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venerdì 4 marzo 2011

Usurai alla riscossa.


Qualche giorno fa ci domandavamo come mai la brusca riduzione della bolla valutaria imposta dal governo alle banche fosse avvenuta nel più assoluto silenzio. Mentre la “discrezione” di ministri e politici di maggioranza continua ad essere permeata da un fitto mistero, l’omertà delle banche e dei media da esse controllati, non promette nulla di buono. Meno se ne parla oggi, dicevamo, più facile sarà domani rimettere le cose a posto e riportare tutto com’era prima. Col passare dei giorni, dal tipo di azioni messe in atto dal sistema creditizio, sembra proprio che quel “domani” sia sempre più vicino. Le spese bancarie aumentano a vista d’occhio e si moltiplicano. Dopo aver clonato e fatto lievitare la commissione di massimo scoperto (cambiandole però il nome…) e quindi continuando a succhiare i soldi ai correntisti che sconfinano, si è inventata un’ulteriore gabella per taglieggiare chi dispone di un fido, applicata a prescindere che lo si usi o meno. Un po’ come quel re che aveva inventato la tassa sulle finestre aperte e, il giorno dopo, constatata la chiusura di tutte le persiane, impose anche una tassa sulle finestre chiuse. Oggi, nel mare dei balzelli bancari si è aggiunta una “imposta sul contante”. Una vera e propria estorsione che punisce chi si ostina a non utilizzare bancomat e carte di credito. Si tratta, per lo più, di quelle parecchie migliaia di anziani che utilizzano il conto corrente solo come un ponte tra l’accredito della pensione e i prelievi, generalmente settimanali, per la spesa e i piccoli acquisti. Insomma, si colpiscono i clienti più indifesi. Far pagare queste operazioni è un atto illecito – perché il denaro che si ritira non è della banca, ma del correntista – ma anche odioso, meschino e degno della peggiore usura. E la riscossa delle banche non si manifesta solo con l’incremento delle “commissioni” e con le estorsioni sugli indifesi; si profilano anche altri scenari. Da una parte le banche cercano di bypassare la richiesta di accrescimento del capitale aumentando il valore delle quote di proprietà della Banca d’Italia che, illegalmente (vedi legge 262 del 2005), ancora detengono (siamo proprio al banchetto di “carta vince, carta perde”!). Poi, si vocifera che i maggiori istituti bancari, seguiti a ruota da tutti gli altri, stiano decidendo una vera e propria serrata del credito. Stop ai mutui e ai nuovi finanziamenti. Se queste voci saranno confermate vorrà dire che, proprio nel momento in cui la crisi ha messo all’angolo una moltitudine di aziende e di famiglie, si rischia di strozzare anche quel residuo rivolo di liquidità necessario alla sopravvivenza. Che senso potrebbe avere, dunque, questa serrata? Non ci può essere una spiegazione seguendo la logica del commercio o quella della speculazione. Le banche infatti vendono denaro; è come se un salumiere decidesse, di punto in bianco, di non vendere più formaggi e prosciutti. Allora rimane solo il significato che generalmente contraddistingue le serrate: quello del ricatto. Ovverosia, si vuol solo far capire, senza equivoci, chi tiene il coltello dalla parte del manico. Mentre l’economia reale – cioè la ricchezza nazionale, i cittadini, il popolo – pagherebbe pesantemente lo scotto dell’operazione, il messaggio sarebbe in effetti rivolto al ministro dell’Economia, all’Esecutivo e a tutti coloro che, in qualche modo, hanno dimostrato di voler porre dei limiti allo strapotere delle banche e della speculazione finanziaria. E il governo come risponderà? Continuerà ad operare in clandestinità, si preparerà a capitolare, o finalmente comprenderà che certe battaglie o le si fanno alla luce del sole, dalla parte dei cittadini e con i cittadini, o sono perdute in partenza. Tremonti, se ci sei, è l’ora di battere un colpo.



Di Mario Consoli, www.rinascita.eu


giovedì 3 marzo 2011

Banca amica?






(ASI)
Come se non bastassero le commissioni, i vari canoni, i tan e i taeg, adesso, quando decideremo di ritirare i nostri soldi dal proprio conto corrente bancario in maniera fisica e non  elettronica  – da un bancomat -, dovremo pagare l’operazione. La BNL, la banca guidata da Fabio Gallia, ha inviato delle lettere ai propri correntisti nelle quali vengono avvisati che dal 18 aprile 2011 per qualsiasi prelievo di liquidi in agenzia inferiore ai 2000 euro dovranno versarne 3. Il caso della BNL è soltanto l’ultimo – per ora –  degli istituti finanziari che già chiedevano una cifra che va da un euro a tre euro per il ritiro dei contanti in filiale. Alessandra Puato in un articolo del primo marzo appena trascorso, scriveva per il Corriere della Sera: “Ciò che fino a ieri era un’eccezione, sta diventando la regola. Nelle ultime settimane hanno deciso di applicare questa commissione anche Mps e Ubi. Si aggiungono a Cariparma, Popolare di Milano e Unicredit. Nelle sei banche analizzate, i costi per un prelievo di denaro allo sportello variano fra uno e tre euro. Significativi, se raffrontati al rendimento medio dei loro conti correnti: lo 0,03%. Come dire che ci vogliono più di 10 mila euro depositati sul conto per un anno intero, per compensare il costo di un prelievo di 3 euro allo sportello. È un balzello che colpisce particolarmente gli anziani, non avvezzi all’uso del Bancomat. Ma rischia di allontanare anche gli altri clienti, poco disposti a pagare per disporre di ciò che è loro”. In una intervista fatta da me proprio per Agenzia Stampa Italia sulla sovranità monetaria e sulla situazione economica italiana il Dott. Marco Della Luna affermava: “Si tenga presente che la cartamoneta – banconote – costituisce solo l’8% di tutto ciò che usiamo come denaro, e serve solo per il 2% del valore di tutte le transazioni che avvengono nel mondo. Il grosso di ciò che usiamo come denaro, ossia l’82% o il 98% – a seconda che consideriamo lo stock o il flusso – è costituito da promesse di pagamento emesse dalle banche – assegni circolari, attivi di conti correnti, lettere di credito, medium term notes, etc. -, carte di credito/debito”. Sembrerebbe che all’orizzonte ci aspetta un futuro unicamente fatto di moneta elettronica, dove bisognerà usare e far circolare solo denaro “virtuale”. Le parole di Adam Kadmon, del programma di Italia Uno “Misteri”, in onda ogni martedì in prima serata, potrebbero diventare realtà…



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2448:banca-amica&catid=16:italia&Itemid=39


giovedì 3 febbraio 2011

Bretton Woods Nr. 2? No, grazie


Le bolle debitorie stanno dimostrando la colossale truffa che si annida e si realizza con un’emissione monetaria delegata a quegli istituti d’emissione privati definiti dai Signori del denaro “banche centrali”. Per correre ai ripari e mantenere ben strette le proprie rendite da usura, questi signori stanno ora cercando di propinare un qualche correttivo, adombrando il cosiddetto “ritorno all’oro”: in qualche modo una riesumazione dei famosi patti di Bretton Woods - imposti al mondo dai vincitori della seconda guerra mondiale - e comunque mantenendo inalterate le prerogative delle banche di emissione, diventate ormai il centro di potere sovrano sulle economie dell’Occidente e oltre. Un pannicello caldo. Come nota in un suo recente commento Savino Frigiola, la riproposizione di un sistema di parità fisse ancorate all’oro non frenerebbe certo l’incontrollata emissione delle banconote - parliamo soprattutto del dollaro - o dei certificati valutari speculativi. Lo dimostrano i conti ex post della stessa Federal Reserve - la banca (privata) di emissione Usa - che risulta aver stampato ed emesso dollari pari a ben nove volte le riserve di oro possedute. Quello che è certo è che il clan delle “banche di emissione” continuerebbe ad impadronirsi dei tassi primarii di sconto (il signoraggio) e quindi a fabbricare il solito accelerato debito degli Stati nazionali, proprio quello che attualmente strangola, con effetto domino, gran parte delle economie occidentali. Di qui il nostro nuovo appello a chi si trova al timone della politica italiana ed europea: lo Stato deve tornare virtuosamente a battere moneta in proprio, ottenendo di conseguenza l’equilibrio tra emissione monetaria e capacità dei cittadini di produrre ricchezza.  Il “signoraggio sovrano” -  trattenuto cioè dallo Stato nazionale e non dai privati, le nove banche d’affari in cima alla piramide dell’usura internazionale -  diventa così lo strumento principe per eliminare l’indebitamento della nazione e per realizzare il rilancio dell’economia e del lavoro. Spezzate le catene di una vita sottomessa al sistema monetario liberista ogni cittadino sarà dunque messo in grado di operare, con un nuovo contratto sociale, per il proprio benessere e nell’interesse di tutti.



http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=6275


domenica 12 dicembre 2010

Sovranità monetaria e situazione economica italiana.


(ASI) Leggendo i quotidiani nostrani sembra che la situazione economica in Italia non sia di una certa gravità come in altri paesi europei. Si parla sempre d’Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo. Nelle testate giornalistiche estere, invece, veniamo chiamati in causa alla pari degli stati sopra citati. Agenzia Stampa Italia ha incontrato il Dott. Marco Della Luna, autore tra l’altro, insieme ad Antonio Miclavez, di “Euroschiavi” – Edito da Arianna Editrice - e collaboratore di diverse riviste specializzate per fargli qualche domanda.



Ci spiega la reale situazione economica italiana?



