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martedì 27 dicembre 2011

Solstizio d’Inverno 2011, Monti Sibillini.


Ogni anno il 21 dicembre accade che ci sono uomini che decidono di fuggire dalla quotidianità per mettersi in marcia, con zaino in spalla, verso una vetta e lì affrancarsi dalla pesantezza della vita moderna e della vuota vita borghese. In questa data, ogni anno, alcune anime inquiete trovano rifugio nel silenzio assordante della natura che allieva le loro sofferenze patite durante tutto l’arco dell’anno a causa della routine della vita metropolitana e cittadina che sono costretti a vivere. Questi uomini sentono un richiamo irrefrenabile per l’avventura, la sfida, la lotta, i sogni ma l’epoca in cui oggi vivono non consente loro simili slanci e ciò nuoce al loro spirito e le loro anime ne soffrono quasi in maniera irreprensibile. Per questo motivo quando arriva il 21 dicembre, questi uomini non riescono a frenarsi dinanzi al richiamo del sole, unico vero motore spirituale e unica vera tensione verticale delle loro vite. Il freddo che patiscono salendo verso la meta sembra scaldare più di qualsiasi affermazione individuale che hanno nelle loro vite di tutti i giorni. La soddisfazione di ascoltarsi e di dar voce al proprio spirito, mentre si sale in silenzio senza distrazioni e provando la fatica fisica del peso del  proprio zaino imbottito di legna, cibo e letture, va al di là di qualsiasi spiegazione razionale. In queste situazioni ricominci a dialogare con te stesso, con il tuo essere e ricominci ad imparare a vivere senza i contorni inutili di questa società artificiale ritornando almeno per una notte all’essenza. Ecco anche quest’anno ci siamo messi in marcia per raggiungere la nostra vetta e lì accendere il nostro fuoco per affrontare la notte più lunga dell’anno e salutare l’alba di una nuova stagione dove il festeggiato è il sole ma i protagonisti torniamo ad essere noi. Tra canti, bevute, letture, confronti e riflessioni,  il nostro fuoco arde per tutta la notte e brucia con sè le insofferenze della  grigia società materialistica a cui noi proprio non sappiamo adattarci. Il nostro è un levare al cielo un grido di cocente riscatto ed un bruciare una preghiera di elevazione per vincere le tenebre e spezzare le  catene della mortale vita terrena. Quindi come tutti gli anni anche quest’anno abbiamo scelto di sfidare noi stessi sui Monti Sibillini, innevati e gelidi, ma dove ormai sembra essersi creato un legame forte per cui recepiamo istintivamente di essere in questo suggestivo luogo un posto famigliare e nonostante la stanchezza e il freddo il sorriso non ci abbandona per tutto il tragitto. Come sempre, la salita, ha un significato molto diverso della discesa. Salendo i momenti in cui si è soli con se stessi sono accompagnati tra di noi da scambi di vedute e riflessioni seriose quasi a dover gettare un seme da far crescere dopo il Solstizio, i momenti di silenzio servono invece a domandarsi come e cosa far nascere mentre ci si interroga sui problemi che affliggono le nostre esistenze. La natura ci mette alla prova, la neve non permette una salita agevole, i pensieri affaticano il passo, il freddo e il vento fanno il resto. Il mattino seguente la discesa ha un sapore diverso a significare che questa notte passata con i tuoi fratelli accanto al fuoco, ha lasciato dentro di noi una traccia importante. Il passo è leggero ma dopo alcuni momenti di silenzio in cui racchiudiamo in noi la consapevolezza di ciò che abbiamo promesso a noi stessi, si ricomincia a ridere e scherzare, felici di aver rafforzato le nostre convinzioni e il nostro spirito senza dimenticare la sana goliardia a riprova della piena giovinezza ritrovata. Torniamo in macchina e ci accingiamo a tornare nelle nostre città ma in cuor nostro portiamo un fuoco interiore che arderà ancora fino al prossimo Solstizio.

 



Associazione Culturale Zenit Roma

associazioneculturalezenit.wordpress.com



Associazione Culturale Tyr Perugia

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martedì 20 settembre 2011

ALPINISMO - Walter Bonatti: una leggenda.


(ASI) Walter Bonatti, classe 1930, fin da giovanissimo si era reso protagonista di imprese alpinistiche estreme. Imprese difficili anche con le attrezzature più tecnologiche dei giorni nostri. Il mondo solitario e luminoso delle vette lo faceva vivere davvero: “da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso”.



Inizia a scalare sulle Prealpi lombarde subito dopo la guerra per poi cimentarsi sulle Dolomiti e sul Monte Bianco. Nel 1951, con Luciano Chigo, scala la parete est del Grand Capucin. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2 e, nel 1955, sale in solitaria il pilastro sud del Petit Dru.



Walter Bonatti lascia l’alpinismo nel 1965 dopo una salita che ha fatto epoca: scala in solitaria invernale, per la prima volta, la parete nord del Cervino. Questa salita è la conclusione della sua carriera che da sola può costituire un capitolo della storia mondiale dell’alpinismo. Appeso a quattromila metri di altezza o a tracciare vie storiche sulle Alpi negli anni 50 e 60, non ha mai smesso di cercare vette ed esperienze interiori sempre più alte. Dopo l’alpinismo, Bonatti, ha continuato la sua avventura esplorando foreste, deserti e popolazioni sconosciute e scrivendo numerosi libri e reportage.



Un anno fa Bonatti aveva festeggiato il suo ottantesimo compleanno ed era ancora perfettamente in forma. Proprio in questa occasione aveva dichiarato: “Non mi sento di avere 80 anni se penso all'intensità con la quale ho vissuto, credo di averne 200, per il resto mi sento come un quarantenne” - e ancora – “ho abbandonato l'alpinismo estremo nel '65 perché con i mezzi tradizionali, ai quali avevo giurato fedeltà, potevo ormai solo più ripetermi. Ancora oggi vado in montagna e sono felice come lo ero quando scalavo le montagne più alte del mondo. La corsa verso i record ha portato l'alpinismo, come gli altri sport, ai trucchetti”. E molto probabilmente è proprio così. Le Alpi e le altre vette conosciute bene da Bonatti sono tristemente diventate irriconoscibili, logorate dalla sindrome della modernità alla ricerca del superfluo. 



Con Bonatti se ne va un grande uomo. Un uomo d’altri tempi che è stato capace di vivere la montagna e la vita di tutti i giorni.



di Fabio Polese,

www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4948:alpinismo-walter-bonatti-una-leggenda&catid=40:cultura&Itemid=127


venerdì 24 giugno 2011

Monti Sibillini, Solstizio d’estate 2011.


