giovedì 31 marzo 2011

NO FLY ZONE SU GAZA


Risale allo scorso 17 marzo la Risoluzione 1973 adottata dal consiglio di sicurezza dell’Onu, la quale richiedeva un immediato cessate il fuoco e l’interdizione dei voli sui cieli della Libia (la cosiddetta No Fly Zone). Due giorni dopo, il 19 marzo, questo documento dava il via libera all’intervento militare occidentale, finalizzato alla sua attuazione impedendo a Gheddafi di reiterare pratiche e azioni che si collocano “contro la volontà della Comunità Internazionale” e in violazione dei diritti umani. Hanno chiamato questo intervento non guerra ma “operazione umanitaria”, così da fornirne all’opinione pubblica un’immagine quanto mai nobile e rassicurante. Stando ai supposti propositi che avrebbero mosso gli occidentali ad intervenire in Libia, si evincerebbe dunque la presenza di una sorta di mutuo soccorso internazionale pronto a mobilitarsi in ogni dove vi siano abusi verso i civili e inosservanza delle Risoluzioni delle Nazioni Unite. Tuttavia sono molti gli osservatori che contestano il tentativo di mascherare, attraverso l’uso di slogan infarciti di buoni propositi, lo scopo di fare della Libia un nuovo avamposto dell’ingordigia mondialista per sfruttarne le risorse del sottosuolo, togliendola alla sovranità della Jamāhīriyya per consegnarla a governi fantoccio dell’Occidente, magari edificando nuovi confini così da adempiere l’efficace strategia del dividi et impera. Del resto, se non si tratta di una copertura, come interpretare il silenzio complice della Comunità Internazionale intorno a questioni umanitarie del tutto simili, talvolta anche peggiori, di quella libica? Giusto a qualche centinaio di chilometri ad est dal confine libico, lo Stato d’Israele persegue da anni una politica vessatoria e cruenta ai danni della popolazione palestinese, detenendo il record mondiale di violazioni delle Risoluzioni Onu e impiegando armamenti di tipologie non convenzionali. In questi giorni, mentre i media occidentali sono costantemente impegnati a fornirci gli aggiornamenti di quanto avviene in Libia, gli attacchi di Israele sulla Striscia di Gaza si fanno sempre più incessanti, tanto da sembrare il preludio di una nuova devastante operazione, nello stile di “Piombo fuso”. Per impedire che la situazione in Palestina degeneri, le Associazioni Culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia, appellandosi al buon senso e ai presunti propositi umanitari che hanno spinto l’Onu a mobilitarsi per la Libia, si chiedono se non sia opportuno applicare misure volte a fermare i crimini di Israele, mediante l’adozione di una No Fly Zone anche sui cieli di Gaza.



Associazione Culturale Zenit Roma – http://associazioneculturalezenit.wordpress.com



Associazione Culturale Tyr Perugia – http://www.controventopg.splinder.com

 






Lampedusa, un'isola nell'abisso (seconda parte)


LAMPEDUSA – Mentre sto in giro per l’isola, arriva la notizia che un nuovo barcone è stato avvistato e arriverà nelle coste italiane in meno di due ore. E’ il quarto della giornata e il secondo che proviene dalla Libia. Poco dopo, un elicottero della Marina Militare italiana decolla dalla nave Etna per intervenire sul barcone dove una donna ha appena partorito mettendo in salvo madre e neonato.



Nell’aria c’è la volontà di una presa di posizione forte e popolare proprio come era avvenuto nei giorni precedenti, quando i cittadini di Lampedusa non avevano permesso l’installazione delle tendopoli. Il giorno prima del mio arrivo, un nutrito gruppo di mamme lampedusane, si erano recate dal primo cittadino  Dino De Rubeis per richiedere la chiusura temporanea delle scuole. Una richiesta giustificata dalla drammatica situazione sanitaria nei pressi degli edifici scolastici dove stazionano immigrati e, di conseguenza, bisogni fisiologici e possibilità di infezioni. Giovanna, una delle mamme che si erano recate dal Sindaco, con molto rammarico, oltre a descrivermi la triste situazione davanti alle scuole, mi racconta la difficoltà che gli isolani, pure prima dei questa emergenza, hanno anche solo per fare una visita medica. “I dottori vengono tre o quattro ore al giorno, per una visita dobbiamo aspettare dei mesi” afferma la giovane mamma. E se arrivassero delle infezioni o delle malattie? “Se hai i soldi per spostarti in Sicilia bene, altrimenti, sei fregato”. Silenzio. Il mio giro continua, mi dirigo verso il porto e mentre mi avvicino, ci sono sempre meno cittadini lampedusani. Qui le forze dell’ordine sono aumentate, è aumentato anche il numero di giornalisti che aspettano nuove notizie e raccolgono informazioni e i volontari della Croce Rossa Italiana sono impegnati a gestire la difficile situazione che sta colpendo l’isola.