Non è da crollo nell’immediato, ma strutturalmente va verso il fallimento o perlomeno verso un inesorabile impoverimento con incremento della pressione fiscale e contributiva. Le principali ragioni sono le seguenti: da circa 18 anni il sistema-paese è bloccato, non si fa ricerca, innovazione, infrastrutturazione; quindi si è perso in produttività e competitività rispetto soprattutto all’Eurozona. L’Italia ha alti costi di produzione (a causa della sua inefficienza e del cuneo fiscale-contributivo) e si trova a competere con paesi esportatori che sono molto più concorrenziali (Cina, India, Pakistan, Romania) per ragioni insuperabili, quali il minimo costo del lavoro, la bassa tutela sindacale, infortunistica, ambientale; inoltre la Cina è proprietaria della sua banca centrale di emissione, ed emette la sua valuta a costo zero (senza indebitarsi) per sostenere la produzione, l’esportazione e l’acquisto di assets esteri. L’Italia è quindi destinata, in un’economia mondiale guidata dall’esportazione (ossia dalla competitività nell’esportare) a perdere posizione dopo posizione. La Germania, nell’interesse della propria economia (soprattutto delle esportazioni), impone all’Italia e ad altri paesi “deboli”, ma potenziali concorrenti della Germania stessa, di mettersi a dieta, di essere virtuosi, cioè di tagliare la spesa pubblica per ridurre il deficit di bilancio e iniziare a rimborsare il debito pubblico. Ma tagliare la spesa pubblica comporta la riduzione del pil  e degli investimenti infrastrutturali. E la riduzione del pil a sua volta comporta meno entrater fiscali, anche perché gli imprenditori privati, per tornare a investire, assumere, prodsurre, aspettano che sia lo Stato ad avviare la ripartenza, con investimenti qualificati, infrastrutturali. Quindi la ricetta imposta dalla Germania, dal governo Merkel, porterà recessione e aggravamento del debito pubblico in Italia. Il che è ciò che vuole la Merkel, ossia tagliare le gambe all’Italia e ad altri paesi potenzialmente concorrenti della Germania, indebolendo, soffocando le loro economie, per eliminarli dalla competizione. L’Italia, ossia la sua classe dirigente, ha scarse competenze, però ha sviluppato al massimo grado la capacità di restare al potere anche senza produrre buoni risultati per la collettività, per il sistema paese. Riesce a restare al potere nonostante la sua corruzione e incapacità grazie a una solida rete clientelare e una estesa distribuzione di privilegi, alimentati con spesa pubblica inefficiente se non illegittima, a cui non può rinunciare, altrimenti perderebbe il potere. L’Umbria, ad esempio, ha una spesa sanitaria pari a quella della Lombardia, ma ha 1/10 degli abitanti della Lombardia. Come potrebbe la politica umbra tagliare questa spesa senza tagliare i propri consenti, cioè il ramo su cui è seduta? E’ così più o meno per tutto il Sud e parte del Centro, ma, sia pure in grado minore, per tutto il paese. Quindi la classe politica italiana investe e continuerà ad erogare soldi di cui dispone, dopo il pagamento delle spese correnti, per comperare consensi e supporti, non per investimenti utili al paese; e anche quando fa investimenti utili, poi sappiamo come vengono condotte le opere, a chi vengono affidate…



Ed è quello che sta succedendo anche in Irlanda?



Le vicende irlandesi sono profondamente diverse. L’Irlanda è un paese povero fino a pochi anni fa, che ha fatto un boom industriale e finanziario, che ora si è sgonfiato. Ma mentre il boom tirava, stipendi e prezzi sono saliti alle stelle. Di buono, l’Irlanda ha politici più competenti e un debito pubblico relativamente basso.



Nel libro “Euroschiavi”, scritto da lei, insieme ad Antonio Miclavez, viene sottolineato che l’Italia è sempre più povera a causa del debito pubblico. Cosa significa?



A livello mondiale, l’aumento del debito, pubblico e privato, della società verso il sistema bancario, è continuo. Anzi, è una curva esponenziale, ossia che diventa sempre più ripida col passere del tempo. Bisogna allora capire due punti: a) che cosa ciò comporta; b)perché ciò avviene. Primo punto: questa crescita continua ed esponenziale comporta che una crescente quota dei redditi (delle imprese, delle famiglie, del settore pubblico) deve essere destinata a pagare gli interessi sui debiti (aumentando il debito capitale, aumenta anche la quantità di interessi che si devono pagare); quindi i redditi disponibili gradualmente si riducono, e così pure la redditività degli investimenti (soprattutto di quelli produttivi), finché conviene non investire più, e disinvestire (deindustrializzazione), perché il denaro che si prende a prestito per investire costa più del reddito che produce. Da qui la tendenza alla recessione. Secondo punto: la ragione per cui l’indebitamento complessivo delle società verso il sistema bancario continua ad aumentare ed aumenta a velocità crescente, è matematica, insuperabile, e si può esprimere concisamente nei seguenti termini: premesso che praticamente tutto ciò che usiamo come denaro (dalle banconote ai conti correnti ai bonifici) è generato mediante un indebitamento (lo stato dà titoli di debito pubblico per ottenere valuta legale; cittadini e imprese si finanziano prendendo denaro a prestito dalle banche); e premesso inoltre che tutto questo debito genera interessi passivi che si aggiungono al debito capitale e generando nuovi interessi nel periodo successivo (anatocismo); ciò premesso, la conseguenza automatica e inevitabile è che la quantità di debito (capitale + interesse) di denaro esistente è sempre maggiore della quantità di denaro esistente, e che la differenza, la forbice, continua ad aumentare a velocità crescente. Ne consegue che c’è molto meno denaro che debiti, quindi l’insieme (aggregato) dei debiti non potrà mai essere estinto. Già si ammette che i grandi debiti pubblici non potranno mai essere estinti, rimborsati. Ma la ragione fondamentale di questa impossibilità non è che essi sono particolarmente grandi, bensì sta nella natura del denaro, che è creato come denaro-debito(per tutti) e denaro-credito(per le banche che lo creano). Qualcuno, qualche individuo, qualche imprenditore, qualche paese, può riuscire a ripagare i propri debiti; ma lo può fare solo togliendo agli altri, salendo sulle loro spalle. E’ quello che il governo tedesco sta facendo verso altri paesi come l’Italia.



Oggigiorno le monete non sono coperte da riserve d’oro e di conseguenza non sono convertibili. E’ vero?



Sì, è vero. Dal 1929 è stata praticamente abbandonata la copertura aurea della cartamoneta – copertura che peraltro era parziale, ossia se la quantità di cartamoneta era 100, la copertura in oro era, diciamo, 10. Dal 1971 è cessata completamente la convertibilità in oro, ossia il diritto di chi ha una banconota di esigere dalla banca centrale che la ha emesse la sua conversione in oro. Questo diritto era peraltro limitato, dal 1944 (Bretton Woods) al Dollaro e ai governi. Si tenga però presente che la cartamoneta (banconote) costituisce solo l’8% di tutto ciò che usiamo come denaro, e serve solo per il 2% del valore di tutte le transazioni che avvengono nel mondo. Il grosso di ciò che usiamo come denaro, ossia l’82% o il 98% (a seconda che consideriamo lo stock o il flusso) è costituito da promesse di pagamento emesse dalle banche (assegni circolari, attivi di conti correnti, lettere di credito, medium term notes, etc.), carte di credito/debito.



Ci parla del Signoraggio?



Il signoraggio è il profitto che si realizza attraverso il potere di creare moneta. La banca centrale emette una banconota da 100 Euro o Dollari che le costa zero (perché non la deve coprire con oro) e la scambia con un titolo del debito pubblico che vale 100, che poi rivende realizzando 100. In tal modo ha guadagnato 100 netti e dovrebbe pagare le tasse su questi 100, oppure girarli allo stato. Però fa figurare in contabilità che quando dà la banconota da 100 in cambio del BOT da 100 in realtà si tolga 100 dal patrimonio, ossia contabilizza come se produrre la banconota le costasse 100 anziché zero. In tal modo non figura realizzare questo profitto e non paga tasse su di esso. Le banche di credito fanno una cosa analoga. Ossia, non è che prestino il denaro (la cartamoneta) depositata dai risparmiatori. Non ne hanno bisogno. Quando vai in banca a chiedere un mutuo, la banca ti dà un assegno circolare che stampa sul momento, a costo zero, senza bisogno di avere una copertura in cartamoneta (che del resto non potrebbe esserci, dato che la cartamoneta costituisce solo l’8% di tutto ciò che si usa come denaro). Però, come la banca centrale, fa figurare contabilmente un’uscita di valore, come se si togliesse il denaro di tasca per prestartelo, allo scopo di annullare contabilmente il ricavo che ha realizzato sottoforma di credito di capitale (e interesse) verso di te. In tal modo, non paga le tasse su questa creazione di denaro contabile, o virtuale, o scritturale. In sostanza, il signoraggio è il metodo con cui il cartello delle banche, monopolista del denaro e del credito, estrae a costo zero ricchezza dalla società produttiva.



 Come possiamo difenderci?



Conviene evitare di indebitarsi e di tenere beni al sole. Valutare anche l’opportunità di emigrare verso un sistema-paese meglio organizzato e con migliori prospettive. Ciò vale soprattutto per giovani, tecnici, imprenditori non inseriti nel sistema della “casta”. Chi rimane, per i prossimi anni, ha interesse a farsi furbo, a non affidare i soldi al mercato mobiliare, a puntare su investimenti concreti, su monete complementari e alternative, ma soprattutto sul carpe diem, ossia cercare di vivere bene giorno per giorno, realizzandosi nel presente, senza fare piani di lungo termine, perché, oggi più che mai, del domani non v’è certezza.






http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1262%3A-sovranita-monetaria-e-situazione-economica-italiana&catid=19%3Ainterviste&Itemid=46


mercoledì 15 settembre 2010

Usurocrazia e sovranità monetaria.