“Se gli uomini desiderano ritrovare un giorno il mondo degli iperborei e divenire simili agli Dei, è verso Nord che devono spiegare le loro vele e agitare i loro remi. Laddove il Settentrione e l’Occidente si incontrano, il Sole non tramonta.(…) Noi ritroveremo, nella certezza e nella fedeltà, le azioni dei nostri antenati. Annunceremo a tutti la buona novella del ritorno del Sole. Accenderemo il fuoco nei nostri camini e prepareremo i fuochi sulle colline. Dal momento che il destino dei nostri popoli diventa una caricatura nella società mercantile e nella fede egualitaria, noi rifiuteremo la religione del piagnucolio e del rifiuto, per ritrovare la coscienza della nostra avventura e della nostra unità.” Jean Mabire

 

Intorno alla data del 21 giugno il sole arriva all’apice della sua durata ed è tradizione ancestrale celebrare il Solstizio d’estate. Anche quest’anno abbiamo deciso di lasciare le città per recarci in alto, più vicino alla natura incontaminata dalla modernità. L’appuntamento è fissato di prima mattina. Dopo aver comprato il necessario per la salita in montagna e per la notte, partiamo alla volta dei Monti Sibillini. Gli zaini sono pieni e la fatica che ci porterà nel posto prescelto per salutare il Sole nel giorno del suo trionfo, non è nulla in confronto alle sensazioni interiori che solo questi luoghi ti sanno trasmettere.

 

I Monti Sibillini, oltre a sembrare magici per il panorama, sono posti ricchi di antiche leggende. Secondo la più viva credenza, lungo le pareti di questi monti, si troverebbe la grotta che fu della Sibilla, un luogo incantato in cui una fata riceveva le visite dei più coraggiosi che volevano conoscere il proprio futuro. Un’altra storia narra che la Sibilla si trasformasse, ogni fine settimana, in un serpente, simbolo di fertilità e guarigione. Altre tradizioni popolari si focalizzavano sul pensiero che le Sibille potevano essere state, in realtà, più di una. Altri ancora, inquadravano la storia intorno alla Sibilla Cumana, la quale, ridotta alla povertà dopo errate scelte nel commercio, si era rifugiata all'interno della grotta e lì era restata. Tuttavia, con l’avvento del cristianesimo, l’origine pagana della Sibilla – che veniva paragonata alla Vergine Maria e quindi denigrata - ne provocò un’interpretazione demoniaca.

 

Il silenzio che ci accompagna mentre saliamo è interrotto solamente dalla tranquillità della natura. Il frastuono della civiltà odierna, viene lasciato alle spalle mentre ci accingiamo ad arrivare a destinazione. Ognuno ha il suo compito e, dopo non molto, tutto è pronto per salutare il Sole nel giorno della sua vittoria sulle tenebre della notte.


 

Nel Solstizio d’inverno avevamo piantato nella nostra mente e nel nostro cuore il seme, lasciando da parte i rancori e le paure, le ansie e le delusioni di una vita che ci vede purtroppo spettatori di una società sempre più grigia e senza slanci. Mentre il fuoco arde, alto e imperioso, nel buio della notte, siamo pronti a raccogliere il seme e a tirare le somme dei buoni propositi. Dopo qualche minuto di silenzio e meditazione, la nottata scorre tra letture e racconti, risate e riflessioni in un clima di sincero cameratismo. Il Solstizio è una festa che affonda le proprie radici nella tradizione indoeuropea e unisce tutte le anime di ieri e di oggi che sono legate spiritualmente da un unico filo conduttore: l’amore per la propria terra e la fede profonda nei valori cardini delle nostre nobili e antiche civiltà europee. Esse si sono da sempre fondate non su valori orizzontali come quelli che questa malata e annichilita società moderna impone, ma verticali e solari che per forza di cose richiedono un ordine assiale e gerarchico, necessario per instaurare un’armonia tra terra e cielo e tra uomo e natura.

 

Il giorno seguente, dopo aver sistemato il tutto, siamo pronti per tornare a valle. La stanchezza fisica accumulata è tanta ma i nostri corpi sembrano non avvertirla. Scendiamo verso la pianura con un passo insolitamente leggero rinnovati nel cuore e nella mente. Abituati a riti e feste esistenti ormai per sola consuetudine del mondo moderno, l’andare in alto, né per semplice sport né per record, e festeggiare le tradizioni del Solstizio e di tutti i cicli annuali, sono una importante testimonianza per un appropriato cambiamento interiore ed esteriore.

 

Nel cammino che ci riporterà ai frastuoni civilizzati, non possono mancare i pensieri all’esperienza appena trascorsa e all’organizzazione della prossima escursione in vette sempre più alte.

 



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venerdì 10 giugno 2011

Spiritualità della montagna.


di Julius Evola



Parlare della spiritualità della montagna, oggi, non è troppo agevole, soprattutto per la ragione che la cosa ormai troppo spesso ha assunto i caratteri di un luogo comune. Forse in poche epoche come nell'attuale si è parlato tanto di «spirito» e si è stati propensi ad introdurre lo «spirito» un po' dappertutto, quasi come una specie di salsa destinata a condire compiacentemente ogni sorta di ingredienti: cosa che, peraltro, sta in singolare contrasto con un fatto assai positivo, cioè con la constatazione, che se vi è un'epoca pressoché priva di visuali e di principi veramente trascendenti, essa è proprio l'epoca contemporanea.



Nella gran parte degli anzidetti riferimenti moderni alla spiritualità si deve dunque veder meno qualcosa di positivo, che non una confusa aspirazione, la quale in tanto può avere un valore, in quanto riceva, in uno sviluppo ulteriore, un vero orientamento in senso di ferma autocoscienza per il contatto con qualcosa di più alto. Qui noi vogliamo svolgere alcune considerazioni circa quel che, specificamente, riguarda appunto la montagna e lo sport alpino, secondo le possibilità di vera spiritualità che essi contengono.



Anzitutto, che queste possibilità siano reali, che esse nulla abbiano a che fare con una voga dell'epoca e con la proiezione del passeggero entusiasmo di nuove generazioni, lo prova il fatto che la spiritualità della montagna corrisponde a ciò che, nel senso più alto, severo e universale, può chiamarsi una tradizione. Abbiamo già avuto occasione di raccogliere documentazioni precise (1) volte a dimostrare che dai tempi più remoti in quasi tutte le civiltà la montagna valse uniformemente come simbolo di stati interiori trascendenti e come sede allegorica di nature divine, di eroi, in genere di esseri trasfigurati e portati di là dalla condizione umana: tanto che l'ascendere le vette o l'essere rapito nelle vette nei miti più varii dell'umanità tradizionale figura secondo il valore di un misterioso processo di superamento, di integrazione spirituale, di partecipazione alla «super vita» olimpica e all'immortalità. Per chi non partecipa all'opinione falsi-ficatrice del precedente secolo materialista e illuminista, secondo la quale il mito degli Antichi non sarebbe stato altro che poesia e arbitraria fantasticheria, tutto ciò assume il valore di una precisa e arbitraria fantasticheria, tutto ciò assume il valore di una precisa testimonianza, da investigare nel suo significato nascosto. Tutte queste figurazioni antiche, ove torna il tema della sacrità della montagna, a costui appaiono adombramenti di una realtà spirituale, la connessione della quale col simbolismo della montagna non può essere stata accidentale. L'uomo antico non scelse a caso la montagna come mezzo di espressione simbolica di significati nettamente trascendenti: a ciò fu portato da ragioni di analogia, ma, in più, da un presentimento di ciò stesso che l'esperienza della montagna può suggerire alla parte più profonda del nostro essere, una volta che essa venga realizzata adeguatamente. Per precisare questo contenuto superiore, giova anzitutto eliminare ad una ad una le interpretazioni oggi più correnti della spiritualità della montagna e dell'ascensione alpina, ovvero circoscriverne la portata per subordinare via via i punti di vista condizionati ad un punto di vista assoluto.