Oltre all’emergenza immigrazione mi viene raccontato che da qualche anno la situazione è cambiata. Prima il Comune aiutava economicamente gli abitanti dell’isola con sussidi per i giovani disoccupati e per le ragazze madri. Da tre anni a questa parte, questo non avviene più. E ancora, mi dicono di come le strade siano rotte e molto più sporche [per le foto del viaggio è possibile contattare Polese all'indirizzo: info@fabiopolese.it, NdR]. Si dice che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Lampedusa non deve diventare un centro d’accoglienza eterno, non può essere usato come scudo umano per l’Italia. Sia chiaro.



Si sta facendo buio e dopo qualche altra chiacchierata, torno nella parte alta di Lampedusa per andare a cena. E’ sabato sera e quasi tutti i locali sono aperti. La prima impressione che mi viene in mente è che, pure nella difficoltà, c’è voglia di andare avanti. Dopo la cena, faccio un ultimo giro per le vie di Lampedusa, bar e pub notturni sono affollati da giovanissimi pronti a passare la serata come se nulla fosse cambiato da qui ai due mesi precedenti. Ma pure se la vita continua, la normalità non c’è. I riflettori sono accesi, girano soldi ma la situazione è davvero critica. Milleduecento immigrati sono arrivati nelle ventiquattro ore della mia permanenza nell’isola e un terzo barcone proveniente dalla Libia sta sbarcando mentre prendo il mio volo per Palermo. Continuando di questo passo, l’abisso è davvero molto vicino. (Fabio Polese)



http://www.ilsitodiperugia.it/content/358-lampedusa-unisola-nellabisso-seconda-parte

http://www.fabiopolese.it/?p=320


 


martedì 29 marzo 2011

Lampedusa, un'isola nell'abisso.


LAMPEDUSA – La situazione dell’isola italiana di Lampedusa è un qualcosa di irreale. Gli immigrati sono ovunque, come zombi, in gruppi più o meno numerosi, camminano nella città fantasma. Ovunque c’è un via vai continuo di forze dell’ordine che, secondo le fonti ufficiali, sono circa 400 unità divise tra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ed Esercito.



Avanti e indietro monitorano le vie della città e le nuove imbarcazioni che potrebbero arrivare da un momento all’altro. Sopra il porto, una piccola collina è invasa di sporcizia e di ripari per la notte fatti con mezzi di fortuna presi qua e là dagli immigrati. Nei negozi, alcuni chiusi e altri aperti, si mescolano gli abitanti lampedusani e i nuovi arrivati. “Noi non siamo razzisti, vogliamo continuare a vivere con dignità nella nostra isola, rivogliamo la nostra tranquillità” mi dice Giusi, una ragazza trentenne del posto che fa eco ai molti altri abitanti con cui ho avuto il piacere di confrontarmi e di parlare.



L’economia dell’isola di Lampedusa si regge - da sempre – attraverso la pesca e il turismo. La pesca, tra alti e bassi, continua. Il turismo, per ovvie ragioni, è al collasso. Proprio come l’isola. Maria, un’amica di Giusi, mi racconta della vita semplice e bella che tutti gli isolani sono abituati a fare,mi dice con un tono secco e ricco di ricordi ormai lontani:“lasciavamo le chiavi delle macchine attaccate al quadro”. Seppur possa sembrare una banalità, credo che il significato di quest’ultima affermazione, possa benissimo sintetizzare il radicale cambiamento della vita dei lampedusani. E perché no, anche quella di tutti gli italiani. L’emergenza immigrazione che soffoca l’isola da ormai due mesi non è più sostenibile come non è più sostenibile la barzelletta della convenzionale accoglienza tout court. La situazione di crisi attuale non lo permette. E se ne dovrebbero accorgere anche i fautori della solidarietà pace and love. A parole è tutto bello e tutto possibile. Ma nella realtà le cose cambiano.



