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venerdì 9 settembre 2011

Ahmad Shah Massoud 09-09-2001 / 09-09-2011

Ahmad Shah Massoud


di Franco Nerozzi



Di tanto in tanto, nel corso della storia, le radici invisibili della Sacra Pianta della Tradizione alimentano frutti straordinari, destinati, per la loro rigogliosa pienezza, a nutrire perpetuamente gli spiriti affamati di luce. A volte sono uomini di filosofia, artisti, letterati, figure religiose e politiche, individui generosi che donano più di quanto abbiano ricevuto, personalità che trascinano con carismatica attrazione moltitudini di anime verso destini grandiosi. A volte sono guerrieri. Come quello che incontrai più volte nel paese degli Ariani, alte montagne e sconfinati deserti tra Persia, Cina, Russia e subcontinente indiano: l'Afghanistan. Ahmad Shah Massoud, il "leone del Panjshir", il comandante dei mujaheddin che negli anni '80 combatterono e sconfissero le truppe di occupazione dell'Armata Rossa, parlava con la sobrietà e la semplicità degli uomini consapevoli del proprio valore. In una spoglia stanza di una casa segnata dalle schegge di bomba conobbi per la prima volta l'uomo che era già divenuto leggenda, incubo dei reparti sovietici, vessillo di libertà per un popolo che resisteva orgogliosamente all'imperialismo rosso. Il Panjshir, dove mi trovavo, aveva subito numerose offensive delle truppe di Mosca: bombardamenti a tappeto con Tupolev 16, e invio di venti, a volte trentamila soldati supportati da reparti corrazzati con l'appoggio di commandos che gli elicotteri russi depositavano sulle cime che circondavano la valle. Niente da fare: la distruzione dei villaggi, dei canali d'irrigazione e dei raccolti, il massacro di migliaia di civili, non era mai servito alla conquista della roccaforte di Massoud. Il comandante si ritirava, attendeva che i sovietici allungassero le loro linee nel dedalo di vallate e di remoti dirupi e puntualmente contrattaccava infliggendo al nemico pesanti perdite e umilianti lezioni di tattica militare. "Con l'aiuto di Allah l'Onnipotente e il sacrificio dei combattenti del "Jihad" riporteremo la pace in Afghanistan" mi aveva detto sorridendo serenamente mentre cupi boati salivano dalla piana di Charikar, lo sbocco del Panjshir verso Kabul.



Continua su:

http://www.comunitapopoli.org/uploads/ahmad_shah_massoud.pdf


lunedì 20 giugno 2011

“La resistenza pellerossa” Conferenza, sabato 25 giugno (ROMA)



Il 25 giugno del 1876 vicino al torrente Little Bighorn, nel territorio della Montana, una coalizione di guerrieri provenienti da diverse tribù indiane conseguì una schiacciante vittoria nei confronti del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti. L’evento è oggi conosciuto come Battaglia di Little Bighorn e costituisce l’espressione più celebre della tenace resistenza che i popoli pellerossa attuarono militarmente nei confronti degli usurpatori delle proprie terre.



Nella ricorrenza di quell’evento celebreremo, grazie alle testimonianze di Tiziana Malagò (Comitato Leonard Peltier), la dignità di un popolo, quale è quello pellerossa, che, sebbene vinto dalla storia, lotta tutt’oggi per affermare la propria identità profonda. Il Prof. Roberto Mancini (docente liceale di storia e filosofia) ci spiegherà come i “civilizzatori” che oppressero gli indiani in America, nel corso della storia ed ancora oggi, anche mediante altri mezzi ma con le medesime aspirazioni egemoniche, perseguano lo scopo di conquistare il pianeta.



L’urlo di battaglia dakota “Hoka Hey” risuoni nelle orecchie dei contemporanei, oggi impegnati ad occuparsi dei diritti individuali, come un incoraggiamento a perseguire invece la causa dei diritti dei popoli quale unico antidoto per allentare la presa soffocante che il mondialismo esercita nei confronti delle culture specifiche al fine di omologarle.




http://associazioneculturalezenit.wordpress.com/2011/06/20/la-resistenza-pellerossa-conferenza-sabato-25-giugno/


sabato 11 giugno 2011

Apre a Roma la “Fondazione Gabriele Sandri”.


Fabio Polese intervista Maurizio Martucci



(ASI) In Piazza della Libertà, a Roma, è recentemente nata la “Fondazione Gabriele Sandri”. Un posto per ricordare Gabbo e per promuovere diverse attività culturali e sociali. Una tra tutte, la “Biblioteca del Calcio”, un vero e proprio centro di documentazione libraria italiano ed estero. Agenzia Stampa Italia ha incontrato Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, autore di diversi testi tra i quali ricordiamo “11 Novembre 2007, l’uccisione di Gabriele Sandri una giornata buia della Repubblica”, “Cuori Tifosi” e “Football Story”.



Da quel maledetto 11 novembre del 2007, tantissime iniziative in tutta Italia e non solo, sono state promosse per ricordare Gabriele Sandri e per chiedere verità e giustizia. Ripercorriamo insieme il cammino che recentemente ha fatto si che nascesse la “Fondazione Gabriele Sandri”. Quali sono state le tappe fondamentali?



Dobbiamo scindere i piani, anche se poi ovviamente si sovrappongono per la logica dei vasi comunicanti. Prima il moto popolare e poi la Fondazione Sandri.  Il movimento d’opinione è stato perorato dal cosiddetto Popolo di Gabriele, milioni di cittadini uniti in un’imponente massa critica che si è stretta intorno alla richiesta di verità e giustizia per un delitto assurdo. Si è trattato di un moto senza precedenti, unico e trasversale, strettosi intorno alle tappe itineranti delle presentazioni del mio libro, capace di promuovere una petizione popolare per la posa di una targa a Badia Al Pino e infine avvalorato dalla sentenza d’appello di Firenze in cui, oltre a ribaltare lo scandaloso primo  verdetto di Arezzo, si è accertata la colpevolezza dello Spaccarotella nell’omicidio volontario, sostenuta dalla gente sin dal giorno della tragedia. Altro è stato invece il cammino della Fondazione Gabriele Sandri, nata dopo una gestazione di tre anni da un Comitato Promotore in cui, oltre la famiglia Sandri, c’erano anche i calciatori De Silvestri e Aquilani. Da qui si è giunti alla fondazione vera e propria, una no profit a carattere nazionale in cui figurano i figli d’arte dei compianti Re Cecconi e Di Bartolomei, con Roma Capitale socio fondatore e la Federazione Italiana Giuoco Calcio a sostegno. Un bel segnale da parte delle istituzioni e del mondo del calcio italiano per un progetto socio-culturale inedito e ambizioso…



Nella nuova sede della “Fondazione Gabriele Sandri” è operativa la “Biblioteca del Calcio”. Come nasce l’idea? Che scopi ha?



Nasce dalla volontà di preservare la prima passione del povero Gabriele, cioè il calcio, oggi calpestato da combine e scandalo scommesse, proponendo un progetto culturale senza scopo di lucro, la prima ed unica Biblioteca del Calcio esistente a Roma: aperta dal lunedì al sabato in pieno centro, alle spalle di Piazza del Popolo, nei giardini di Piazza della Libertà, in un edificio donato dal comune di Roma, nella piazza dove nel 1900 prese i natali la Lazio, la squadra di Gabbo. Ma a differenza di quanto si possa credere, nella biblioteca non ci sono solo libri e riviste biancocelesti, ma di ogni club italiano ed estero, insomma di tutte le squadre del Popolo di Gabriele, anche libri in lingua inglese su Chelsea, Manchester, Liverpool. Abbiamo i classici saggi di letteratura calcistica, libri sulle figurine Panini, sul Subbuteo, saggi di inchiesta sul doping,  monografie dei grandi calciatori, libri sul tifo e gli ultras, sulla storia del calcio, sui sodalizi dalla Juve al Catania. Lo scopo è squisitamente culturale: in biblioteca chiunque, anche un turista, può entrare e passare qualche ora a leggere gratuitamente un libro oppure può prenderselo per una consultazione temporanea. E poi c’è un piccolo Museo di Gabriele: i suoi oggetti personali accanto ai cimeli raccolti dalla famiglia Sandri in giro per l’Italia in questi anni di straordinaria solidarietà. La biblioteca è nata per mandare un segnale proteso ad accrescere il tasso di cultura calcistica, per uscire dalla segregazione in cui i tifosi sono stati confinati dal logiche degne del peggior Processo del Lunedì, perché il calcio è della gente, del popolo e come tale cultura, non isterici insulti da saloon…



Possiamo dire che è una continuazione del suo ultimo lavoro “Footbaal Story” e, perché no, anche di “Cuori Tifosi”?