La prima fra le assunzioni più correnti è quella puramente «lirica». Si tratta del mondo della retorica letteraria e della «poesia» in senso cattivo, cioè in senso di sentimentalismo borghese e di idealismo convenzionale e stereotipo. Qui entra in questione essenzialmente la montagna-panorama vista da lontano con tutti gli aggeggi del «pittoresco» più di dubbio gusto; entra in questione l'Alpe come oggetto di pirotecniche liriche tanto brillanti, alate e «elevate», quanto vuote di ogni serio contenuto e di ogni base di schietto e diretto sentire. Questa retorica della montagna non la conosce né l'uomo dei monti, né il vero alpinista. Essa resta confinata nel mondo libresco estetizzante e, per fortuna, oggi è da considerarsi in gran parte sorpassata, essa ci appare come un residuo del romanticismo ottocentesco, come la compensazione di una generazione borghese la quale non sapeva aspirare alle altezze che attraverso i facili slanci e i luoghi comuni di un lirismo parolaio.



In secondo luogo, abbiamo la spiritualità della montagna concepita in termini di naturismo. È una concezione propria ad una generazione di spirito opposto a quello cui abbiamo ora accennato e che si può chiamare la «generazione della crisi». In larga misura, questa è soprattutto una specialità tedesca. Per una specie di oscuro bisogno di compensazione organico-biologica e anche psichica, per un istinto di rivolta contro una civiltà divenuta sinonimo di arido intellettualismo, di meccanica, di utilitarismo, di conformismo, si è avuto una specie di esodo nella natura e di bisogno assoluto della natura quale anticittà e anticultura, presso cui naturalmente la montagna e l'alpinismo hanno avuto una parte importante. Così è sorto una specie di nuovo misticismo primitivista della natura e della vita sportiva in natura, che in buona parte riprende le stesse premesse di J. J. Rousseau (2) e lo stesso processo contro la civiltà di Nordau (3), di un Freud (4), di un Lessing (5), di un Bergmann (6), di un Klages (7).



Ora, dinanzi ad un fenomeno del genere è importante che non nascano malintesi. È evidente che non si può aver nulla in contrario a che delle masse si ristorino, si distendano e si rianimino in una ripresa di contatto con la natura e con la montagna. Anzi, ciò è senz'altro desiderabile e lo sport qui assurge ad una funzione di protezione sociale di valore indiscutibile. Ma non si debbono scambiare cose molto distinte, non si deve credere che delle sensazioni più o meno fisiche di benessere, di ristoro organico e di riconquistata forza abbiano qualcosa a che fare con la spiritualità e che l'uomo in un clima di pratica primitivistica e naturalistica si trovi troppo più vicino alla parte essenziale del proprio essere, che non nelle discipline e nelle lotte della vita civilizzata. Già il carattere di evasione e di reazione che, nella gran parte dei casi, ha questo fenomeno e questa esaltazione della natura, basta, nella sua negatività, a limitarne la portata. Al di là sia della civilizzazione nel suo senso limitato, materialistico-sociale e intellettualistico che questo termine ha assunto nei tempi ultimi, sia nell'anticivilizzazione, cioè della «natura» intesa come mera antitesi di essa, sta il piano in cui la personalità spirituale può cogliere o rafforzare il senso di sé. Ed è questo piano che noi qui abbiamo in vista, non quello delle condizioni e dei mezzi migliori per riparare o preservare organismi e cervelli minati dai veleni materiali e psichici della vita moderna.



Passiamo ad un terzo punto. Si tratta di superare anche l'atteggiamento, per il quale la spiritualità della montagna e dell'ascesa alpina vien data in termini di semplice sensazione e di eroismo fisico. Qui entra già in questione l'élite costituita da tutti coloro che praticano seriamente e attivamente l'alpinismo e si tratta di una delle interpretazioni più diffuse e, in fondo, non banali. La montagna è spirito per tutto ciò che essa implica quale disciplina dei nervi e del corpo, ardimento lucido, spirito di conquista e insomma impulso all'azione pura in un ambiente di pure forze. Ora, di tanto è certo che tutto ciò racchiude un alto valore educativo, di altrettanto è opportuno venire ad una distinzione ulteriore. Questa distinzione, anzitutto, riguarda ancora una volta le finalità. Come il naturalismo ha la sua, già indicata ragion d'essere su di un dato piano, parimenti ha la sua ragion d'essere l'alpinismo quale scuola per le qualità già indicate; e indubbiamente è desiderabile che le nuove generazioni si facciano il più possibile capaci di quello spirito di ardimento e di quelle doti psico-fisiche, quali la pratica attiva della montagna può largamente propiziare. Ma è questo il più alto livello a cui si può aspirare?



Esaminando il lato interno della cosa, cioè prescindendo dalle qualità da apprezzarsi ai fini della salute e dell'energia e della disciplina fisica di una nuova generazione, sta di fatto che esiste un amore per il rischio e perfino un eroismo, il cui valore è quello di una mera sensazione e il cui risultato spesso è esasperare una percezione puramente fisica, chiusa, dura della personalità e della virilità, la quale nell'uomo moderno è già anormalmente sviluppata e non costituisce certo la condizione migliore per la riconquista di una spiritualità vera, liberata, trascendente. Si deve ben riconoscere che lo stesso alpinismo vissuto secondo questo solo spirito non si potrebbe troppo distinguere dalla caccia all'emozione per l'emozione stessa, che provoca, specie in America, ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e di acrobazia in salti da aeroplani, corse alla morte, ecc, ma che, alla fine, non significa cosa troppo diversa di una specie di eccitante o di stupefacente, il cui uso ci dice più dell'assenza che non della presenza di un vero senso della personalità, un bisogno più di stordirsi, che di possedersi. Anche l'interesse tecnico dell'ascendere può facilmente degenerare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi.



Tuttavia è certo che se si deve indicare un elemento suscettibile a propiziare, nell'esperienza della montagna, una realizzazione di carattere superiore, esso è costituito appunto dall'elemento «emotivo», dall'elemento «sensazione». Ma l'essenziale sta allora nel vedere in esso solo il punto di partenza e la «materia prima», sta nel considerare la sensazione come un mezzo e non come un fine. Qui trovano luogo alcune considerazioni generali. Specialmente l'uomo moderno dinanzi a ciò che egli sente ha un atteggiamento completamente errato. La sensazione è per lui un fatto che comincia e finisce in se stesso e rispetto a cui egli è passivo. Egli è troppo debole per separare dalla sensazione o emozione l'elemento puramente irrazionale, ciò che in essa si riduce ad una mera impressione o scuotimento dell'anima, e per cogliere in essa, con un atto interiore, qualcosa che valga direttamente e attivamente per lo spirito come conoscenza in senso superiore.



E ciò vale anche per l'esperienza della montagna. Chi dalla montagna si trova irresistibilmente preso, spesso non ha saputo cogliere che come una emozione una grandezza che ancora egli non sa concepire: egli non ha saputo impadronirsi di un nuovo stato interiore affiorante dal profondo e realizzarvi una sua propria natura. Così egli non saprebbe dire perché abbia cercato gli orizzonti sempre più vasti, i cieli sempre più liberi, le vette sempre più aspre, perché di cima in cima, di parete in parete, di pericolo in pericolo attraverso la sua vicenda abbia visto misteriosamente svanire e fuggire dietro di sé anche tutto quel che nella sua ordinaria vita gli sembrava più vivo, più importante, più appassionante. Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono susseguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa di fronte ad un presentimento dell'eterno.