Ormai sono più di cinquemila e cinquecento le persone provenienti dal nord Africa stipate nel centro di accoglienza a cielo aperto dell’isola. Numeri che fanno girare la testa a tutti: dal governatore della regione Sicilia Lombardo al ministro dell’interno Maroni. Le soluzioni che vengono proposte dai nostri governanti però non sono destinate ad eliminare il problema. Un problema che comprende sia i cittadini italiani e sia gli sfortunati avventurieri che, con barche di fortuna, arrivano nelle nostre coste sperando in una vita migliore. L’Europa - Italia compresa - proietta da sempre una speranza di benessere. Un benessere fazioso e non destinato ai più. Da una parte ci viene proposto uno “spiattellamento” in tutto il territorio italiano di tendopoli d’immigrati e dell’altra, un finto aiuto economico per chi decidesse di tornare nella terra d’origine. Certamente non possono essere queste le soluzioni definitive al problema dell’immigrazione. Ma in perfetto stile italiano, si tende ad allungare i tempi della malattia.



Un ragazzo in un bar, vicino al porto di Lampedusa, mentre prendo il mio caffè, mi paragona la situazione della sua isola a quella di una barca che, piegata da una parte, affonderà da un momento all’altro. Un quadro che potrebbe realmente diventare una triste realtà. Nelle strade, nel frattempo, gli immigrati girano senza una meta, occhi persi nel nulla, prendono quello che trovano. Dall’altra parte dell’isola c’è quello che viene chiamato “il cimitero dei barconi”; decine di barche vecchissime ammucchiate a destra e a sinistra che sembrano essere una metafora dell’attuale situazione di crisi. Un’altra ragazza, incontrata nella principale piazza di Lampedusa – che manco a farlo apposta si chiama Piazza Libertà - mi dice che si sente morta dentro, ma, allo stesso tempo, non lascerà mai la sua amata isola. Mentre sento queste parole, capaci da sole di incidere una roccia, mi domando come mai, anche gli immigrati, non provino a lottare per vivere dignitosamente nella propria terra. E magari, anche il perché, l’Europa e tutti gli amanti delle “missioni umanitarie” non si attivino per far crescere economicamente queste terre. Ma forse, tutti questi discorsi non servono a nulla. Quello che serve sono nuovi schiavi pronti al lavoro a basso costo spaccandosi la schiena per poche manciate di euro. (Fabio Polese. 1/Continua)



http://www.ilsitodiperugia.it/content/833-lampedusa-unisola-nellabisso

http://www.fabiopolese.it/?p=312


sabato 26 marzo 2011

Ahi, serva Italia!


L’impegno militare italiano in Libia ottiene l’approvazione delle Camere e il Presidente Napolitano saluta con entusiasmo la notizia: ''E' una convergenza fondamentale che esprime comprensione della necessità che un paese come il nostro non restasse indifferente di fronte alla repressione di un moto di libertà e di giustizia sociale scoppiato anche in Libia''.



Ci risiamo. Dopo quanto avvenuto solo negli ultimi undici anni - nell’ordine - in Serbia, in Afghanistan ed in Iraq, l’Italia si presta di nuovo a partecipare ad una missione sedicente umanitaria, che cela in realtà il mero interesse da parte delle potenze mondialiste di estendere i propri tentacoli. Ha ragione il Presidente della Repubblica, un paese come il nostro non può restare indifferente: non può sottrarsi al ruolo di vassallo a cui è condannato da sessantasei anni rispetto ai suoi alleati. Su questo, al di là delle baruffe da osteria che contraddistinguono la dialettica parlamentare su questioni interne e spesso frivole, la convergenza politica non manca mai. Le Associazioni Culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia hanno ricordato oggi, con l’affissione di striscioni dal contenuto esplicito, come l’unità nazionale tanto auspicata trovi sempre riscontro là dove ci sia da ribadire il ruolo subalterno dell’Italia alle volontà altrui, così da renderla complice di massacri.



 



Associazione Culturale Zenit Roma – http://associazioneculturalezenit.wordpress.com

Associazione Culturale Tyr Perugia – http://www.controventopg.splinder.com






mercoledì 23 marzo 2011

Birmania: a dieci anni dalla fondazione della Comunità Solidarista Popoli, nuova missione a Kawthoolei.


