martedì 17 gennaio 2012
MYANMAR: VECCHIE STORIE DI VIOLENZA, NUOVI INTERESSI STRATEGICI EDECONOMICI
sabato 14 gennaio 2012
La notizia del cessate il fuoco tra l’etnia Karen e il Myanmar è falsa.
(ASI) La notizia di un accordo per il cessate il fuoco siglato nella giornata di ieri tra l’Unione Nazionale Karen (KNU) e il Myanmar, riferita dagli stessi birmani e dalle agenzie internazionali non corrisponde al vero.
Il giallo del cessate il fuoco tra Karen e giunta birmana.
mercoledì 11 gennaio 2012
Incursione dell’artiglieria israeliana al centro di Gaza.
Gaza – InfoPal. Questa mattina all’alba, la Striscia di Gaza è stata oggetto di un nuovo attacco dell’artiglieria israeliana.
Bulldozer e carri armati sono penetrati nel centro della Striscia di Gaza assediata in direzione di Deir al-Balah. Non si riportano feriti.
Dai carri armati, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, mentre aerei da ricognizione sorvolavano Gaza.
Ieri, diverse aree della Striscia di Gaza sono state invase dai militari israeliani: nel nord, a Beit Hanoun, sono stati respinti dalla resistenza palestinese, stando alle rivendicazioni di quest’ultima.
http://www.infopal.it/incursione-dellartiglieria-israeliana-al-centro-di-gaza-2/
Iran: attentato contro docente del sito nucleare iraniano di Natanz.
(ASI) Teheran - Un attentato ha tolto la vita a Mustafa Ahmadi Roshan, vice-responsabile della sezione commerciale del sito nucleare iraniano di Natanz. Le autorità iraniane pensano che dietro l'omicidio ci possano essere gli Stati Uniti, Israele e la Gran Bretagna e che questi potrebbero essere gli ispiratri e/o gli autori dei sistematici omicidi che da tempo vengono fatti contro tecnici atomici iraniani.
La dinamica dell’attentato di mercoledì mattina, infatti, è simile a quella degli attentati dei mesi scorsi contro studiosi iraniani; da questi è uscito vivo finora solo il professor Fereidoun Abbasi, attuale direttore dell’agenzia nucleare iraniana. Infine, fonti diplomatiche statunitensi ed israeliane temono una ritorsione contro i loro Stati e i loro scienziati atomici
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6469%3Airan-attentato-contro-docente-del-sito-nucleare-iraniano-di-natanz&catid=3%3Apolitica-estera&Itemid=35
giovedì 5 gennaio 2012
Sono entrato nel covo del raìs Vi racconto le sue ultime ore.
Lo chiamano Quartiere Due. È un deserto di macerie accatastate, ruderi sventrati, tetti sfondati, facciate affrescate a colpi di katyusha e mortaio. L’imbianchino arrampicato sulla scala ti squadra, tira un colpo di malta e cazzuola, lancia un urlo.
La necropoli riprende vita. Un ragazzo in divisa sguscia da una voragine. Un altro salta giù da un mezzanino sfondato.
Un terzo sbuca dagli infissi anneriti d’un davanzale. Sono tre, quattro, dieci. Ti circondano silenziosi. Ti bloccano il passo. La nostra guida alza il braccio. «Khalas, khalas – basta, basta - saafi … mafi mouskila. Sono giornalisti italiani, amici nessun problema». Sui volti corrucciati si disegna mezzo sorriso. La prima lingua si scioglie. «Se venite per scrivere la verità, siete i benvenuti. Tutti parlano di Misurata, Bengasi, Brega, ma nessuno racconta come la Nato e i vostri amici rivoluzionari hanno distrutto Sirte e ucciso i nostri amici». Li ascolti in silenzio. Loro ti trascinano tra appartamenti calcinati, stanze affumicate, mura abbattute.
Per ogni angolo c’è la storia di una famiglia distrutta, di un amico morto, di un bimbo ferito. Tu ascolti, poi la butti lì. «Muhammar, era qui?» La fila si blocca. Saleh, il ragazzo in divisa ti squadra come se avessi nominato Allah. Hussein, lo spilungone sceso dalla scala alza la cazzuola al cielo, immobile e pensieroso. Mabruk ti scruta sorridente. «Non sapevamo che era qui, ti prego non mettermi nei guai, quelli di Misurata mi hanno già sbattuto in galera e torturato. Noi difendevamo solo le nostre case». Ci riprovi. «Ma Muhammar era con voi o no?». Dal barbone cespuglioso spunta un altro sorrisino. Mabruk ci pensa, ti fa segno di seguirlo. C’inoltriamo in quella casbah terremotata, attraversiamo lo scudo martoriato delle prime case, c’affacciamo su un intrico di viuzze ed edifici ancora in piedi. Mabruk risale verso una slargo. «Era mercoledì mattina, il giorno prima che l’uccidessero - racconta - avevamo mandato via mogli e bambini combattevamo da più di una settimana. Quel pomeriggio durante una pausa dei combattimenti ci chiamano tutti fuori. Io e i miei uomini saliamo verso questo slargo e, lì, in fondo, riconosco Moutassim, il figlio del leader. “Fratelli ci dice – domani dobbiamo andarcene, abbandonare il quartiere e la città… qui ormai è finita, la Nato sa dove siamo, mio padre vuole andare a Wali Jarre, attendere il proprio destino nel villaggio dov’è nato. Chi vuole può unirsi a noi”. Sulle prime non capiamo, ascoltiamo perplessi, confusi. Abbiamo tanti feriti, molti non riescono a camminare, queste sono le nostre case come si fa a mollare tutto? Moutassim ci guarda, ci fa un’altra offerta. “Porteremo via i feriti che possono camminare, ma gli altri dobbiamo abbandonarli”. Noi scuotiamo la testa. No, non si può, sono i nostri fratelli, non li lasciamo indietro. Allora Moutassim ci mostra quella villa…. Laggiù, in fondo alla strada la vedi?».
Dalla piazzetta si distingue appena. Sono due piani eleganti, un tetto di tegole rosse dietro un muro di cinta chiuso da una cancellata. Mabruk salta la recinzione, entra nel cortile. Nel muro sul retro del giardino si apre una feritoia aperta a picconate. Uno spazio sufficiente a lasciar passare un uomo. «Tutte le case del quartiere erano collegate da questi passaggi. Se bombardavano passavamo da un’abitazione all’altra senza mettere il naso fuori. Anche il rais ha cambiato parecchi nascondigli, ma questo è stato l’ultimo. Quella sera ci siamo arrivati dalla piazza, seguendo Moutassim, attraversando muro dopo muro, giardino dopo giardino, mezzo quartiere. Quando mi sono affacciato non credevo ai miei occhi. Muhammar era in mezzo al giardino con un kalashnikov a tracolla, la sua pistola d’oro in una mano ed un bloc notes nell’altra. Prendeva appunti e dava ordini sottovoce alle sue guardie. Ha alzato gli occhi, ci ha salutato. Domani andiamo via - ha ripetuto - se volete seguirci siete i benvenuti. Noi gli abbiamo ripetuto le nostre ragioni. - Rais dobbiamo difendere le nostre case. - Lui ci ha fatto solo un cenno con gli occhi come per dirci vi capisco, poi è sceso nello stanzone, quello lì sotto, vedete, dove adesso hanno ammucchiato sacchi di grano e cibo per tutto il quartiere. Fino a mercoledì 19 ottobre lui ha vissuto là».
Mabruk torna fuori, risale verso la piazzetta del quartiere. «La mattina dopo abbiamo seguito Moutassim, Muhammar e le sue guardie fino a qui. I 21 fuoristrada erano già pronti, nella notte li avevano coperti con dei rami di alberi per mimetizzarli».
Un altro uomo con la divisa del vecchio esercito s’avvicina. Non vuole darci il suo nome. «Il rais ha preso il bloc notes, ha numerato con della vernice tutte le vetture dall’1 al 21, ma nessuno ha capito perché… Subito dopo hanno tentato la prima sortita verso est. Dopo pochi minuti sono tornati, il fuoco era troppo pesante. Allora li abbiamo scortati all’uscita opposta del quartiere». Mabruk si porta una mano al cuore. «Quando l’ho visto partire per Wadi Jarre, per il villaggio dov’era nato, ho capito tutto… cercava un posto dove morire. Non poteva vivere fuori dal suo paese. Per questo era il nostro leader. Per questo non lo dimenticherò. Ma voi non scordatevi di me. Quando scriverete questa storia torneranno a prenderci, ci tortureranno di nuovo. Se fra qualche giorno vedete il mio numero di telefono sul vostro cellulare vi prego venite a cercarci, altrimenti uccideranno anche noi».
Di Gian Micalessin,
http://www.ilgiornale.it/esteri/sono_entrato_covo_rais_e_vi_racconto_sue_ultime_ore/05-01-2012/articolo-id=565399-page=0-comments=1
Ungheria. La nuova Costituzione: una svolta autoritaria invisa all'alta finanza
(ASI) In Ungheria, cuore della Mitteleuropa, sta avvenendo qualcosa di atipico, che l’opinione pubblica occidentale ha finito per considerare estraneo e finanche pericoloso, a seguito di un addomesticamento culturale passato negli anni attraverso fitte campagne mediatiche atte a promuovere quello liberista come l’unico, valido modello di sviluppo.
