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martedì 11 ottobre 2011

Sigonella, 11 ottobre 1985.


Ventisei anni fa, l’11 ottobre del 1985, Bettino Craxi ordinava ai Carabinieri di difendere la sovranità territoriale italiana a Sigonella. Meno di un mese più tardi pronunciava questo discorso in parlamento:



 




giovedì 3 febbraio 2011

Berto Ricci: l'uomo, il romantico, l'esempio.


(ASI) Sono oggi settanta gli anni che ci separano dall’addio ad uno degli ultimi testimoni di un’epoca in cui il pensiero assumeva connotati rivoluzionari e si tramutava in azione. Settant’anni che sembrano sette secoli, tanta è la distanza che separa questi tempi di stagnazione al periodo di fermento che va dagli inizi del secolo XX alla fine della II guerra mondiale. Moriva il 2 febbraio 1941, appena trentaseienne, Berto Ricci, professore di matematica famoso non per i suoi titoli accademici bensì per il contributo filosofico e pratico che rese al fascismo. Una vita breve, consumata dalla passione ineluttabile come accade a molti poeti e mai adagiata su posizioni di comodo. Il fiorentino Berto Ricci, che fa del piglio polemico tipicamente toscano la propria caratteristica, benché già laureatosi a ventuno anni in matematica nutre un profondo interesse verso la lettura dei grandi classici. In filosofia l’inclinazione alle teorie antipositiviste di Sorel lo fa propendere su posizioni anarchiche. Nel 1927, esordendo come “asciutto e tagliente” scrittore (così come lo definì il suo amico Indro Montanelli) sul “Selvaggio” di Mino Maccari, si avvicina al fascismo nel quale vede l’unico antidoto serio ed efficace contro quelli che lui stesso definiva i babbuini, i fiaschi vuoti, i palloni gonfiati, coloro che stanno sempre alla finestra, pronti a salire sul carro dei vincitori al momento opportuno. Per dirla in una parola, contro quella categoria che Ricci disprezzava più d’ogni altra cosa: la borghesia. Nell’anno 1931 egli fonda la rivista “L’Universale”. E’ su queste pagine che decide di farsi acceso promotore di una classe intellettuale che rifiuti le sterili discussioni da salotto tramutando in scontro frontale l’avversione che il fascismo deve assumere al cospetto di marxismo, capitalismo e borghesia. Tuttavia il PNF non è pronto per accogliere l’istanza intransigente del giovane e vivace Ricci: la schiettezza e l’impronta battagliera gli procurano più inimicizie che consensi in seno ai vertici del regime. Addirittura alcuni numeri della rivista vengono sequestrati e per un certo periodo Ricci viene sospeso dal partito. Gli ostacoli non lo spaventano affatto, tanto che è solo nel 1935 che “L’Universale” sospende le pubblicazioni. In quell’anno inizia la guerra d’Etiopia e per Ricci “non è più tempo di carta stampata”, ma di partire volontario al fronte come soldato semplice nella divisione “23 marzo”. L’umiltà lo contraddistingue a tal punto da fare ignorare ai suoi commilitoni il fatto che l’audace e generosa Camicia Nera Berto Ricci sia un professore di matematica. Tornato dall’esperienza bellica, si dedica alla professione d’insegnante e, dopo qualche tempo, riceve una cattedra a Prato. L’impegno professionale non gli preclude il lavoro letterario, nel tentativo di dare al fascismo un contributo di radicalità che scuota dal torpore in cui riversano diversi settori del regime e che rischiano di contaminare la gioventù italiana. La lotta ”agl’inglesi di fuori” di cui si fa interprete Mussolini la sposa con estrema convinzione ma, coerente con la sua visione marcatamente sociale del fascismo, non dà minor peso alla lotta “agl’inglesi di dentro”, con chiaro riferimento ai borghesi italiani che proliferano a quei tempi, malgrado in Italia il fascismo si stia affermando come un regime votato ad applicare le prime vere riforme sociali del secolo. Del resto, lui stesso scrive: “…finché il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo”. Nel 1940 partecipa al primo convegno della Scuola di Mistica Fascista sostenendone proprio l’utilità quale espressione di “dinamica unità sociale”. Allo scoppio della II guerra mondiale, Ricci fa di tutto per farsi mandare volontario al fronte, sebbene sia sposato ed abbia due figli. Trova la morte, appunto, il 2 febbraio ’41 in Libia, a Bir Gambula, ove è falcidiato dagli spari provenienti da due aerei britannici.

Nella lettera che invia ai familiari dal fronte libico scrive “Ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. Oggi, tempi in cui il capitalismo si è ormai consolidato in tutte le sue forme più acute e deleterie, la figura di Berto Ricci sembra davvero la testimonianza di sette secoli fa, non di settanta anni.



Di Federico Cenci,

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1960:berto-ricci-luomo-lidealista-lesempio&catid=40:cultura&Itemid=127


martedì 19 ottobre 2010

Uomini di Vetta.


A settanta anni dalla scomparsa di Emilio Comici lo ricordiamo riproponendo un articolo di Mario Cecere pubblicato su Controvento il 17 Maggio 2009.



Lammer, Comici: la montagna come prova di se'.



Una delle vie conoscitive ancora disponibili per l'uomo 'differenziato' è quella alpinistica. Molti potranno trovare l'accostamento addirittura risibile, vittime di un paradigma modernista che presuppone un'invalicabile separazione tra azione fisica e azione conoscitiva. In realtà, già la conoscenza è una forma di azione o prassi mentre l'azione è la manifestazione di un sapere ad un dato livello. Solo la volgarità dell'epoca presente poteva artificiosamente separare ciò che si dà soltanto unito ed estrarre due tronconi scissi dall'unità originaria: un sapere astratto e intellettualistico, arido e privo di vita interiore, da una parte; ed una attività meccanica e parossistica, cieca e priva di ogni interiore significato, dall'altra. Nell'alpinismo alcuni spiriti tra i più nobili e avventurosi dello scorso secolo, l'epoca in cui con maggior forza si fece sentire la crisi dovuta alla dissoluzione nichilista della civiltà europea, trovarono la via di fuga da un mondo alla deriva e, al contempo, la strada maestra per un ritorno, per la congiunzione di due lembi separati che sembravano per sempre lacerati e irricomponibili: volontà e pensiero, natura e cultura, vita e trascendenza, pericolo mortale e gioia contemplativa.

