;  l’avvento degli  skineheads sulla scena romana, nazionale ed europea,  riposiziona in breve l’immaginario e le scelte strategiche del Movimento Politico  e ne gonfia le fila in numero di militanti .  L’analisi del libro si sofferma puntualmente sulla nascita della moda giovanile nata dalla working class inglese,  che in piena crisi economica e di identità sociale e politica  ,  incontra quasi per caso le istanze destro-radicali anglofone.



Il Movimento Politico ha accettato questa sfida difficile, cioè di  dare "una forma compiuta" a questa nuova forza giovane e pre-ideologica ,  che stava irrompendo,  come protagonista nello scenario dell’immaginario giovanile metropolitano;  in particolare creando un coordinamento speciale  con le maggiori organizzazioni nazionali (Il Veneto Fronte Skinheads  e  Azione Skinheads di Milano).  Il rischio che i militanti ed i quadri di MP avvertivano,  era il rischio di far  scivolare il tutto,  verso uno schema troppo stereotipato,  già peraltro previsto ampiamente dal sistema.



La difficoltà di gestire l’aggregazione da  "stadio"   ed egemonizzare la curve come contenitore militante di riserva,  lo scontro fisico con la sinistra radicale  , e le soliti tristi dinamiche di supremazia con gli altri gruppi sul territorio romano,  hanno reso difficile la vita del Movimento Politico per anni.   D’altra parte la questione nevralgica dell’immigrazione stava esplodendo in tutte le sue pesanti contraddizioni ,  e la scelta di privilegiare il tema  del revisionismo storico,   hanno facilitato in breve,  la criminalizzazione del Movimento ad opera degli organi inquirenti e della stampa di regime (4).



La parabola discendente di MP,  innescata prima da una serie interminabili di perquisizioni, arresti e attività  repressiva ,  poi dall’ assalto armato  con tanto di pistole alla mano di giovani membri della comunità ebraica romana presso la sede di Via Domodossola,   culmina con l’operazione Runa del 4 maggio 1993 ,  e  l’attuazione del decreto di scioglimento del Movimento  (in base alla famigerata Legge Mancino) che peraltro, avrebbe dovuto colpire contemporaneamente anche l’altra organizzazione presente sul territorio romano: Meridiano Zero (5).



D’altra parte, per chi ha la capacità di contestualizzare gli eventi,  ci trovavamo nel bel mezzo degli anni ruggenti  di tangentopoli ,  gli anni in cui si doveva avviare in gran fretta la cosidetta "seconda repubblica", de-fascistizzare l’MSI ( il disegno  previsto dalla P2 di Licio Gelli) , impostare la dittatura mediatica delle Tv commerciali, insomma  la fase che avrebbe visto definitivamente anti-fascisti ed anticomunisti doc, ed ex sessantottini rampanti,   compiacersi e dondolarsi del post-ideologismo coatto e levantino,  ed andare tutti quanti felicemente a dama ,  grazie alla ristrutturazione del sistema partitocratico, ammucchiato da tempo in discesa.



E come avviene nella buona tradizione italica,  ad ogni stretta liberticida e repressiva,  ad ogni ristrutturazione , corrisponde una equivalente “macelleria�? di giovani vite,  ed esperienze stritolate ed annichilite della “ meglio gioventù ’�?,  di quella vera,  di quella da sempre non allineata , di quella non-collaborante,  di quella che al cinema non si vede mai.  Tuttavia c’è chi ha lasciato tracce e perfino modelli di una certa  rilevanza , c’è chi ha lasciato esperienze e ricordi ,  insomma memoria .  Forse dobbiamo anche ad  MP,  quanto  successivamente è stato capitalizzato ed evoluto ad esempio da CasaPound da un lato,  o Forza Nuova dall’altro (e non solo).



C’è stato chi addirittura chi alla fine di questa microstoria ,  sulla pelle di pochi giovani ribelli,  si ritrova perfino satollo ed arricchito, per essere salito sul treno giusto al momento giusto, rinnegando ed abiurando il proprio passato.  Sarebbe interessante fare un ricerca,  per vedere personaggi e figure di primo piano della scena militante antagonista degli anni 70- 80 (perfino tra coloro che hanno gravitato nel Movimento Politico  o ne sono stati vicini collaterali)  e che oggi lavorano ,  nelle varie aree manageriali dell’apparato,  ben stipendiati,  in nome non più del "dente di lupo" e della rivoluzione,   ma dell’azienda  di famiglia PdL-Mediaset .



Non è certo il caso di questi magnifici ragazzi dei castelli romani, i proscritti degli anni 80, tra cui primeggiano  gli storici fondatori  di  MP:  Alberto Devito Francesco (Albertone per gli amici),  Maurizio Boccacci  e Roberto Valacchi  (detto: Pasticcino) che saranno come al solito considerati,   dalle solite voci dell’apparato istituzionale  , come puerili testimoni di  una inutile e sterile stagione, quella fuori tempo massimo;   gli ultimi donchisciotte di fine millennio,  attori protagonisti di una giovanile ingenuità, spesso maldestra e pericolosa,  strascinata ed ostentata tra spontaneismo ed istinto di umana sopravvivenza ;  ma i pre-giudizi dei cultori omologati "della plebaglia di destra" li conosciamo bene .



Di certo , mai ( e ribadisco il mai)  si potranno tacciare questi giovani ribelli degli anni 80 ("I Guardiani della RUNA DEL LUPO") di  vigliaccheria  congenita, di trasformismo codino  né, tantomeno, di malattia post-ideologica;   quella tipica dei gattopardi paraculi e dei ruffiani di ogni tempo,  (che conosciamo bene anche loro per nome e cognome);   la malattia tipica che ha colpito molti,  ma per fortuna non tutti.



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1) Davide Sabatini è laureato in Storia Moderna  e Storia delle Dottrine Politiche.  Cofondatore del Centro Studi Tusculum,  ha pubblicato per suddette edizioni   L’Internazionale di Mussolini: La diffusione del fascismo in Europa nel progetto politico di Asvero Gravelli;  Resistenza. Al di là del mito: La Ciociara e le altre. Il corpo di spedizione francese in Italia 1943-44.



2) L’esempio del cronista – protagonista  la troviamo ad es. già  in una dei maggiori  testimoni del così detto �? risorgimento tradito�? : quel di G.C.Abba , cronista e protagonista di un pezzo della storia del nostro Risorgimento;  e anche  grazie alle Sue testimonianze dirette,   scopriamo come vennero rese innocue e deviate  le istanze piu’ sane ed originali dell’insurrezionalismo risorgimentale,  e di come venne annegata la prospettiva rivoluzionaria originaria piegandola agli scopi dall’apparato della piemontesizzazione forzata .



3) Tanto per citarne alcuni dei sodalizi più’ importanti,  coetanei del Movimento Politico e più volte citati nel libro: Orion,  la comunità  di Ideogramma al Nord;   Heliodromos,  L’aratro di Battipaglia ed  Fronte Europeo al Sud, il Centro Studi Tradizionali, Meridiano Zero  al Centro.



4) Il testo tratteggia l’episodio del mancato convegno di Roma con lo storico Inglese David Irving e la trappola mediatica organizzata da Ferrara con la complicità della destra perbenista di Fini.



5)  Meridiano Zero si auto-sciolse con conferenza stampa e comunicati ufficiali una settimana prima, ben fiutando la scelta repressiva degli organi dello stato anti-fascista,  contro i movimenti antagonisti metropolitani dei primi anni 90.



Di Francesco Mancinelli, tratto da: www.mirorenzaglia.org