Succede che il tricolore magiaro sormontato dalla corona di Santo Stefano è tornato a sventolare nel cielo plumbeo di Budapest, per affermare una sovranità nazionale che favorisce il popolo e terrorizza i banchieri.
Il primo gennaio è entrata in vigore la nuova Costituzione ungherese, voluta dal governo di Viktor Orbán ed approvata nell’aprile scorso dal Parlamento (dove il partito di governo Fidesz gode di due terzi della maggioranza). La nuova Carta, redatta con accenti che rievocano antichi lustri d’identità nazionale, è contraddistinta da una serie di provvedimenti che mirano a ricostruire un potere sovrano. Al suo interno spiccano tuttavia misure controverse, che hanno generato malumori giacché limitative di alcune, definite da molti “derive etiche” e da altri “libertà individuali”. In nome della tradizione cristiana, cemento dell’unità e motore dello sviluppo storico dell’Ungheria, l’esplicita frase iniziale “Dio benedica gli ungheresi” indica l’assetto culturale su cui si basa tutto l’impianto della nuova Costituzione. L’embrione, anzitutto. La nuova Carta lo considera un essere umano fin dal suo concepimento, così sgomberando il campo della discussione sulla liceità dell’aborto da equivoci derivanti dal mese di gravidanza. Il matrimonio, poi. E’ autorizzato espressamente solo quello tra un uomo e una donna. Inoltre, le comunità religiose che potranno beneficiare di sovvenzioni pubbliche vengono portate da 300 a 14, un taglio che va a discapito solo di ristrettissime minoranze e che consente cospicui risparmi per le casse dello Stato, dunque per la comunità tutta. Sempre a vantaggio del popolo ungherese, spunta una norma che fissa per tutti l’aliquota fiscale al 16% (attualmente l’Ungheria, con il suo 27% di valore normale dell’aliquota, è il Paese dell’Unione europea con la percentuale di imposta più alta). Le misure in ambito economico sono proprio quelle che maggiormente preoccupano l’estero, rappresentato soprattutto in questa campagna anti-ungherese dalle lobby della finanza, colpite nei loro interessi particolari dalla svolta costituzionale di Viktor Orbán. Con la nuova Carta, infatti, la Banca centrale ungherese dipende direttamente dal governo: il Primo ministro sceglie i suoi assistenti, inoltre sei dei nove membri del consiglio monetario della Banca centrale sono nominati dal Parlamento. Questo cambio di registro non fa che complicare i già tormentati rapporti tra la Banca centrale ungherese e agenti esterni della finanza, ovvero Fondo Monetario Internazionale e istituzioni finanziarie europee. Nel settembre scorso il sistema bancario internazionale è entrato ufficialmente in rotta di collisione con l’Ungheria. Durante quel mese, per arginare la crisi derivante dal debito pubblico più alto in un Paese dell’Est, il governo Orbán ha favorito i suoi cittadini che avevano contratto un debito con le banche in valuta straniera svalutando forzosamente la moneta nazionale. Lo strappo ha generato una svalutazione del fiorino ungherese di circa il 23%, di oltre il 12% se in euro. Ciò significa che occorrono meno fiorini per ripagare il debito, di fatto la svalutazione si trasforma in uno sconto. Come se non bastasse questa rivoluzionaria riforma finanziaria, si è imposto per legge che la differenza tra il valore nominale del cambio monetario e quello reale venga imputato agli istituti di credito che sono detentori dei debiti.
Quella manovra approvata a Budapest a settembre ha creato intorno all’Ungheria uno stuolo di nemici acerrimi facenti capo all’alta finanza, molto temibili per via del loro indiscutibile potere economico e pronti a sferrare un agguato non appena si fosse presentata occasione propizia. Solo oggi, un’ondata di costernazione popolare contro la nuova Costituzione - fisiologica in ogni Paese democratico, specialmente in tempi di crisi - è diventato lo strumento che questi nemici stanno brandendo all’indirizzo dell’Ungheria. La stampa occidentale finanziata dal grande capitale trasforma così la pur partecipata manifestazione di dissenso in riva al Danubio dello scorso 2 gennaio in “oceaniche sfilate di massa”, tacendo invece su un consenso equivalente al 52,7% dei voti che hanno consentito ad Orbán e al suo governo, nell’aprile 2010, di insediarsi. Ma non solo. La stampa occidentale, pur di diffamare il presidente magiaro e il suo governo, rispolvera anche l’evidentemente mai sopito (dalle coscienze di certi intellettuali) nostalgismo vetero-marxista. Ecco che una colpa di Orbán diventa quella di aver nominato personalità nuove in settori dirigenziali della cultura, sinora monopolio assoluto di ristrette cerchie legate al cupo passato comunista del Paese. Un’altra colpa? Quella di voler rimuovere la statua, piazzata proprio davanti al Parlamento, del poeta di origini rumene Attila Jozef, celebre cantore dell’ideologia marxista. La quale ideologia marxista - è bene ricordarlo agli smemorati - ha causato all’Ungheria, durante la sola insurrezione ungherese del 1956, l’orrore di 2.652 morti e 250.000 feriti (il 3% di tutta la popolazione).
Intanto, la guerra contro l’Ungheria è iniziata anche su altri fronti, oltre a quello giornalistico. Le speculazioni finanziarie che hanno colpito il mercato ungherese sortiscono effetti devastanti. Standard & Poor’s, a seguito delle recenti dinamiche borsistiche che hanno sfavorito Budapest, ha definito il rating (l’affidabilità economica) dell’Ungheria uno “junk”, ossia spazzatura. In campo politico, invece, è l’Unione europea che fa la sua parte, avendo minacciato il Paese magiaro di sospendere gli aiuti economici dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Dal canto suo, il governo di Orbán non sembra intimorito e invita la Commissione europea al dialogo. “Abbiamo inviato il testo (della nuova Costituzione, NdR) a Bruxelles. Se la Commissione troverà punti di cui discutere, noi siamo pronti alle consultazioni, siamo aperti” ha riferito Peter Szijjarto, portavoce del premier.
Questo scenario di ostracismo anti-ungherese rende legittimo un quesito: più corretto definire dittatura la svolta nazionale, autoritaria e sociale di Viktor Orbán o le bieche operazioni della finanza internazionale che mirano a soffocarne le aspirazioni sovrane?
Di Federico Cenci,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6374%3Aungheria-la-nuova-costituzione-una-svolta-autoritaria-invisa-allalta-finanza-&catid=3%3Apolitica-estera&Itemid=35
lunedì 2 gennaio 2012
L'Ungheria manda a quel paese la Bce e si dà una nuova Costituzione.
Ultimo Paese ad abbandonare la carta comunista, da oggi l’Ungheria vanta una nuova Costituzione. Due i punti critici: i poteri sugli ungheresi che vivono all’estero, e il ridimensionamento della Corte Suprema, che non avrà competenze su bilancio e tasse. La crisi qui ha colpito duro e il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori critiche dall’Ue. La risposta del primo ministro Orban è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare».
Oggi entra in vigore la nuova Costituzione ungherese. Budapest, unica capitale dell’ex oltre cortina a non averlo ancora fatto, sostituisce così la vecchia carta comunista, comunque emendata ripetutamente dall’89. Fin qui nessun problema. Il passo era dovuto. Qualche legittima preoccupazione emerge, invece, se si va a guardare il contenuto della Costituzione, voluta ossessivamente dal primo ministro conservatore Viktor Orban, il cui partito (Fidesz), grazie alla scorpacciata elettorale dell’aprile 2010, vanta 206 seggi in Parlamento, a fronte dei 265 totali.
C’è chi l’ha definita una Costituzione ultra-conservatrice, chi parla di impostazione clerico-fascista, chi sostiene che è persino più illiberale di quella vergata nel 1949 dai comunisti. Queste letture, forse, sono esagerate e viziate da eccessi ideologici o scarsa conoscenza del contesto ungherese. Resta il fatto che la Costituzione, criticata da Ue e Commissione di Venezia, presenta passaggi delicati. Al di là dei richiami insistenti ai valori cattolici e dell’ungheresità (mitigati da riferimenti alle altre fedi e agli altri gruppi etnici nazionali, anche se in modo non del tutto sufficiente), i punti che più fanno discutere riguardano gli ungheresi all’estero e i poteri della Corte suprema.
Sul primo, si afferma che “l’Ungheria è responsabile del destino degli ungheresi che vivono oltre i suoi confini”. Tale disposizione si ricollega allo smembramento della “Grande Ungheria”, avvenuto con il Trattato di Trianon (1920) al termine della Prima guerra mondiale. Il paese perse il 72% del proprio territorio e il 64% della sua popolazione. Milioni di magiari si ritrovarono a vivere in regioni assegnate alla Romania, alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia. Trianon è considerata a tutt’oggi un’onta nazionale e suscita, in alcuni segmenti della società politica e civile, sentimenti impregnati di nostalgia.