Due furono a mio avviso gli interpreti di maggior spicco di questa tendenza all'azione eroica e conoscitiva in montagna tra le due guerre: il triestino Emilio Comici (1901-1940) e l'austriaco Georg Lammer (1863-1945). Quest'ultimo, si contrappose decisamente all' "alpinismo delle guide", che ancora interpretava l'alpinismo come privilegio di pochi montanari professionisti accompagnatori di turisti passivi.

L'assalto condotto da Lammer a questa mentalità fu travolgente e si accompagnò ad una pratica spregiudicata, estrema e solitaria della conquista in montagna. A differenza di un Comici, davvero un artista mediterraneo di grazia e arditezza, l'austriaco caratterizzava come una sfida superba il suo rapporto con le vette. Rey, alpinista tipico "delle guide", sosteneva: "La fatica, il modo in cui il povero essere mortale si sforza di arrivare ai monti...mi è parso sempre cosa secondaria." Al contrario, per Lammer, "la cosa secondaria fu la montagna e ciò che soltanto m'importava, fu il modo di dominarla esteriormente e di appropriarmela interiormente. No, non era la montagna che io bramavo, ma il mio sforzo a cercare la via, l'alternativa ostinata tra vittoria e sconfitta, la battaglia leale senza aiuti e assicurazioni di chiodi, il nudo pericolo." La consapevolezza anche filosofica di questi uomini eccezionali è testimoniata da frasi come questa: "Le contraddizioni e le crepe minacciose nella muraglia della nostra cultura e dell'anima moderna non dovrebbero essere cementate e intonacate, ma denudate senza pietà." E ancora: "La nostra vita odierna mi sembra come a Nietzsche sommamente pericolosa e il mio compito finora fu sempre fare del male a me stesso e agli altri, in quanto smuovo sotto i nostri piedi il sasso apparentemente sicuro."

Georg Lammer, sopravvissuto incredibilmente,a differenza di altri suoi discepoli, a numerose catastrofi in arrampicata, è considerato padre spirituale dell'alpinismo estremo e il suo libro-manifesto del 1922 Jungborn (Fontana di giovinezza), fu bollato come un classico maledetto e mai più ristampato in Italia dagli anni Trenta. Fu proprio animato dalla indomita generazione alpinistica germanica successiva alla prima guerra mondiale che prese corpo quel fenomeno affascinante e sulfureo del cinema di montagna tedesco di Arnold Franck, Louis Trenker e Leni Rifensthal, "la regista di di Hitler". Giovani nordici legati al culto della natura e forgiati nella "volontà di potenza" nicciana trovarono, nella sfida alle grandi pareti, un dovere assoluto cui consacrare le proprie più intime energie e degno persino di essere pagato con la vita. Lammer morì vecchio e di stenti negli ultimi durissimi mesi della seconda guerra mondiale. La sua eredità spirituale, che ieri fu raccolta dai "profeti del sesto grado", sopravvive forse oggi nelle grandi imprese dei potenti himalaysti contemporanei, a cominciare da Reinhold Messner.

Emilio Comici fu anch'egli un grande alpinista, un'alpinista dallo stile eccezionale ed ineguagliato: per lui l'arrampicata era una composizione ed un'opera d'arte. Mai egli la ritenne, però, separabile dall'azione 'sacra' della conquista ardita, che in lui si accendeva di una particolare veemenza erotica, di un afflato talvolta davvero mistico con la montagna-Dea.

Per Comici, lo 'sforzo' della conquista non poteva essere isolato da una commossa partecipazione estetica ed emozionale alla maestosa vastità, severa e solare, delle Vette. Comici aveva una consapevolezza profonda della sofferenza, del patimento, del lungo e rischioso assedio alla linea verticale da vincere. La sua stessa scelta di lasciare Trieste e andare vivere a Selva di Val Gardena, dove scontò amaramente una solitudine senza rimedio, fu dettata da una lucida ricerca del compimento del suo destino; che, nel caso del più grande e nobile alpinista italiano di tutti i tempi, dovette essere beffardamente ineludibile. "Noi viviamo solo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola. Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente, bisogna pure arrischiare qualche cosa. Il Duce ha insegnato così". La raccolta Alpinismo Eroico, che contiene la descrizione delle straordinarie imprese di Comici, è una lettura che testimonia la totale alterità dell'alpinismo di quei tempi rispetto al nostro, laddove ci appaiono mondi di una ingenuità cristallina pronti al sacrificio di sè per l'ideale purissimo della Vetta.

Le parole di Comici ne sono una chiara evidenza. In lui si alternano emozioni di oscurità a descrizioni di slanci, da momenti di venerazione incantata si passa ad attimi di stupore euforico tesi fino all' autentico rapimento,fino ad abissi di disperazione risuonanti di incessanti preghiere. Comici era l'uomo "gioioso quando arrampicava, malinconico in vetta", nei bivacchi notturni "parlava con le stelle".

Vittima di un amore non corrisposto decise di arruolarsi volontario in guerra ma la sua domanda fu respinta per rispetto dal Ministero. Partito con alcuni amici ed amiche per una breve e facile arrampicata sui monti vicino casa Emilio Comici si sporge da una cengia legato ad vecchio chiodo con un cordino usurato che si spezza. Muore così, il 19 ottobre 1940, neanche quarantenne, il più prodigioso talento alpinistico italiano forse di sempre.


venerdì 11 giugno 2010

EVOLA, L’ANTIMODERNO. [11 Giugno 1974 - 11 Giugno 2010]


Pubblichiamo l'articolo uscito su Controvento, bollettino interno dell'Associazione Culturale Tyr Perugia, del 2008 in occasione dei 110 anni dalla nascita.