Decisamente si, nel senso che dalle mie pubblicazioni è partita una spinta propositiva che non poteva essere abbandonata. E oggi, grazie alla Fondazione Gabriele Sandri, con biblioteca e prossimo Festival Nazionale della Cultura del Calcio c’è un progetto di più ampio respiro. Vorremmo realizzare il festival nel prossimo inverno a Roma, una kermesse nazionale come contaminazione culturale di film, libri, dibattiti, mostre e giochi per ricordare che il calcio è diventato grande e fenomeno nazional-popolare solo grazie alle caratteristiche distintive che per anni hanno colpito l’immaginario collettivo degli italiani e che oggi un calcio apolide, collassato e consumistico rischia di fagocitare definitivamente, senza via di ritorno. Come a dire: bene… ci stanno togliendo il calcio del futuro? Riprendiamoci il calcio del passato! Ecco, il festival vuol essere revival, tappa dei Peter Pan del football, per sostenitori smarriti, in astinenza e crisi d’identità: vogliamo riscoprire tradizioni, radici e memoria storica di un calcio che non c’è più ma che, come per Gabriele, ha fatto innamorare intere generazioni di nobili sognatori. E non certo un milione di anni fa…



Visto che si è occupato più volte della sicurezza negli stadi, le posso fare una domanda sulla “Tessera del Tifoso”?



Prego…



L’ultimo campionato di calcio è finito, è ora di tirare le somme. Lo stadio è diventato un salotto buono come volevano farci credere?



E’ stata persa una grossa occasione. Si è ragionato all’italiana ed è stato fatto il classico errore di pensare esclusivamente al contenitore e non al contenuto. Sin dall’introduzione della Tessera del Tifoso mi sono speso per far capire che una semplice carta prepagata non poteva risolvere i problemi derivanti da fenomeni degenerativi e che, comunque, vie proibizionistiche mascherate sotto forma di commercializzazione della passione del tifo, avrebbero generato esiti spuri ed ibridi. Ed infatti è così è stato: stadi vuoti, soliti incidenti, terno all’otto per prendere i biglietti, sistema poco credibile. Oggi i promotori della tessera stanno ripensando il progetto e, soprattutto, a quali accorgimenti apportare per la prossima stagione. Credo che l’unica contro risposta valida, oltre che politica, possa essere esclusivamente di natura culturale. Se si continua a vedere il tifoso solo come un nemico o, nella migliore ipotesi, come un cliente da spennare nel portafogli, non si andrà mai lontano. Ho sempre detto che il calcio e il tifo sono principalmente fenomeni sociali e come tali culturali, identitari, antropologici… Ma chi ci governa, se n’è reso conto?



Tornando alla “Fondazione Gabriele Sandri”, quali altre iniziative ci sono in cantiere?



Un concorso nazionale per giovani Dj, visto che l’altra grande passione di Gabriele era la musica. Un progetto a cui hanno aderito anche network radiofonici e noti Dj di fama internazionale, finalissima a Roma il 22 Settembre. E poi il gruppo volontario di donatori del sangue, che periodicamente aiuta negli ospedali gente che soffre, bisognosa di aiuto, come generoso era l’animo di Gabbo. Infine, ma questa non è un’iniziativa promossa dalla fondazione bensì lo scorso anno dal ‘Comitato Mai Più 11 Novembre’, scoprire una targa a Badia Al Pino, dove un tempo c’erano centinaia di sciarpe e messaggi per Gabriele, inspiegabilmente tolti. Quella targa, sostenuta da una richiesta di 25.000 firme, rappresenta molto più di una semplice stele, è un monito: solo facendo tesoro degli errori del passato si può sperare in un domani migliore. Non c’è futuro senza memoria… A qualcuno da fastidio?



http://www.fabiopolese.it/?p=425



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3887:apre-a-roma-la-fondazione-gabriele-sandri&catid=16:italia&Itemid=39


martedì 7 giugno 2011

Roger Coudroy, primo martire europeo della Palestina.


Il 3 giugno del 1968, un commando di Fatah viene intercettato dalle forze militari dell' entita' sionista mentre tenta di penetrare nella Palestina occupata. E’ il primo atto di forza palestinese dopo la guerra dei Sei Giorni. Il commando viene distrutto. Uno dei membri del commando di Fatah era un europeo di 33 anni, Roger Coudroy, un belga che aveva vissuto, studiato e lavorato in Francia, arruolatosi nelle neonate Brigate Europee create dal fondatore di Jeune Europe, Jean Thiriart. Nel Vicino Oriente era giunto per ragioni professionali, come ingegnere, e nei tre anni della sua permanenza si era spostato in tutta la regione tra il Libano e il Quwait. Aveva visto con i suoi occhi la tragedia del popolo palestinese. Ma sapeva bene che la guerra al sionismo oltrepassava le frontiere del mondo arabo.Cosi' aveva presentato le sue dimissioni dalla Peugeot in Quwait ed aveva abbracciato la causa palestinese.Roger Coudroy, come piu' tardi altri europei, altri italiani, era un soldato politico che quel 3 giugno del 1968 e' morto combattendo. Il suo impegno e' stato assoluto ed estremo.


venerdì 6 maggio 2011

Onore a Bobby Sands.


Trent’anni fa un favilla di fuoco squarciò il buio di una recondita prigione chiamata Maze, angusto mostro di cemento in cui gli occupanti britannici confinavano i cuori impavidi dell’autodeterminazione irlandese. Il pragmatico occupante, convinto che la desolazione di una prigionia crudele avrebbe inghiottito i sogni più romantici tarpando le giovani ali di cui una generazione di insorti si servì per sfidare il destino, non fece tuttavia i conti con l’improvviso affiorare di quella forza atavica chiamata volontà. Forza che intaglia nell’animo di fede sino a fungere da viatico a quel fastoso battito d’ali che finanche sfida la morte.




All’alba del 5 maggio 1981, il Comandante dei prigionieri dell’IRA Bobby Sands muore d’inedia a seguito di sessantasei giorni di sciopero della fame. Dopo di lui, altri nove combattenti irlandesi nell’arco di pochi mesi abbracceranno la sua medesima sorte. Il loro contributo di sangue rende feconda la terra d’Irlanda.




Onore a Bobby Sands, ventisettenne martire della causa irlandese, espressione più lucida di un’Europa che non ha abiurato di fronte all’incedere del tempo, al deserto che avanza. Europei, rivolgiamo il nostro sguardo verso quell’isola indomita: la favilla di fuoco che trent’anni fa squarciò il buio di Maze proietta un’eterna luce di speranza.


 

Associazione Culturale Zenit - Roma



 

Associazione Culturale Tyr - Perugia


giovedì 21 aprile 2011

Vittorio Arrigoni: una voce libera da Gaza City.


Fabio Polese: “Ci sono persone ancora in grado di aiutare e di gridare il loro sdegno con azioni concrete”