Il problema, adesso, è che, come rimarcato dalla Commissione di Venezia, il riferimento alla sorte degli ungheresi all’estero rischia di essere percepito come un’ingerenza e di generare incomprensioni con Serbia e soprattutto Slovacchia e Romania, dove risiedono rispettivamente 520mila e 1,5 milioni di magiari e affiorano periodicamente tensioni legate allo status della minoranza magiara e alle istanze da essa sollevate in campo culturale e linguistico (non tutti i diritti, c’è da dire, le sono riconosciuti).
Quanto alla Corte suprema, la nuova magna charta ne riduce l’autonomia, privandola, in sostanza, della competenza sulle leggi che riguardano bilancio e tasse. Insieme a questo c’è da tenere conto che le nuove regole ne aumentano il numero dei membri e danno quindi modo alla Fidesz di controllarla, tramite nomine politiche.
Tutto questo rientra nell’approccio complessivo dell’esecutivo: cannibalizzazione delle cariche pubbliche, rilancio deciso dell’ungheresità, populismo e unilateralismo decisionale. Di quest’ultimo la gestazione e l’approvazione della Costituzione, avvenuta in tempi rapidissimi, senza consultare l’opposizione socialista e senza approfondite discussioni pubbliche, ne sono una prova. La foga dei governanti, che secondo diversi analisti hanno abusato dell’ampio consenso ottenuto nel 2010, sentendosi legittimati a fare e disfare a proprio piacimento, s’è manifestata anche sulla nuova legge su sistema dei media, in alcune parti discutibile (supervisione governativa e multe), approvata all’inizio della presidenza semestrale ungherese dell’Ue, nel gennaio scorso.
Anche i provvedimenti economici hanno alimentato perplessità. L’Ungheria è stato uno dei paesi Ue più colpiti dalla crisi. Lo stato di salute dell’economia, specie a causa del debito pubblico lasciato in eredità dal “socialismo del goulash” promosso da Janos Kadar negli anni ’70 e ’80 (consenso al regime in cambio di benefici economici individuali), è pessimo. Nel 2008 Budapest ha ricevuto un prestito ingente dal Fondo monetario internazionale, ma i negoziati sul rinnovo, una volta che Orban è salito al potere, sono saltati. Il primo ministro ha rifiutato i sacrifici imposti dall’Fmi e puntato su scelte poco ortodosse, rispetto ai criteri che ispirano le istituzioni finanziarie.
Le misure più controverse sono state la ristatalizzazione dei fondi pensione e le maxitasse imposte ai grandi gruppi stranieri attivi in settori chiave quali distribuzione alimentare, telecomunicazioni e credito (questi gruppi hanno presentato ricorso in sede comunitaria). Infine, il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori e copiose critiche dall’Ue, che chiede a Orban di ripensarci. La risposta è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare», ha tagliato corto il primo ministro.
Come andrà a finire? La politica economica della Fidesz non ha dato i frutti sperati e il governo ha cercato, discretamente, di riattivare i negoziati con l’Fmi. Ma quest’ultimo pretende l’adeguamento ai suoi parametri, cosa che farebbe cadere la linea seguita da Orban, sempre più nervoso e senza più consenso popolare. A Budapest, intanto, la gente scende in piazza e protesta vivacemente. Affermare che Orban voglia fare il Putin e che cerchi di instaurare una “democratura” è troppo, forse. Di certo è che è il suo progetto, già fallito, costerà molto al paese.
Di Matteo Taccioni, http://www.linkiesta.it/l-ungheria-manda-quel-paese-la-bce-e-si-da-una-nuova-costituzione
Reportage. Con l’etnia Karen che da oltre 60 anni è in lotta contro il regime birmano – Seconda Parte
(ASI) SECONDA PARTE – Ci svegliamo presto, questa mattina, raggiungeremo un posto localizzato dai Karen per fare una nuova piantagione di riso. Ci mettiamo in marcia verso le sei del mattino, con noi, ci saranno circa quaranta uomini della KNLA che ci scortano lungo il percorso. Ogni trenta minuti facciamo una piccola sosta, fa caldo e, dentro la giungla, in alcune zone, l’aria riesce a filtrare pochissimo. Il periodo delle piogge è finito da circa un mese, il clima di giorno è caldo, mentre di notte, la temperatura scende.
Le nuove piantagioni e la difesa di quelle già esistenti, sono la base per il ripopolamento di queste zone di guerra. In sessant’anni, attraverso il terrore, gli stupri sistematici e la schiavitù, i militari birmani hanno cercato di destabilizzare la cultura e le tradizioni del popolo Karen e vorrebbero dirigere più gente possibile nei campi profughi che si trovano nel vicino confine thailandese. Diverse organizzazioni che si definiscono “umanitarie”, soprattutto statunitensi e nord europee, vorrebbero risolvere il problema dei Karen inviando i profughi in altri paesi con permessi di immigrazione garantiti e biglietti di sola andata. La Comunità Solidarista Popoli, in accordo con il Karen National Union (KNU), al contrario, sostiene che i Karen devono rimanere nei loro territori e lottare per vivere nella loro terra da uomini liberi. Proprio per questo, con tutte le difficoltà che ne derivano, l’attività della onlus italiana si svolge quasi esclusivamente all’interno delle zone controllate dai Karen.
Dopo un paio d’ore di marcia, siamo arrivati al punto stabilito. Prima di iniziare il disboscamento per fare la nuova piantagione, sistemiamo le nostre amache e i volontari Karen costruiscono un tavolino e delle panche usando il numeroso bambù che la giungla offre. E’ uno spettacolo vederli al lavoro, sono velocissimi e, in pochi minuti, tutto è pronto. Davanti a noi le piante e gli alberi sono fitti, va tutto tagliato e ripulito in modo che possa essere piantato il riso che servirà per sfamare diversi villaggi del distretto di Dooplaya. Anche noi siamo pronti a dare il nostro contributo e armati di guanti, maceti, roncole e seghe, iniziamo il disboscamento.
E’ sera e, mentre stiamo parlando con il Colonnello Nerdah Mya, un soldato delle Special Black Forces della KNLA, si incammina verso la fitta vegetazione per andare a caccia di serpenti. Saranno circa le dieci di sera, sono sull’amaca che sta dondolando e, nonostante la stanchezza dovuta al lavoro di oggi, non riesco a dormire. Ascolto i suoni della giungla e penso a quanto è assordante il rumore della società moderna. Da qui riesco ad assaporare gli atavici e sani sapori della vita. Lontano dalla ricerca dell’inutile e dall’indottrinamento mediatico. A notte inoltrata il soldato è tornato, la caccia, come sempre, è andata a buon fine. Con se ha un grande pitone dai colori bellissimi, catturato con tenacia e a mani nude.
Passiamo qui due giorni e due notti, davanti a noi, il panorama è cambiato visibilmente, sembra irriconoscibile. Gli uomini della KNLA dovrebbero riuscire a finire il lavoro in circa due settimane. La mattina seguente, zaino in spalla, ci rimettiamo in marcia per raggiungere il villaggio di Pawbulahta non lontano da una base militare birmana.
Di Fabio Polese, www.agenziastampaitalia.it
La prima parte del reportage è visibile qui: http://www.fabiopolese.it/?p=748
mercoledì 28 dicembre 2011
Reportage. Con l’etnia Karen che da oltre 60 anni è in lotta contro il regime birmano.