Julius Evola è uno di quegli uomini della riflessione, che siam soliti chiamare filosofi, di cui spesso si sente parlare anche a sproposito all’interno di certi ambienti culturali, ma che, fondamentalmente viene dai più completamente accantonato. Come si è avuto modo di spiegare in più circostanze e come è sempre bene ribadire, ogni pensatore vive di sé e degli altri che con lui si pongono in confronto. Non è possibile inquadrare né tantomento catalogare nelle strettoie di un incartamento becero ed infantile, la portata straordinaria di ciò che ogni uomo del pensiero ci offre con le proprie osservazioni, con le proprie intensità e con le proprie sensazioni, sempre inserite nel tempo e figlie di un divenire, che non può disconoscere la sua essenzialità ontologica. Se un grande insegnamento la filosofia cosiddetta continentale ci ha dato, è proprio quello connesso al carattere prospettico e impersonale della realtà che ci circonda: senza dilungarci troppo sul valore fondamentale della riflessione ermeneutica dobbiamo comunque osservare il contesto in cui Evola storicamente si inserisce, il tratto storico-teoretico che tutta la riflessione occidentale ha vissuto come compimento della parabola cominciata decenni prima con l’irruenza antimetafisica di Friederich Nietzsche, forgiata attraverso la fenomenologia di Husserl, portata a concretizzazione da Heidegger e proseguita da Gadamer, senza che niente venisse scalfito dai mille eventi che avevano nel frattempo radicalmente cambiato la situazione europea (due guerre mondiali, indipendentismi, processo di Norimberga, terrorismo, sessantotto e via dicendo). La reazione contro la metafisica tradizionale, il ritorno ai pre-socratici (Eraclito, Parmenide, Anassimandro…), la decostruzione dell’antropocentrismo, il superamento del rapporto soggetto-oggetto, la critica della Ragione, il nichilismo quale fenomeno onto-storico e destino improcrastinabile di un’umanità ormai irretita nell’ambito dei vecchi e degenerati schemi del pensiero occidentale (la sottile linea antropocentrico-escatologica che legava platonismo, ebraismo, cristianesimo, illuminismo, empirismo, marxismo ed idealismo), il circolo ermeneutico come unica fonte di conoscenza, il rifiuto del mondo della tecnica quale dominio scellerato ed invasivo della volontà di potenza ai danni del mondo reale e tradizionale, erano tasselli su cui tutto il pensiero Novecentesco si è mosso, sin dai suoi albori. La morte di Nietzsche, avvenuta esattamente nell’anno 1900, e le sue profetiche e terrorizzanti parole (“Quella che vi sto per raccontare è la storia dei prossimi due secoli…”), hanno segnato indubbiamente un’epoca che ha vissuto sulla paura e sulla desolazione completa, in ogni angolo della cultura, filosofico, ovviamente, letterario, artistico, umanistico e politico. Per quanto, stracitato e spesso chiamato in causa anche oltre gli stessi intenti dell’autore, basti pensare all’importanza rivestita da un testo fondamentale come “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler. Proprio da quest’ultimo, Julius Evola sembra particolarmente colpito, nel momento in cui, comincia a formarsi. La tormentata e controversa personalità del filosofo romano, stava attraversando un periodo particolarmente tragico, al momento del ritorno (nel 1919) dal fronte. Vicino al suicidio, affermò (come leggiamo nel suo Il cammino del cinabro), di aver rinunciato a questo gesto, dopo l’illuminazione in seguito alla lettura di un testo buddhista. Questo incontro, sulle stesse orme che mossero anni prima Schopenauer, non si esimerà dall’essere foriero di una nuova impostazione, che lo porterà a conoscere l’induismo e le teorie dell’Uno, così tanto sconosciute nel profondo e così tanto occidentalizzate, commercializzate e spudoratamente violentate nel corso degli ultimi decenni dalla cosiddetta new age o next age. A questo interesse si accompagnano i mai sopiti spunti esoterici e gnostici che lo hanno accompagnato. Testi come Imperialismo Pagano e soprattutto il più conosciuto Rivolta contro il mondo moderno, pubblicato in piena era fascista, non gli valsero le simpatie, ma anzi gli procurarono diverse noie e pure delle censure. Fu scomodo, per molti gerarchi, per quei cosiddetti fascisti della seconda ora, quelle fazioni conservatrici e burocrati, soggiunte a Fascismo ormai assestato e definito. La sua visione del resto ha sempre rimarcato un carattere sovra politico, anzi impolitico, che poco aveva a che spartire con la brutale normalità istituzionale ed amministrativa, e che mirava in alto, verso la più pura teoresi di quel mondo della Tradizione, da lui decantato e osannato. Ma cosa era in realtà questa Tradizione? E a cosa si contrapponeva? Fu nel dopoguerra, e precisamente nel 1951 che Evola, venne chiaramente coinvolto nel processo al movimento paramilitare dei FAR, organizzazione neofascista, quale presunto teorico e intellettuale di riferimento. Fu naturalmente assolto con formula piena, malgrado l’isteria antifascista di tutto il dopoguerra avesse persino portato sul banco degl imputati, una persona totalmente estranea ai fatti, senza prove, senza legami espliciti o meno, ma solo sulla base di una presunta connessione intellettuale. Da quel tipo di difesa e da quel distacco intrapreso verso tutto ciò che riguardava la dimensione politica nel senso più strettamente partitico del termine, possiamo subito capire che le origini del pensiero evoliano, nascevano molto più indietro e avevano radici ben salde in una sorta di filosofia della storia, che (non di rado ispirata da Guenon), rileggeva il passato del corso temporale attraverso una disamina chiara e precisa, che poneva in netto contrasto due principi: il mondo della Tradizione da un lato, ed il mondo dell’antiTradizione dall’altro. L’umanismo nel mezzo, a far da mezzavia, era indicato come il momento critico, il punto dell’irreversibilità antitradizionale, nel quale vengono poste le basi per lo sviluppo del cosiddetto homo hybris, nel quale scompare ogni richiamo al Sacro, ogni senso gerarchico, ogni assoluto. La trascendenza, quale mezzo di coglimento per l’uomo della Tradizione, svanisce sotto i colpi del laicismo, sotto i colpi dei miti del progresso e dell’homo faber fortunae suae, tipici della tendenza trionfante all’interno della pur vasta cultura umanistico-rinascimentale. L’individualismo trasudante e baldanzoso, che uscì fuori da questa rivoluzione catastrofica, si traslò sul piano più strettamente ideologico nel liberalismo, nell’anarchismo sociale, nel marxismo e nel totalitarismo, sia democratico sia dittatoriale. Riprendendo Guenon, l’umanismo era esattamente la sintesi del programma che l’Occidente moderno aveva ormai inteso seguire, per mezzo di una vasta opera di riduzione all’umano dell’ordine naturale: qualcosa di presuntuoso e sconvolgente, la cui precisa critica mostra chiaramente i punti di contatto con la Genealogia della morale affrontata da Nietzsche e con i Saggi di Heidegger. La Rivolta evoliana è qualcosa che, probabilmente resta indietro rispetto ai maestri tedeschi, e in parte paga ancora un lascito terminologico alla metafisica che invece Egli intendeva abbattere, ma indubbiamente il valore, il nisus, il punto ottico di osservazione teoretica pare quasi essere lo stesso. Il progresso è niente altro che una “vertigine”, un’illusione, con la quale l’uomo moderno viene ammaliato e ingannato: una auto illusione, che lo porta in una dimensione di progressivo oblio dell’essere autentico (ancora Heidegger, come vediamo), in favore dell’ormai avvenuto e sempre più imbattibile matrimonio con l’antropomorfizzazione del mondo. La Tradizione, con i suoi valori gerarchici (“dall’alto verso l’alto”), con il suo carattere cosmologico e ciclico (indistinzione uomo-natura, homo hyperboreus e circolarità storica – ancora Nietzsche con l’eterno ritorno), con la sua concezione sacrale-trascendentale, si mostrava come la sola vera arma in condizione di opporsi alla degenerazione causata dai miti metafisici, antropocentrici e razionalistici, e da fenomeni sociali quali il progressismo, la secolarizzazione, il laicismo e l’ateismo materialista. “Umanistica è quella cultura nella quale principio e fine cadono entrambi nel semplicemente umano: è quella cultura priva di qualsiasi riferimento trascendente o in cui tale riferimento si riduce a vuota retorica, che è priva di ogni contenuto simbolico, di ogni adombramento di una forza dall’alto. È umanistica la cultura profana dell’uomo costituitosi a principio di sé stesso, quindi metafisicamente anarchico e intento a sostituire a quell’eterno, a quell’immutabile e a quel super-personale, di cui egli ha finito col perdere il senso, i fantasmi vari e mutevoli dell’erudizione o dell’invenzione dell’intelletto o del sentimento, dell’estetica o della storia”: in queste riflessioni potremmo sintetizzare il pensiero più radicale ed interiore di Evola, osservando in esse il carattere tradizionale, che lo portò a negare la validità del darwinismo, dell’evoluzionismo e dell’ugualitarismo, in favore di una weltanschauung forgiata sui significati antichi di imperialità, gerarchia e razzismo (o meglio ancora, razzialismo) spirituale. La morte di Dio, annunciata dal folle deriso nella Gaia Scienza di Nietzsche, è un punto di partenza ineludibile, per comprendere cosa significhi nel profondo la perdità dell’ordine, il senso di sconforto per l’abbattimento dei valori tradizionali e il senso di disorientamento, quale destino onto-storico (il nichilismo come ospite indesiderato) di una civiltà autodistruttiva come quella umana, appunto, affidatasi volitivamente a nuovi (dis)valori, in aperto contrasto con quella che è l’essenza più autentica dell’ordine naturale del mondo, abbandonando ogni senso atemporale ed ontologico del pensiero, e sviluppando una concezione calcolante, transeunte e mercantile della ragione umana, finalistica e teleologica, individualista e materialista. Pensare di poter ricondurre il suo pensiero alla mera dimensione politica, sarebbe una violenza inaccettabile, così come tentare di elasticizzarne le asperità o le parti più scomode. Di fronte ad un grande uomo del pensiero, abbiamo sempre un grande tesoro, forte di un’apertura semantica continuamente attingibile e sempre esplorabile attraverso nuove chiavi di lettura. Non chiudiamone il raggio, non limitiamoci a ciò che più interessa ad ognuno di noi, non compriamone una parte per buttarne via delle altre: non siamo al mercato, non siamo mercanti, non siamo clienti. Siamo uomini.