Per li occhi fora scoppiava lor duolo;/ di qua, di là soccorrien con le mani/ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:/ non altrimenti fan di state i cani/ or col ceffo or col piè, quando son morsi/ o da pulci o da mosche o da tafani. Con questi versi di terrificante realismo e forte impatto emotivo Dante descrive la condizione degli usurai nel III girone del VII cerchio dell’Inferno. Sfruttatori del lavoro altrui, avidi di denaro e di potere, se ne stanno - moltitudine indistinta e belluina - muti, racchiusi nel loro dolore espresso attraverso le lacrime che sgorgano dagli occhi. Come i cani d’estate dimenano il muso e le zampe quando sono tormentati dalle pulci, dalle mosche e dai tafani, così anch’essi agitano convulsamente le mani per pararsi dalle fiamme e dalla sabbia ardente. Un’impietosa condanna dell’usura, dunque (la legislazione ecclesiastica del tempo paragonava l’usura all’eresia e condannava al rogo chi si macchiava di tale colpa), oggi più che mai d’attualità in un mondo globalizzato che vede il trionfo della finanza apolide usuraria e del grande capitale a scapito del lavoro dei popoli e della solidarietà sociale. Già Aristotele affermava che “il denaro non può procurare altro denaro” e tale enunciato lo troviamo poi sviluppato nel tomismo di età medievale. Il denaro veniva infatti considerato sterile in quanto non poteva generare frutti alla stregua degli esseri viventi o delle piante. Ma cos’è esattamente l’usura? È il denaro ricavato dal mero utilizzo del denaro. Ed Ezra Pound, da annoverare tra i grandi uomini del ‘900, bollava impietosamente taluni governi di servilismo e di sottomissione al signoraggio sulla moneta esercitato dal sistema bancario privato e dalle banche centrali da questo controllate. Una ragnatela speculativa dove l’esclusivo interesse privato strangola la sovranità politica e monetaria degli stati nazionali e l’autodeterminazione dei popoli.
Tale sistema perverso nasce in Inghilterra ad opera dello scozzese William Paterson, mercante, avventuriero e banchiere. Il 27 luglio 1694 Paterson ottiene dal sovrano protestante Guglielmo III d’Orange (al potere dal 1689 come re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia dopo la deposizione di suo zio Giacomo II, cattolico. Ancora oggi l’oppressione “orangista”, incentivata e protetta da Londra, contro i cattolici repubblicani d’Irlanda è oggetto di funesta cronaca quotidiana) l’autorizzazione ad operare come banchiere ufficiale del regno. Fonderà la Banca d’Inghilterra, prima banca di emissione privata, che godrà così del privilegio di emettere moneta da prestare ad usura allo Stato (il primo prestito al governo inglese ammonterà a 1.200.000 sterline). Nella sua memorabile sentenza: “La banca trae beneficio dall’interesse che pretende su tutta la moneta che crea dal nulla” vi è racchiuso il nucleo ideologico del significato di signoraggio sulla moneta. È, quindi, a partire da tale data che i governi perderanno la loro sovranità economica e il potere di emettere moneta sarà delegato ad una banca privata. Non faranno ovviamente eccezione gli Usa, che nonostante l’indipendenza dalla madrepatria proclamata con la famosa dichiarazione del 4 luglio 1776, saranno sempre soggetti all’usurocrazia monetaria della Federal Reserve, divenendo ben presto il braccio armato del liberismo mondialista. Con due eccezioni, però, anche se di breve durata per la tragica sorte toccata a chi osò andare controcorrente: Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy. Tuttavia, ad onor del vero, già Thomas Jefferson, al tempo in cui ricopriva la carica di segretario di Stato durante la presidenza di George Washington, si era fermamente opposto al progetto di fondazione di una banca centrale privata (la First Bank of the United States) caldeggiato dall’allora ministro del Tesoro Alexander Hamilton. Personaggio ambiguo e contraddittorio (in origine sosteneva esattamente l’opposto, e cioè che la cosa pubblica non potesse essere delegata ad una banca privata poiché questa tutelava esclusivamente i propri interessi), l’Hamilton fu accusato di essere strumento dei banchieri internazionali, probabilmente in combutta con i Rothschild, che proprio in quel periodo, per bocca del fondatore della dinastia, l’ebreo askenazita Mayer Amschel, memore forse della succitata celebre frase del suo predecessore scozzese, aveva sentenziato: “Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una nazione e non mi interesserò di chi ne formula le leggi”. Come siano andate poi le cose per il XVI e XXXV presidente Usa è cosa tristemente risaputa. Lincoln sosteneva che il privilegio dell’emissione della moneta dovesse essere prerogativa esclusiva del governo e che il denaro da padrone sarebbe dovuto diventare servitore dell’umanità. L’applicazione pratica di tali principi portò all’emissione di banconote non gravate dagli interessi da corrispondere ai banchieri privati. Il 15 aprile 1865 Lincoln veniva assassinato in un palco del teatro di Washington. Stessa sorte, cento anni dopo, toccava a Kennedy, il quale, cinque mesi prima del suo assassinio, aveva firmato l’ordine esecutivo n. 11110 con il quale il governo aveva il potere di battere moneta dietro copertura argentea. Anche in questo caso lo Stato non pagava più gli interessi alla banca di emissione privata. Un duro colpo al signoraggio bancario che si infranse il 22 novembre 1963. Da allora nessun altro presidente Usa si è più arrischiato a sfidare i Signori del denaro.
Un salto all’indietro, necessario per comprendere anche taluni oscuri risvolti dell’immane II conflitto mondiale, troppo spesso sottaciuti dalla cosiddetta storiografia ufficiale, ci porta ai cosiddetti accordi di Bretton Woods del luglio 1944, sottoscritti dai rappresentanti delle Nazioni scese in campo contro le potenze dell’Asse (per inciso Italia e Germania, “stati canaglia” ante litteram se si dovesse prestar fede all’attuale way of thinking mondialista, avevano ricondotto sotto l’egida pubblica l’emissione della moneta). Per volontà statunitense fu imposto il dollaro come valuta ufficiale per i pagamenti internazionali e moneta di riserva delle Banche centrali, modificando radicalmente il piano originario che prevedeva l’istituzione di una propria unità monetaria, il bancor, che avrebbe soppiantato nel tempo l’oro come strumento finanziario internazionale. Nacquero anche la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, organismi economico-finanziari oggi più che mai tristemente alla ribalta per i loro diktat insindacabili di draconiane politiche liberiste lacrime e sangue che ogni singola Nazione è tenuta ad applicare al suo interno (emblematici sono i casi della Grecia e dell’Irlanda, mentre attualmente è finita nel mirino degli usurai internazionali anche l’Ungheria, rea di non aver provveduto a falcidiare lo stato sociale secondo i desiderata dei poteri forti).
I Signori del denaro e della finanza apolide, fedeli all’insegnamento di Nathan Rothschild: “Compra quando il sangue scorre per le strade, e vendi al suono delle trombe”, hanno poi perfezionato i loro meccanismi di assoggettamento della res publica (politica, economica, sociale) agli interessi esclusivi di un pugno di uomini votati al governo del mondo.
Così gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944 hanno segnato l’incipit di un rinnovato e attualizzato sistema di controllo da parte delle trionfanti forze della finanza mondialista sull’economia reale delle singole nazioni attraverso l’imposizione del dollaro come moneta internazionale e come riserva valutaria di tutte le banche centrali.
A tali istituti privati (attenzione, non istituzioni pubbliche come talvolta si tende furbescamente e servilmente a qualificarli), tutti al servizio delle principali banche d’affari internazionali (non fa ovviamente eccezione la nostra Banca d’Italia, banca privata a tutti gli effetti in quanto proprietà delle maggiori banche nazionali e straniere sue azioniste), fa capo il signoraggio sulla moneta, vale a dire il diritto di battere moneta per conto dello Stato, al quale sarà poi prestata dietro pagamento di un interesse. Da tale “cilindro magico” scaturisce il cosiddetto debito pubblico; in altre parole il conquibus che ogni cittadino-lavoratore-suddito deve pagare alla banca centrale del proprio paese per utilizzare la moneta coniata dai banchieri privati (assieme all’altro artificioso parametro conosciuto come PIL si riesce in tal modo ad influenzare e ingabbiare l’intera economia mondiale).
Orbene, dopo le summenzionate “intese” stipulate nella cittadina nordamericana del New Hampshire, nuova tappa cruciale per l’assoluto e incontrastato dominio della finanza apolide sulle economie nazionali sarà la fine del conio tradizionale della moneta e l’inizio del monetarismo virtuale. Il 15 agosto 1971, infatti, Richard Nixon, XXXVII presidente degli Stati Uniti d’America, non potendo più sostenere il peso della convertibilità dollaro-oro sancita a Bretton Woods abolisce tale meccanismo. Una mossa probabilmente dettata dalla richiesta della Francia (governo De Gaulle 1958-1969) agli Usa di convertire senza indugio in oro le montagne di dollari accumulate nei propri forzieri e dal ritiro dei propri depositi in dollari dalle stesse banche nordamericane. In concreto una scelta coraggiosa per riappropriarsi della propria sovranità politica, economica, culturale e militare (uscita della Francia dalla Nato, fine della guerra coloniale in Algeria e relazioni fattive con i paesi dell’est) che sarebbe costata molto cara all’indomito combattente di Lille. L’obiettivo degli “yankee” era ora impedire ad ogni costo che le altre Nazioni-colonia europee ed extra europee seguissero l’esempio francese.
Se ciò fosse accaduto avremmo assistito al crac dell’intero sistema bancario statunitense. Così, fedele al motto “muoia Sansone con tutti i Filistei” o, se preferite, al perverso adagio del “tanto peggio tanto meglio”, la manovra statunitense dell’abolizione della convertibilità oro-dollaro innescò una perniciosa depressione economica a livello mondiale, che ebbe il suo culmine nel biennio 1973-1975 e che richiamò alla mente la grande crisi degli anni trenta, che gli Usa cercarono di superare attraverso il massiccio ricorso all’industria bellica.
Grazie alla trappola di Pearl Harbour tesa ai giapponesi, il presidente Roosevelt riuscì ad ingannare lo stesso popolo americano e a fargli digerire, con “democratica” impudenza, l’entrata Usa nell’immane conflitto, che, a parole, aveva ipocritamente aborrito nel suo programma elettorale (“non una goccia di sangue di giovani americani sarebbe stata versata nel conflitto in corso in Europa e nel mondo”).
Vano fu anche il tentativo di Ezra Pound, dall’aprile al luglio del 1939, di dissuadere Roosevelt dal gettare l’America nella guerra mondiale.
La caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’impero sovietico, al di là della retorica fuorviante e dei falsi propositi di libertà e di giustizia sociale per i popoli d’Europa, hanno al contrario determinato il trionfo indiscusso della cupola plutocratica liberista, che sta ora portando a termine il suo disegno di dominio incontrastato sull’economia mondiale, grazie anche alla totale genuflessione e sottomissione della classe politica (di centro, di destra e di sinistra) agli interessi delle forze dominanti. Si è così profeticamente avverata l’arguta sentenza dello stesso Pound: “I politici sono camerieri dei banchieri”.
In nome del Dio Mercato e del profitto estremo si stanno smantellando tutte le conquiste sociali del secolo passato: dal posto di lavoro stabile e duraturo al diritto di sciopero, dalla salvaguardia del potere d’acquisto per stipendi e pensioni allo stravolgimento del sistema previdenziale e sanitario; dall’attacco sistematico e concentrico alla contrattazione nazionale (Fiat docet!) all’imposizione di contratti individuali; dalla “riforma” delle retribuzioni, sempre più relegate nella spirale perversa della produttività senza limiti alla contrazione dei diritti personali e sindacali; dalla criminale restrizione del credito (vedi Basilea 2) alle piccole e medie imprese, all’artigianato e al commercio, con conseguente aumento della disoccupazione, al sempre più massiccio ricorso al lavoro sottopagato o in nero. Le banche non sono certamente estranee a tale logica. Da alcuni anni lo stanno pesantemente sperimentando sulla propria pelle i lavoratori del credito: scorpori, cessioni di rami d’azienda, accorpamenti, fusioni, delocalizzazioni e banconi vari sono oggi il pane quotidiano che i grandi gruppi bancari, divenuti vere e proprie multinazionali, distribuiscono ai propri dipendenti e alla collettività tutta.
È forse lo stesso mercato, come ha denunciato a ragione Claudio Tedeschi dalle colonne de Il Borghese dello scorso giugno, “(…) controllato e gestito dalla finanza internazionale e dai grandi gruppi bancari che hanno portato le borse al tracollo? Lo stesso mercato che è servito alle grandi banche d’investimento (Goldmann Sachs, una per tutte) per mentire, speculare, raccogliere denaro buono e vendere titoli “taroccati” ed i cui dirigenti percepivano stipendi annuali nell’ordine di milioni di dollari, mentre i cittadini truffati perdevano il lavoro e la casa, travolti dallo scandalo dei mutui sub prime? No non intendiamo morire in nome del libero mercato”.
Sì, ribadiamo noi, si tratta della stessa logica del “Libero Mercato über alles” che, soprattutto a partire dall’ultimo quinquennio, sta inesorabilmente trascinando nel baratro anche il mondo del lavoro e della produzione italiani. E se da un lato concordiamo pienamente con la soluzione prospettata dall’articolista riguardo alla nazionalizzazione della BCE e alla creazione di una Banca centrale europea che sia emanazione dei singoli governi per abbattere finalmente il signoraggio sulla moneta, facendo così crollare non solo il costo del denaro ma anche i deficit dei singoli Stati membri, dall’altro noi prospettiamo un ulteriore affondo attraverso la socializzazione delle principali risorse strategiche e produttive delle Nazioni. Solo in questo modo si potrà ristabilire nel Lavoro (colla elle maiuscola) il valore fondante dell’uomo, sulla scia dell’esperienza, breve ma pregnante, della parentesi socializzatrice che l’Italia della RSI sperimentò negli ultimi mesi della guerra: la socializzazione della Fiat (alla faccia dell’odierno “manager” in pullover!), dell’Ansaldo, della Dalmine, della siderurgia, dei tabacchifici e di tutte le maggiori aziende italiane. Un esempio coraggioso di alta socialità che volle riconoscere nel lavoro e nei lavoratori il nucleo fondante dello Stato e della collettività.
È tempo che i popoli prendano finalmente coscienza che non si può morire né per Maastricht né per le mene dei banksters. Due secoli fa Honoré de Balzac, nel suo famoso romanzo Grandeur et décadence de César Birotteau del 1837, affermava: “Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione; scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà”.