(ASI) PRIMA PARTE - Saranno circa le sei di mattina e le luci del sole iniziano a filtrare dentro la zanzariera, è arrivata l’ora di alzarsi. I volontari del Karen National Liberation Army (KNLA), sono stati svegli tutta la notte e, a turno, hanno pattugliato il perimetro del villaggio di Ookray Khee, nel distretto di Dooplaya. Nonostante il governo del Myanmar, guidato dal presidente Thein Sein, parli di riforme democratiche e di fantomatici cessate il fuoco con le diverse etnie, la guardia è alta e proprio in questo distretto, negli avamposti militari birmani, stanno arrivando armi e munizioni. I giovani volontari Karen, guidati dal Colonnello Nerdah Mya, sono pronti. E’ la prima notte che trascorro dentro il villaggio, insieme ad altri volontari della Comunità Solidarista Popoli che dal 2001 porta aiuto concreto all’etnia Karen soprattutto attraverso la costruzione e il mantenimento di cliniche mediche e scuole. Ieri siamo partiti da Mae Sot, una piccola cittadina thailandese al confine con Birmania. Il fiume Moei è il confine naturale che, in questa zona, divide Thailandia e Myanmar. In questi giorni, il ponte “Friendship Bridge”, che collega Mae Sot alla Birmania, è aperto, solo in entrata, con permessi di durata giornaliera. Abbiamo trascorso un paio di giorni a Mae Sot, giusto il tempo per organizzarci e comprare le cose necessarie per entrare nella giungla. Poi, percorrendo per alcune ore una parte della “strada della morte”, abbiamo attraversato illegalmente il confine e siamo entrati nei territori controllati dai Karen. Il villaggio di Ookray Khee è un posto incontaminato dal virus moderno, la natura che lo circonda è qualcosa di incantevole come lo è la forza di volontà di ogni volontario dell’esercito di liberazione. Dopo una colazione veloce fatta con un caffè americano, siamo pronti per partire alla ricerca di una fonte per riuscire a portare l’acqua sia al campo militare che al villaggio. Un soldato è intento ad intercettare via radio le conversazioni dell’esercito birmano per monitorare i loro spostamenti; la situazione sembra tranquilla e, scortati da una diecina di volontari Karen, ci mettiamo in marcia nelle colline vicino al villaggio. In ogni momento la situazione potrebbe cambiare e potremmo essere attaccati dai pattugliamenti birmani. Il conflitto del popolo Karen è, di fatto, il conflitto più lungo al mondo; dal 1949 nei territori della Birmania Orientale è in atto una sanguinosa guerra che la giunta militare birmana conduce contro questa etnia. Il governo di Rangoon si arricchisce grazie agli ottimi rapporti con le lobby economiche planetarie e grazie al narcotraffico. Intanto, il popolo Karen, prosegue la sua difficile vita senza cedere un passo nei numerosi villaggi tra le montagne impervie della giungla e combattendo per ottenere ciò che gli era stato promesso alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto delle proprie tradizioni e identità. La Birmania, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, con il governo post-coloniale guidato da Aung San, aveva firmato, in accordo con i capi della comunità Shan, Chin, Kachin e di altre etnie, il Trattato di Planglong che offriva a ciascun gruppo etnico la possibilità di scegliere, in dieci anni, il proprio destino politico. Ma dopo un colpo di stato, con l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare di stampo socialista del generale Ne Win. Stiamo marciando, a rompere il silenzio sono solo i rumori dei nostri scarponi e della natura che ci circonda. Davanti a noi ci sono i volontari della KNLA che controllano il percorso, dove potrebbe nascondersi qualche mina. Bisogna fare massima attenzione. Camminiamo per qualche ora su e giù per le colline e riusciamo a trovare diverse fonti che, grazie al nuovo progetto di Popoli, serviranno a portare l’acqua nel villaggio di Ookray Khee. Nelle prime ore del pomeriggio, facciamo ritorno, alcuni soldati della KNLA stanno cucinando la cena. Gli odori sono intensi, quasi tutto viene cucinato con del peperoncino fortissimo. Approfitto del tempo libero per passare un po’ di tempo con i bambini del villaggio. Sono bambini dolcissimi e incuriositi nel vedermi con la macchina fotografica in mano, gli faccio vedere alcune foto che gli ho appena scattato. Sorridono. Si è fatta sera, le porte di Ookray Khee vengono chiuse, i militari si radunano nel piazzale del campo militare dove, il Colonnello Nerdah Mya, gli comunica la parola d’ordine per far rientrare i soldati che sono usciti in pattuglia. Ormai è buio e, dopo la cena, ci riuniamo su un tavolo per scambiare quattro chiacchiere prima di andare a dormire. Mentre mi infilo nel mio sacco a pelo, prima di chiudere gli occhi, penso alla straordinaria forza di volontà dei combattenti Karen che sono determinati alla lotta per la loro la libertà.
Di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6305%3Areportage-con-letnia-karen-che-da-oltre-60-anni-e-in-lotta-contro-il-regime-birmano&catid=49%3Aspeciale&Itemid=145
venerdì 23 dicembre 2011
Italia-Israele: 'prove generali di guerra' nei cieli palestinesi.
Sotto, i Territori Palestinesi Occupati. Sopra, nei cieli, delle 'prove generali di guerra', con voli acrobatici e simulazioni di scontri aerei.
Nei panni del nemico, questa volta, il “team rosso” italiano, con Tornado ed Eurofighter, che ha simulato operazioni di attacco contro l'avversario israeliano, per mettere alla prova l’efficacia di quelle missioni definite, in gergo militare, “Composite air operation” (Comao), e che vedono la collaborazione di diverse forze aeree per interventi “nel corso di crisi internazionali”.
L’operazione “Desert Dusk” è un’esercitazione che rientra nel programma di collaborazione militare e coordinamento tra l’aeronautica italiana e quella israeliana, finalizzata a mettere a punto procedure e tecniche di azione congiunta per l’intervento in zone di crisi, e che si è svolta nella base militare di Ovda, nel deserto del Neghev, solitamente utilizzata come scalo di charter turistici verso le località del Mar Rosso.
Venticinque i velivoli impegnati, tra cui gli F15 e gli F16 dell’Aeronautica israeliana, oltre a quelli di Grosseto, del 36° Stormo di Gioia del Colle e del 50° di Piacenza, per un totale di 100 missioni di volo e 150 militari impegnati.
Duelli nei cieli, lanci di missili, bombardamenti e inseguimenti che hanno costituito, secondo il Generale di divisione aerea italiano Enzo Vecciarelli, “un’ottima opportunità addestrativa, perché condotta in un paese che vanta eccellenze nel campo della Difesa”.
Che Israele sia in cerca di nuove alleanze nell’area, con lo spettro della guerra contro l’Iran sempre più tangibile, non è cosa nuova.
A fine ottobre era stata la Turchia a negare l’autorizzazione a sorvolare il proprio spazio aereo alle esercitazioni militari israeliane, portando la I.A.F. a chiedere la disponibilità, subito accordata, della base militare di Decimomannu, in Sardegna.
In quell’occasione la regione, la cui area corrisponde a quella di Israele, è stata sorvolata in lungo e in largo dai velivoli militari israeliani nell’operazione di addestramento “Vega 2011”, nella quale per la prima volta sono stati utilizzati gli “Eitam”, aerei radar impiegati nella simulazione di operazioni di intercettazione nemica.
Da parte sua, l’aviazione militare italiana ha messo a disposizione i propri Eurofighter Tornado, gli stessi di cui è dotata anche l’Arabia Saudita.
Il quotidiano israeliano The Jerusalem Post, in quella occasione, aveva commentato che “di fronte alla minaccia iraniana l’aviazione israeliana ha intensificato le proprie esercitazioni all’estero”, sin dall’attacco “Piombo Fuso” su Gaza (2008 – 2009).
Un’alleanza antica, quella con l’Italia, che sin dal secondo dopoguerra ha stretto i legami con un’aviazione militare israeliana tutta da creare.
È il 1948 quando nell’aeroporto romano dell’Urbe viene istituita una base di formazione e addestramento per i piloti che comporranno la nuova aviazione ebraica, come racconta Eric Salerno nel suo “Mossad base Italia”.
E una ricerca di alleanze strategiche nell’area Nato, per Israele, alle cui forze di aviazione ha chiesto a più riprese una collaborazione strategica, sperando di potersi esercitare nei cieli di altri paesi e di ospitare battaglioni nel proprio territorio. Uno scambio andato a buon fine, per ora, con l’Italia e con la Grecia, ospitata nella base di Ovda lo scorso novembre.
Esercitazioni che, per quanto riguarda il nostro paese, fanno solo da sfondo a un altro genere di collaborazione.
Nel corso del 2011 infatti, sono stati diversi gli incontri al vertice tra i massimi rappresentanti delle due aviazioni militari. Gli “Air-to-Air Talks”, che hanno visto a febbraio l’incontro a Roma tra il Sottocapo di stato maggiore israeliano Nimrod Sheffer e il Generale Maurizio Ludovisi, e a giugno la visita ufficiale nella capitale del Comandante delle forze aeree israeliane, Ido Nehusthan.
Colloqui che, come riportato dal portale dell’Aeronautica militare, “hanno riguardato i principali programmi di cooperazione in atto, con particolare riferimento all’uso degli Uav (i velivoli a pilotaggio remoto, ndr)”.
Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz, ci sarebbe da parte israeliana l’interesse all’acquisto di nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi, e Finmeccanica avrebbe già firmato accordi quadro per rifornire l’Italia di aerei senza pilota e nuovi radar.
http://www.osservatorioiraq.it/italia-israele-prove-generali-di-guerra-nei-cieli-palestinesi
Bolivia: McDonald’s chiude tutto per disinteresse clienti
Bolivia – Dopo 14 anni nel paese sudamericano, McDonald’s chiude. Nonostante tutte le campagne pubblicitarie, la McDonald’s e’ stata costretta a chiudere anche gli otto ristoranti che erano rimasti aperti nelle tre principali citta’: La Paz, Cochabamba e Santa Cruz de la Sierra.
Bolivia e’ il primo paese latinoamericano che restera’ senza la catena McDonald’s. Il primo paese al mondo in cui l’azienda McDonald’s chiude per avere il bilancio in rosso da oltre un decennio.
L’impatto per i manager “creativi” e il marketing e’ stato cosi’ forte che e’ stato girato un video documentario dal titolo “Perche’ McDonald’s ha fallito in Bolivia“, nel quale i vertici della catena statunitense, cercano di spiegare in qualche modo le ragioni che hanno portato i boliviani a preferire “las empanadas” (pane di farina o mais con ripieno dentro) agli hamburger Made in USA.