Di Fabio Polese, www.agenziastampaitalia.it



(ASI) Identità, tradizione e solidarietà sono i principi fondamentali che, da ben dieci anni, la Comunità Solidarista Popoli porta avanti nelle proprie azioni di volontariato in Birmania al fianco del popolo Karen e, più recentemente, in Libano, accanto ai profughi palestinesi. Con queste parole inizia il resoconto dell’ultima missione che Popoli ha affrontato nelle zone controllate dai Karen nella Birmania orientale: “Proprio nel mese di marzo del 2001 un piccolo gruppo di volontari entrava a Kawthoolei, “la terra senza peccato”, per dare vita ad un progetto di solidarietà di cui non potevamo prevedere gli esiti precisi. Si trattava di una idea piuttosto inusuale, piena di difficoltà: andare in aiuto di una popolazione che subisce la continua repressione da parte di un governo militare votato alla causa del business mondialista, un regime che basa la propria “legittimazione territoriale” sulla eliminazione fisica dei gruppi etnici insediati da oltre 2.700 anni”. La guerra continua per la quale si batte il popolo Karen viene portata avanti con straordinaria tenacia da ben sessantadue anni contro la giunta militare birmana per ottenere quello che gli era stato promesso - e mai attuato - alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto delle proprie identità e tradizioni. Il trattato di Panglong, firmato dal governo centrale nel 1949, non fu mai rispettato a causa dell’uccisione del Generale Aung San – allora rappresentate del governo -, ad opera di militari golpisti. I generali oggi al potere, reggono il paese secondo quella che loro chiamano “la via birmana al socialismo”; in realtà, oltre al continuo sostegno che ottengono dalla Repubblica Popolare Cinese, sono in stretti contatti economici con molte multinazionali occidentali e sono pesantemente coinvolti con il ricchissimo business del narcotraffico. Ancora oggi, attraverso il terrore, gli stupri e la schiavitù, i militari birmani intendono destabilizzare la cultura e le tradizioni del Popolo Karen e cercano di dirigere più gente possibile nei campi profughi che si trovano in territorio thailandese e, come si legge nell’ultimo resoconto dell’associazione Popoli, “zelanti organizzazioni “umanitarie” avviano i Karen verso nazioni disposte ad accoglierli, come gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e la Norvegia. Il popolo Karen viene così disperso, diviene mano d’opera a basso costo per le fabbriche ed i fast food occidentali, affronta una durissima vita in ambienti ad esso sconosciuti, lontano dalla propria terra, dalle proprie tradizioni, dalla propria comunità”. Insomma, in poche parole, con un biglietto di sola andata e un permesso d’immigrazione garantita, si tende allo sradicamento e all’annientamento di popoli e culture millenarie. La Comunità Solidarista Popoli d’accordo con il Karen National Union (K.N.U.), al contrario, sostiene che i Karen devono rimanere nei loro territori e lottare per vivere nella loro terra da uomini liberi. Da quel lontano marzo del 2001 la Comunità Solidarista Popoli ha dato continuo e concreto sostegno ai civili e militari Karen, fornendo attrezzi per la lavorazione del legname e la coltivazione agricola; costruendo scuole e cliniche mediche mobili; fornendo continua assistenza sanitaria attraverso visite ed operazioni chirurgiche fatte da medici volontari sul campo e alla preparazione del personale Karen. “La missione appena conclusa – si legge nel sito di Popoli - ci ha permesso di verificare le condizioni di vita dei civili Karen. I nostri medici, Rodolfo e Roberto, assistiti dalle improvvisate “infermiere” Raffaella e Manuela hanno visitato centinaia di pazienti dei villaggi di Oo Kray Khee, Gawlamee, Nya Pe Tha, Paw Bu La Tha, Ko Pu Khee, Kaw Hser, riscontrando un generale e progressivo miglioramento della situazione sanitaria da quando siamo presenti nell’area con un sistema di cliniche fisse e di team mobili. Anche dal punto di vista dell’approvvigionamento alimentare abbiamo trovato condizioni positive: la popolazione appare discretamente nutrita, sebbene in un paio di villaggi fosse stato necessario fornire negli ultimi mesi riso, sale, pasta di peperoncino e pesce essiccato per mantenere accettabile il livello nutrizionale di alcune comunità”. Intanto, l’allarme sicurezza rimane alto per gli uomini del Colonnello della Special Black Force Nerdah Mya dell’esercito di liberazione Karen, per i possibili attacchi dell’esercito della giunta birmana che potrebbero verificarsi in qualsiasi momento. La missione della Comunità Solidarista Popoli di Marzo è finita, nuove missioni verranno effettuate prossimamente e, con la stessa motivazione di dieci anni fa, Popoli continuerà la sua lotta al fianco dei popoli contro il mondialismo.



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2750:birmania-a-dieci-anni-dalla-fondazione-della-comunita-solidarista-popoli-nuova-missione-a-kawthoolei&catid=3:politica-estera&Itemid=35


domenica 20 marzo 2011

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia.




Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.



Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).



L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).



Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.



La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.



Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.



Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.



Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.



La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).



L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.



L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.



È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.



Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.



Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.



 



* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.



http://www.eurasia-rivista.org/8778/litalia-ha-gia-perso-la-sua-guerra-di-libia


Amicici.


Dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione Italia - Libia (2009): "Rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica»; diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).