Dopo la morte di Vittorio Arrigoni si sono dette tante e troppe cose. Si sono fatti paragoni improponibili, sono state dette verità scomode o mezze verità. Ho avuto il dispiacere di leggere articoli e commenti in vari giornali e siti online che mi hanno fatto rabbrividire. Ma chi era Vittorio Arrigoni? Cosa faceva nella Striscia di Gaza? Cosa succede in quelle terre martoriate e in molte altre parti del mondo? Queste, a mio modo di vedere, sono le domande che tutti noi dovremmo porci prima di fare qualsiasi commento. Pensare, riflettere ed analizzare. Poi “sputare sentenze”. Vittorio Arrigoni era un attivista dell’International Solidarity Movement che dal 2008 si era trasferito quasi permanentemente nella Striscia di Gaza per aiutare concretamente gli abitanti di Gaza City e per raccontare quotidianamente le barbarie che il popolo palestinese è costretto a subire. Nato in un paesino in provincia di Lecco, aveva rischiato più volte la vita per fare da scudo umano ai contadini palestinesi, nel confine con Israele, e ai pescatori, a poche miglia dalla costa dove è in atto il blocco israeliano. Autore di “Restiamo umani”, era corrispondente per il Manifesto e gestiva “Guerrilla Radio”, un blog visitatissimo. Roberto Saviano, aveva definito Israele come “una democrazia sotto assedio”. Vittorio Arrigoni, dalla Striscia di Gaza, non aveva esitato a rispondergli con un video che potete vedere al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=NBgI_QWgXaI&feature=player_embedded – il video in questione risulta molto interessante; consiglio la visione per capire la situazione sulla Striscia di Gaza -. A distanza di più di due anni dalla discutibilissima operazione denominata “Piombo Fuso” si registrano ancora continui attacchi da parte dell’aviazione israeliana che provoca morti e feriti tra la popolazione palestinese e il silenzio quasi totale dei media “civilizzati”. Il popolo di Gaza è composto da 1,5 milioni di abitanti e, 900.000 di questi, abitano nelle tendopoli dei campi profughi che sono gestiti dall’Onu e dalle associazioni di aiuto umanitarie internazionali. Dodici campi profughi sono registrati regolarmente in Libano, dieci in Giordania, otto nella Striscia di Gaza e diciannove in Cisgiordania. Molti atri campi profughi non sono registrati e versano in condizioni spaventose. Il blocco delle importazioni e delle esportazioni sta soffocando Gaza, i dati parlano chiaro: il 93% delle industrie sono chiuse, oltre il 70% della forza lavoro disoccupata e l’88% della popolazione vive di aiuti sotto la soglia di povertà. Proprio per questo motivo, la “Freedom Flottila”, una spedizione internazionale composta da 700 persone provenienti da 36 diversi paesi aveva provato a rompere l’embargo. Questa spedizione, “armata” di 10.000 tonnellate di aiuti umanitari, è stata crudelmente attaccata il 31 maggio del 2010 in acque internazionali dalla marina militare israeliana con un risultato tragico: 9 i morti e numerosi feriti civili. Un’altra “Freedom Flottila” partirà a maggio, è possibile sostenerla andando nel seguente link: www.freedomflotilla.it. Nel decadimento politico e morale della società moderna, nel tramonto dei valori tradizionali e nel dominio incontrastato dell’edonismo e del consumismo più sfrenato ci sono persone ancora in grado di aiutare e di gridare il loro sdegno con azioni concrete. Questo faceva Vittorio Arrigoni, e questo fanno diverse organizzazioni solidariste in tutto il mondo. E’ per questo che continuerà la “lotta”. E’ per questo che, chiusa una bocca, se ne apriranno molte altre. Perché non bisogna essere complici e non bisogna avere paura della verità.  (Fabio Polese) 



http://www.ilsitodiperugia.it/content/832-vittorio-arrigoni-una-voce-libera-da-gaza-city



http://www.fabiopolese.it/?p=333


mercoledì 20 aprile 2011

Quando lo Stato uccide.


Fabio Polese intervista Alessia Lai e Tommaso Della Longa



(ASI) Nel nostro paese sembrano essere diventati prassi i depistaggi mediatici e le impunità. Può succedere così che un ragazzo – poco più che ventenne – possa morire mentre dorme colpito “accidentalmente” da un proiettile vagante. Può anche succedere di sentire dire da un tutore delle Forze dell’Ordine testuali parole: “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto” – registrazione della conversazione tra una pattuglia intervenuta sul caso di Federico Aldrovandi e la centrale di Polizia -. Può succedere anche di essere arrestati e non riuscire ad uscire dal carcere con le proprie gambe. Così  – purtroppo – muoiono i figli d’Italia. Molti, troppi sono i casi simili avvenuti nel nostro paese e spesso senza che uscissero poco più di due righe nei “media tradizionali”. Per ricordare questi morti è uscito in libreria, lo scorso 15 marzo, “Quando lo Stato Uccide”, edito da Castevecchi Editore, scritto dai giornalisti Alessia Lai e Tommaso Della Longa. Agenzia Stampa Italia  li ha incontrati per porgli qualche domanda.



Come mai avete deciso di scrivere questo libro?



Dopo anni di stadio e di strada, quello che abbiamo visto e sentito raccontare lo avevamo interiorizzato, elaborato e ne avevamo parlato, a volte, in articoli scritti per i giornali per i quali lavoriamo e collaboriamo. Poi si è presentata l’occasione di fare un lavoro più completo e ci siamo buttati, senza peraltro trascurare l’altra parte in  causa: le forze dell’ordine, alle quali abbiamo dato la possibilità di “difendersi”.



Nella prima parte del libro, parlate del piano giuridico nel quale operano le Forze dell’Ordine in Italia e in Europa. Quali differenze sostanziali ci sono tra l’Italia e il resto dei paesi europei?



Al di là delle singole legislazioni, che onestamente è molto difficile poter conoscere bene, nel libro abbiamo voluto sottolineare come le leggi europee, avendo un carattere sovranazionale, diventano il quadro di riferimento nel quale si inseriscono e si inseriranno tutte le norme dei singoli Paesi membri in materia di polizia e ordine pubblico. La confusione presente in questo ambito, con due tipi di punti di riferimento – la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Entrambi recepiti dal Trattato di Lisbona – che in alcuni punti non escludono la possibilità di intervenire con le armi contro gruppi di manifestanti e che, addirittura, non escludono l’applicazione della pena di morte lascia spazio a interpretazioni e applicazioni estensive delle norme dei singoli Stati.



Cosa potrebbe cambiare con l’ufficialità dell’European Gendarmerie Force che, secondo quanto si può leggere nel Trattato di Velsen, potrà svolgere tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi e potrà garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico?



La caratteristica più inquietante della EGF è che non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo, ma risponde direttamente ai governi degli Stati membri. In teoria è una forza che agisce sotto egida Onu, Nato o Ue o di coalizioni costitute ad hoc. Ma è previsto anche che un governo possa chiedere l’intervento sul proprio territorio. Basta dare un’occhiata agli articoli 4 e 29 del trattato di Velsen per capire che l’ambito in cui potranno operare gli uomini della EGF è vastissimo e comprende anche, come detto, la pubblica sicurezza, l’ordine pubblico, ma anche quello delle indagini di polizia. Nell’articolo 29 è scritto a chiare lettere che “I membri del personale di EUROGENDFOR non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio”.



Avete trovato difficoltà nel reperire informazioni sui numerosi casi di morti per mano dello Stato? Quali i più clamorosi?



Tranne quelli più noti, per il rilievo mediatico che hanno avuto, sì, è stato impegnativo. Grazie alla rete internet e a colleghi sparsi in giro per l’Italia abbiamo potuto reperire materiale giornalistico su numerosi casi. In alcuni siamo riusciti a contattare gli avvocati delle vittime, in altri ancora i familiari. Per altri ci siamo scontrati con veri e propri muri di gomma, a volte innalzati dagli stessi familiari e aggravato dal pochissimo rilievo dato al fatto dalla stampa, oppure ci siamo scontrati con la reticenza delle forze dell’ordine responsabili del fatto che, unica fonte a nostra disposizione, non hanno saputo o voluto dare informazioni di alcun genere.



Alcuni dei casi che raccontate, sono quasi sconosciuti. Ciò che appare nei mass media esiste e, al contrario, ciò che non appare, non esiste. Con il giornalismo partecipativo e tutti i canali messi a disposizione, soprattutto grazie ad internet, potrebbe essere più difficile nascondere la verità?



Sì e nel libro dedichiamo un capitolo proprio a questo aspetto. Per fortuna, grazie alla rete, ai social network, fatti scandalosi come, ad esempio, quello del giovane Stefano Gugliotta vengono portati all’attenzione del grande pubblico. Ci si chiede chissà quanti altri italiani innocenti, in passato, hanno dovuto subire lo stesso trattamento di Stefano, magari con conseguenze molto peggiori, senza che un telefonino potesse riprendere la verità…



Come mai uno Stato il cui codice penale, fondato sul Diritto Romano, tecnicamente rasenta la perfezione, possa poi far rispettare le leggi a proprio comodo?



Il “paravento” emergenziale, iniziato con il terrorismo anni ’80 e mai finito (oggi si è trasformato in terrorismo internazionale), con cui operano polizia e magistratura permette tutto questo: violazioni, impunità, manica larga con i tutori dell’ordine che “eccedono”.



Ora, grazie a leggi sempre più repressive fatte ad hoc, gli stadi di calcio italiani si stanno svuotando. Oltre il business che ormai impera ovunque, sembrerebbe che lo stadio sia servito come campo di prova per la gestione delle masse. È possibile che sia stato solo un passaggio e che ora sia destinato alla società?



Qualche mese fa, dopo le manifestazioni a Roma del 14 dicembre 2010, Maroni accennò alla possibilità di introdurre il Daspo per le manifestazioni politiche. La cosiddetta “diffida” sperimentata da anni nell’ambito ultras, un provvedimento di polizia che prescinde dalla decisione di un magistrato. Chi ha un minimo di esperienza di “stadio e piazza” inoltre, sa bene come le forze dell’ordine affrontino, nelle questioni ordine pubblico, tutto alla stessa maniera. I reparti speciali della Guardia di Finanza furono “testati” nelle curve, oggi vengono utilizzati anche in tutte le atre situazioni di ordine pubblico come manifestazioni politiche e sindacali.



Per concludere, secondo voi, cosa ci aspetta nel futuro prossimo?