Il video documentario include interviste a cuochi, sociologi, nutrizionisti, educatori, storici e altro ancora, dove tutti concordano su un fatto generale: il rifiuto non e’ verso l’hamburger e neanche al suo gusto, il rifiuto e’ nella mente di tutti i boliviani. Tutto dimostra che il “fast food” e’ letteralmente l’opposto della concezione che ha un boliviano nel preparare il mangiare.
In Bolivia, il cibo per essere buono, ha bisogno, oltre al gusto, di essere preparato con molta piu’ attenzione, e con tempi di preparazione molto piu’ lunghi. Questa e’ la qualita’ che un consumatore, in Bolivia, necessita per il mangiare che andra’ a finire nel suo stomaco. Il video documentario si conclude dicendo che la cucina “Fast food” non e’ adatta per queste persone.
http://notiziefresche.info/bolivia-mcdonalds-chiude-tutto-per-disinteresse-clienti_post-144766/
venerdì 16 dicembre 2011
La mU.S.A. del terrore di Marco Managò.
(ASI) “In questo teatro dalla regia occulta (il terrore ndr) ci muoviamo noi cittadini divenuti ormai delle marionette nelle mani di false democrazie, e ad orchestrare l’allarmismo a carattere mondiale ricorre quasi sempre la stessa mano, quella degli Stati uniti e dei grandi gruppi di potere”.
Si vis pace para bellum, sostenevano quei fini oratori che erano gli antichi romani.
La fine del mondo classico ha però cambiato questo assunto ed ha fatto sì che i potenti di turno anziché perdere tempo in lunghi preparativi abbiano iniziato ad usare l’arma del terrore preventivo per tenere sotto scacco gli altri e mantenere le posizioni di potere acquisite.
Ripercorre in modo quanto mai completo ed esaustivo l’evolversi di questo stato di cose il giornalista Marco Managò nel suo ultimo saggio, edito dalla Sankara, dal titolo “La mU.S.A. del terrore – origini, sviluppi, strategie e processi dell’allarmismo reale e indotto”.
Nel suo libro lo scrittore romano analizza questo fenomeno a 360 gradi, dando la giusta importanza anche a tutti gli allarmismi creati ad arte, anche quelli a prima vista secondari, come quello alimentare o quello informatico, senza trascurare il ruolo e l’evoluzione storica di questo fenomeno dai tempi antichi a quelli moderni passando per il terrore giacobino e quello russo.
Il libro si divide infatti in due parti distinte ma ovviamente legate tra loro: nella prima, introduttiva, si illustra la storia del terrore, con la connessione tra religione e superstizione; nella seconda invece si parte dal caso italiano e si allarga sempre più l’orizzonte; in questo modo l’autore porta avanti la propria tesi volta a dimostrare come gli Usa siano diventati i grandi protagonisti dello sfruttamento del terrore per il proprio tornaconto.
Oggi però il terrore, rispetto al passato, è più subdolo e pericoloso visto che abitualmente chi detiene il potere, mediatico o politico che sia, sovente lo utilizza per diffondere paura nella popolazione e riuscire così a mantenere le proprie posizioni. Classico esempio il terrore del nucleare, abilmente agitato per i propri scopi dalle grandi potenze.
Gli Usa, unico paese al mondo ad aver utilizzato la bomba atomica su una popolazione civile seminando non poco terrore, ed Israele, uno stato che possiede testate nucleari, minacciano quasi quotidianamente l’Iran colpevole di voler portare avanti lo sviluppo di energia nucleare a scopi civili, in questo modo si inculca nella mente delle popolazioni quasi l’esistenza di un nucleare buono, quelle delle “democrazie” e quello cattivo degli “stati canaglia”.
Secoli di terrore abilmente inculcato nelle menti umani hanno ormai manipolato e condizionato il nostro modo di pensare e sfuggire alle tante paure che ci circondano diventa sempre più complicato, ma è indubbio che il sapere, anche e soprattutto attraverso libri come questo, possono fornire una valida difesa alla politica del terrore imposto.
Marco Managò “La mU.S.A del terrore – Origini, sviluppi, strategie e processi dell’allarmismo reale e indotto” Sankara edizioni 130 pagine, €8,00
di Fabrizio Di Ernesto,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6175%3Ala-musa-del-terrore-di-marco-manago&catid=3%3Apolitica-estera&Itemid=35
giovedì 15 dicembre 2011
Eulex si vendica sui serbi del nord del Kosovo.
Eulex si vendica e non fa consegnare aiuti umanitari per i serbi del Kosovo. Martedì manifestanti serbi non avevano permesso ad un convoglio della missione civile dell’Ue di avvicinarsi al posto di frontiera di Jarinje mentre dallo stesso valico era stato permesso l’accesso nel Kosovo settentrionale di un convoglio di mezzi russi che trasportava aiuti umanitari ed era guidato dall’ambasciatore russo in Serbia. A bordo dei mezzi dell’Eulex, come denunciato dal sindaco di Kosovska Mitrovica, c’erano poliziotti e doganieri albanesi e giornalisti dei media di Pristina. Un atto apertamente provocatorio da parte della missione europea, apertamente schierata con gli albanesi del Kosovo. Così ieri è arrivata la ritorsione: dopo l’ingresso di due mezzi, il resto del convoglio di 24 camion che trasporta aiuti umanitari provenienti dalla Russia per gli abitanti serbi del nord del Kosovo è stato fermato, secondo quanto affermato dall’ambasciatore russo in Serbia, Aleksandar Konuzin, dai funzionari Eulex. L’ambasciatore Konuzin, che era in testa alla colonna delle autovetture, ha comunicato che ai camion è stato impedito di proseguire senza una scorta di uomini di Eulex. L’alternativa era che i mezzi pesanti tornassero indietro e passassero attraverso il valico di Merdare, guarda caso proprio dove il controllo viene effettuato dalle autorità di Pristina, che non sono considerato legittime né dalla Russia né dalla Serbia. L’ambasciatore russo ha quindi rifiutato entrambe le richieste dell’Eulex, visto che a suo parere non era necessario nessun tipo di accompagnamento né sarebbe stato opportuno passare per il valico doganale di Merdare. Dunque due camion sono riusciti ad entrare in Kosovo, uno è rimasto bloccato al valico di Jarinje e i restanti 21 automezzi sono dovuti restare fuori dal Kosovo. “Con questo ricatto Eulex ha travalicato i limiti del proprio mandato”, ha affermato l’ambasciatore Konuzin. Eulex, dal canto suo, tramite la portavoce Irina Gudeljevic, ha dichiarato di avere inizialmente ha ricevuto da parte russa la richiesta di scortare il convoglio, poi successivamente ritirata. “Per questo si sta analizzando la nuova situazione”, ha detto la Gudeljevic. Il presidente serbo, Boris Tadic, nel ringraziare i russi per gli aiuti umanitari ha dichiarato che “nessun convoglio che sta trasportando aiuti umanitari per i serbi del Kosovo dovrebbe essere fermato, perché rappresentano la comunità che attualmente in Europa si trova in maggiori difficoltà”. Un problema che interessa ben poco sia Eulex che la Kfor (la forza multinazionale a guida Nato in Kosovo) nei fatti i gendarmi dello staterello illegittimo kosovaro-albanese. Pristina, tra l’altro, sa bene come trarre il massimo profitto dalla presenza internazionale nella zona mettendo i contingenti internazionali in competizione. Ieri il quotidiano Koha Ditore ha pubblicato presunte rivelazioni di fonti anonime della Kfor nelle quali la forza Nato accusa Eulex di incapacità per non avere ancora arrestato serbi responsabili degli attacchi ai propri soldati schierati nel Nord del Kosovo iniziati la scorsa estate. In un clima così teso a Belgrado c’è chi, come Tadic, continua a premere perché i negoziati con Pristina proseguano, temendo un definitivo allontanamento dell’ingresso nell’Ue dopo il rinvio della scorsa settimana. Non basta aver negoziato il controllo congiunto dei posti di frontiera con la Serbia nel nord del Kosovo e aver adempiuto all’ordine internazionale di consegnare i “criminali di guerra” al Tpi. L’ingresso nell’Unione europea, che visti i recenti accadimenti in materia economica sarebbe più saggio schivare come la peste, è diventato il paravento degli amministratori serbi per giustificare l’abbandono della sovranità nazionale e di una parte della popolazione serba. I negoziati sui quali vigila l’Ue, comunque, riprenderanno solo dopo la pausa natalizia. Al di là della data nella quale riprenderanno i colloqui , qualunque risultato che riconosca come legittimo il Kosovo albanese sarebbe lesivo dei diritti della Serbia. Chiaramente è un particolare che poco interessa a chi ha favorito e auspicato la predazione della terra serba a favore della comunità albanese. Ragione per la quale, in sede di co0lloqui, Belgrado pretende che il Kosovo, qualora possa agire nei consessi regionali, lo faccia linea con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che pone la regione sotto amministrazione controllata delle Nazioni Unite. “Il Kosovo rifiuta una simile soluzione, perché un paese indipendente” ha invece affermato ieri il capo negoziatore di Pristina nel dialogo con Belgrado, la vicepremier kosovaro-albanese Edita Tahiri. Dal canto suo, Borislav Stefanovic, il negoziatore serbo, ha replicato che “è necessario che la comunità internazionale intervenga molto di più sull’atteggiamento assunto da Pristina, che non è per niente costruttivo: massimalistico e si preoccupa solo di fare propaganda per uso interno”.