È così che la montagna potrebbe agire come «simbolo» e che come simbolo potrebbe avviare ad una realizzazione interiore corrispondente. Ma, d'ordinario, l'uomo si arresta all'aspetto emotivo, il quale ha sempre più il carattere di un turbamento che non quello di una conquista e di una conoscenza. È dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile ad essere spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce la inadeguatezza dell'azione materiale rispetto al significato che ormai la anima, la trascendenza dell'impulso spirituale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costituiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell'impulso stesso.



E non ci sembra azzardato dire che questo deve essere anche stato il segreto delle più grandi imprese di montagna, di quelle che sembrano aver davvero trasceso i limiti delle comuni possibilità umane. Ma anche a questo grado dovrebbe subentrare la vera realizzazione, il superamento dell'elemento istintivo ed irrazionale, la piena, ferma autocoscienza, cioè la trasformazione dell'esperienza della montagna in un modo d'essere. È allora che sorgerebbe, nei migliori, il senso che ogni andare, ogni ascendere, ogni conquistare, ogni osare è solo contingente mezzo di espressione di una realtà immateriale, la quale ne potrebbe avere infiniti altri: e ciò sarebbe la forza di coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli per i quali non vi è più né l'andare né il tornare, perché la montagna è nel loro spirito, perché il simbolo è diventato realtà, perché la scorza è caduta. La montagna per essi non è più né novità d'avventura, né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l'eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana.



È per tal via che di là dal simbolo naturale, cioè direttamente offerto ai sensi, della montagna, si può accedere anche al simbolismo dottrinale e tradizionale che le si riferisce, cioè al contenuto più profondo dell'insieme dei miti antichi sopra ricordati, ove la montagna appare come «luogo» di nature divine (l'Olimpo ellenico, la Walhalla come monte, il buddhistico «monte degli eroi»), di sostanze immortalanti (l'haoma e il soma della tradizione indo-irànica), di forze di regalità solare e sovrannaturale (il monte solare di cui nelle tradizioni della romanità imperiale ellenizzata, il monte quale sede della «gloria» mazdea, ecc), di «centralità spirituale» (il Monte Meru e gli altri monti simbolici concepiti come «poli»), ecc. Infatti in tutto ciò altro non deve intendersi che la varia figurazione, personificazione o proiezione di stati trascendenti di coscienza, di risvegli e di illuminazioni interiori, che sono vere quando non rappresentano più qualcosa di vago, di «mistico», di fantastico, ma appaiono invece secondo i caratteri di una evidenza e di una normalità d'ordine superiore, tale da far apparire, piuttosto, come anormale tutto ciò che prima appariva più comune, familiare e abituale.



E possibile che gli Antichi, i quali ignoravano l'alpinismo ovvero ne conoscevano solo forme rudimentali, e quindi avevano dinanzi la montagna secondo i caratteri di una reale inaccessibilità e inviolabilità, appunto per questo furono portati a sentirla secondo il carattere di un simbolo e di una trascendente spiritualità. Oggi che la montagna è materialmente conquistata e poche sono le vette che ancora l'uomo non ha violate, è importante far sì che questa conquista non si equivalga ad una profanazione e ad una «caduta» di significato. Per questo, è essenziale che le nostre nuove generazioni poco a poco giungano ad elevare l'azione al valore di un rito, che poco a poco esse riescano a ritrovare quel punto trascendente di riferimento, attraverso il quale le vicende di ardimento, di rischio e di conquista, le discipline del corpo, della sensibilità e della volontà fra l'immota e simbolica grandezza montana assurgano al valore di vie per la realizzazione di ciò che nell'uomo sta di là dall'uomo, epperò ricevano la loro più alta giustificazione nei quadri del nuovo moto ascendente e spiritualmente rivoluzionario della nostra stirpe.



Note



(1) Cfr. il precedente Note sulla «divinità» della montagna, pubblicata tre anni prima sempre sulla Rivista del CAI (N.d.C).



(2) Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), il noto filosofo e scrittore svizzero di lingua francese. Qui il riferimento di Evola va chiaramente al suo romanzo pedagogico Emilio o dell'educazione (1762) (N.d.C).



(3) Max Nordau ( 1849-1923), pseudonimo di Max Simon Suedfeld, saggista e romanziere, nato in Ungheria ma trasferitosi in Francia. Nei saggi di esordio, Le menzogne convenzionali della nostra civiltà (1883) e Paradossi (1885), condusse un'aspra critica contro le degenerazioni e le convenzioni della civiltà borghese, in nome di un razionalismo di ascendenza positivistica (N.d.C).



(4) Sigmund Freud (1856-1939), il noto medico austriaco fondatore della psicoanalisi. Probabilmente il riferimento di Evola va ad una delle sue ultime opere, Disagio della civiltà (1929) (N.d.C).



(5) Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), drammaturgo e filosofo tedesco. Come filosofo si dedicò prevalentemente a problemi di religione. Il riferimento di Evola va forse all'opera del 1780 L'educazione del genere umano (N.d.C).



(6) Ci si dovrebbe riferire a Gustav Bergmann, nato a Vienna nel 1906 (era ancora vivo nel 1993). Appartenente al Circolo di Vienna, sin dai primi anni Trenta criticò il neopositivismo come «metafisica dell'antimetafisica». È soprattutto un filosofo del linguaggio (N.d.C).



(7) Ludwig Klages (1872-1956), filosofo e psicologo tedesco. In una delle sue opere principali, Spirito e vita (1935), mette in opposizione due concetti: la vita comprende le facoltà intuitive ed impulsive che consentono all'uomo d'immedesimarsi col flusso cosmico originario; lo spirito, invece, comprende le facoltà intellettive che danno luogo alla civiltà concepita come un mondo artificiale che sempre più isola l'uomo dal cosmo per chiuderlo in una rete di forme e simboli astratti. Nella volontà di potenza, tecnica e ideale, che caratterizza la civiltà occidentale, Klages vede l'espressione dell'opera negatrice e dissolvitrice dello spirito (N.d.C).



Tratto da:
www.juliusevola.it


martedì 19 ottobre 2010

Uomini di Vetta.


A settanta anni dalla scomparsa di Emilio Comici lo ricordiamo riproponendo un articolo di Mario Cecere pubblicato su Controvento il 17 Maggio 2009.



Lammer, Comici: la montagna come prova di se'.