Associazione Culturale Tyr Perugia


mercoledì 9 giugno 2010

Nazionalizzazione delle imprese. Avanti Hugo Chavez!


Ottanta aziende di diversi settori merceologici, però tutte appartenenti a facoltosi banchieri venezuelani saranno nazionalizzate dall’amministrazione venezuelana. L’annuncio è arrivato direttamente dal presidente Hugo Chavez che durante il suo consueto appuntamento con il programma ‘Alò Presidente’ ha informato i suoi connazionali della decisione.



Dunque, aziende alimentari, compagnie di trasporto e grandi proprietà terriere, verranno espropriate e Caracas farà così rispettare la legge. Basta speculazioni, rispetto ferreo della legislazione e stop anche con la violazione della concorrenza sui prezzi, goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha condotto Chavez a questa delicata decisione che sicuramente lascerà strascichi per i prossimi mesi. E intanto alcuni imprenditori sono già finiti nel mirino della magistratura venezuelana mentre altri sono al sicuro, all’interno dei confini statunitensi.Ma la decisione di Chavez giunge soprattutto per mettere il Paese al riparo da un’ipotetica crisi finanziaria, (già l’anno scorso una piccola crisi bancaria spaventò non poco la finanza nazionale). “Da molti anni si sa che uno dei fattori più scarsi e meno comuni del Venezuela è rappresentato dai funzionari pubblici ben preparati, ben formati, onesti ed effettivi, questa è la risorsa più scarsa del Venezuela. Era così prima di Chavez ma è così anche adesso” racconta al telefono con PeaceReporter il direttore del Foreign Policy, Moises Naim, considerato una delle persone più influenti del mondo nell’ambito della comunicazione. “Dico che la possibilità di trovare nel settore pubblico venezuelano sia prima che dopo Chavez, un funzionario pubblico efficace ed efficiente, è molto bassa. Il presidente Chavez sta adottando un modello economico che parte dalla supposizione che le risorse più abbondanti del Paese sono i funzionari pubblici. Ogni volta che nazionalizza una di queste compagnie, il bisogno di trovare gente competente che diriga efficacemente e porti avanti le aziende, aumenta più che proporzionalmente. Allora Chavez sta facendo una scommessa su un modello economico che fa riferimento alla risorsa meno abbondante del Venezuela”.



A questo discorso si aggiunge poi una riflessione sull’acqua, argomento di dominio pubblico anche in altri stati del Pianeta. Il presidente Chavez ha fatto sapere di volere revisionare quanto prima i contratti con le imprese multinazionali che hanno la possibilità di sfruttare acqua, soprattutto a quelle che producono bibite gassate. “L’acqua è proprietà del popolo” ha detto il leader venezuelano che ha aggiunto che tutte le iniziative prese finora sono “solo l’inizio del cammino verso il socialismo. Ora bisogna accelerare”.

Di Enrico Piovesana,
it.peacereporter.net


giovedì 13 maggio 2010

Louis-Ferdinand Céline


Il Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, fu pubblicato nel 1963 dalle Éditions Universitaire nella collana Classiques du XXe siècle. A distanza di quasi mezzo secolo il libro, che ora si presenta con una nuova prefazione dell’Autore, conserva intatte la lucidità d’analisi e l’acutezza nel mettere a fuoco l’importanza e il valore di Céline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del Novecento, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlet.
F.to 14x21, brossura, 112 pag., alcune ill. b/n, 15,00 Euro.
Una iniziativa del blog
http://lf-celine.blogspot.com, l’opera di Céline in brevi schede bibliografiche, estratti, notizie e interviste.


martedì 4 maggio 2010

BOBBY SANDS MARTIRE D'EUROPA.