Di Alessia Lai, www.rinascita.eu
lunedì 12 dicembre 2011
Catastrofe in Occidente? Impariamo dagli indigeni delle Isole Andemane
Questa settimana voglio raccontare degli indigeni delle Isole Andamane. Che c’importa di costoro, dirà il lettore, nel momento in cui l’Occidente attraversa una crisi che potrebbe farlo crollare da un momento all’altro? Ci può interessare come utile confronto con una comunità che ha preso una strada opposta alla nostra.
Le Andamane sono divise in due parti. Una turisticizzata, «civilizzata», con tutto ciò che ne consegue. In altre, poche, isole vivono indigeni che non hanno mai voluto integrarsi, scientemente, nel modello egemone. Appartengono alla categoria, ormai in via di estinzione, di quei popoli che noi chiamiamo presuntuosamente «primitivi» e i tedeschi, più correttamente "naturvolker" (popoli della Natura). Questi andamanensi non sono affatto scorbutici, semplicemente non vogliono che qualche rompiscatole arrivi con la pretesa di cambiare i loro equilibri millenari. I pochi che sono riusciti ad avvicinarli li descrivono «sereni, allegri, socievoli, miti» e, poiché le loro donne hanno natiche belle e protuberanti, con una certa predilezione per gli scherzi osceni, che a me è sempre sembrato un segno di buona salute.
Durante lo tsunami del 2004 le Isole Andamane erano, dopo Sumatra, le più vicine all’epicentro del maremoto. In quelle «civilizzate» c’è stata la consueta strage, le altre non hanno avuto né un morto né un ferito. Quando un elicottero dell’esercito indiano (formalmente dipendono da New Dehli) sorvolò le loro isole per vedere cos’era successo trovò gli indigeni seduti in cerchio sulla spiaggia che suonavano e cantavano. Per buona misura l’elicottero fu preso a frecciate perché si togliesse di torno. Il fatto è che gli andamanensi conoscono il mare, lo sanno guardare ancora con occhi umani, ascoltare con orecchie umane, sentire con cuore umano e non hanno bisogno di sofisticate apparecchiature per capirlo e per capire la natura. Hanno conservato quegli istinti che noi, completamente in balia della tecnologia, abbiamo perduto. Hanno compreso che qualcosa non andava quattro o cinque ore prima che il mare, che appariva tranquillissimo, si ritirasse. Si era fatto un improvviso, impressionante, silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare, le antilopi avevano drizzato le orecchie e dopo un attimo tutti gli animali correvano verso le colline. Probabilmente quel silenzio si era creato anche sulle altre coste colpite dallo tsunami ma c’era troppo fracasso perché chi vi si trovava in quel momento potesse sentirlo. E anche quando il mare cominciò a ritirarsi nessuno tra i bagnanti, completamente instupiditi, e non solo gli occidentali ma nemmeno gli indigeni, a tal punto li abbiamo ibridati, capì che se il mare si ritrae, e non per un fenomeno conosciuto, c’è da aspettarsi una formidabile onda di ritorno. Rimasero tutti inebetiti a guardare i granchi e gli altri animaletti che l’acqua che rifluiva aveva scoperto.
Gli andamanensi hanno anche un’altra caratteristica singolare. Secondo Mircea Eliade (rumeno), il più grande studioso delle religioni, sono l’unico popolo al mondo che non ha né un dio né un culto. Per la verità in tempi remotissimi un dio ce l’avevano, si chiamava Peluga. Ma si accorsero ben presto che non si occupava affatto di loro e finirono per dimenticarselo. Ciò non gli ha impedito di vivere sereni per millenni come tutt’ora vivono mentre il resto del mondo trema (a loro dello spread, del futsi mib, del downgrading non può fregar di meno). E quando il mondo dell’industria e del denaro crollerà, implodendo su se stesso, saranno probabilmente fra i pochissimi a salvarsi. Anche questo dovrebbe indurci a qualche riflessione.
Di Massimo Fini,
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41482
Un’Unione è Nata: America Latina in Rivoluzione.
La Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC)
Eva Golinger Global Research, 8 dicembre 2011 – Chavezcode.com
Mentre gran parte del mondo è in crisi e le proteste erompono in tutta Europa e negli Stati Uniti, le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi costruiscono l’accordo consenso, promuovono la giustizia sociale e una crescente positiva cooperazione nella regione. Trasformazioni sociali, politiche ed economiche hanno avuto luogo attraverso i processi democratici in paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Brasile in tutto il decennio, portando ad una massiccia riduzione della povertà e disparità di reddito nella regione, e a un notevole aumento nei servizi sociali, qualità della vita e partecipazione diretta nel processo politico.
Una delle principali iniziative dei governi progressisti latino-americani di questo secolo, è stata la creazione di nuove organizzazioni regionali che promuovono l’integrazione, la cooperazione e la solidarietà tra le nazioni vicine. Cuba e Venezuela ha iniziato questo processo nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), che ora include Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, St. Vincent e Grenadine e Antigua e Barbuda. ALBA è stata inizialmente lanciata in risposta al fallito tentativo del governo statunitense di imporre il suo accordo di libero scambio delle Americhe (ALCA) in tutta la regione. Oggi ALBA è una prospera organizzazione multilaterale in cui i paesi membri condividono simili visioni politiche per i loro paesi e per la regione, e comprende numerosi accordi di cooperazione negli ambiti economico, sociale e culturale. La base fondamentale del commercio tra le nazioni ALBA è la solidarietà e il mutuo beneficio. Non c’è competizione, sfruttamento o tentativo di dominare tra gli stati ALBA. ALBA conta anche su una propria moneta, il Sucre, che consente il commercio tra stati membri, senza la dipendenza dal dollaro americano.
Nel 2008, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata formalmente istituita come un organismo regionale che rappresenta gli stati del Sud America. Mentre ALBA è molto più consolidata come voce politica unificata, UNASUR rappresenta una diversità di posizioni politiche, modelli economici e visioni per la regione. Ma i membri UNASUR condividono l’obiettivo comune di lavorare verso l’unità regionale e per garantire la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi pacifici e diplomatici. UNASUR ha già giocato un ruolo chiave nella pacifica risoluzione delle controversie in Bolivia, in particolare durante un tentato colpo di stato contro il governo di Evo Morales nel 2008, e ha anche moderato con successo un grave conflitto tra Colombia e Venezuela, conducendo al ristabilimento delle relazioni nel 2010.
Duecento anni fa, eroe dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar, nativo del Venezuela, sognava di costruire l’unità regionale e la creazione di una “Patria Grande” in America Latina. Dopo aver ottenuto l’indipendenza per il Venezuela, Bolivia, Ecuador e Colombia, e la lottato contro i colonialisti in diverse nazioni caraibiche, Bolivar ha cercato di trasformare questo sogno dell’unità latino-americani in realtà. I suoi sforzi furono sabotati da potenti interessi contrari alla creazione di un solido blocco regionale, e alla fine, con l’aiuto degli Stati Uniti, Bolivar è stato estromesso dal suo governo in Venezuela e morì isolato in Colombia diversi anni dopo. Nel frattempo, il governo statunitense aveva proceduto ad attuare la sua Dottrina Monroe, un primo decreto dichiarato dal presidente James Monroe nel 1823 per assicurare il dominio degli Stati Uniti e il controllo delle neo-liberatesi nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Quasi duecento anni di invasioni, interventi, aggressioni, colpi di Stato e di ostilità condotti dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni dell’America Latina all’ombra dei secoli 19.mo e 20.mo. Entro la fine del 20.mo secolo, Washington aveva imposto con successo i governi ad ogni nazione dell’America Latina e dei Caraibi che erano subordinati alla sua agenda, con l’eccezione di Cuba. La Dottrina Monroe era stato raggiunta, e gli Stati Uniti si sentivano fiducioso del loro controllo sul loro “cortile”.
La svolta inaspettata all’inizio del 21° secolo in Venezuela, in passato uno dei partner più stabili e servili di Washington, fu uno shock per gli Stati Uniti. Hugo Chavez è stato eletto presidente e una rivoluzione era cominciata. Un tentativo di colpo di stato nel 2002 non è riuscito a sovvertire il progresso della Rivoluzione Bolivariana e la diffusione della febbre rivoluzionaria in tutta la regione. Presto Bolivia e poi Nicaragua ed Ecuador seguirono. Argentina, Brasile e Uruguay elessero dei presidenti socialisti, due dei quali ex-guerriglieri. I mutamenti maggiori iniziarono a verificarsi in tutta la regione, mentre i popoli di questo vasto continente vario e ricco, assunsero il potere e fecero sentire la loro voce.