Una delle vie conoscitive ancora disponibili per l'uomo 'differenziato' è quella alpinistica. Molti potranno trovare l'accostamento addirittura risibile, vittime di un paradigma modernista che presuppone un'invalicabile separazione tra azione fisica e azione conoscitiva. In realtà, già la conoscenza è una forma di azione o prassi mentre l'azione è la manifestazione di un sapere ad un dato livello. Solo la volgarità dell'epoca presente poteva artificiosamente separare ciò che si dà soltanto unito ed estrarre due tronconi scissi dall'unità originaria: un sapere astratto e intellettualistico, arido e privo di vita interiore, da una parte; ed una attività meccanica e parossistica, cieca e priva di ogni interiore significato, dall'altra. Nell'alpinismo alcuni spiriti tra i più nobili e avventurosi dello scorso secolo, l'epoca in cui con maggior forza si fece sentire la crisi dovuta alla dissoluzione nichilista della civiltà europea, trovarono la via di fuga da un mondo alla deriva e, al contempo, la strada maestra per un ritorno, per la congiunzione di due lembi separati che sembravano per sempre lacerati e irricomponibili: volontà e pensiero, natura e cultura, vita e trascendenza, pericolo mortale e gioia contemplativa.

Due furono a mio avviso gli interpreti di maggior spicco di questa tendenza all'azione eroica e conoscitiva in montagna tra le due guerre: il triestino Emilio Comici (1901-1940) e l'austriaco Georg Lammer (1863-1945). Quest'ultimo, si contrappose decisamente all' "alpinismo delle guide", che ancora interpretava l'alpinismo come privilegio di pochi montanari professionisti accompagnatori di turisti passivi.

L'assalto condotto da Lammer a questa mentalità fu travolgente e si accompagnò ad una pratica spregiudicata, estrema e solitaria della conquista in montagna. A differenza di un Comici, davvero un artista mediterraneo di grazia e arditezza, l'austriaco caratterizzava come una sfida superba il suo rapporto con le vette. Rey, alpinista tipico "delle guide", sosteneva: "La fatica, il modo in cui il povero essere mortale si sforza di arrivare ai monti...mi è parso sempre cosa secondaria." Al contrario, per Lammer, "la cosa secondaria fu la montagna e ciò che soltanto m'importava, fu il modo di dominarla esteriormente e di appropriarmela interiormente. No, non era la montagna che io bramavo, ma il mio sforzo a cercare la via, l'alternativa ostinata tra vittoria e sconfitta, la battaglia leale senza aiuti e assicurazioni di chiodi, il nudo pericolo." La consapevolezza anche filosofica di questi uomini eccezionali è testimoniata da frasi come questa: "Le contraddizioni e le crepe minacciose nella muraglia della nostra cultura e dell'anima moderna non dovrebbero essere cementate e intonacate, ma denudate senza pietà." E ancora: "La nostra vita odierna mi sembra come a Nietzsche sommamente pericolosa e il mio compito finora fu sempre fare del male a me stesso e agli altri, in quanto smuovo sotto i nostri piedi il sasso apparentemente sicuro."

Georg Lammer, sopravvissuto incredibilmente,a differenza di altri suoi discepoli, a numerose catastrofi in arrampicata, è considerato padre spirituale dell'alpinismo estremo e il suo libro-manifesto del 1922 Jungborn (Fontana di giovinezza), fu bollato come un classico maledetto e mai più ristampato in Italia dagli anni Trenta. Fu proprio animato dalla indomita generazione alpinistica germanica successiva alla prima guerra mondiale che prese corpo quel fenomeno affascinante e sulfureo del cinema di montagna tedesco di Arnold Franck, Louis Trenker e Leni Rifensthal, "la regista di di Hitler". Giovani nordici legati al culto della natura e forgiati nella "volontà di potenza" nicciana trovarono, nella sfida alle grandi pareti, un dovere assoluto cui consacrare le proprie più intime energie e degno persino di essere pagato con la vita. Lammer morì vecchio e di stenti negli ultimi durissimi mesi della seconda guerra mondiale. La sua eredità spirituale, che ieri fu raccolta dai "profeti del sesto grado", sopravvive forse oggi nelle grandi imprese dei potenti himalaysti contemporanei, a cominciare da Reinhold Messner.

Emilio Comici fu anch'egli un grande alpinista, un'alpinista dallo stile eccezionale ed ineguagliato: per lui l'arrampicata era una composizione ed un'opera d'arte. Mai egli la ritenne, però, separabile dall'azione 'sacra' della conquista ardita, che in lui si accendeva di una particolare veemenza erotica, di un afflato talvolta davvero mistico con la montagna-Dea.

Per Comici, lo 'sforzo' della conquista non poteva essere isolato da una commossa partecipazione estetica ed emozionale alla maestosa vastità, severa e solare, delle Vette. Comici aveva una consapevolezza profonda della sofferenza, del patimento, del lungo e rischioso assedio alla linea verticale da vincere. La sua stessa scelta di lasciare Trieste e andare vivere a Selva di Val Gardena, dove scontò amaramente una solitudine senza rimedio, fu dettata da una lucida ricerca del compimento del suo destino; che, nel caso del più grande e nobile alpinista italiano di tutti i tempi, dovette essere beffardamente ineludibile. "Noi viviamo solo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola. Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente, bisogna pure arrischiare qualche cosa. Il Duce ha insegnato così". La raccolta Alpinismo Eroico, che contiene la descrizione delle straordinarie imprese di Comici, è una lettura che testimonia la totale alterità dell'alpinismo di quei tempi rispetto al nostro, laddove ci appaiono mondi di una ingenuità cristallina pronti al sacrificio di sè per l'ideale purissimo della Vetta.

Le parole di Comici ne sono una chiara evidenza. In lui si alternano emozioni di oscurità a descrizioni di slanci, da momenti di venerazione incantata si passa ad attimi di stupore euforico tesi fino all' autentico rapimento,fino ad abissi di disperazione risuonanti di incessanti preghiere. Comici era l'uomo "gioioso quando arrampicava, malinconico in vetta", nei bivacchi notturni "parlava con le stelle".

Vittima di un amore non corrisposto decise di arruolarsi volontario in guerra ma la sua domanda fu respinta per rispetto dal Ministero. Partito con alcuni amici ed amiche per una breve e facile arrampicata sui monti vicino casa Emilio Comici si sporge da una cengia legato ad vecchio chiodo con un cordino usurato che si spezza. Muore così, il 19 ottobre 1940, neanche quarantenne, il più prodigioso talento alpinistico italiano forse di sempre.


lunedì 30 agosto 2010

L'uomo moderno distrugge la natura.




Carstensz: addio all’ultimo ghiacciaio del Pacifico



GIACARTA, Indonesia — Gli ultimi ghiacciai del Pacifico stanno per scomparire. La Piramide Carstensz, montagna più alta del continente oceanico, che sorge in Indonesia e tocca quota 4.884 metri, è vicina a perdere la sua riserva di acqua e ghiaccio a causa del riscaldamento climatico. L’allarme arriva da un gruppo di scienziati americani dell’Ohio State University e della Columbia University guidati da Lonnie Thompson e Dwi Susanto.



Thompson, glaciologo di fama mondiale con alle spalle 57 spedizioni scientifiche in tutto il pianeta, è reduce da una missione sul ghiacciaio della Piramide Carstensz durata 13 giorni. In questo breve arco di tempo, il ghiaccio attorno al loro campo base è diminuito di ben 30 centimetri, martoriato ogni pomeriggio da intense e calde piogge.



“Questo ghiacciaio sta scomparendo – ha detto Thompson -. Dal 1936, ha perso l’80 per cento della sua massa. Pensavo ci volessero ancora decenni, ma ora sono convinto che in pochi anni non ci sarà più e con lui uno degli archivi che conserva la storia dei fenomeni equatoriali. Ne abbiamo prelevato dei campioni, speriamo che non sia troppo tardi”.