Niente di buono, viste le premesse. Leggi più restrittive per i cittadini, maglie più larghe per chi indossa la divisa. Il tutto sommato alla poca considerazione che i governi, questo bisogna dirlo, riservano alle richieste di tutori dell’ordine spesso costretti a lavorare con carenze di organico, turni pesanti e stipendi inadeguati. È una miscela esplosiva della quale faranno le spese i cittadini italiani.



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3184:quando-lo-stato-uccide-intervista-con-alessia-lai-e-tommaso-della-longa&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34



http://www.fabiopolese.it/?p=329


sabato 26 marzo 2011

Ahi, serva Italia!


L’impegno militare italiano in Libia ottiene l’approvazione delle Camere e il Presidente Napolitano saluta con entusiasmo la notizia: ''E' una convergenza fondamentale che esprime comprensione della necessità che un paese come il nostro non restasse indifferente di fronte alla repressione di un moto di libertà e di giustizia sociale scoppiato anche in Libia''.



Ci risiamo. Dopo quanto avvenuto solo negli ultimi undici anni - nell’ordine - in Serbia, in Afghanistan ed in Iraq, l’Italia si presta di nuovo a partecipare ad una missione sedicente umanitaria, che cela in realtà il mero interesse da parte delle potenze mondialiste di estendere i propri tentacoli. Ha ragione il Presidente della Repubblica, un paese come il nostro non può restare indifferente: non può sottrarsi al ruolo di vassallo a cui è condannato da sessantasei anni rispetto ai suoi alleati. Su questo, al di là delle baruffe da osteria che contraddistinguono la dialettica parlamentare su questioni interne e spesso frivole, la convergenza politica non manca mai. Le Associazioni Culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia hanno ricordato oggi, con l’affissione di striscioni dal contenuto esplicito, come l’unità nazionale tanto auspicata trovi sempre riscontro là dove ci sia da ribadire il ruolo subalterno dell’Italia alle volontà altrui, così da renderla complice di massacri.



 



Associazione Culturale Zenit Roma – http://associazioneculturalezenit.wordpress.com

Associazione Culturale Tyr Perugia – http://www.controventopg.splinder.com






lunedì 14 marzo 2011

In memoria di Niccolò Giani.


“Non basta essere convinti della bellezza di un’Idea e della giustezza della sua causa se in essa non ci si compenetra al punto che questa convinzione diventi forza agente per la realizzazione di tali principi”. Queste parole racchiudono l’animo ferreo di un fascista senza macchie come Niccolò Giani. Secondo Giani se venisse meno il pensiero o l’azione, non ci sarebbe più mistica, ma, di volta in volta, misticismo religioso o ascetismo o pragmatismo politico. Quest’anno ricorre il settantesimo anno dalla morte dell’ideatore della Scuola di Mistica Fascista, appunto, Niccolò Giani. Egli fu un audace giornalista, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Milano e contestualmente ai GUF, i gruppi universitari fascisti, in seguito divenne professore di storia e dottrina del fascismo all’università di Pavia. Come giornalista collaborò con varie testate tra cui “Tempo” di Mussolini, con la rivista “Dottrina Fascista” (organo ufficiale della scuola di mistica fascista) e con il quotidiano “Cronaca Prealpina”, di cui più tardi divenne direttore. Nel 1930 fondò a Milano la Scuola di Mistica fascista “Sandro Italico Mussolini”. La Scuola nacque per volontà dello stesso Giani e di un gruppo di giovani studenti del Guf di Milano e fu inaugurata con un articolo intitolato “Libro e Moschetto” nel quale Giani volle dimostrare che il Fascismo è pensiero ed azione. Concetti complementari, ove l’uno non può esistere senza l’altro e che, a differenza delle dottrine razionalistiche del tempo, quali che esse fossero: liberalismo, socialismo, democrazia o comunismo, “la civiltà spirituale del fascismo esprimeva nella mistica la concezione volontaristica ed eroica” e per tal motivo si contrapponeva ad esse rappresentando un elemento rigeneratore per i popoli. Niccolò Giani, coerentemente con quanto predicava, partecipò nel 1935-36 come volontario alla guerra d’Etiopia. “Noi oggi partiamo orgogliosi di poter servire ancora in armi la Causa della Rivoluzione, fierissimi che il Capo ci abbia concesso l’alto privilegio di essere le disperate pattuglie di punta di quell’Idea romana e latina, mediterranea e italiana che è rinata per virtù dei Fasci, ambiziosi solo di essere i legionari di quell’Impero che fu della Roma dei Cesari e che sarà della Roma di Mussolini. Impero: ecco la parola che per gli avi fu realtà, che i padri nostri sognarono, anelanti e illusi, e che noi rifaremo realtà. Costi quel che costi.. Ormai il dado è tratto! Dietro a noi sta il buio, l’Italietta degenere, la Cenerentola: solo davanti è l’Italia che sognammo da bimbi, che volemmo da ragazzi, che da uomini sapremo fare. Perciò non sappiamo alternative, non conosciamo dubbi: abbiamo tirato e tireremo dritto. In Africa andiamo a regolare dei conti vecchi e nuovi”. Allo scoppio della seconda guerra mondiale seguì il suo destino e partì volontario. La notte del 14 marzo del 1941 il tenente Giani era in forza all’undicesimo reggimento alpini e si trovava sul monte albanese Mali Scindeli al comando di una pattuglia. Nel tentativo di conquistare la punta nord del monte, dove era situato l’avamposto nemico, venne raggiunto da una raffica di mitragliatrice che gli tolse la vita. E’ così che si spense una delle menti più fervide del secolo scorso: lontano dai cortigiani di palazzo, dai ministeri affollati, consegnandosi ai posteri come un eroe, un esempio di assoluta limpidezza armato di una fede incrollabile che risiedeva nell’Idea. Sei mesi dopo la sua morte, il ministro della guerra gli conferì alla memoria la medaglia d’oro al valor militare: “Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l’ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l’Italia», veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e di amor di Patria”. Niccolò Giani amava definire il Fascismo una mistica che agisce, tutto doveva girare intorno al concetto di pensiero ed azione e intorno a questo adagio doveva formarsi il modello del perfetto fascista e italiano. Mezzasoma descrisse con queste parole le personalità e i sogni di questi mistici del fascismo, durante gli ultimi tragici giorni della repubblica sociale: “Lo sdegno per l’aberrazione in cui sono caduti altri italiani indegni di questo nome, i quali hanno oltraggiato il sacrificio dei morti e il diritto dei vivi, hanno impedito che divenisse realtà il luminoso sogno di Guido Pallotta, di Berto Ricci, di tutti gli allievi della Scuola di Mistica caduti, come Giani, per la vera libertà della Patria, di tutti coloro che sono tornati coi segni del valore e l’insuperabile gioia del dovere compiuto fino all’ultimo, di tutti i soldati rimasti sui campi di battaglia di Russia, di Grecia, d’Africa e di Spagna, con una visione di grandezza e di potenza, di gloria e di vittoria, suggestiva e splendente come quella che Niccolò Giani aveva auspicato per il suo Romolo Vittorio Africano e ch’egli stesso serrò nelle sue pupille, distaccandosi eroicamente dalla vita terrena”. Niccolò Giani, attraverso il lavoro pedagogico della scuola di mistica fascista, volle infondere nei giovani due parole d’ordine: fedeltà e intransigenza. La fedeltà perché piuttosto che tradire è meglio morire e l’intransigenza, cioè il dovere di chi fermamente si oppone alla logica dei compromessi e degli intrighi politici di qualsiasi genere. Per questo motivo si autodefinì un disperato del fascismo, reclamando per se e per i suoi “il diritto a combattere senza tregua e in prima linea contro i nemici di fuori e di dentro, contro gli attentatori della nostra integrità territoriale e spirituale”. Niccolò Giani fu tra i primi ad arruolarsi volontario per la guerra e come lui quasi tutti i dirigenti e gli allievi della Scuola di Mistica fascista combatterono sui vari fronti in cui il nostro esercito era impegnato, laddove, dopo che egli diede l’esempio anche nel sacrificio, molti altri lo imitarono. La Scuola di Mistica fascista vanta  tra le sue fila quattordici caduti e cinque medaglie d’oro, da Niccolò Giani a Guido Pallotta. Oggi del camerata Niccolò Giani ci rimane l’esempio di un uomo vissuto coerentemente e che ha saputo insegnarci a disprezzare la borghesia intesa come categoria dello spirito e non appartenenza di classe, il disprezzo della vita comoda, l’entusiasmo, l’attivismo, il coraggio, la gioia di essere fascisti che voleva e vuole dire – tra gli altri – ribellismo, anticonformismo, indignazione verso l’opportunismo, la corruzione, le ambiguità. E’ per questo che abbiamo voluto rendere omaggio a Niccolò Giani, senza ombra di dubbio un esempio a cui guardare per rimanere in piedi in un mondo di rovine.