Le trasformazioni sociali in Venezuela, che ha dato voce al potere della gente, divennero esemplari per gli altri nella regione, mentre il presidente Chavez sfidava l’imperialismo statunitense. Un forte sentimento di sovranità e d’indipendenza latinoamericana cresceva, raggiungendo anche quelli con i governi allineati agli interessi degli USA e al controllo delle multinazionali.
Il 2-3 dicembre 2011, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) è nata e la travolgente forza di un continente di quasi 600 milioni di uomini ha realizzato un sogno di unità vecchio di 200 anni. Le 33 nazioni che fanno parte della CELAC sono tutte d’accordo sulla necessità indiscutibile di costruire una organizzazione regionale che rappresenti i loro interessi, e che escluda la prepotente presenza di Stati Uniti e Canada. Se alla CELAC ci vorrà del tempo per consolidare l’impegno eccezionale evidenziato dai 33 stati presenti al suo lancio a Caracas, in Venezuela, non può essere sottovalutata.
La CELAC dovrà superare i tentativi di sabotaggio e neutralizzazione della sua espansione e della sua resistenza, e le minacce contro di essa e gli intenti di dividere i paesi membri saranno numerosi e frequenti. Ma la resistenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che hanno ripreso questo cammino di unità e indipendenza dopo quasi duecento anni di aggressione imperialista, dimostra la forza potente che ha portato questa regione a diventare una fonte di ispirazione per coloro che cercano la giustizia sociale e la vera libertà in tutto il mondo.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
domenica 11 dicembre 2011
Notizie da Gaza.
Gaza: padre e figlio, vittime del raid israeliano
(ASI) Si sono svolti ieri i funerali di Ramadan Bahjat Zalan, il bambino dodicenne palestinese ucciso nel raid israeliano condotto a Gaza. Una folla commossa e, tanti coetanei, hanno preso parte al funerale. Da quanto riferisce l’agenzia giornalistica giordana Petra, il bambino sarebbe morto in seguito alle gravissime ferite riportate dopo l’incursione aerea israeliana. Nel raid è rimasto ucciso anche il padre e altre dodici persone sono state ferite. Un altro attacco, nella mattinata di ieri, è stato condotto dall’aeronautica militare israeliana nel sud della Striscia di Gaza.
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6103:gaza-padre-e-figlio-vittime-del-raid-israeliano&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34
Apache israeliani bombardano la Striscia di Gaza: feriti un padre e sua figlia
Gaza - InfoPal. Questa notte, l'aviazione israeliana ha nuovamente bombardato la Striscia, colpendo il quartiere di az-Zaytun, nel sud-est della città di Gaza: un padre, Imad Aqil, e una figlia sono rimasti feriti.
Il nostro corrispondente ha raccontato che oggi all'alba, Apache israeliani hanno sganciato diversi missili contro l'abitazione di Imad 'Aqil, distruggendola completamente e danneggiando quelle vicine.
Il portavoce del servizio di emergenze del ministero della Sanità di Gaza, Adham Abu Silmiya, ha confermato al nostro corrispondente il trasferimento in ospedale dell'uomo e della figlia. La bambina è ferita gravemente.
In un comunicato stampa, l'esercito israeliano ha giustificato l'attacco aereo sostenendo di aver preso di mira "un sito per la produzione di armamenti" e "in risposta al lancio di missili dalla Striscia di Gaza".
La Striscia di Gaza è oggetto di bombardamenti israeliani che durano da giorni e che hanno provocato 5 morti e molti feriti.
http://www.infopal.it/leggi.php?id=20087
sabato 10 dicembre 2011
DETERMINAZIONE.
Dicembre 2011, di Franco Nerozzi, Comunità Solidarista Popoli
“Non l’impegno di un giorno o di un anno, ma la determinazione di tutta una vita”. La frase di Carlo Terracciano è riportata nelle insegne delle cliniche di “Popoli” che sorgono (e risorgono dopo essere state distrutte dall’esercito birmano) nello Stato Karen. Una frase che noi della Comunità dovremmo sempre cercare di portare nel cuore, promemoria granitico di una promessa fatta dieci anni fa.
L’esempio di chi ha saputo fare della sua vita una barricata contro la decadenza, il conformismo, l’omologazione, il mondialismo, dovrebbe accompagnarci quotidianamente, aiutandoci a superare i piccoli e grandi ostacoli che si presentano sulla via. Non sempre accade. E’ umano. A volte veniamo distratti ad opera di quelli che ci circondano, ingannati dai numerosi trucchi che la vita, per sua natura, mette in campo. Quasi a testare la nostra forza, a saggiare la sincerità delle nostre intenzioni.
Per chi come me ha il privilegio di visitare con una buona frequenza il teatro dell’attività di “Popoli”, le cose sono più facili. Quando si conclude una missione come quella appena terminata (45 giorni lungo il confine birmano-thailandese) ci si porta a casa la solida convinzione che ciò che è stato realizzato finora abbia una dignità e una organicità che fanno sentire più vicine le parole di Carlo. Nei dieci anni appena trascorsi la determinazione ha avuto la meglio sul mare di incertezza, dubbio, timore, pigrizia e stanchezza che la nostra imbarcazione ha dovuto attraversare, e possiamo tranquillamente affermare che nei territori da cui ora rientriamo la promessa è stata mantenuta. L’azione della Comunità Solidarista Popoli ha avuto carattere di continuità e stabilità, al punto da non essere nemmeno più considerata “un intervento” nel campo umanitario, bensì “un fattore” (un piccolo fattore beninteso) nell’ambito del processo di ricostruzione di una società tradizionale che cerca di risorgere dopo più di sessanta anni di una guerra non ancora conclusa.
Non solo le cliniche che forniscono assistenza sanitaria, non solo le scuole che accolgono alunni dai 3 a i 12 anni, non solo i villaggi ricostruiti per accogliere i profughi interni e per ridare una prospettiva di attività agricola a quelli che rientrano dai campi tailandesi, non solo la fornitura di generi di prima necessità in occasione di emergenze e gli interventi di primo soccorso durante le operazioni militari.
In questi dieci anni la Comunità ha affiancato il Popolo Karen cercando di dare un contributo anche nel campo “diplomatico”, rappresentando, su incarico ufficiale, le istanze della Karen National Union presso il Governo Italiano e presso istituzioni nazionali ed europee, e ricoprendo a volte un ruolo di “consigliere speciale” in occasione di momenti particolarmente critici. Volontari di “Popoli” hanno seguito le truppe dell’Esercito di Liberazione Nazionale sulla linea del fronte, per documentare i diversi aspetti del conflitto e per mostrare concretamente ai Karen che la nostra solidarietà vuol dire anche condivisione fisica di situazioni difficili e sostegno morale e politico ad una lotta che ha come obiettivo finale la sconfitta dell’occupante straniero e la fine dello sfruttamento del territorio da parte delle fameliche compagnie multinazionali, dei trafficanti di stupefacenti, dei businessmen legati al governo birmano.
Continua la lettura su:
http://www.comunitapopoli.org/uploads/determinazione.pdf
venerdì 9 dicembre 2011
La Clinton in Birmania stringe la mano al capo degli stupratori.
A pranzo con i tiranni, a cena con i perseguitati. La visita di Hillary Clinton in Birmania, la prima di un segretario di stato americano dal 1955 è un ossimoro della geopolitica, un salto tra gli opposti, un viaggio dall’Olimpo della tirannia, al desco della democrazia.
Difficile definire diversamente una missione aperta la mattina dalle strette di mano con Thein Sein, il generale fattosi presidente, e conclusa ieri sera dalla semplice cena a due con Aung San Suu Kyi, la paladina della democrazia prigioniera del regime per 15 degli ultimi 21 anni. Un viaggio dalla notte al giorno, un viaggio di cui si stentano a comprendere motivazioni e obbiettivi.
A guidare Hillary nei misteri di Naypidaw, la capitale fortezza creata dal nulla nel cuore della giungla sei anni fa, non è certo l’entusiasmo per le riforme. Nelle segrete del regime, dopo la strombazzata liberazione di 300 attivisti, languono più di mille prigionieri. Le elezioni dell’agosto 2010 sono state una ben organizzata finzione inscenata per consentire ai capi della giunta militare una discreta ritirata dietro le quinte e preparar l’avvento di una classe di potere meno compromessa. Ai quattro angoli del paese i militari continuano indisturbate le operazioni di pulizia etnica ai danni di Kachin, Karen, Shan e tutte le altre miriadi di minoranze che da sessant’anni reclamano qualche autonomia.
Agli orrori consueti di una guerra condotta bruciando villaggi e uccidendone o deportandone le popolazioni s’è aggiunto da qualche mese, come denuncia Human Right Watch, l’inedito orrore degli stupri di massa. Le violenze sistematiche contro le donne, iniziate nei territori dell’etnia Kachin, si sono progressivamente estese anche alle zone degli Shan e dei Karen facendo temere l’utilizzo su larga scala di quella che anche Aung San Suu Kyi definisce una «nuova arma da guerra».