Gli scienziati hanno prelevato dei campioni di ghiaccio che verranno poi studiati in America: calcolando i livelli di polveri vogliono prevedere il numero di anni entro il quale scomparirà e analizzando gli strati di ghiaccio più vecchi sperano di scoprire come il clima è cambiato negli ultimi secoli.



Lo stesso sta per accadere con il piccolo ghiacciaio del Monte Wilhelm in Papua Nuova Guinea, largo appena 2 chilometri quadrati e profondo circa 30 metri, un bacino di ghiaccio sporco disseminato di crepacci. Qui, a causa dell’instabilità politica, è molto raro che ricercatori e giornalisti possano salire per studiarlo da vicino.

Da: www.montagna.tv


 


sabato 23 gennaio 2010

UNA VITA TRA LE VETTE.

Era considerato il mago del ghiaccio per l'abilità con cui riusciva a salire anche sui più piccoli ritagli di qualsiasi terreno gelato. Ma alle spalle aveva anche grande esperienza di alta quota, con tanti chilometri e tante scalate ''nello zaino''. Luca Vuerich, 34 anni, uno degli alpinisti di punta del panorama nazionale, è morto oggi pomeriggio all'ospedale di Udine dove era giunto in fin di vita dopo un incidente sopra Kranjska Gora, sul confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia. Mentre scalava una cascata di ghiaccio con un amico sloveno, verso le 11, è stato investito da una valanga che lo ha trascinato a valle lungo un canalone. Quando gli uomini del soccorso alpino di Cave del Predil lo hanno recuperato per lui c'era ben poco da fare. La morte è sopravvenuta poche ore dopo.



UNA VITA TRA LE VETTE - Nato e cresciuto a Tarvisio, compagno di cordata di Nives Meroi (la più grande alpinista italiana e una delle top al mondo) e del marito Romano Benet, Luca Vuerich ha consumato la sua vita in alta montagna: a tre anni scalava già, a nove  aveva salito tutte le cime del Tarvisiano, a 10  aveva messo il piede su una vetta di quasi 4.000 metri. Una passione che, con il passare degli anni, lo ha portato in giro per le Alpi (circa 600 salite con 30 vie nuove sulle Giulie) e poi fino in Himalaya, dove ha collezionato cinque Ottomila (Broad Peak, Gasherbrum I e II, Lhotse e Manaslu). LA MEROI: POTEVA SCALARE ANCHE SUL VETRO - “Una tappa fondamentale e una fortuna per me - scriveva sul suo sito - è stato conoscere Romano e Nives, che nel 1993 non avevano ancora salito nessun Ottomila ma erano i più forti alpinisti della zona. Eravamo ad una festa su un monte e il giorno dopo ero già sulle Dolomiti con loro”. Nel libro a lei dedicato da Erri De Luca, “Sulla traccia di Nives”, la Meroi evidenzia l'eccezionale capacità di Vuerich sul ghiaccio, “tanto che potrebbe scalare anche sul vetro'”. Sci (agonista fino a 17 anni), arrampicata, cascate di ghiaccio, alpinismo, scialpinismo, tutto quello che era montagna per Luca Vuerich era il "pane quotidiano". Aveva persino scelto di diventare guida alpina ''per cercare di trasmettere le sensazioni che si provano''. E poi la valanga fatale a pochi chilometri da casa, proprio nelle ''sue'' montagne.



www.corriere.it

mercoledì 6 gennaio 2010

"Il sorriso e lo sguardo di un amico rimangono sempre fissi nella memoria"

E' morto in Patagonia l'alpinista trentino Fabio Giacomelli. Un improvviso crollo di neve l'ha travolto e inghiottito sulle vertiginose pareti del Cerro Torre, dove con Elio Orlandi stava tentando di aprire una via nuova per portare in vetta le ceneri di Cesarino Fava. L'incidente, di cui è giunta notizia in Italia solo poche decine di minuti fa, sarebbe accaduto nei giorni scorsi, ma solo oggi pare sia stato trovato il corpo dell'alpinista.

Nuova tragedia nel mondo dell'alpinismo. Ne giunge notizia da uno dei più stimati ed esperti alpinisti della Patagonia, Elio Orlandi, che nei giorni scorsi sul Torre ha perduto il compagno di scalata a causa di una valanga. I dettagli non sono ancora disponibili, ma la morte di Giacomelli, 51 anni, trentino, sembra ormai certa.



Secondo quanto riferito dalla stampa locale, pare che l'incidente sia avvenuto 3 giorni fa: dopo la valanga, Orlandi avrebbe cercato senza sosta il compagno, riuscendo a trovarlo solo nelle scorse ore, purtroppo senza vita.



Ulteriori approfondimenti sulla dinamica dei fatti si avranno probabilmente soltanto nelle prossime ore. I due alpinisti, che avevano iniziato ad aprire la via nuova sul Torre l'anno scorso, erano partiti per la Patagonia all'inizio di dicembre con l'obiettivo di completare il progetto.



Fabio Giacomelli, 51 anni, collaboratore della Lizard, aveva aperto delle vie nuove in Dolomiti e scalato all'estero tra Patagonia e Yosemite. Due anni fa aveva aperto una via nuova sulla Parete del Limarò - Piccolo Dain nelle Prealpi Trentine della Valle del Sarca, e l'aveva dedicata all'amico e compagno di scalate Matteo Rech. "Il sorriso e lo sguardo di un amico rimangono sempre fissi nella memoria", scriveva Giacomelli.



Sara Sottocornola, www.montagna.tv

domenica 27 dicembre 2009

Solstizio 2009 - Monti Sibillini








AZIONE SOLSTIZIALE




















Voglio iniziare presentando una personalissima osservazione maturata a seguito di, a loro modo, istruttivi dibattiti sulla Rete, i quali premetto non ho intenzione di alimentare: ho notato che ogni volta si avvicinano al Solstizio, le menti di interessati e delatori partoriscono, con finalità più settarie che spirituali, una quantità di opinioni accostabili sui generis ad una disputa religiosa da cui si vorrebbe designare un vincitore ed uno sconfitto, e perché no aggiungo io, di pari passo non rispolverare l’antica contesa, non solo astronomica ma soprattutto metafisica, tra la teoria copernicana, eliocentrica, ed il sistema aristotelico, antropocentrico ?! La polemica è tipicamente invernale – minore appeal riscuote d’estate, probabilmente a causa delle minigonne che sanno mettere tutti d’accordo – poiché il Solstizio manifesto in dicembre casca non a caso in prossimità della Natività Cristiana, anzi no, succede l’esatto contrario … Scusate, vado contro tendenza, secondo la mia visione non è questo il “nocciolo” della faccenda.Preferisco non dilungarmi in squisite ed affascinanti argomentazioni sui Saturnali ed il simbolismo solare del Logos Gesù; per chi volesse approfondire tali – uguali – richiami alla Tradizione consiglio senza alcun guadagno le valide letture edite da Victrix ed Antroposofica. Tornando a ciò che ritengo in questo momento impellente affrontare, nelle succitate discussioni più o meno accese si agitano sempre inutili faziosità che hanno l’unico prestigio di ridurre una festa sacra, da qualsiasi parte la si guardi, a paradigma talkshowesco/calcistico. Entrambi i contendenti commettano il fatale errore di evocare involontariamente la “religione becero – idealista” studiata ad hoc per i goym inconcludenti, dediti più all’uso lapalissiano della chiassosa dialettica piuttosto della taciturna azione.