Di Pino Biamonte, www.rinascita.eu


martedì 17 agosto 2010

Demo(nio)crazia, trappole e traditori.


Uno statista del secolo scorso diceva che i parlamentari pensavano solo ad essere eletti, dopodiché per quattro anni si facevano i loro affari. Aggiungerei quello che diceva un partigiano, che il parlamento cioè non rappresentava proprio gli italiani a causa del fatto che non c'erano contadini eletti... mentre tra gli italiani ce n'erano parecchi.... Una volta capito che chi dice di rappresentarci fa solo i suoi interessi, diventa facile capire che il sistema non va. Manca solo capire di che interessi si tratta.

Quello che la maggior parte della gente non sa è che oltre ai tre tradizionali poteri fondamentali dello stato, legislativo, esecutivo e giudiziario, esiste un super-potere che è quello della finanza e del sistema bancario. Un potere che da sempre vive nell'ombra delle sue pratiche poco trasparenti, che sceglie e qualifica i propri massimi aderenti attraverso un'opera di selezione effettuata da organizzazioni anodine e talvolta segrete (se non nell'elenco dei suoi membri, nell'elenco delle gesta). Questo sistema del credito e dell'accreditamento perdura da circa 6.000 anni ed ha decretato fortune e sventure di imperi, spesso crollati sull'onda della loro stessa infinita arroganza. La stessa arroganza che leggi oggi negli occhi del funzionario di banca che ti nega un affidamento, o te lo revoca, sapendo che non hai nessuna autorità superiore cui rivolgerti per invocare un giudizio equo o semplicemente "altro". Perché poi scopri che alla magistratura basta solo la parola del funzionario bancario, sicuramente uomo d'onore, per emettere una condanna o per pignorarti tutto. Un ex concessionario della Ford mi disse ad un certo punto che, esasperato per una situazione simile durante una riunione in banca in cui si decideva della sua situazione creditoria, ebbe a dire a battuta: Ma come si fa per difendersi da voi? Occorre rivolgersi alla mafia? Allorché il direttore generale della banca gli si avvicinò e, sorridendo, gli sussurrò all'orecchio: "Siamo noi la Mafia!".


Se ci accorgiamo che la prima legge unitaria d'Italia fu l'istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico, possiamo cominciare ad insospettirci sulle reali motivazioni dell'Unità d'Italia... Se poi scopriamo che questo libro a sua volta prende a modello quello del Gran Livre de la Dette Publique instaurato nel 1793 in Francia, poco dopo la rivoluzione francese, ci interesserà indagare sul perché quest'ultimo riconosceva come validi tutti gli indebitamenti PRECEDENTI la rivoluzione stessa! LE RENDITE RIMANGONO SEMPRE INTATTE: cambiare tutto per non cambiare niente. E chi le prende queste benedette rendite legate al debito pubblico? Ovviamente, chi detiene i titoli di stato. I misteriosi RENTIERS citati talvolta da ambienti di destra o sinistra al di fuori dei giochi. RENTIERS che sarebbero, secondo l'immagine agiografica propugnata da finti patrioti infedeli e traditori, alla fine riconducibili ad una povera vecchietta che vive della rendita dei titoli. Una specie di vecchia battona che, arrivata ad una certa età, investe il patrimonio faticosamente sudato in titoli del debito di stato, sicuramente!

La vecchia battona si chiama: BANCA D'ITALIA, intendendo il sistema di banche ad essa collegata.

E qui occorre precisare una cosa: le banche non sono intermediarie del credito, ma bensì creatrici del credito. Più del 90% del denaro viene oggi creato dalle banche attraverso false scritture contabili. Una realtà ignorata dai giudici di Pinocchio, ovvio. Specialmente quelli dei tribunali fallimentari. Più fallimentari di così!

Nella targa esposta sulla prima aula penale del Tribunale di Bergamo, i nostri "amici" goliardi vestiti d'ermellino, hanno inciso nella pietra: "Realizzata col contributo della Fondazione del Credito Bergamasco". Non si vergognano ormai più nemmeno, questi funzionari pagati dalla Banca d'Italia per fare i giudici, attraverso il servizio di Tesoreria dello Stato usurpato dal 1907, affidato senza mai alcuna gara e rinnovato automaticamente ogni vent'anni...

Qui la magistratura deve fare una scelta precisa, per evitare di essere anch'essa giustiziata dal Tribunale della Storia: o con Bankenstein o con il Popolo Italiano. Oppure le sentenze le dovrà emettere "In nome della consorteria dei banchieri italiani". Individuato il legame che subordina il potere giudiziario a quello bancario, riscontrabile in maniera clamorosa all'interno dei procedimenti fallimentari, dove la moneta falsa dei banchieri vien presa per buona, come fosse davvero un TANTUNDEM, ci rimangono altri due poteri corrotti da analizzare: quello legislativo e quello esecutivo.