Non a caso Hillary Clinton dopo aver stretto la mano al presidente Thein Sein e alla sua corte di ministri e generali ricorda che «anche un solo prigioniero politico è troppo».
Non a caso sottolinea che la Birmania è solo all’inizio di un lungo cammino. «Le misure attuate sono sicuramente senza precedenti e benvenute, ma sono solo il principio. Al momento non pensiamo certo di togliere le sanzioni perché permangono le preoccupazioni nei confronti di un processo politico che deve ancora cambiare».
Dunque che bisogno c’era di andare in Birmania? L’America non poteva incominciare con una visita di più basso profilo? Certo la cena di Hillary, immagine al femminile di Washington, con Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e paladina della democrazia è altamente evocativa, ma basta a giustificare l’apertura? Forse no e allora a pensar male si rischia d’azzeccarci.
Ma anche sul fronte del cinismo politico le congetture si rivelano un salto fra due sponde opposte con un solo comune denominatore chiamato Cina.
Per alcuni il drammatico riavvicinamento è un contentino a Pechino. Secondo questa interpretazione il viaggio di Hillary non legittima solo i nuovi capi birmani, ma anche la grande madrina cinese accusata da due decenni di concedere protezione politica ai generali di Rangoon per sfruttare in regime di assoluto monopolio le immense ricchezze del paese.
Un monopolio esercitato saccheggiando gas, legnami pregiati e pietre preziose e ripagandoli con manodopera e manufatti di scarso valore. In cambio di questa indiretta legittimazione americana la Cina avrebbe garantito a Washington un via libera in ambito Onu all’intervento in Siria o a nuove durissime sanzioni all’Iran.
Secondo altre interpretazioni il vero motivo della visita è, invece, esattamente l’opposto. Aprendo le braccia alla Birmania e ai suoi generali gli Stati Uniti cercano nuovi spazi in Asia nel disperato tentativo di contenere l’inarrestabile e debordante potenza del grande nemico cinese.
Di Gian Micalessin
http://www.ilgiornale.it/esteri/la_clinton_birmania_stringe_mano_capo_stupratori/02-12-2011/articolo-id=560043-page=0-comments=1
Birmania, una terra dove il tempo si è fermato. E dove i Karen lottano ancora.
Giornalista freelance collaboratore de Il Sito di Perugia e di Agenzia Stampa Italia, Fabio Polese è da anni impegnato nel sociale insieme alla Comunità Solidarista Popoli. In questa duplice veste – di giornalista e di volontario – si è più volte recato in Birmania, l’attuale Myanmar, per sostenere il popolo Karen. Il suo ultimo viaggio nel Sud Est asiatico è ancora in corso: Fabio sta svolgendo la sua attività umanitaria corredandola con un diario e con un reportage fotografico (anche la foto qui proposta è di questi giorni, le altre potete richiederle contattando Polese all’indirizzo info@fabiopolese.it). Malgrado la distanza e le non facili comunicazioni, siamo riusciti a rivolgergli qualche domanda sul suo difficoltoso viaggio attraverso un paese affascinante e antimoderno. Che, a quanto racconta Fabio, ha molto da insegnarci.
Perché questa passione per la Birmania? Cosa ti spinge ad affrontare un viaggio lungo, dispendioso e non privo di pericoli?
Ho iniziato ad interessarmi della Birmania perché sono sempre stato affascinato dalle popolazioni che sono in lotta per il mantenimento della propria cultura e identità. In particolar modo sono rimasto molto colpito dal popolo Karen che combatte incessantemente dal 1949, quando il Trattato di Panglong, che avrebbe dovuto garantire l’autonomia delle varie etnie, non fu rispettato. Sono stato subito affascinato dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come la tradizione, la terra, gli antenati e la voglia di libertà. Ho deciso così di prendere un aereo e partire per conoscere di persona quello che fino a prima avevo solo potuto leggere ed immaginare. Poi tutto il resto è venuto da sé. Quando si ha la fortuna di conoscere i bambini dei villaggi o i volontari dell’Esercito di Liberazione Karen, le altre cose passano in secondo piano. Dieci giorni dentro Kaw Thoo Lei(la terra senza peccato), riescono a darti emozioni che difficilmente si possono spiegare ma che sicuramente ripagano il tutto il resto.
Qual è la situazione attuale della Birmania? Quanto è diversa la realtà Birmana dall’immagine che se ne ha in Occidente?
Molto probabilmente, se pensiamo alla Birmania, la prima cosa che ci viene in mente è il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Oppure, per gli amanti dei viaggi, può venire in mente quello che le agenzie turistiche nostrane mostrano nei propri depliant: l’immagine magica di un paese congelato nel tempo con ancestrali culture non contaminate dal mondo moderno, monaci buddisti e mille pagode. Purtroppo, la Birmania, non è solo questo. Il governo di Rangoon è retto da una giunta militare secondo quella che loro chiamano “la via birmana al socialismo” ma, oltre al sostegno che ottengono dalla Cina, basano buona parte del bilancio statale sugli accordi milionari ottenuti da multinazionali occidentali. Sono forti i rapporti anche con la Russia, la Corea e la Thailandia. Soprattutto nel settore energetico. La Repubblica Popolare Cinese – tra falce e capitale – è interessata ai ricchi giacimenti di gas, ai porti sull’Oceano Indiano, agli oleodotti verso lo Yunnan, ma anche a un mercato strategico nei mari del sud-est asiatico per le proprie merci. Il tutto è reso ancora più “attraente” dal fatto che la Birmania si trova nel “triangolo d’oro” ed è tra le principali produttrici di stupefacenti del mondo. Nelle raffinerie e nei laboratori che stanno nelle zone controllate dai militari della giunta, vengono prodotte ogni anno tonnellate di anfetamina e di eroina. In questo contesto geostrategico ed economico, molte delle diverse etnie che compongono il mosaico birmano sono costantemente chiamate ad imbracciare le armi per difendere i propri figli dalla brutalità degli attacchi dell’esercito regolare e per mantenere le proprie specificità di popolo. Proprio in questi giorni è previsto l’arrivo, dopo più di cinquant’anni, del segretario di stato Hillary Clinton per “incoraggiare” le presunte riforme democratiche che il Myanmar sembrerebbe portare avanti con il presidente Thein Sein. Il governo birmano, però, mentre annuncia negoziati per un cessate il fuoco, rinforza gli avamposti nelle vicinanze dei villaggi Karen. Insomma, la posta in gioco per il futuro del Myanmar è più alta che mai e i numerosi investimenti stranieri che ammontano a diversi miliardi di euro ogni anno, potrebbero essere fondamentali per il futuro politico del paese e per la libertà delle diverse etnie.
Cosa provi nello stare a contatto con i Karen?
E’ davvero difficile cercare di trasmettere almeno un po’ dell’emozioni che si provano a stare a stretto contatto con i Karen. E credo sia anche difficile da far percepire nel “civilizzato” occidente, dove siamo abituati quasi esclusivamente al culto del superfluo. Lì tutto diventa ancestrale. I giorni vengono scanditi solamente dalla luce e dal buio e anche le piccole cose quotidiane hanno un sapore speciale. L’atmosfera, la calma, il cielo che sembra possibile sfiorare con un dito e la fortissima indole di questo popolo, determinato alla lotta per la libertà, riescono a farmi vivere davvero e sono una speranza affinché anche da noi ci possa essere un ritorno alla visione più tradizionale della società.
Quale sarà la tua prossima iniziativa con Popoli?
Spero di riuscire ad organizzare una mostra fotografica di questa missione, magari con il patrocinio del Comune di Perugia, per sensibilizzare la lotta Karen e per raccogliere fondi fondamentali affinché i progetti per aiutare la popolazione, aumentino sempre di più. La Comunità Solidarista Popoli ha dato inizio ad un impegno che non può essere interrotto; molta gente Karen ottiene fondamentali cure sanitarie soltanto grazie al nostro intervento e molti bambini riescono a studiare perché “Popoli” è riuscita a finanziare, in diversi villaggi, delle scuole. Inoltre, proprio nell’ultima missione di novembre, sono state allargate le attività nel distretto di Dooplaya, zona Karen al confine con la Thailandia, con un nuovo progetto per la piantagione di campi di riso che serviranno per soddisfare diversi villaggi, la costruzione di un pozzo che permette l’arrivo dell’acqua nel villaggio di Ookray Khee e il mantenimento della scuola del villaggio di Kaw Hser che conta ben 150 bambini. Sempre “Popoli”, in collaborazione con l’Associazione Orfani Palestinesi, sta adottando piccoli orfani palestinesi che si trovano nei campi profughi in Libano. Chi vuole aiutarci, può contattarci ainfo@comunitapopoli.org, con la garanzia che tutto il denaro raccolto finisce direttamente nei progetti, dal momento che tutti i membri della Comunità Solidarista sono volontari al cento per cento e nessuno di noi percepisce uno stipendio.
Intervista di Leonardo Varasano, http://www.ilsitodiperugia.it/content/316-birmania-una-terra-dove-il-tempo-si-%C3%A8-fermato-e-dove-i-karen-lottano-ancora