Bobby Sands, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine, Martin Hurson, Kevin Lynch, Francis Hughes, Joe McDonnell, Pasty O’Hara e Raymond McCreesh ci hanno lasciato l’esempio di persone in grado di combattere fino a morire per la propria libertà. Onore.



Controvento

domenica 14 febbraio 2010

Pio Filippani Ronconi: il conte guerriero.

All'eta di ottantanove anni si è spento a Roma il professor Pio Filippani Ronconi, orientalista di fama internazionale. Nato da una famiglia della classe patrizia romana fu inghiottito dagli avvenimenti della guerra civile spagnola dopo la fucilazione della madre ad opera delle milizie repubblicane. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruolò tra gli “Arditi” e dopo l'8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana come volontario nel battaglione “Degli Oddi” della “Legione SS Italiana”, meritandosi una Croce di Ferro di II classe germanica per le sue gesta durante i combattimenti nella battaglia per la difesa di Nettuno. Occasione nella quale gli italiani arruolati tra le fila delle formazioni tedesche dimostrarono il loro valore ritardando l'avanza degli eserciti alleati, sforzo che non passò inosservato e consentì ai legionari di fregiarsi delle rune SS sul classico sfondo nero, una concessione del Comando tedesco che li integrò ufficialmente nelle Waffen SS, le armate internazionali che prestarono servizio al fianco della Wehrmacht. Un apporto per nulla marginale che si rivelò fondamentale su molti teatri, specie sul finire della guerra. Furono infatti gli “stranieri” a difendere una Berlino stretta nella morsa dell'Armata rossa.

L'esperienza nelle SS fu sempre ricordata in modo mesto da Ronconi, senza nostalgia o fanatismo. In occasione di un'intervista spiegò che la sua era stata una scelta quasi obbligata, per lui, patrizio romano, era l'unico modo per rispondere al tradimento dell'armistizio e alla fuga del capo delle forze armate – il re Vittorio Emanuele III – tra le braccia di americani ed inglesi. Eppure la sua decisione, dettata da un senso dell'onore profondamente radicato, costò cara a Ronconi. Il suo passato divenne ad esempio motivo per sospendere sine die la sua collaborazione con la terza pagina del Corriere della sera. Via Solferino non poteva permettersi di ospitare un “nazista” nelle pagine della cultura, anche grazie ad un duro comunicato del Comitato di redazione il professore fu cacciato senza appello. I soliti benpensanti pronti a difendere la libertà di espressione e i valori della democrazia in tutte le loro declinazioni riuscirono ad impedire ad un accademico settantenne di spiegare le usanze dei samurai giapponesi o i riti per celebrare il capodanno lunare nella Cina imperiale. Eppure il suo curriculum avrebbe dovuto impedire che qualcuno potesse solo accennare la minima polemica. L'ex militare fu infatti professore ordinario di Religioni e Filosofie dell’India, professore incaricato di Lingua e Letteratura Sanscrita, già professore straordinario di Dialettologia Iranica, e precedentemente incaricato di Filosofie dell’Estremo Oriente all’Istituto Orientale di Napoli. Fu anche dottore honoris causa di Teologia e Scienze dell’Islam presso l’Università di Teheran (unico occidentale insignito di tale riconoscimento); dottore sempre honoris causa in Filosofia della Storia grazie al riconoscimento dell’Università di Trieste.

Quale docente e storico delle religioni, ha sviluppato ricerche sulle sette gnostiche in India e Tibet e sui movimenti mistici ed eterodossi nell’Islam orientale, specialmente in Persia. Ha indirizzato i propri interessi verso la fenomenologia religiosa, dello Yoga e dello Sciamanesimo, argomenti sui quali ha pubblicato vari scritti. Fra le sue attività, si ricorda la sua partecipazione alla spedizione in Marocco, promossa dalla Fondazione Ludwig Keimer, che portò alla scoperta dell’antica città di Sigilmassa. Nel corso della sua esistenza ci pensò anche la magistratura a mettergli i bastoni tra le ruote. Suo malgrado fu coinvolto nell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana per via del suo intervento pronunciato durante il convegno all'hotel Parco dei principi del 1965. Le successive indagini esclusero però qualsiasi forma di coinvolgimento nella pianificazione della cosiddetta “strategia della tensione”. I suoi approfonditi studi sui culti tradizionali lo portarono sicuramente a non temere la morte. Ci piace quindi ricordarlo con un suo motto che testimonia quanto fosse vivido l'ardimento nel suo animo: Viva la muerte!



Matteo Mascia, www.rinascita.info

giovedì 11 febbraio 2010

venerdì 23 ottobre 2009

Più avanti ancora.



"Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora".



Filippo Corridoni

Sindacalista Rivoluzionario





Pausula, 19 agosto 1887

San Martino del Carso, "Trincea delle Frasche", 23 ottobre 1915








venerdì 9 ottobre 2009

Ernesto Guevara, 9 ottobre 1967 - 9 ottobre 2009

Quarantadue anni fa veniva ucciso Guevara.

Aveva scelto la guerriglia e l'avventura, il romanticismo e la morte.



venerdì 25 settembre 2009

Parla lui... Vanno via gli altri... Democratici occidentali.

NEW YORK - «Lo stato ebraico si è reso responsabile di politiche inumane contro i palestinesi». «Le forze stranie re spargono guerra, sangue, aggressione, terrore e intimi dazione in Iraq e in Afghani stan». E ancora: «Le elezioni in Iran sono state gloriose e pienamente democratiche, aprendo un nuovo capitolo per il mio Paese». Nel suo terzo discorso da vanti all’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente irania no Mahmoud Ahmadinejad ha rispolverato ancora una volta le sue requisitorie più stantie, vecchie ormai di anni, tornan do ad inveire contro l’Occiden te, il capitalismo e una presun ta lobby ebraica, più volte men zionata senza citarla.