Il potere legislativo ci ricollega all'inizio di quest'articolo. La sua corruzione si vede benissimo dal fatto che mai, MAI, sono stati discussi in aula i vari disegni di legge relativi alla ripresa della sovranità monetaria, quelli ispirati al lavoro del professor Giacinto Auriti. Piuttosto si è preferito lasciar cadere i governi invece di semplicemente discuterli in pubblico. E già.... perché l'esempio eclatante della corruzione legislativa lo si riscontra leggendo attentamente la legge sul segreto di stato laddove pone sotto segreto informazioni relative alle scelte economiche e monetarie, negando l'accesso alle prove decisive su azioni eversive dell'ordine costituzionale ed in contrasto con l'art.3 della Costituzione stessa. Tipico frutto ne fu il Trattato di Maastricht, dove di fatto tutta la sovranità economico-monetaria venne ceduta in blocco ad una banca privata derivata dalla società Istituto Monetario Europeo, la BCE.

Quello che sto dicendo è che laddove lo stato decide di destinare oltre il 50% delle risorse per costituire rendite private per personaggi che si nascondono dietro la proprietà delle banche e delle fondazioni, per oligarchi benedetti dall'Opus Dei, sta violando l'articolo dove dice che "è compito della repubblica eliminare gli ostacoli allo sviluppo economico e sociale", perché proprio questi ostacoli perpetra senza vergogna! Difatti, mentre la BCE, e ancor prima la Banca d'Italia, si è schermata completamente dalle eventuali direttive politico-democratiche sovrane, viceversa essa stessa influisce eccome - attraverso ricatti collegati al debito pubblico - sulle politiche dei paesi UE e dei singoli governi. E quegli atti terroristici di "moral suasion" nei confronti dei governanti sono ancor oggi coperti da segreto di stato... tanto per chiudere il cerchio. Ecco perché a Pierpaolo Pasolini "mancavano le prove" !

A questo punto non rimane che l'esecutivo, il governo ladro, da esaminare. L'esecutivo potrebbe porre fine a questo scempio secolare tramite un decreto d'emergenza che instauri una super-procura anti-Bankenstein, se vuole recuperare credibilità. E disponendo che gli apparati di intelligence elaborino delle strategie e tattiche a supporto di politiche monetarie d'emergenza volte ad evitare che il paese sprofondi ancor più in una depressione senza fine. Il Governo può obbligare il Parlamento almeno a discutere i progetti di legge che esaminano il REDDITO DI CITTADINANZA, una indennità mensile erogabile a tutti fin da subito attraverso l'emissione di una "moneta nazionale d'emergenza".

Oppure, andate tutti quanti a farvi impiccare sotto al ponte dei frati neri della Goldman Sachs.


http://leconomistamascherato.blogspot.com/2010/08/demoniocrazia-trappole-e-traditori.html


domenica 6 giugno 2010

VENDI TUTTO.


Alla fine hanno gettato la maschera, le chiacchere stanno a zero: l'Unione Europea e la moneta unica sono un progetto fallimentare, ancora non fallito solo per adesso. Da Novembre 2009 a Maggio 2010 la posta sul tavolo è passata dai ridicoli 10 miliardi di euro per aiutare la Grecia ai 750 miliardi per salvare il salvabile. E lo stillicidio continua: adesso tocca alla Spagna che perde la tripla A. Per chi non avesse ancora capito sta per arrivare un conto salatissimo, altro che politica di austerity dei conti pubblici stile lacrime e sangue !  Direi molto, ma molto peggio.

Comiciamo con lo svegliare il risparmiatore italiano che confida eternamente sulla sicurezza dei titoli di stato, al momento se c'è un paese al mondo che ha la possibilità di bissare il default dell’Argentina a distanza di dieci anni, lo troviamo proprio dentro ai confini europei.  Eh sì, perché ormai tutta l’attenzione mediatica è incentrata sulla inquietante architettura debitoria che hanno tutti gli stati europei, nella fattispecie preoccupano gli intrecci debitori sulle detenzioni dei titoli di stato che i paesi virtuosi hanno nei confronti dei paesi periferici. Sostanzialmnete il debito dei paesi strutturalmente deficitari è in mano ai paesi virtuosi: quindi la vita di questi ultimi è strettamente collegata a quella dei paesi al momento in difficoltà. Il destino del debito dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna: preferisco l’Italia all’Irlanda) rappresenta il destino dell’Euro e dell’Europa.

Quello che sta accadendo il tutto il mondo è proprio una perdita di credibilità dell’euro in considerazione delle incapacità che avranno i paesi europei nel futuro per onorare questi debiti. E questa incapacità è dettata oltre che da evidenti deficienze strutturali (forse insuperabili) anche da oggettive problematiche legate allo sviluppo dei trend demografici della popolazione europea: è un po come avere una trave nel culo e voler andare a fare un giro in bicicletta. Direi che è abbastanza arduo oppure molto doloroso. Giorno dopo giorno la verità viene centellinata goccia a goccia per evitare fenomeni tipo le bank runs o la fuga dai titoli di stato, qualunque essi siano. Il debito infatti, prima o poi, qualcuno lo dovrà rimborsare. Quelli che scrivono che non vi è da preoccuparsi o che attraverso finanziarie che non avranno impatto sulle tasche dei contribuenti mi sembrano opinionisti improvvisati che filosofeggiano in un campo di letame. 

Altro che manovre lacrime e sangue: in Europa è ormai in atto un progressivo impoverimento, il quale ha già raggiunto e superato in alcuni stati il punto di non ritorno.  Quanto stiamo vivendo è il frutto della convergenza molto spiacevole di due gradienti evolutive: da una parte il processo di apertura ad Oriente senza alcun tipo di controllo o limite (che ha portato a regalare posti di lavoro una volta europei agli orientali) e dall’altra, il progressivo invecchiamento della popolazione europea, con l’Italia e la Spagna che fanno da apripista. Un modello economico (il nostro), basato su un protezionismo sociale sfrenato, purtroppo non ha futuro: il ridimensionamento del gettito fiscale dovuto ad una mutazione del tessuto produttivo e della disocupazione giovanile sta diventando una bomba con la miccia accesa. 

Vi è di più: le attuali generazioni di pensionati, a cominciare da quelli italiani, non si rendono conto di quello che sta accadendo, hanno visto in passato la giostra della cuccagna che ha sempre elargito regali a tutti e ora borbottano spazientiti perché non riescono più a conseguire le rendite finanziarie di un tempo o perché non riescono ad affittare l’appartamento che hanno ai prezzi di cinque anni fa. Purtroppo nella maggior parte dei casi abbiamo a che fare con persone stupide, ignoranti ed avide. Di certo la loro generazione al momento non può essere chiamata in causa per risolvere proprio quello che ha creato. I ragazzi di oggi che sono interinali a singhiozzo devono beffardamente ringraziare i loro nonni o i loro genitori per quello che sta accadendo o per il lavoro che non hanno. Purtroppo non può avere futuro un paese in cui sono (per adesso) i nonni a prendersi cura dei nipoti, e non il contrario. Il peggio deve ancora arrivare: l’unica incertezza è il quando.

Di Eugenio Benetazzo, www.eugeniobenetazzo.com


mercoledì 26 maggio 2010

L’Italia messa in vendita. E fanno finta di nulla.


In principio era Maastricht, e Maastricht era presso di noi, e Maastricht fu noi... L’inizio europeo della Globalizzazione, l’inizio del Libero Mercato, l’inizio della Flessibilità, delle Privatizzazioni, della Sovranità economica-finanziaria ceduta alle banche centrali a e ai loro Regolatori: le agenzie di rating, la Banca dei Regolamenti Internazionali, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Era il 7  febbraio del 1992 e, non a caso, per l’Italia, la firma fu apposta dall’allora ministro “socialista” Gianni De Michelis. Per acquisire meriti con i padroni atlantici, con i Signori del denaro e per mandare avanti i suoi affari con la Cina. Un buon triplice paracadute - a pensarci oggi bene  -  per evitare l’ostracismo democratico lanciato sul suo capo-partito, Bettino Craxi, ritenuto un avversario da abbattere dai Regolatori Atlantici.
Vi risparmiamo il declivio dei 18 anni trascorsi. Accenniamo appena alla gita sul Britannia degli Andreatta, Draghi, Soros e banchieri d’affari per la svendita in blocco del patrimonio pubblico italiano, delle migliori aziende nazionali, dalle telecomunicazioni all’energia, ai trasporti, ai gioielli dell’industria di trasformazione, al settore manufatturiero. Ricordiamo il varo, con Amato - dopo una svalutazione della lira non bloccata da Ciampi - della prima stangata lacrime e sangue che colpì le tasche degli italiani, “protetta” - sic - da un prestito a usura internazionale. Poi la folle decisione - ah: di Prodi, D’Alema, Ciampi & Co. - di lanciare una moneta unica, l’euro, senza gradualità, e senza alcuna difesa contro i raid della finanza usuraia internazionale. Quindi l’esplosione della speculazione finanziaria, con le nostre amministrazioni pubbliche - dalle comunità montane alle Regioni - in gara a contrarre più prestiti “facili” possibili, e con enti di diritto pubblico e privato - pensiamo ai fondi assistenziali e previdenziali, ma non soltanto a quelli - messi “sul mercato”. Ricordiamo il 2008 e il crollo della finanza derivata e dei mutui anglo-americani e le conseguenti misure di salvataggio delle maggiori banche ai danni dei cittadini. E, di recente, l’attacco speculativo ai “pigs” - ai “maiali” mediterranei: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna - e cioè il crack dell’euro per rafforzare il dollaro, permettere la rivalutazione dello yuan cinese. E infine ricordiamoci dell’unanime Elogio al Trattato di Lisbona, firmato il 1 dicembre 2009, per “affrontare la globalizzazione”.
Mescoliamo bene il tutto, et voilà, il desco è servito.
Non soltanto da 18 anni siamo forzati a distruggere le nostre produzioni, delocalizzarle, per così comprare  quello che producevamo all’estero; non soltanto abbiamo visto devastare il Lavoro e spingere la maggior parte dei nostri cittadini in un nuovo Lumpenproletariat; non soltanto ci hanno privato dell’elementare diritto di essere proprietari del denaro che guadagnamo; non soltanto ci hanno costretto in una spirale nella quale compriamo dalle banche il denaro per pagare le banche; non soltanto siamo diventati carne da cannone per le guerre anglo-americane di dominio delle risorse energetiche dei Paesi in via di sviluppo... Ma poi dobbiamo anche ringraziare i nostri salvatori, i liberatori.
Come? Naturalmente adottando anche noi - come la Germania, come tutti i Paesi-colonia d’Europa - politiche di restrizione dei redditi che faranno ancora più stagnare la nostra economia, per lasciare qualche attimo di respiro a quelle dei padroni atlantici.
E il ministro? E il ministro Tremonti? Non aveva forse negato, anzi “scommesso”, che non vi sarebbero state più stangate?
Un altro Padoa Schioppa. Un altro Ciampi. Un altro Amato.