 


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martedì 8 marzo 2011

Ciao Massimino.






Noi non siamo uomini d'oggi,

siamo nati in un tempo sbagliato,

ma siamo nati per davvero.

Noi leggiamo ciò che è scritto nel cielo

noi conosciamo il linguaggio della terra,

eppure nessuno

ha mai voluto parlare con noi.



Facci largo siamo noi

a sorridere al tuo sogno,

dacci forza con il tuo sguardo

te ne parleremo noi,

saprai dividere cibo e morte

e hanno vinto gli anni tuoi.



Noi non contiamo i nostri soldi e vestiti

noi non prestiamo il nostro corpo a fautori

di nessuna democrazia.

Noi non strilliamo lo sfogo di tutti

noi ti doniamo la nostra sconfitta,

per un vincere più grande.



La nostra rabbia la sfoghiamo

risparmiandoci il dolore

di farci scavalcar da tutti il cervello e il cuore,

in una piazza troppo stanca

di fumo e di rumore.

Ma noi siamo quì più forti del fuoco

la nostra mano è aperta il braccio è teso,

a contare le nostre teste.

E le urla sono sempre più forti

e la forza di una disperazione,

che ci porterà più grandi

davanti ai figli del presente

che ci portano rancore,

di un passato di violenza

che ci portiamo nel cuore,

di violenza che ci han dato

tradendo fedeltà e onore,

di violenza che ci han dato

tradendo fedeltà e onore.


giovedì 3 febbraio 2011

Irlanda: corteo in ricordo della Bloody Sunday.






(ASI) Domenica scorsa un lungo corteo di migliaia di persone ha percorso le strade di Derry per commemorare, come da trantanove anni a questa parte, i quattordici morti della Bloody Sunday. Tuttavia, non senza aver prima provocato vespai di polemiche e pareri contrastanti tra gli stessi familiari delle vittime, questa potrebbe essere stata l’ultima volta. Nel giugno scorso è finalmente giunto il tanto atteso mea culpa del governo britannico. Il Primo Ministro del Regno Unito Cameron, nell’atto di presentare le conclusioni del rapporto a firma di Lord Saville, ha condannato senza alcuna giustificazione la condotta tenuta in quella occasione dai parà inglesi. Questo gesto è stato ritenuto sufficiente, da parte della gran parte degli organizzatori della marcia (Sinn Féin su tutti), per concludere la campagna di sensibilizzazione intorno a quella efferata operazione militare. Alla testa del corteo ha campeggiato, infatti, uno striscione arrecante l’eloquente scritta “vindicated” (vendicati), con chiaro riferimento ai quattordici manifestanti rimasti uccisi il 30 gennaio 1972.

L’ammissione di colpa britannica potrebbe aver aperto una breccia di speranza nei cuori di altre famiglie che reclamano giustizia dal governo di Londra. Al termine della marcia snodatasi per le vie di Derry, durante il consueto raduno di fine corteo a Guidhall Square (proprio laddove i parà britannici aprirono il fuoco), è avvenuto un ideale passaggio di testimone tra i familiari delle vittime del Bloody Sunday ed i familiari delle vittime di un’altra strage firmata dalla union jack ai danni di repubblicani: quella di Ballymurphy. Nell’omonima zona di West Belfast, nell’agosto 1971, l’esercito britannico fece irruzione ed uccise, nell’arco di tre giorni, undici civili solo per esser stati sospettati, ad arbitraria discrezione delle autorità britanniche, di appartenere a gruppi paramilitari. Oggi, dopo la pubblicazione del rapporto Saville, la speranza per i loro cari torna ad accendersi. Essi erano presenti con il loro striscione “Ballymurphy massacre” ed hanno voluto far sentire la propria voce. Dal palco, una portavoce dei familiari delle vittime del massacro di Ballymurphy ha preso la parola per rivendicare il valore della ricerca di verità e per sostenere che un processo pubblico è il “debito” che le autorità sono in dovere di pagare a coloro che sono stati uccisi dalla violenza di Stato. Ricordiamo che già nei mesi scorsi l’associazione dei familiari delle vittime si è mossa per chiedere un comitato d’indagine indipendente sui fatti di Ballymurphy, sostenuta in questo senso dalla Chiesa cattolica. Tra le undici vittime del massacro, il sacerdote Hugh Mullan. La Chiesa sta conducendo da anni delle ricerche su quei fatti che attesterebbero che gli omicidi non erano giustificati. Parte di queste ricerche sono state raccolte l’estate scorsa in un documento e consegnate ai parenti delle vittime, così da rappresentare un concreto sostegno nella ricerca di verità.

Da Derry a Ballymurphy, dunque. Lo sforzo dei repubblicani cambia luogo d’attenzione ma non obiettivo: rendere giustizia alle vittime del dominio britannico. A decenni di distanza da quei fatti - due di una lunga serie - che macchiarono la terra d’Irlanda di sangue cattolico, la battaglia per la verità prosegue lenta ma imperterrita. Come una goccia che scava la roccia.



Di Federico Cenci,

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1967:black-sunday-a-ballymurphy&catid=3:politica-estera&Itemid=35


Berto Ricci: l'uomo, il romantico, l'esempio.


(ASI) Sono oggi settanta gli anni che ci separano dall’addio ad uno degli ultimi testimoni di un’epoca in cui il pensiero assumeva connotati rivoluzionari e si tramutava in azione. Settant’anni che sembrano sette secoli, tanta è la distanza che separa questi tempi di stagnazione al periodo di fermento che va dagli inizi del secolo XX alla fine della II guerra mondiale. Moriva il 2 febbraio 1941, appena trentaseienne, Berto Ricci, professore di matematica famoso non per i suoi titoli accademici bensì per il contributo filosofico e pratico che rese al fascismo. Una vita breve, consumata dalla passione ineluttabile come accade a molti poeti e mai adagiata su posizioni di comodo. Il fiorentino Berto Ricci, che fa del piglio polemico tipicamente toscano la propria caratteristica, benché già laureatosi a ventuno anni in matematica nutre un profondo interesse verso la lettura dei grandi classici. In filosofia l’inclinazione alle teorie antipositiviste di Sorel lo fa propendere su posizioni anarchiche. Nel 1927, esordendo come “asciutto e tagliente” scrittore (così come lo definì il suo amico Indro Montanelli) sul “Selvaggio” di Mino Maccari, si avvicina al fascismo nel quale vede l’unico antidoto serio ed efficace contro quelli che lui stesso definiva i babbuini, i fiaschi vuoti, i palloni gonfiati, coloro che stanno sempre alla finestra, pronti a salire sul carro dei vincitori al momento opportuno. Per dirla in una parola, contro quella categoria che Ricci disprezzava più d’ogni altra cosa: la borghesia. Nell’anno 1931 egli fonda la rivista “L’Universale”. E’ su queste pagine che decide di farsi acceso promotore di una classe intellettuale che rifiuti le sterili discussioni da salotto tramutando in scontro frontale l’avversione che il fascismo deve assumere al cospetto di marxismo, capitalismo e borghesia. Tuttavia il PNF non è pronto per accogliere l’istanza intransigente del giovane e vivace Ricci: la schiettezza e l’impronta battagliera gli procurano più inimicizie che consensi in seno ai vertici del regime. Addirittura alcuni numeri della rivista vengono sequestrati e per un certo periodo Ricci viene sospeso dal partito. Gli ostacoli non lo spaventano affatto, tanto che è solo nel 1935 che “L’Universale” sospende le pubblicazioni. In quell’anno inizia la guerra d’Etiopia e per Ricci “non è più tempo di carta stampata”, ma di partire volontario al fronte come soldato semplice nella divisione “23 marzo”. L’umiltà lo contraddistingue a tal punto da fare ignorare ai suoi commilitoni il fatto che l’audace e generosa Camicia Nera Berto Ricci sia un professore di matematica. Tornato dall’esperienza bellica, si dedica alla professione d’insegnante e, dopo qualche tempo, riceve una cattedra a Prato. L’impegno professionale non gli preclude il lavoro letterario, nel tentativo di dare al fascismo un contributo di radicalità che scuota dal torpore in cui riversano diversi settori del regime e che rischiano di contaminare la gioventù italiana. La lotta ”agl’inglesi di fuori” di cui si fa interprete Mussolini la sposa con estrema convinzione ma, coerente con la sua visione marcatamente sociale del fascismo, non dà minor peso alla lotta “agl’inglesi di dentro”, con chiaro riferimento ai borghesi italiani che proliferano a quei tempi, malgrado in Italia il fascismo si stia affermando come un regime votato ad applicare le prime vere riforme sociali del secolo. Del resto, lui stesso scrive: “…finché il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo”. Nel 1940 partecipa al primo convegno della Scuola di Mistica Fascista sostenendone proprio l’utilità quale espressione di “dinamica unità sociale”. Allo scoppio della II guerra mondiale, Ricci fa di tutto per farsi mandare volontario al fronte, sebbene sia sposato ed abbia due figli. Trova la morte, appunto, il 2 febbraio ’41 in Libia, a Bir Gambula, ove è falcidiato dagli spari provenienti da due aerei britannici.