«Non è possibile che una piccola mino ranza domini la politica, l’eco nomia e la cultura mondiale», ha arringato Ahmadinejad, che è salito sul podio verso le sette di sera (ora di New York) e nel suo discorso si è guardato bene dal menzionare il dossier nucleare. Dopo essere stato il protago nista assoluto delle ultime due Assemblee generali dell’Onu — nel ruolo del cattivo più te muto d’America, dopo Hanni­bal Lecter e Darth Vader — Ah madinejad sapeva che ad oscu rare il suo terzo exploit Onu sa rebbe stato il colonnello libico Muammar Gheddafi, al suo de butto al Palazzo di Vetro. Ma se era difficile eguagliare ciò che il New York Times ha defi nito «la farneticante e intermi nabile diatriba di Gheddafi», Ahmadinejad ha cercato co munque di reclamare per sé un po’ dei riflettori che per tut ta la giornata erano finiti sul leader libico. Solo alla fine, Ah madinejad ha aggiunto che l’Iran «stringerà calorosamen te tutte le mani tese con one stà verso di noi».



Alla vigilia del suo discorso, Israele aveva chiesto a tutte le delegazioni di boicottare l’in­tervento per protesta contro la sua ennesima negazione dell’ Olocausto, la scorsa settimana. Il Canada è stato il primo a raccogliere l’appello. Quando Ahmadinejad ha preso la parola la delegazione canadese è uscita. Molte altre delegazioni tra cui quella americana, francese, tedesca e italiana hanno lasciato l’aula, come annunciato in mattinata: «Se Ahmadinejad lancerà l’ennesima provocazione ad Israele, lasceranno tutti insieme la sala». Accolto dalla solita sfilza di insulti sulle pagine dei tabloid della Grande Mela, Ahmadi nejad non è stato invitato al ri cevimento organizzato ieri se ra dal presidente Usa Baack Obama in onore dei capi di Stati e di governo presenti all’Assem­blea Generale. E gli organizza tori l’hanno relegato a parlare a fine serata, quando la grande sala Onu comincia tradizional mente a svuotarsi e le delega zioni confluiscono nelle tante cene e feste ufficiali.



A contro bilanciare l’audience sparuta del Palazzo di Vetro (la Cnn ha zoomato più volte sulla sala se mi- deserta) ci hanno pensato migliaia di dimostranti che per il terzo giorno consecutivo hanno protestato contro la sua presenza a Manhattan. Ma il lo ro dissenso, come del resto quello di milioni di militanti in patria, non l’ha neppure scalfito. «Il suo messaggio Onu è stato orchestrato per mi gliorare la sua posizione nel mondo musulmano, rafforzan done la reputazione di eroe del Terzo Mondo», teorizza Mohamad Bazzi, esperto di Studi Mediorientali per il pre stigioso Council on Foreign Re lations. «Ahmadinejad ha lavo rato sodo per coltivare l’imma gine di leader populista pani slamico che non ha paura di scontrarsi con l’Occidente — incalza Bazzi —. Non potendo cancellare la macchia dell’ele zione rubata, non gli resta che inveire contro Israele e l’Occi dente» .



In un’intervista concessa all’Ap prima di salire sul podio, il leader iraniano aveva invitato Obama a considerare l’Iran co me un «potenziale amico degli Usa». «Ho sentito Obama dire che la prossima minaccia è l’Iran — ha spiegato —. Ma l’Iran è un’opportunità per tut ti. Storicamente, chi è stato amico dell’Iran ha avuto molte opportunità».


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martedì 3 marzo 2009

Canti assassini e .... canti assassinati.






Ripubblicata in questi giorni a cura di Rupe Tarpea edizioni la colonna sonora militante dei nostri anni giovanili; i canti assassini di Massimo Morsello. La cassetta ricordiamo per i non-filologi della musica alternativa, venne interamente registrata con strumenti di fortuna durante l’esilio di Londra nei primi anni 80 e fu pubblicata semi-clandestinamente e passata di mano in mano tra le giovani generazioni militanti che sopravvissero alle tempeste inquisitorie ed al riflusso.






I Canti assassini rimasero un tema di unificazione e di sopravvivenza, il contatto quasi esoterico con decine e decine di fratelli che avevano preso la via dell’esilio o marcivano nelle galere di stato in attesa di un processo; la colonna sonora della generazione 78 che nonostante tutto non demordeva. E fu anche una occasione, per cominciare a riflettere su ciò che era successo negli anni precedenti, sulla quella sana mutazione antropologica e metapolitica che era stata avviata a metà degli anni 70, e in cui si intravide “chi e cosa era veramente il nemico principale”. I brani di Massimino furono “traghettati” per circa una decina d’anni, in maniera semiclandestina, con il linguaggio dei bardi-militanti , sbagliando spesso l’accordatura non facile del tema musicale e della ritmica, alterando perfino qualche parola non ben comprensibile dalla cassetta originaria.



Masimo Morsello (in arte Massimino), aveva esordito dal vivo a Campo Hobbit II, presso Fonte Romana in provincia dell’Aquila, nel 1978, ed aveva successivamente pubblicato il suo primo lavoro Per me e la mia gente registrandolo dal vivo con voce chitarra ed armonica a bocca, negli studi di Radio Alternativa di Roma a via Sommacampagna . Le poche recensioni dell’ambiente (”Dissenso”, “La voce della fogna”) furono favorevoli e compiaciute della novità . Si notava già in Massimino la stoffa del cantautore, soprattutto nel suo modo semplice di comporre e di arrangiare musica, indice di qualità e creatività assolute.



Tuttavia Massimo Morsello, già da allora , era considerato dagli “istituzionali missini” e dai neo-destri rautiani in carriera (anche senza il Berlusca-Dux), in grave sospetto di eresia; e poi Massimo era un affiliato dell’ anarchica famiglia di Via Siena, una comune senza regole, una tribù-clan considerata dall’apparato missino, la classica situazione fuori controllo (1).

La compilazione edita oggi da Rupe Tarpea tra l’altro contiene i tre brani di esordio presentati dal vivo da Massimo Morsello a Campo Hobbit II , di cui sono conosciuti e consolidati nei repertori solo i primi due: Il battesimo del fuoco e la Tua gente migliore. Il terzo brano, intitolato Il paradiso dei guerrieri è un vero inedito, un brano sconosciuto ai più , sul quale vale spendere qualche aneddoto di natura storico-politica per far capire ai molti, da dove si viene, e con chi ci si “confrontava” amaramente già da allora.