Di Ugo Gaudenzi, www.rinascita.eu


giovedì 13 maggio 2010

Soros parla di speculazione insieme ai suoi complici.


Alcuni dei peggiori banditi in guanti bianchi del mondo si sono riuniti ieri a Zurigo in un vertice, ovviamente a porte chiuse, come gli incontri del Bilderberg e della Commissione Trilaterale. Un comunicato aveva anticipato che l'incontro puntava “a stimolare la riflessione sul funzionamento del sistema monetario internazionale e a stimolare i governanti a un dialogo sulle riforme necessarie nel medio e lungo termine”. Una puntualizzazione che fa presagire che l’incontro di ieri abbia rappresentato l’occasione per delineare proposte in un funzione della realizzazione di un sistema di controllo globale della finanza nel quale comanderanno gli stessi criminali che hanno innescato la crisi del 2008 e che oggi, di nuovo in piedi grazie agli aiuti statali, hanno ripreso nelle loro speculazioni, del tipo di quelle hanno affossato la Grecia.
Ad organizzare l’evento sono stati i padroni di casa della Banca nazionale svizzera e il Fondo monetario internazionale. C’erano alcuni governatori delle banche centrali, investitori e rappresentanti di organismi internazionali. Erano presenti il governatore della Banca centrale svizzera, Philipp Hildebrand, quello della Bundesbank, Axel Weber, il cinese Zhou Xiao Chuan, e il francese Jean Claude Trichet presidente della Banca centrale europea. Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve Usa non si è fatto vedere ma a rappresentarlo c’era Donald Kohn. Presenti al vertice anche i finanzieri Willem Buiter (uno dei massimi dirigenti di Citi Group) e George Soros, quello che viene considerato a ragione l’emblema stesso della speculazione.
Nel suo intervento Kohn ha affermato che l'economia Usa deve contare più sul finanziamento agli investimenti produttivi e meno sul debito legato a consumi privati e immobiliari. Peccato che Kohn non abbia ricordato che la Federal Reserve e il Tesoro Usa in questi ultimi due anni hanno fatto tutto meno che finanziare l’economia produttiva ma che invece hanno continuato ad aiutare massicciamente gli speculatori, tipo Goldman Sachs, che avevano versato una barca di quattrini per la campagna elettorale di Obama il quale, una volta alla Casa Bianca, ha pensato bene di ricambiare il favore. Tanto i soldi utilizzati non erano certamente suoi ma dei cittadini Usa.
La presenza di un autentico bandito come Soros a Zurigo a parlare di regole e di etica dovrebbe comunque indignare qualsiasi persona di buon senso visto che sarebbe come curare un malato di Aids iniettandogli dosi massicce di virus Hiv. Eppure agli gnomi di Zurigo, tanto per usare un termine reso famoso da John Kennedy, tutto questo pare perfettamente normale. Sono infatti i finanzieri come Soros, capaci di mobilitare risorse “virtuali” pari a 100 volte i soldi di proprietà, ad avere scatenato la crisi finanziaria che si è poi riversata sull’economia reale globale. Certo Soros non è la speculazione ma ne fa parte integrante come il suo degno compare John Paulson. A metà febbraio, Soros e Paulson, unitamente ad altri finanzieri Usa, si erano infatti riuniti a Wall Street per programmare un attacco contro l’euro, incominciando a speculare contro i titoli di Stato dei Paesi europei, contrassegnati da un alto debito, come appunto la Grecia. Il resto è cronaca recente. Un’azione che ha fatto arricchire Soros come nell’autunno del 1992 quando speculò contro la lira obbligando la Banca d’Italia di Ciampi (!) a svalutare la nostra moneta del 30% e rendendo più appetibili per la finanza anglosassone le imprese pubbliche che il governo dell’epoca (quello di Giuliano Amato) aveva messo sul mercato. L’offensiva contro la Grecia, oltre al guadagno immediato, aveva tra i suoi obiettivi anche un traguardo del genere. Tanto per confermare che la speculazione con mezzi “virtuali” finisce sempre razziare la ricchezza reale delle Nazioni.
 
Primi soldi alla Grecia e impegni per tutti
Il ministero delle finanze della Grecia, Georgos Kostantinou, ha chiesto ai Paesi dell'Eurozona la prima tranche di aiuti per 14,5 miliardi che servirà a rifinanziare i titoli del debito pubblico in scadenza il prossimo 19 maggio. Oggi la Grecia riceverà altri 5,5 miliardi di euro dal Fondo Monetario Internazionale. Complessivamente la Grecia dovrebbe ricevere in tre anni finanziamenti pari a 110 miliardi a fronte dei quali dovrà operare massicci tagli alla spesa pubblica, in particolare alle pensioni e agli stipendi dei dipendenti pubblici. I prestiti alla Grecia e ancora di più la costituzione di un meccanismo capace di mettere in campo 750 miliardi per difendere l’euro dalla speculazione, sono stati l’occasione per un regolamento di conti interno tra quei Paesi che credono di essere “virtuosi” perché tengono stretti i cordoni della spesa pubblica, in primo luogo la Germania, e gli altri considerati cicale perché portati a spendere e spandere. La Grecia quindi, seguita da Portogallo, Irlanda e Spagna. Quelli indicati dall’acronimo PIGS. Per non parlare dell’Italia che con il suo 112% di debito pubblico sul PIL non si trova davvero in condizioni ottimali. Ma anche la Francia dalla quale, secondo Bruxelles, verrebbero segnali non incoraggianti sulla capacità di tenere sotto controllo il debito. Così, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, il finlandese Olli Rehn, ha ricordato che Italia e Francia, come Spagna e Portogallo soffrono di un indebitamento elevato e pertanto devono intensificare i loro sforzi per ridurlo. Ha ricordato Rehn che Madrid e Lisbona sono state obiettivo di speculazioni. Di conseguenza, si deve temere che queste potrebbero in futuro colpire Italia e Francia. In particolare, ha lamentato Rehn, il governo di Roma non ha adottato un vasto programma di rilancio dell’economia perché non dispone di molti soldi in conseguenza del livello elevato del suo debito.

Di Filippo Ghira, www.rinascita.eu


mercoledì 12 maggio 2010

Toccherà anche all’Italia. Il Fmi ne è certo...


L’Europa dell’euro sta esplodendo, e i prossimi a finire sotto le macerie saremo noi italiani, i portoghesi e gli spagnoli. Poi verranno i francesi e i tedeschi.
Perché? Perché abbiamo tutti adottato una moneta, l’euro, che è sospesa nel nulla, non ha cioè uno Stato sovrano che la regoli, non si sa di chi sia, e soprattutto noi Stati europei la possiamo solo usare, non possedere. E’ tutto qui il disastro, e vi spiego.
Se la Grecia fosse ancora uno Stato che stampa moneta sovrana non avrebbe nessun problema, perché potrebbe fare quello che fecero gli USA con un indebitamento assai peggiore (25% del PIL) 60 anni fa: stampare moneta, pagare parti del debito e rilanciare l’economia senza quasi limite. E’ esattamente quello che fa il Giappone da decenni.
Osservate: oltre agli Stati Uniti che sono indebitatissimi (10.400 miliardi di dollari e in crescita prevista fino a 29 mila fra 3 anni), il Giappone ha oggi un rapporto debito-Prodotto Interno Lordo del 200% circa, la Gran Bretagna ha in pratica lo stesso deficit di bilancio della Grecia e dovrà prendere in prestito 500 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni.
Ma avete sentito da qualche parte che vi sia un allarme catastrofico su USA, Giappone e Gran Bretagna?
C’è qualcuno che sta infliggendo a quei tre Paesi le sevizie di spesa pubblica che saranno inflitte ai greci?
No! Perché?
Perché Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna sono possessori di una loro moneta non convertibile e non agganciata ad altre monete forti, e questo significa che i loro governi possono emettere moneta nel Paese per risanarsi come detto sopra. E attenzione: possono farlo  prendendola in prestito da se stessi, che a sua volta significa che se si indebitano fino al collo possono poi rifinanziarsi il debito all’infinito.
E’ come se un marito fosse indebitato con la moglie... cosa succede?  Nulla, sono lo stesso nucleo. Noi Stati europei invece dobbiamo, prima di spendere, prendere in prestito gli euro dalla Banca Centrale Europea, e quindi per noi i debiti sono un problema, perché li dobbiamo restituire a qualcun altro, non più solo a noi stessi. Noi siamo il marito e la moglie indebitati con gli usurai, ben altra storia.
Ribadisco: uno Stato con moneta sovrana, come appunto Stati Uniti, Giappone o Gran Bretagna, può emettere debito sovrano senza problemi, e finanziarlo praticamente all’infinito con l’emissione di altra moneta, e questo, al contrario di quello che tutti vi raccontano, non è un problema (i dettagli tecnici in un mio studio futuro). Quanto ho appena scritto, è stato confermato pochi mesi fa, fra gli altri, dall’ex presidente della Federal Reserve (banca centrale) americana, Alan Greenspan, che ha detto “un governo non potrà mai fare bancarotta coi debiti emessi nella propria moneta sovrana”. Infatti USA, Gran Bretagna e Giappone, che emettono debiti immensi, non sono al collasso come la povera Grecia e nessuno li sta crocifiggendo.
A voi che avete una mente libera, non viene da chiedervi perché gli USA sono rimasti al balcone a guardare, senza far nulla, la nascita di questo presunto gigante economico dell’euro?
Sono stupidi?
No. Sono furbi. Sapevano e sanno esattamente quello che ho detto, e cioè che con l’unione monetaria noi Stati europei ci saremmo ficcati precisamente nella gabbia in cui siamo: prigionieri di debiti che non possiamo più controllare e rifinanziare con una nostra moneta sovrana.