Nella lettera che invia ai familiari dal fronte libico scrive “Ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. Oggi, tempi in cui il capitalismo si è ormai consolidato in tutte le sue forme più acute e deleterie, la figura di Berto Ricci sembra davvero la testimonianza di sette secoli fa, non di settanta anni.



Di Federico Cenci,

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1960:berto-ricci-luomo-lidealista-lesempio&catid=40:cultura&Itemid=127


sabato 8 gennaio 2011

Strage di Acca Larentia tra storia e commemorazione.


(ASI) La data del 7 gennaio assume sempre un significato particolare, almeno per quanti si radunano ritualmente in Via Acca Larentia, piccolo anfratto tra i palazzi nel quartiere Tuscolano, a Roma. Un clima mesto sembra infittirsi intorno al piazzale antistante alla storica sezione del MSI ogni volta che il calendario presenta questa data, calando su di una piccola parte d’Italia le grigie tinte che contraddistinsero gli anni di piombo.



Il 7 gennaio del 1978, durante una gelida serata, un gruppo sparuto di militanti sta uscendo dai locali di questa sede del Movimento Sociale, quando dall’oscurità appaiono cinque o sei uomini armati avanzanti verso di loro. Neanche il tempo di realizzare, che il piombo di una mitragliatrice Skorpion (arma resa celebre dalle BR, ma che farà in questa occasione la sua prima comparsa nella storia del terrorismo italiano) inizia a far fuoco in direzione dei giovani missini. La prima vittima di questa improvvisa spirale di fuoco è il diciannovenne Franco Bigonzetti che, colpito mortalmente alla testa, si accascia dinnanzi la porta della sede. Alcuni militanti, tra i quali uno ferito ad un braccio, riescono a rientrare nel locale e a chiudersi dentro, scampando ad un’esecuzione certa. Chi non riesce ad evitare l’appuntamento estremo è Francesco Ciavatta (18 anni), rimasto fuori dal portone insieme all’amico Franco Bigonzetti. Francesco tenta una disperata fuga lungo una rampa di scale nel cortile esterno ma una raffica di proiettili lo raggiunge nella schiena. Non muore immediatamente, bensì riesce a raggiungere con fatica la cima della rampa, finché non cade esausto rantolando per qualche minuto prima di spirare. Il commando assassino si dilegua sparendo per sempre, non prima d’aver sbraitato volgari improperi all’indirizzo delle loro vittime. Al via vai di polizia, carabinieri, ambulanze e giornalisti che si fa frenetico fin subito dopo la strage, fa fronte un accorrere continuo di decine e decine di giovani di destra che, ricevuta la notizia, decidono di radunarsi nel cortile della disgraziata sezione. L’aria è tesa e la rabbia travolgente, sebbene la folla di missini rimanga impietrita dal dolore in un’atmosfera di caos calmo. L’apparente tranquillità si trasforma in rivolta quando un giornalista getta un mozzicone di sigaretta – si presume distrattamente – proprio sulla chiazza di sangue di una delle due vittime. Il gesto è interpretato come un atto di disprezzo e genera la reazione dei militanti. Prima si avventano sul colpevole di tale affronto scaraventandolo a terra e distruggendo la sua cinepresa, poi iniziano dei violenti tafferugli con le forze dell’ordine. La follia di un carabiniere aggiunge alla tragedia un altro lutto: al tentativo vano, a causa di un inceppamento della pistola, di sparare in aria dei colpi per far desistere gli scontri, fa seguire una raffica di proiettili verso i militanti sparata dalla pistola di un collega a cui l’aveva appena tolta vista la cilecca della propria. Stefano Recchioni, altro diciannovenne, stramazza al suolo e muore in ospedale due giorni dopo esser stato vittima dei colpi sconsiderati sparati dal funzionario. E’ la terza vittima di questa dolente serata invernale, in cui un’insaziabile sete di sangue sembra essersi impadronita di alcune coscienze guidandole verso una cinica e dissennata caccia al fascista.



L’amaro ricordo di quanto avvenne non è oggi certo assopito, a trentatré anni di distanza, a causa di una verità e di una giustizia rimaste latitanti. E’ un sapore amaro quello che si percepisce nell’aria di Via Acca Larentia ad ogni 7 gennaio, laddove diverse generazioni di una comunità umana, che si riconosce nelle idee per cui Franco, Francesco e Stefano persero la vita, si raduna annualmente per commemorare tutti i suoi caduti, scegliendo la data e il luogo simboli di uno stillicidio di morte che ha mietuto tante vittime tra le file dei loro camerati in quegli anni feroci. I più anziani rivivono con la mente quella serata intensa che rimane incisa sulla loro pelle, i più giovani si proiettano idealmente in un periodo storico che per ragioni anagrafiche non hanno potuto vivere ma del cui messaggio di radicalità hanno scelto di farsi interpreti. Tante persone provenienti da esperienze umane e politiche variegate ma unite dalla condivisione di un comune patrimonio culturale si sono ritrovate anche quest’anno per dedicare ai propri caduti il solenne “presente”. Un suono forte esce dalle casse di uno stereo poste appena fuori la porta della sezione. Le note sono quelle della canzone “Generazione ’78″, il cui testo è diventato l’emblema degli anni di piombo vissuti “da destra”. L’imponente silenzio dà la misura del raccoglimento che simili note possono provocare in ciascuno dei presenti. Poi, terminata la canzone, una voce chiama all’attenti e dopodiché inizia a citare un lungo elenco funebre, quello dei militanti rimasti uccisi. Terminato l’elenco, sempre la stessa voce chiama per tre volte un “camerati caduti!”, a cui sempre risponde una possente voce in coro: “Presente!”. L’urlo squarcia il silenzio e riecheggia tra le strade del quartiere, le braccia destre sono tese al cielo quasi a voler raggiungere i propri caduti, come a volerne raccogliere il testimone. Nella mattinata vi era stato anche l’omaggio istituzionale: una corona di fiori deposta dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Alla cerimonia ha partecipato anche l’assessore ai Lavori Pubblici del comune di Roma Fabrizio Ghera, in rappresentanza del sindaco Alemanno, impossibilitato dagli impegni ad esserci di persona. Lo stesso sindaco promise due anni fa l’intitolazione di una via ai “martiri di Via Acca Larentia”. Promessa che evidentemente è rimasta fin’ora chiusa in una busta della scrivania del sindaco.



di Federico Cenci, http://www.agenziastampaitalia.it


venerdì 3 dicembre 2010

Ciao, Professore.


Ho qui tra le mani, il suo libro di disegni in inchiostro di china , poesie e scritti vari, lettere, (FORZA UOMO) , tutto composto quasi clandestinamente nei bracci di Rebibbia tra il 1982 ed il 1984.

Da quel libro, con alcuni Camerati di Viterbo, tra cui i nipoti, ricavammo dei poster su carta filigranata di pregio, che facemmo stampare e che distribuimmmo a centinaia di copie ( ... altrettanto clandestinamente ) in tutta Italia.Era l'unico modo che avevamo per contrubuire alla lotta per la Sua liberazione, anche perchè mentre sulle Sue spalle piovevano condanne all'egastolo, e le procure inquisitrici di Bologna, Firenze e Roma si sbizzarivano per avviarlo ad ulteriori pene, l'ambiente istituzionale codino " di destra " lanciava le campagne per la doppia pena di morte ....

Ricordo le veglie di fronte al carcere di Parma, i Solstizi incardinati e dedicati alla Sua detenzione, i manifesti siglati da tutte organizzazioni dell'antagonismo radicale, lo sciopero della fame del 1987 attuato insieme ai Radicali, gli interventi nelle assemblee pubbliche, tra gli sguardi increduli dei compagni, per cercare proprio con loro, "un dialogo" costruttivo sul tema della giustizia giusta.

Poi ricordo la Sua liberazione, le cene a casa di Claudia e Paolo piu' giovane e ardito che mai ributtarsi nella battaglia; agirarsi curioso tra gli stand della Festa del Fronte della Gioventu' a Siracusa, nelle conferenze , nelle presentazioni di libri in tutti Italia, nei ripetuti ed inutili tentativi di natura " partitica ".