Mi coinvolge maggiormente parlare della esperienza provata tra i Monti Sibillini con Fabio e Mario, già insieme sul Gran Sasso, riuniti di proposito all’avvicinarsi della notte più lunga, culto per noi da vivere nella sua accezione Reale ovvero tra le venerate Vette, lontani anni luce dagli auguri di Buon Solstizio/Natale [sic!] apparsi su Facebook e simili.Ultimati i doverosi rifornimenti di legna e provviste partiamo direzione Norcia dove sostiamo per un ottimo pranzo, è quindi la volta di Castelluccio (m. 1452): da qui in poi proseguiamo a piedi, “sacco in spalla” e legna – 30 kg abbondanti – trascinata dentro uno zaino predisposto. Come da prassi verso le 16:00 il buio prende il sopravvento, perciò tiriamo fuori le nostre di lì in avanti inseparabili frontali e ci accingiamo a sostenere i 4 km di cammino fino alla Capanna Ghezzi (m. 1570); l’abbondante neve fresca, tra i 30 ed i 70 cm, sarà croce e delizia per le successive tre ore di faticosa e lenta marcia. Giunti allo stremo delle forze, nel piccolo ma accogliente rifugio in muratura situato sui “Colli Alti e Bassi” ai piedi del Monte Argentella veniamo rinfrancati dal fuoco acceso immediatamente per asciugare i vestiti fradici e preparare la cena. Tra risate e confronti aperti sulle tematiche a noi più care, la serata volge al termine davanti al camino con vino e grappa a suggellare il tutto. Disfiamo i nostri sacchi a pelo e senza cambiarci andiamo a dormire, non prima di essersi imbacuccati sotto spesse coperte di lana; intorno a noi la temperatura è ben al di sotto i -10° e si sà,  i rifugi di montagna non sono rinomati per la coibentazione termica delle loro pareti! La mattina seguente, all’interno di una cornice fantastica, il tiepido sole ci mostra lo spettacolo celato al nostro arrivo: il candore delle bianche colline, gli sprazzi grigio rossastri degli sparuti boschi, il silenzio della valle, impenetrabile quanto esaustivo; singolare se pensiamo che in quel medesimo frangente, a pochi km di distanza, uomini comuni stanno arrovellandosi le meningi alla ricerca dell’ennesimo regalo “originale” dentro un rumoroso centro acquisti, reso ancora più caotico dalla nevicata che noi invece consideriamo celebrazione di quiete; ancora più meraviglioso è constatare quanto il paesaggio circostante riequilibra le nostre energie donandoci, nella “pace”, ciò che avrebbe reclamato appena qualche ora dopo, nella “guerra”, la bufera di neve che stava per incombere. Il tempo di digerire un pranzo tipicamente montanaro e valutare insufficiente la quantità di legna rimasta che alle 17:00 in punto siamo pronti per tornare indietro a Castelluccio, costretti dalla nota mutevolezza meteorologica già conosciuta in agosto sulla Vetta Orientale del Gran Sasso. Come detto, incappiamo in una bufera gelida e disorientante: né percorso né sagoma di arbusto o dislivello ad aiutarci nel tragitto inverso; i fiocchi di neve quando non accecano nel turbinio del vento, lo fanno indirettamente riflettendo la luce delle torce come tanti piccoli diamanti luccicanti. Il paesaggio diventa indistinguibile, la linea d’orizzonte pure, finiamo addirittura per dichiararci smarriti, salvo poi ricevere un inequivocabile segno dagli Dei – una simbolica fonte resa visibile tra i cumuli di neve – che ci reindirizza sulla retta via.





Posso dichiarare senza mezzi termini: la richiesta di un tributo ovvero la suddetta prova di serenità, purezza, forza di volontà, dedizione al sacrificio e cameratismo, al fine di ottenere conoscenza di sé, dimostra l’azione quale causa del sapere acquisito, verum scire est scire per causas. Solo grazie alla manifestazione nello Spirito delle suddette virtù virili siamo usciti realizzati dall’indagine interiore nel Reale. Questo è stato il nostro rito di fedeltà, non fossile ma attivo, sancito nella notte più buia e nuovo inizio del Sole Invitto.



Tom - Firenze


 


Associazione Culturale Tyr Perugia








sabato 19 settembre 2009

LA MONTAGNA NON TRADISCE.

Le attrezzature più tecnologiche non bastano per affrontare la natura e la solitudine delle immense pareti rocciose.





In questa estate caldissima giornali e telegiornali hanno parlato, in continuazione, delle vittime della montagna: circa una quarantina. Vittime per lo più costituite da inesperti della montagna, alpinisti della domenica, persone che credono che avere l’attrezzatura più tecnologica possa bastare per affrontare la natura e la solitudine delle immense pareti rocciose. Da una parte, è vero, la montagna sta cambiando, il ritiro dei ghiacciai sta lentamente modificando il volto alle catene rocciose. Molte vie alpinistiche sono irriconoscibili, letteralmente trasformate. Ma dall’altra, tanti interventi fatti dal soccorso alpino avrebbero potuto essere evitati se fossero state seguite le principali regole di sicurezza.




La montagna non va certo presa alla leggera, lo sapeva bene Cristina Castagna, 31 anni, tra le più promettenti alpiniste italiane che questa estate è morta precipitando per decine di metri sul Broad Peak, noto come K3, montagna di oltre ottomila metri nella catena del Karakorum in Pakistan. «Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sé», queste le sue ultime parole, scritte in un foglio di carta lasciato a casa prima della partenza. Parole che lasciano emozioni enormi per chi conosce e ama la montagna e al contrario parole forti, troppo forti, per chi la ignora.




Chi vi scrive è un amante della montagna, perché poche cose possono regalare impressioni potenti e durature quanto l’incontro con le vette. L’ascensione alla vetta non è solamente una prova fisica, ma soprattutto una prova spirituale e mentale. Il raggiungimento di un qualcosa che ci si è prefissati è sempre qualcosa di magico.  




«Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo», così Emilio Comici, uno dei massimi esponenti dell’alpinismo italiano tra gli anni trenta e quaranta insieme a Cassin e Carlesso, nel suo libro ‘Alpinismo eroico’, sintetizzava quello che la montagna può trasmetterci. Non a caso, sin dall’antichità, la montagna era stata scelta dall’uomo come sede di nature divine e di eroi, axis mundi.




Articolo di Fabio Polese, uscito su Perugia Free Press 19 Settembre  - 19 Ottobre 2009

mercoledì 12 agosto 2009

La vita senza una Vetta è vagabondaggio.



«Un albero che a braccia aperte si misura

nasce da un minuscolo arboscello,

una torre di nove piani

comincia con un cumulo di terra,

un viaggio di mille miglia

principia con un solo passo.»