Di Paolo Barnard, www.paolobarnard.info


giovedì 6 maggio 2010

"DIVENTA PADRONE DEL TUO DENARO"





CORSO DI FORMAZIONE
"DIVENTA PADRONE DEL TUO DENARO"
CON EUGENIO BENETAZZO

HOTEL LA ROSETTA
PIAZZA ITALIA
PERUGIA

Dalle ore 18.00 alle ore 22.00

Per info: ilforasacco@libero.it
328.9230202


 



Obiettivi didattici:
La sessione didattica si predilige di consentire al piccolo risparmiatore privo di esperienza e conoscenza finanziaria di apprendere le informazioni e le strategie utili per imparare a come comportarsi innanzi ad uno sportello bancario o davanti ad un promotore finanziario per valutare con spirito critico ed oggettivo qualsiasi proposta ricevuta. Il seminario è rivolto prevalentemente a persone che vogliono imparare a gestire autonomamente il proprio denaro ed i propri risparmi evitando finalmente di delegare ciecamente a terzi in pieno conflitto di interessi la gestione dei propri risparmi.

Percorso formativo:
Durante lo svolgimento del seminario si analizzeranno i principali strumenti di investimento diretto come ad esempio ETF e fondi comuni di investimento oltre alle metodologie di selezione e riconoscimento dei prodotti più performanti: verranno fornite numerose indicazioni operative ed informazioni finanziarie per costruire e gestire un portafoglio di strumenti di investimento secondo le proprie aspettative e la propensione al rischio personale. Lo scopo principe del seminario è pertanto aiutare a sviluppare una dimestichezza e confidenza necessaria a gestire una propria massa critica di risparmio sia per realizzare rendite di posizione che per evitare perdite finanziarie dovute a precedenti gestioni in pieno conflitto di interessi.


giovedì 14 gennaio 2010

Razza che ramazza.

Adesso mi è tutto più chiaro. Al momento in cui sto scrivendo mi trovo allo Space Needle di Seattle, ormai saranno più di trenta giorni che sto girovagando per gli States con l'intento di realizzare un videodocumetario sulla crisi finanziaria e quella immobiliare: Boston, New York, Miami, Atlanta, Phoenix, Las Vegas, Los Angeles, Seattle e Chicago. L'economia americana è collassata per motivazioni razziali: il suo destino sembra ormai segnato da un lento ed inesorabile declino economico e sociale. Chi confidava in un miglioramento con l'avvento di Obama, mitizzandolo come il nuovo Kennedy, ha iniziato a  ripensarci. L'America di Obama non è l'America di Kennedy: alla metà degli sessanta, la popolazione americana era costituita per circa l'80% da bianchi caucasici (europei ed anglosassoni) e per il il 20% da svariate minoranze etniche (afroamericani, ispanici, orientali). Oggi è tutto cambiato: il 30% sono bianchi caucasici, il 30% sono ispanici, il 30% sono afroamericani ed infine il 10 % sono orientali. L'America come vista nei serial televisivi con i quali siamo cresciuti, da Happy Days a Melrose Place, non esiste più.



Questa trasformazione del tessuto sociale  ha comportato un lento e progressivo cambiamento negli stili di vita, nella capacità di risparmio, nella responsabilità civica e soprattutto nella stabilità e sicurezza economica. La cosiddetta crisi dei mutui subprime trova fondamento proprio in questa constatazione. Mi permetto di aprire una parentesi per accennare al meccanismo del credit scoring (necessario per comprendere il fenomeno dei subprime): in America ad ogni contribuente viene assegnato un punteggio di affidabilità utilizzando una scala valori che va da un minimo di 300 ad un massimo di 850 punti (è un modello matematico sviluppato da una società quotata al Nyse, Fair Isaac Corp.). All'interno di questo range possiamo individuare tre categorie di soggetti: prime consumer (750-850 punti con excellent credit), midprime consumer (720-750 con good credit) ed infine subprime consumer (660-720 con fair credit). Evito di soffermarmi nelle categorie con il rating inferiore (low and bad credit) per limiti di esposizione.  In base alla categoria di appartenenza varia la disponibilità di accesso al credito ed il costo dello stesso. Sostanzialmente il credit scoring è un modello di valutazione che consente di comprendere chi affidare e per quanto, oltre al fatto di selezionare i buoni pagatori da quelli cattivi, il tutto rapportato alla propria posizione debitoria e disponibilità reddituale.



Più carte di credito utilizzate, più fido richiedete, più le rate dei prestiti pregressi pesano in percentuale sul vostro reddito mensile, più ritardi nei pagamenti avete nel vostro track record personale, più il vostro credit scoring tenderà ad essere di basso livello. Sulla base di questo sistema, il 20% della popolazione americana è un soggetto prime, un altro 25% midprime ed infine quasi il 30% è un soggetto subprime. Il livello medio di credit scoring per un cittadino americano si attesta intorno ai 680 punti (subprime). Dal punto di vista statistico, troviamo tra i soggetti fair e low credit, per la stragrande maggioranza, gli appartenenti alle classi sociali legate alle ondate immigratorie degli ultimi decenni (per quello che ho potuto vedere non penso sia casuale).



Ma torniamo a noi. Durante la metà degli anni novanta, con l'intento di mitigare le tensioni e le disparità sociali della popolazione, nella constatazione che solo il 20% degli afroamericani ed il 30% degli ispanici erano proprietari della loro casa contro il 60% della popolazione bianca, vennero istituite delle piattaforme di ammortizzazione sociale che avrebbero consentito l'acquisto facilitato di un'abitazione a soggetti con capacità di redditto e disponibilità limitate. In buona sostanza il governo federale avrebbe garantito attraverso le varie GSE (Government Sponsored Enterprise come Fannie Mae e Freddie Mac) la remissione dei debiti concessi alle fasce sociali più deboli. Fu così che le banche iniziarono lentamente, ma con le pressioni del governo, a prestare denaro quando qualche anno prima non lo avrebbero mai fatto.  La ratio su cui poggiava questa scelta politica era identificata nella volontà di rendere i poveri meno poveri in quanto se “possiedi” un'abitazione puoi pensare di pianificare la tua vita e stabilizzare il tuo nucleo familiare, oltre a questo non dimentichiamo le motivazioni politiche volte a conquistare nuove fasce di elettorato grazie a proposte molto popolari.



Quello che è successo dopo a distanza di anni, dalla Lehman Brothers alla Fannie Mae, ormai fa parte della storia, senza dimenticare anche la complicità o incompetenza della FED. Una politica immigratoria troppo liberale e la mancanza di protezionismo culturale hanno presentato un conto impossibile da pagare per l'America che oggi inizia a comprendere cosa significa aver perso la propria originaria identità etnica. Lo scenario macroeconomico che caratterizza adesso il paese è tutt'altro che confortante e a detta di molti analisti indipendenti americani il peggio deve ancora arrivare. La disoccupazione è ovunque con disperati (non gli homeless) che chiedono l'elemosina di qualche dollaro e accampamenti di tende sotto i ponti delle freeway nelle grandi città. Obama ha subito una perdita di popolarità devastante, persino le persone di colore che lo hanno votato girano per le città con cartelli appesi al collo con la dicitura “Obama, dovè il mio assegno ? Allora quando arriva il cambiamento ?” In più occasioni mi sono sentito dire che la colpa è riconducibile ad un eccesso di liberalità immigratoria e ad una insensata politica di sostegno alle fasce sociali più deboli, che ha innescato il fenomeno dell'”overbuilding in bad areas”. Si è costruito troppo ovunque in area residenziali scadenti, prestando parallelamente denaro a chi non lo avrebbe mai meritato in passato.



Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e clandestinamente, hanno consentito l'abbassamento medio dei salari, mentre le concessioni, i sussidi ed il credito facile ai neri hanno distorto l'economia statunitense, rendendola drogata ed artefatta, portandola a basarsi esclusivamente sul consumismo sfrenato, il ricorso al debito e sulla totale incapacità di risparmio. Non lo avrei potuto immaginare, ma vi è un risentimento ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese che mi ha più volte intimorito: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani, orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile “Gran Torino”. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all'Università per Barbieri di Krusty (noto personaggio della serie televisiva The Simpsons)..



I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti, funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso.  L'America per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto sotto è un paese marcio e primitivo da far schifo, a me si è rivelato per quello che è realmente ovvero un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio. L'americano medio (che sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi spropositati. Pur tuttavia, nel lungo termine sono piuttosto dubbioso che si possa riprendere dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente che non si mettono a scimmiottare a turno a seconda della corrente politica che vince le elezioni, tipo la CNN o la FOX.



Di Eugenio Benetazzo, www.eugeniobenetazzo.com





domenica 21 giugno 2009

Somenthing isn’t going on.

Finanza, Sindacati, Lavoratori, Stato, chi sono i responsabili della crisi?