La casa di Marta, (...là dove la Terra è Rossa), meta di pellegrinaggi di almeno due-tre generazioni, per andare a parlare con il " Signor Ideologo " il Professore Nero, e farci dare qualche buon consiglio. E tutto finiva tra risate , canti e vino a volontà , perchè per Paolo l'unico vero progetto era solo nel Radicamento della Comunità, nella Sua gente.

Ricordo la presentazione di un libro su Drieu la Rochelle organizzato dal gruppo di AR, e Freda vedendo entrare Paolo , si alzo', lo saluto e gli diede in modo gentile e signorile il posto centrale del tavolo degli oratori, In sala presenti Giano Accame e il Prf. Giuliano Borghi.

Paolo ha bruciato l'alloro in segno propiziatorio, alla mia Festa " Pagana " di pre-matrimonio, in una serata magica ed indimenticabile.

Non ha mai mollato, neanche durante la sua malattia, e sempre con "il disincanto" incantato della Sua Forza , sbeffeggiando la consuetudine .. è andato avanti fino a due-tre giorni ad allertare, ad incazzarsi ad indicare a tutti la perfetta via.

Fino alla fine.

Riporto per chiudere la Sua invocazione finale tratta dal libro "Forza Uomo" ...

Speriamo di poter esser almeno degni delle Sue parole.

" ..." .. Non puoi avvertire imbarazzo dinanzi ad alcuni miei scritti che rappresentano una proiezione impoverita di taluni stati d'animo che sono umani , Claudia. Nessun limite è stato travalicato.

La riappropiazione dell'Umano costitisce la meta che si vuole raggiungere, una riappropiazione dovuta, dopo la devastazione disumanizzante operata dagli adoratori del vitello d'oro.

... Il Viaggio è al termine ? No, Claudia, non vedo dietro alle mie spalle cio' che un tempo vedevo:

sono sul ciglio dell'Abisso, ma non c'è in me vertigine, non c'è pericolo di precipitare.

Posso guardare al cielo e al sole senza timore alcuno per la tenebra che è in fondo al precipizio.

Io vedo ormai, come Tu vedi, solo " riflessi luminosi " . E questo, come Tu dici è il segno della Vittoria.

.... No, non si possono imprigionare il sole e l'aria ed il vento.

Lo si gridi con forza, senza timore, con determinazione fideistica, cosicchè l'eco ampli il grido affidandolo alla Storia ...

CIAO PROFESSORE !!




Francesco Mancinelli



"Ho chiuso con questa vita. Non ho cercato il cielo, non temo l'inferno. Deporrò queste ossa al di là del Triplice Mondo. Non asservito, imperturbato."


giovedì 2 dicembre 2010

Ciao Professore.




Oggi Paolo Signorelli ha intrapreso un nuovo viaggio. Nonostante che per anni venne preventivamente perseguitato ed ingiustamente incarcerato è stato un Guerriero indomabile. L'Associazione Culturale Tyr Perugia lo ricorda e lo ringrazia. In alto i calici!



 


mercoledì 1 dicembre 2010

Caso Sandri: Luigi Spaccarotella condannato per OMICIDIO VOLONTARIO.




Dalla Corte d’Assise di Firenze è arrivata la condanna a 9 anni e 4 mesi per l'Agente della Polizia di Stato Luigi Spaccarotella. Con la volontarietà dell’atto, finalmente, Gabriele Sandri, giovane romano, ucciso l’11 Novembre del 2007, nella stazione di servizio di Badia al Pino in provincia di Arezzo, ha avuto giustizia. E ora, aspettiamo che le istituzioni, autorizzino la targa in memoria di Gabriele Sandri nell'area di servizio, che ricordiamo, è stata chiesta da più di 25.000 persone.



Controvento


giovedì 11 novembre 2010

11/11/2007 11/11/2010 GABRIELE VIVE.




Stesso giorno, tre anni dopo. Ancora un altro 11 Novembre, ancora nel nome di Gabriele Sandri. Nessuno ha dimenticato, in tanti lo ricordano e oggi continueranno a farlo. Per lui, ieri striscioni negli stadi di calcio. Nella Genova rossoblù come a Cesena, stessa scritta: GIUSTIZIA PER GABRIELE.



Ma soprattutto ieri sera c’è stata una silenziosa fiaccolata a Roma, davanti alla Bocca della Verità, un luogo altamente simbolico. Centinaia di cittadini con una candela in mano e lo sguardo rivolto verso il cielo: “Quella mano assassina e armata che ha ucciso mio figlio – ha detto Giorgio Sandri – oggi dovrebbe stare dentro la Bocca della Verità e raccontare, dopo 3 anni di bugie e menzogne, la verità di come me l’ha ucciso…” C’erano le immagini sorridenti di Gabbo appese su una ringhiera, c’era lo striscione del Comitato Mai Più 11 Novembre, promotore di un’iniziativa durata due mesi. Ieri sera in piazza c’erano simbolicamente 25.000 persone, il Popolo di Gabriele, i firmatari della petizione popolare per la targa a Badia Al Pino Est, rappresentato da quelle fiammelle di libertà che nessuno potrà spegnere. Nemmeno un divieto assurdo che ha scosso palinsesti televisivi e redazioni di giornale. Oggi ne scrivono e parlano in molti…





 



AUTOSTRADE IN RETROMARCIA, MA I VERTICI SI LEGGANO ‘CUORI TIFOSI’…



Dopo un tira e molla vertiginoso, l’insurrezione dell’opinione pubblica e della famiglia Sandri, ieri è stato il turno di istituzioni e politica. Nella Commissione Sport della Camera dei Deputati, l’On. Paola Frassinetti (PDL), insieme ad altri 9 cofirmatari, si è fatta promotrice di una risoluzione che “impegna il Governo a mettere in atto un tavolo di confronto fra le parti al fine di assicurare l’affissione della targa commemorativa”.



 



Con Giorgio Sandri, in rappresentanza del comitato promotore e delle 25.000 firme raccolte, ieri siamo stati ricevuti dall’On. Renata Polverini, Presidente della Regione Lazio. Polverini si è attivata in prima persona per sciogliere il nodo burocratico. “Sono fiduciosa, a breve si potrà mettere la targa per Gabriele, un simbolo per migliaia di giovani, per l’intero mondo delle tifoserie e non solo. Ma adesso la palla passa alle autorità territoriali, ovvero il sindaco del luogo e il Vice Prefetto Vicario di Arezzo.” E sempre ieri dall’interrogazione parlamentare dell’On. Walter Verini (PD) si è appreso che il “Sindaco di Civitella in Val di Chiana si dichiara onorato di poter concedere il nulla osta alla posa della targa”. Ma perché?



 



Semplice. Dopo la bufera, Autostrade per l’Italia SpA ha fatto marcia indietro, trovando la via d’uscita. “Per rispetto alla famiglia Sandri – ha spiegato in un comunicato stampa l’Amministratore Delegato Giovanni Castellucci – e con la speranza che il ricordo di Gabriele possa rappresentare un monito affinché simili tragedie non possano ripetersi in futuro, Autostrade per l’Italia ha già interessato

la Prefettura di Arezzo e il Comune di Civitella in Val di Chiana, ai quali la famiglia Sandri, che ho personalmente informato in queste ore, deve far pervenire la richiesta di autorizzazione
”.Ma anche qui c’è un però. E non di poco conto. Basta leggere attentamente tra le righe della nota ufficiale diramata da Autostrade SpA:“E’ opportuno ricordare che le aree di servizio sulla nostra rete sono quasi ogni domenica teatro di tensioni, e spesso di veri e propri atti di violenza, legati ai trasferimenti delle tifoserie in occasione delle partite di calcio. E’ proprio in una di queste circostanze che purtroppo è avvenuta la tragica morte di Gabriele Sandri, ai cui familiari e amici non è mai venuta meno, né oggi e tantomeno in passato, la mia personale solidarietà e quella di Autostrade per l’Italia”. Ma come? Ci risiamo? Orami lo sanno tutti, ma forse continua ad ignorarlo ancora l’AD Castellucci. Tre anni fa in quell’autogrill non ci fu nessuna rissa e Spaccarotella sparò contro l’auto in movimento su cui era a bordo Sandri senza che ce ne fosse motivo. Senza un perché, contravvenendo alle regole d’ingaggio degli agenti di Polizia e al Codice Penale. Forse Castellucci non lo sa, ma la magistratura ha archiviato il procedimento per rissa perché rissa in quell’autogrill non ci fu mai. Forse Castellucci non ha avuto il tempo di seguire le fasi dibattimentali e il processo di Arezzo in cui Spaccarotella è stato condannato (comunque) per omicidio colposo (l’appello è per il dolo). Allora consiglio all’Amministratore Delegato di Autostrade per l’Italia SpA di informarsi bene prima di abbandonarsi frettolosamente a certe equivoche e strumentali esternazioni. Come? Si legga il mio ultimo libro CUORI TIFOSI. E forse capirà…. ASPETTIAMO FIDUCIOSI….