Questa massima (1) tratteggia lo spirito che ha guidato tre uomini di Vetta, sempre più in alto, fino alla sommità del romano Fiscellus Mons (Monte Ombelico, per la posizione centrale nella penisola italica) o Gran Sasso d’Italia, il più elevato massiccio montuoso degli Appennini. Un’esperienza che cercherò di descrivere nella sua essenza trascendente, evitando un semplice resoconto dei fatti.

Cominciamo l’avventura con quello che a prima vista può sembrare un fastidioso intoppo:  arrivati al piazzale dei Prati di Tivo (1.450mt) veniamo informati circa l’inagibilità della seggiovia che ci avrebbe fatto guadagnare un ora di viaggio portandoci direttamente a quota 2.015mt.

Per cui si procede a piedi dalla Piana del Laghetto offrendo sempre meno rilevanza alla dissestata costruzione metallica ed al suo mediocre utilizzo.

L’apparente contrattempo avrà come ricompensa un impareggiabile visione: la bianca e mistica nebbia incontrata dopo il primo pendio ci mostra dislivelli erbosi solcati da decine di cavalli, nobili animali che aprono dinanzi a noi una immaginaria porta, rivelandosi quali guide verso il Tempio dedicato alla nuda roccia, oltre che corrispondenti con il simbolismo iniziatico della montagna.

Compagno di viaggio di coloro che affrontano il pericolo dell’ignoto di altre dimensioni, il cavallo nell’antichità era il mezzo esoterico dei guerrieri che riuscendo a controllarne la forza uranica si realizzavano spiritualmente; fallire in questa impresa corrispondeva a cadere disarcionati durante il combattimento, lo stesso destino che attende chi dà del “tu” alla montagna.

Proseguendo nel percorso e superata la stazione della seggiovia, alla pendenza costante, al manto verde ed al campo aperto si và man mano sostituendo un pratico sentiero sviluppato tra sedimenti rocciosi.

Da qui lo sguardo può assistere al deprimente spettacolo della civiltà moderna e l’apporto mortifero pervenuto dalla “cultura” industriale: nessuna valutazione positiva può giungere da anti-estetici formicai cementificati ed inquiete arterie brulicanti macchine ed esistenze smaniose di “vivere”.

Sotto i nostri umili occhi è ritratto il complesso vitale del materialismo arimanico dal quale ci stiamo distanziando.

Entriamo così nella cattedrale elementare accolti da un sacro silenzio. La montagna immobile nella sua grandiosa imperturbabilità ed eterna presenza è l’esatta antitesi dello scenario sottostante, fugace ed inconsistente;  sintomatico il fatto che la tecnologia non riesca a funzionare tra queste mura oppure, nel confronto con la natura, perda l’indispensabilità che la contraddistingue “a valle” favorendo di conseguenza la volontà individuale e lo spirito di sopravvivenza cameratesco, forze formatrici sopite dal contro-iniziatico individualismo collettivista.

Rinvigoriti dall’avvicinamento alla meta raggiungiamo infine il Rifugio Franchetti (2.433mt) nel quale pernotteremo. La notte avrà il merito di ripristinare le energie necessarie al giorno successivo.

All’indomani, per le 10.30, siamo di fronte alla via d’accesso Orientale del Corno Grande.

I componenti, esperto - intermedio - novizio [il sottoscritto], affrontano tutti e tre per la prima volta il sentiero ferrato Enrico Ricci ritenuto da molti, tra guide ed internauti, un percorso facile.

Dal canto mio non avallo alcuna graduatoria poiché l’impegno deve essere massimo in ogni circostanza, da considerarsi sempre inesplicabile “l’immensa lingua cifrata dell’esistenza” (2), sia per entrare in sintonia con l’anima della montagna che non accetta facili confidenze sia per scongiurare i fatali episodi con spesso protagonisti i cosiddetti faciloni domenicali, con i quali è meglio non confondersi.

Tornando a noi, il misto via ferrata/normale ci porta a monte dell'Anticima (2.700mt) dal quale avvistiamo, all’interno di una cornice nuvolosa estremamente evocativa, sul lato est il profilo del Paretone, ad ovest il ghiacciaio del Calderone, il più meridionale d’Europa.

Il Sole, fin ora nascosto, vincerà le nubi per aprirci il cammino in direzione della Vetta Orientale (2.903mt).

La sensazione è quella di trovarsi al cospetto di potenti numi: la grigia foschia, il sibilo del vento ed il fragore del tuono, attestano ormai rotto il silenzio degli déi. Stiamo assistendo al Ragnarøkkr, la fase crepuscolare che segna lo scontro tra elementi del cosmo e creature inferiori del caos.

Arrivati all’ardua cima, ci sediamo con solennità, esultanti di gloria in su la Vetta (3).

Sostiamo per un periodo altrove scandito da indifferenziati secondi e minuti; trasportati in una dimensione Reale, il vuoto non rappresenta più l’autodistruttivo nichilismo piuttosto il massimamente pieno, la congiunzione della triplicità energetica tradizionalista macrocosmica (nel taoismo Yin, Yang, Yuan) e microcosmica (fisico, mentale, astrale), dove esistiamo al di là della relatività spazio-temporale.

L’invisibile incontro tra cielo e terra ricorda quello che ebbe a scrivere il Matzke : “la natura è il grande regno delle cose [che non] chiedono reazioni sentimentali, che ci stanno dinnanzi mute come un mondo a sé, esternamente estraneo. […] Distacco completo da tutto quanto è solamente soggettivo, da ogni vanità e nullità personale.” (4)

Le prime avvisaglie dell’imminente pioggia ci obbligano a lasciare la Vetta per tornare al rifugio.

Il percorso che ci porterà indietro non presenta alcuna corda fissa e sarà reso impervio, oltre che da zaini e fatica accumulata, dalla roccia scivolosa. Sarà obbligatorio conservare la calma nei punti più pericolosi.

Simili prove non si superano privandosi della consapevolezza circostante ed interiore: il “coraggio” romantico, per come viene concepito da certi ideali passionali, è frutto della irrazionalità naturalista.

Il vero coraggio è virile ovvero un rito auto-sacrificante nel quale si presenzia nelle vesti di sacerdote ed offerta.

Non si tratta d’essere incoscienti, cioè di lasciare il dominio del proprio Sé all’inconscio, funzionamento base della mente umana (5), ma di sovvertire la natura fallace e risvegliarsi sopra di essa superiormente coscienti soprattutto dei limiti umani, così da evitare una drammatizzazione del simbolismo titanico.

Alle 14.00 siamo di nuovo al rifugio, dopo varie peripezie appesi a scoscese rupi, o “sciando” su veloci ghiaioni.

La pioggia non ci ha dato tregua un minuto, quasi volesse benedire fin all’ultimo passo la nostra azione indotta dalle stesse forze elementari.

Lasciamo il Gran Sasso ed il Sole torna a splendere illuminando versanti scalati e discesi.

Il percorso diventa sempre più “irreale” mentre facciamo ritorno al mondo moderno …



Tommaso - Firenze.





NOTE:

1. Lao Tzu, Tao te Ching cap. LXIV

2. cit. Friedrich Nietzsche

3. Omero, Iliade libro VIII cap.65

4. Julius Evola, Cavalcare la Tigre, p.112

5. Marco Della Luna, Neuro Schiavi, p.75





Associazione Culturale Tyr Perugia