Infatti dalla compilazione di Campo Hobbit II, preparata alla meno peggio, rimase “volutamente” censurato e destinato all’oblio eterno, il brano in questione, e per un motivo semplicissimo : Massimo aveva scritto e dedicato Paradiso dei guerrieri a Franco Anselmi, assassinato a Roma qualche mese prima, durante un tentativo di reperire armi e munizioni in un armeria a Monteverde nuovo. Stavano nascendo i Nar, stava nascendo la generazione degli scomodi figli di nessuno, coloro che avrebbero rotto pesantemente con gli schemi dell’apparato della “destra da cortile”. Mai più comodi bersagli degli allenamenti di tiro nel mucchio dell’estrema sinistra romana, e mai più vittime utili per le becere campagne elettorali anti-comuniste di Giorgio Almirante.



Franco Anselmi per il partito non era il militante qualsiasi, il ragazzino morto assassinato dagli ultra-rossi, era un personaggio con cui sarebbe stato difficile fare del semplice vittimismo anti-comunista; Franco Anselmi è stato uno dei tanti , come Giancarlo Esposti, Riccardo Minetti, Alessandro Alibrandi, Giorgio Vale che non ha mai trovato granchè accoglienza nel pantheon dei cosidetti “Cuori Neri”, perché è stato uno di quelli che non solo si è difeso, ma ha anche cominciato ad attaccare creando il delitto di lesa maestà nell’apparato.



Nei libri di ricostruzione storiografica sul neo-fascismo è rimasto come colui che ritualmente bagnava il suo passamontagna nel sangue dei fratelli caduti (a Piazza Risorgimento, ad Acca Larenzia) . Massimo conosceva bene “questo suo estremo rituale” e lo ha anche raccontato tra le righe del testo della canzone.



I dirigenti missini di Via sommacampagna (alcuni dei quali notissimi, perchè ormai promossi tutti a deputati o addirittura a ministri ) preferirono dunque, senza alcun rispetto filologico per la storia del Campo Hobbit II di Fonte Romana, e senza aver interpellato l’autore del brano, rimuoverlo ed estrapolarlo “ipocritamente”, durante la compilazione della raccolta. Sarebbe stato molto più corretto inserirlo, magari con un commento ad hoc, invece che censurarlo.



Insomma Paradiso dei Guerrieri doveva sparire; un canto assassino, che ha rischiato di rimanere ” assassinato “.

E c’erano quasi riusciti. Peccato che di pischelli terribili, oltre a Massimo Morsello, nel mitico “Campo Gollum” (2) , ce ne erano almeno un migliaio e qualcuno pensò bene di registrare il brano dal vivo, brutalmente, senza alcuna tecnica, una semplice testimonianza passata poi di mano in mano, come una sacra reliquia, su cassette e nastri mal-registrati, per ben tre decenni e oggi ripubblicata finalmente da Rupe Tarpea, dopo esser comunque finita negli archivi per fortuna onnicomprensivi della Lorien.



D’altra parte la censura di partito dei primi anni ‘80, tutta impegnata nella sana campagna a favore della doppia pena di morte (ricordiamo l’allora MSI-DN di Almirante con Pino Rauti prontamente rientrato nella direzione nazionale del partito), colpiva duro in quel periodo; soprattutto durante le poche occasioni pubbliche e/o comunitarie giovanili, sospettate sempre di fronda e deviazionismo extra-parlamentare.



La musica alternativa era il viatico prediletto per trasgredire, generare dubbi, fare danni. Ricordo perfettamente come in un paio di occasioni in cui invitato dai ragazzi del Fronte della Gioventù ad esibirmi in alcune feste tricolori, i dirigenti cercarono maldestramente prima della mia esibizione (avevo circa 22 anni!!) di “parlamentare” sui singoli brani da presentare, spaventati su ciò che avrei potuto cantare o dire. Ed io che mi ero studiato a memoria la cassetta dei “Canti Assassini”, come al solito rompevo loro le uova nel paniere, raccontando storie che per “l’apparato” dovevano essere ben taciute e saggiamente nascoste. Come dire:un modo come un altro per mettere a tacere e giudicare gli anni 70, prima del tempo.



Nonostante tutto, e nonostante il vento, Franco e Massimo si sono in qualche modo rincontrati, e ancora oggi rimane per fortuna intatto l’intero patrimonio della musica e dei ricordi ad essi legati , e rimangono ben vivi non solo i canti assassini ma anche quelli che avrebbero dovuto essere assassinati dalla ”gente migliore” (3).



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Note



(1) Da “La Voce delle Fogna”, ottobre 1978 : «…Massimino non ha perso tempo, l’ultimo venuto! Roma esige i suoi diritti e “ il pivello ”, dopo aver acceso le folle un tantinello instabili di Fonte Romana, ripropone all’ascolto una cassetta ad uso interno, più meditata, senza il confronto isterico rivoluzionario. Per me e la mia gente vi parlerà di riti di piazza, di famiglie che non sanno capire, di poeti in società: la storia di uno di noi assunto ad epica del quotidiano alternativo».



(2) Campo Gollum alias Campo Hobbit II : ribattezzato così dai critici "della nuova destra rautiana" in quanto a Fonte Romana si è respirata la deriva neo-insurrezionalista e anarco-nichilista che già aveva investito l’ambiente destro-radicale di fine anni 70#8242;.



(3) Per chi conosce il testo del brano di Massimo saprà perfettamente individuare vecchi e nuovi referenti e stereotipi umani indicati con il termine tutto morselliano di ” la gente migliore “.



Articolo di Francesco Mancinelli

sabato 21 febbraio 2009

GERARDO DOTTORI.

Nasce a Perugia nel 1884. Orfano di padre, compiute le elementari lavora presso un antiquario per circa quattro anni, poi si concede un periodo di riflessione, che trascorre girovagando nelle campagne circostanti la città. Frequenta quindi l’Accademia di Belle Arti e, tra il 1904 e il 1905, inizia a dipingere secondo i dettami formali del divisionismo. Nel 1906 a Milano opera come riquadratore di stanze; poco dopo, disoccupato, è costretto a rientrare a Perugia. Nel 1912 aderisce al Futurismo, avanguardista, culturalmente avanzato e provocatorio, scelta fondamentale che orienta l’intero percorso artistico. Al ritorno dalla guerra del ’15-’18 fonda la rivista “Griffa”. Nel 1926 si trasferisce a Roma, dove risiede fino al 1939 e collabora con diverse testate giornalistiche. Nel 1929 firma con i futuristi Balla, Marinetti, Depero, Fillia, Prampolini, Tato, Somenzi il Manifesto dell’Aeropittura. Rientra a Perugia in seguito all’incarico di docente alla locale Accademia di Belle Arti (1939), che peraltro dirige dal 1940 al 1947. Abbandona l’insegnamento nel 1967. È presente in 11 edizioni della Biennale di Venezia (1924-1942) dov’è il primo futurista a proporsi. Viene regolarmente invitato a ogni Quadriennale romana fino al 1948 e a numerosissime esposizioni nazionali ed estere, tra le quali si segnala la mostra “Dottori ottanta anni di grafica 1895 – 1975” alla galleria Editalia (oggi Edieuropa). Muore nel 1977.