Adesso attendiamo. Aspettiamo l’evolversi degli eventi. Dopo gli ultimi sviluppi, restiamo alla finestra. Vigili come sempre. L’autorizzazione definitiva dovrebbe arrivare in poco tempo, almeno così ci ha detto il Presidente della Regione Lazio. E quando verrà ufficializzata, sarà la vittoria di tutti. Sarà la vittoria della verità sulla menzogna. Sarà la vittoria della luce sulle tenebre oscure, della gente contro la burocrazia asfissiante. Sarà la vittoria dei 25.000 firmatari e di tutto il Popolo di Gabriele. Quando arriverà l’autorizzazione ufficiale e definitiva, andremo tutti insieme a Badia Al Pino Est per posare la targa. Nel rispetto delle regole! In modo composto e dignitoso. Come oggi è il nostro ricordo, che va a quel povero ragazzo, a Gabriele Sandri, ucciso 3 anni fa senza un motivo. Anche ieri era l’11 Novembre. E questa data ci ha cambiati. Ma con la targa, almeno la memoria sarà salva. Prima che giustizia giusta venga sentenziata…



 



Maurizio Martucci



(dal blog del libro CUORI TIFOSI - cuoritifosi.ormedilettura.com)


domenica 24 ottobre 2010

Filippo Corridoni (Corridonia 19/08/1887 - San Martino Del Carso 23/10/1915)


In ricordo di Filippo Corridoni riproponiamo un nostro articolo uscito su Controvento il 23-10-2008.



Filippo Corridoni è uno di quei personaggi che ci sa rendere orgogliosi del nostro paese, come pochi altri. Sconosciuto ai più, la sua storia è diventata, sin dall’immediatezza della sua morte, un simbolo e d un esempio di vita per molti ragazzi e per molti lavoratori, che vedevano nelle allora nascenti idee del sindacalismo rivoluzionario una speranza ed una ragione di rivolta. Nei primi anni del secolo scorso, erano ancora molto forti le influenze di Georges Sorel, in tutti quegli ambienti del lavoro che rifiutavano l’idea sempre più assestata nell’area del socialismo ufficiale, della necessità di un partito socialista interno al sistema politico parlamentare, e di un sindacato confederale. L’idea sorelliana, al di là delle implicazioni teoretiche e della storica contrapposizione del mito vitalistico-rivoluzionario rispetto alla cosiddetta “utopia” marxista, sostanzialmente si basava su di un sindacalismo che prevedesse la difesa autonoma e diretta dei lavoratori, e il sovvertimento dello Stato borghese in uno Stato del Lavoro, senza alcuna mediazione di terzi. Tra il 1907 e il 1909, in pieno fermento operaio, si trova a Parma, dove guida, assieme al carismatico Alceste de Ambris, pesanti rivolte contadine, portando avanti uno dei più serrati e potenti scioperi del proletariato agrario. Proprio a Parma, concentrerà la sua più audace attività sindacale, intervenendo con acume e lucidità critica, sulle colonne de L’Internazionale, rivista della Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria del capoluogo emiliano. Arrestato, fuggì a Lugano, per poi rientrare, dopo un’amnistia, nel 1910, nel modenese. Nel frattempo, collaborò con altre due riviste legate alla Camera del Lavoro e guidate da Edmondo Rossoni: Bandiera Proletaria e Bandiera del Popolo. La strada intrapresa dal Partito Socialista Italiano era chiara da tempo: un ingresso nella normalità democratica del Paese, tentando la via del riformismo. Corridoni non si arrese mai a questa prospettiva e perseguì anche a Milano, nel biennio 1910-1912, il suo tentativo di introdurre nel sindacato il metodo organizzativo basato sull’unità produttiva e sul ruolo qualificato dell’addetto: questo metodo, era il suo pensiero, avrebbe portato a nuovi tipi di relazioni industriali, ma nel contempo introdotto un principio interclassista dal punto di vista politico. Nel momento della scissione interna alla CGdL, che diede vita all’Unione Sindacale Italiana (USI), moltissimi seguaci del Sindacalismo Rivoluzionario tentarono l’approdo a questa nuova formazione, sperando in una ripresa forte del sindacalismo italiano di base. Quando l’Italia partì per l’impresa coloniale in Libia, Corridoni attaccò impietosamente la monarchia e il governo, mostrando una contrarietà molto tenace all’interventismo e al sistema borghese dell’Italia giolittiana. Questo malcontento ramificato all’interno delle masse lavoratrici, non sorprendeva più di tanto ormai, ma nessuno avrebbe mai potuto prefigurare, anche con la più espansa fantasia, la terribile Settimana Rossa. Si tratta del comizio antimilitarista convocato il 7 giugno (anniversario dello Statuto), per protestare contro le “Compagnie di disciplina”, contro il militarismo, contro la guerra, e a favore di Augusto Masetti e Antonio Moroni, due militari di leva. Il primo, rinchiuso come pazzo nel manicomio criminale (aveva sparato al suo colonnello prima di partire per la guerra in Libia), e l’altro inviato in una Compagnia di Disciplina per le sue idee (era sindacalista rivoluzionario). Essendo quella del 7 giugno una giornata piovosa, si decise di procrastinare il comizio alle ore 18 alla “Villa Rossa” sede del partito repubbicano di Ancona. Alla presenza di circa 600 persone, repubblicani, anarchici e socialisti, parlano il segretario della Camera del Lavoro, Pietro Nenni, Errico Malatesta per gli anarchici e Marinelli per i giovani repubblicani. Dalla Villa si decise di muovere verso la vicina piazza Roma dove si stava tenendo un concerto della banda militare. La forza pubblica, volutamente distribuita su due ali in modo da bloccare l’accesso alla piazza e far defluire in fila indiana verso la periferia della città la folla, dopo aver avvisato i manifestanti con ripetuti squilli di tromba, iniziò a picchiare indiscriminatamente anche donne e bambini, mentre dai tetti e dalle finestre delle case furono lanciati pietre e mattoni. Alcuni colpi di pistola vennero esplosi, probabilmente da una guardia, ed i carabinieri, credendoli (secondo la loro versione) partiti dalla folla, aprirono il fuoco: spararono circa 70 colpi. Tre dimostranti furono uccisi: Antonio Casaccia di 24 anni, Nello Budini di 17 anni, repubblicani, morirono all’ospedale e l’anarchico Attilio Gianbrignoni di 22 anni morì sul colpo. Vi furono anche cinque feriti tra la folla e diciassette tra i carabinieri. Il clima fu pesantissimo per settimane, e Corridoni venne efferatamente attaccato dalle colonne del Corriere della Sera, e additato quale agitatore di conflitti e scontri di piazza. Questo episodio segnò indissolubilmente la vita di Corridoni, che maturò sempre più posizioni sindacaliste rivolte all’interventismo. I suoi rapporti con Mussolini, all’epoca direttore dell’Avanti, furono sempre abbastanza gradevoli, ma divennero persino saldi e decisi, allorquando, l’ala interventista, interna al PSI, capeggiata dal futuro artefice del fascismo, raccolse molti consensi all’interno degli ambienti socialisti e sindacalisti e riunì le varie sigle sotto il nome dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria. Corridoni riteneva che la sconfitta delle nazioni reazionarie e plutocratiche potesse in qualche modo favorire la posizione sociale dell’Italia, a partire anzitutto dal miglioramento delle classi operaie, sempre più schiacciate verso sé stesse, tanto internamente (Stato, Monarchia, padronato) quanto esternamente (imperi coloniali, reti creditizie). Partito volontario, ma minato dalla tisi, che lo affliggeva da anni, fu assegnato ai servizi di retrovia; ciononostante insisté per essere inviato al fronte: ci riuscì e partecipò ai combattimenti sul Carso, dove trovò la morte per ferita d’arma da fuoco in seguito a un assalto alla trincea austriaca. Risultò così profetica la sua affermazione eroica: “Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!”. Venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare, convertita in una Medaglia d’Oro nel 1925 per volere di Benito Mussolini.



«Soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e la parola tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante alla vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi e con sereno ardimento all’attacco di difficilissima posizione e tra i primi l’occupava. Ritto, con suprema audacia sulla conquistata trincea, al grido di “Vittoria! Viva l’Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta, finché cadeva fulminato da piombo nemico.»

Trincea delle Frasche (Carso), 23 ottobre 1915



Associazione Culturale Tyr Perugia