Siamo a Londra nel cuore della Finanza mondiale, proprio nel periodo in cui si avverte pesantemente la crisi prodotta dall’economia speculativa dei titoli americani tossici, che si è cercata di tenere segreta per molto tempo, ma che per i risvolti sfavorevoli causati alla gente comune non si può più tacere. In un giornale londinese Lite che è distribuito gratuitamente ai lettori, viene pubblicata un’ agghiacciante statistica che, plasticamente, rende palesi gli effetti negativi della crisi prodotta dalla finanza “creativa”: “In Gran Bretagna si perde un posto ogni 30 secondi e si è raggiunta una della più alte percentuali di disoccupazione della storia di questa nazione”. Tendenza confermata purtroppo anche da altri paesi europei e in Italia, nonostante le nostre banche siano state le meno esposte e le più solide. Per cui la crisi si riverbera pesantemente in maniera particolare sulle classi sociali umili e fa scivolare la classe media verso la soglia di povertà. Anzi noi italiani secondo la confcommercio corriamo il rischio, molto concreto, di vedere il nostro potere d’acquisto ridotto addirittura ai parametri del 2001. Una deriva disastrosa che ci riporterebbe indietro economicamente e farebbe svanire in un attimo 10 anni di conquiste salariali. Senza poi contare che, mancando alle famiglie le disponibilità economiche, vi è stata una pericolosa, quanto necessaria, contrazione dei consumi e, non girando la moneta, all’aziende mancano le entrate e la liquidità, per cui, aumentano le loro passività e gli indebitamenti. Infatti, quasi tutte le imprese stanno passando un periodo di grande sofferenza e si vedono costrette a licenziare, a rischiare di fallimento, oppure, nei casi estremi, a chiudere l’attività. Il quadro è inquietante e se vogliamo difficile e se non si pone rimedio subito a questa deriva, le ricadute sociali potrebbero essere gravi e le conseguenze imprevedibili. Il 2009, dopo il 1789 (rivoluzione francese e caduta delle monarchie), 1989 (caduta del muro di Berlino e del comunismo), segna, nei fatti, la caduta del mercato finanziario e del capitalismo speculativo e globale. Siamo ad una tragica, evidente contraddizione economica delle democrazie occidentali: il capitalismo basa tutta la sua teoria sull’asse produzione-vendita-profitto, in parole povere sul consumismo, ma, allo stesso tempo, restringe anzi toglie gli strumenti per consumare e le fonti di reddito (lavoro) alla gente. Il risultato è meno consumo, meno produzione, meno lavoro, meno profitto, proprio l’esatto contrario di quello che il capitalismo afferma. Ma il dato inquietante è un altro, la maggior parte dell’Umanità soffre e diventa più povera , mentre una ristretta cerchia di super capitalisti si arricchisce a dismisura sulla povertà altrui. Di più lo Stato non può e non vuole far nulla contro questo turbo  capitalismo apolide. Inoltre, cosa assurda, gli economisti che hanno prodotto un sistema economico usurocratico che, di fatto, ha fortemente ridotto e penalizzato le capacità d’acquisto e il lavoro delle persone, non pagano con la dura galera l’enorme disastro sociale che hanno prodotto, anzi sono ancora tutti liberi e, per premio, saranno gli stessi che determineranno gli assetti economici futuri e il nostro destino. Colpa della politica che ha permesso che l’economia prendesse il sopravvento  su di lei e come diceva Pound che i politici diventassero i camerieri dell’alta finanza. Infatti oggi l’agende politiche vengono programmate e dettate dai poteri forti, da gruppi finanziari defilati, dalle multinazionali, dalle commissioni, dalla confindustria e via dicendo. Piano, piano, nel nome del progresso, della democrazia e dell’economia si è ridotto, fino a renderlo nullo il peso contrattuale dello Stato e dei Sindacati. In realtà in Italia si è passati dalla carta del lavoro del 1927 con l’obbligatorietà della stipula di Contratti nazionali collettivi di categoria e della maggioranza dei contratti di lavoro a tempo indeterminato, alla realtà del terzo millennio con contratti non più nazionali e collettivi e di lavoro a tempo parziale, al precariato. Che limita fortemente la prospettiva sociale e familiare del futuro dei lavoratori. In pratica, sono stati scientificamente spogliati del loro grande potere ma anche lo Stato e i sindacati, colpevolmente, si sono fatti togliere il loro ruolo di garanti di un politica sociale garante dei giusti diritti dei lavoratori. Inoltre, per completare l’opera, i grandi speculatori finanziari sono diventati gli editori dei più importanti mezzi di comunicazione mondiale, dirigendo così, fino a manipolare a loro vantaggio, l’informazione. Un escursus storico e una premessa necessaria per comprendere meglio con i fatti il quadro generale della situazione in atto. Un esempio lampante di conferma che quanto sopra esposta risponde a verità, ci viene dalla visita che ho fatto a Londra con il sindacato dei giornalisti (National Union of Journalist). In pratica questo sindacato di categoria conta 38.000 iscritti ma concretamente è senza potere in quanto Margaret Hilda Roberts in Thatcher mise in pratica i dettami del turbo capitalismo con una sferzata a favore del mercato a discapito dei diritti dei lavoratori. Infatti, “la donna di ferro” approntò un programma economico secondo i rigido principio dell’ultra capitalismo; un mercato del lavoro senza vincoli: disoccupazione, Privatizzazioni, flessibilità nel mercato del lavoro, riforma pensionistica, liberalizzazione dei servizi pubblici: il Paese ha bisogno di mercato. Il Governo inglese guidato dalla Thatcher favorì a dismisura le privatizzazioni che sono state il capitolo più famoso e nefasto della politica economica della Thatcher. Un'uscita radicale dello Stato dall'economia: furono cedute ai privati le industrie automobilistica, aerospaziale, estrattiva, meccanica, elettronica, dello zucchero, dell'acciaio, cantieristica e petrolifera. Lo stesso si fece con servizi pubblici quali aeroporti, linee aeree, ferrovie, telecomunicazioni, elettricità, porti, gas, distribuzione dell'acqua e trasporti su strada. Inoltre, in soli quattro anni, il Governo Thatcher vendette quasi 600.000 unità immobiliari di enti locali e incoraggiò tutti i ministeri ad affidare ai privati, scelti con procedure concorrenziali, la fornitura di servizi. Le privatizzazioni dei servizi pubblici finalizzate a liberalizzare i mercati: in sei anni venne completamente ridefinito il quadro giuridico e regolatorio. Contemporaneamente alle privatizzazioni si operò una massiccia liberalizzazione del mercato del lavoro: in otto anni si ridussero i sussidi di disoccupazione, si limitò il diritto allo sciopero, si tolse l'obbligo di negoziazione sindacale dei contratti collettivi di lavoro. Ricette economiche devastanti proseguite e peggiorate anche dai governi successivi. Oggi il risultato sociale che ne deriva, ci tengo a ribadirlo, è distruggente: si licenzia un inglese ogni 30 secondi e il grado della disoccupazione è diventato molto preoccupante. Per cui, quando l’interlocutore sindacale ci ha riferito che, in generale, il sindacato inglese è stato ridotto ad una valenza di semplice club settoriale di supporto per gli iscritti, ma che in effetti dispone di limitata agibilità e di pochissime possibilità giuridiche di far valere i diritti dei lavoratori. Siccome l’Inghilterra è sempre anticipatrice di modelli da seguire, la stessa cosa si prospetta per tutta l’Europa. Infatti in Italia con l’ultime elezioni politiche del 2008 il sistema è diventato bipolare (che già è un limite al pluralismo), in effetti è diventato monopolare con programmi economici simili, dove l’agenda politica viene dettata dalla confindustria che a sua volta riceve gli indirizzi dai grandi potentati economici mondiali. L’ulteriore riprova di questa devastante accelerazione sono i quesiti referendari sul sistema elettorale che si stanno votando oggi e lunedì 22 giugno 2009, che se dovessero passare, dopo lo sbarramento che già limita la rappresentanza popolare, darebbero al partito che prende un voto in più la maggioranza assoluta.Ma che guarda caso trovano d’accordo indistintamente i due partiti maggiori: PDL e PD. I filosofi, gli economisti e i mass media funzionali al sistema, ci dicono che questo è il migliore dei mondi possibili, la democrazia, il migliore sistema di governo, l'economia finanziaria l'unica possibilità di progresso economico e umano. Però i frutti amari sociali del loro agire che stiamo sperimentando sulla nostra pelle hanno dimostrato che invece sono parole vuote, il paravento dietro il quale si celano invece i più luridi interessi del partito unico ultra-liberista e l' inganno continuo nei confronti della gente. Siamo di fronte ad un momento critico non solo a livello di economia globale, ma al sorgere di un nuovo governo mondiale dai contorni sociali inquietanti. E’ tempo che i sindacati, i mass media, i lavoratori prendano coscienza della realtà che li aspetta e non della scientifica disinformazione che le viene fatta. E’ ora che queste strutture ritornino autonome, libere e realmente condizionino chi, attraverso la speculazione finanziaria sta mettendo a repentaglio il nostro futuro e gli equilibri sociali del mondo. Senza lavoro non può esistere dignità per l’uomo e senza dignità del lavoro non esiste umanità. Infine le conquiste sociali si raggiungono con anni di dure lotte, si perdono in un attimo. Riprendere la lotta significa difendere i nostri diritti sociali ed affermare una nuova civiltà che è l’armonia fra capitale, lavoro e Stato, e che è la dignità di uno Stato, in questi momenti di crisi generale, si afferma non permettendo che dei gruppi defilati e ristretti possano condizionare negativamente la nostra vita. Questa è una battaglia di civiltà a cui nessuno coscientemente può e deve sottrarsi. Questa è la prova per cui o si è veramente liberi o si è soggiogati da una suadente realtà che, di fatto, è un'insoddisfacente vera bugia.



Articolo di Ettore Bertolini, tratto da www.tifogrifo.com