“Mediante gli stati d’animo delle velocità aeroplaniche ho potuto creare il paesaggio terrestre isolandolo fuori tempo-spazio nutrendolo di cielo per modo che diventasse paradiso”.

Gerardo Dottori













venerdì 20 febbraio 2009

Evola e quel messaggio politico sempre attuale.

Non si vuol sostenere in alcun modo che Julius Evola sia il Messia e che ogni sua parola venga dalla bocca di Dio. Abbiamo da un pezzo superato l’età dei fanatismi incondizionati, contro i quali fu lo stesso Evola a mettere in guardia. Quel che però è certo è che nessuno, dal giorno della sconfitta del Tripartito, ha saputo trasmetterci un messaggio politico lucido e profondo come il suo, tanto che possiamo definirlo il nocciolo di tutti i nostri contenuti e la precisa discriminante che nettamente ci separa e ci contrappone alle varie “ideologie” di matrice Hegeliana che sono state proclamate negli ultimi due secoli.

 


Purtroppo, non tutti i camerati hanno compreso e assimilato quel messaggio, ed è questo il principale motivo del persistere di incomprensioni e contrasti tra noi e dell’inquinamento di ambienti e circoli pur chiaramente nostri con tendenze ed equivoci “percolati” da falde a noi completamente estranee. Scomparsa la carismatica figura del Duce, che con la sua personalità travolgente riusciva a convogliare verso un’unica direzione le tendenze e vocazioni più disparate, caduti in guerra o assassinati quasi tutti i suoi più fedeli collaboratori, iniziato in crescendo l’assordante concerto della “cultura” asservita ai nuovi padroni, noi siamo convinti davvero che, se tutti gli uomini rimasti liberi, in Italia, avessero sempre tenuto conto di quel breve ed essenziale messaggio evoliano, tutta la nostra azione politica avrebbe avuto ben maggiore efficacia e, man mano che il regime fondato sul tradimento e sulla sconfitta dimostrava la sua impotenza e corruzione, saremmo quanto meno riusciti a rappresentare per la parte più sveglia e onesta del nostro popolo il polo della speranza e della riscossa.


 


Quel messaggio si può esprimere in poche righe, e nessuno lo ha fatto meglio che Evola stesso nel suo prezioso Orientamenti, destinato proprio ai giovani. «Nulla ha capito chi si illude, oggi, circa la possibilità di una lotta puramente politica o sociale e circa il potere dell’una o dell’altra formula o sistema, cui non faccia da precisa controparte una nuova qualità umana. Se uno Stato possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene, questo Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più basse: mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle prove più calamitose, anche se il suo sistema politico fosse manchevole e imperfetto».


 


Ma, a questo punto, attenzione a non trarre dal giusto criterio conseguenze errate. Che tutto dipenda dalla qualità degli uomini e non dal sistema di organizzazione sociale (contrariamente all’illusione di tutti i socialismi) non significa affatto che le istituzioni politiche, l’ordinamento giuridico, i meccanismi di accesso al potere, la qualità della vita, la fisionomia economica siano indifferenti. Tutte quelle cose sono, infatti, molto rilevanti come fattori di elevazione qualitativa o di degenerazione umana. Significa soltanto che esse vanno concepite, studiate ed attuate soprattutto in funzione della qualità umana che esse sviluppano nel popolo, e cioè delle qualità morali, intellettuali e anche fisiche di cui possono propiziare l’emergenza e l’affinamento, e delle tare e debolezze che possono controllare e reprimere.


 


 L’uomo moderno, grazie al cosiddetto progresso, utilizza a vantaggio proprio e della comunità cui è legato solo una parte minima delle proprie qualità potenziali, anzi, non di rado sono proprio quelle negative (p. es. l’egoismo e l’ipocrisia) ad assicurargli il successo. Funzione della scienza politica è, invece, quella di istaurare un sistema che porti i singoli a impiegare le proprie valenze positive, anche latenti, e a respingere come nemiche le proprie debolezze. Buono, per gli effetti qualitativi che consegue, è un sistema che assegni a ciascuno le sue responsabilità, che di ciascuno valorizzi le peculiarità e non la presunta eguaglianza, che sviluppi il senso comunitario, che nobiliti il comando come la disciplina, che abitui a conquistare ogni cosa con la fatica e la perseveranza e non reclamando diritti a tutto spiano, che ponga i giovani nella necessità di utilizzare al massimo le proprie capacità sia per sé che per il bene comune, che segua come suprema regola il rispetto assoluto per la biosfera, che protegga e rinsaldi i legami familiari, che - in altri termini - si preoccupi non di elargire comodità e “sicurezza”, ma di produrre uomini e donne equilibrati e sereni. Cattivo è il sistema che stimoli l’edonismo, la pigrizia e l’irresponsabilità, che parli sempre di diritti e mai di doveri, che premi la demagogia col potere e la piaggieria con privilegi, che privilegi la furberia anziché l’ingegno, il conformismo anziché il merito, che concepisca il potere politico non come un onere, ma come un vantaggio. Ma - direte - è la fotografia dell’attuale repubblica! Appunto.


 


Bene dice Evola: nessuna “formula” in sé può apportare benefici validi. Ma può ben farlo indirettamente, in quanto propizi quella elevazione qualitativa del popolo che è l’unica, in ultima analisi, a contare. Proviamo allora a occuparci di politica in una simile ottica, che è soltanto e squisitamente nostra, e ci accorgeremo subito che tutto il gran ciarlare che si fa su TV e giornali non è che uno sbrindellato straccetto per coprire porcherie. Lasciamolo ai festeggiatori del 25 aprile!



Di Rutilio Sermonti, www.centrostudilaruna.it


martedì 30 dicembre 2008

30.12.2006 - 30.12.2008: ONORE AL RAIS.





Due anni fa, il 30 Dicembre 2006, veniva vigliaccamente assassinato Saddam Hussein, il legittimo Capo di Stato di una Nazione Sovrana.