Sono 7 le imbarcazioni che formeranno la “Freedom Flotilla 2”, che potrebbe salpare alla volta di Gaza già attorno alla fine di luglio. Il presidente della Campagna Europea Contro l’Assedio di Gaza, Arafat Madi ha annunciato che già 9.000 persone hanno fatto richiesta per salire a bordo delle navi, che porteranno 10.000 tonnellate di aiuti umanitari alla popolazione della striscia. Il carico sarà composto da medicine e attrezzature mediche, materiali edilizi, carrozzelle elettriche per disabili e case prefabbricate in grado di ospitare migliaia di palestinesi di Gaza rimasti senza un tetto a causa dei bombardamenti israeliani dell’offensiva «Piombo fuso» (dicembre 2008-gennaio 2009). La Comunità Solidarista Popoli parteciperà all’iniziativa come già aveva fatto in passato contribuendo economicamente all’acquisto di materiale destinato alla popolazione palestinese, in sinergia con l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) con cui collabora anche nel progetto di adozione a distanza. Nelle intenzioni degli organizzatori, le navi cargo, una volta scaricati gli aiuti umanitari, dovrebbero imbarcare merci prodotte dagli agricoltori e dalle imprese di Gaza, destinate poi al mercato europeo. Inutile dire che anche volontari di “Popoli” hanno richiesto la possibilità di salire a bordo di una delle imbarcazioni che forzeranno il blocco. Ma soltanto 750 sono i posti disponibili, da suddividere tra associazioni umanitarie e politiche provenienti da 60 paesi. A chi volesse contribuire economicamente all’invio di generi di prima necessità agli abitanti di Gaza ricordiamo il codice IBAN di “Popoli” su cui effettuare un bonifico bancario, e il conto corrente postale su cui fare un versamento. IBAN: IT 19 R 05188 11703 000000057192
C/C POSTALE: 27183326
www.comunitapopoli.org
sabato 10 luglio 2010
UNA NUOVA FLOTTIGLIA SALPERA’ ALLA VOLTA DI GAZA. LA PARTECIPAZIONE DI “POPOLI”.
martedì 6 luglio 2010
Tessera del tifoso. Tra banche marketing e controllo sicuritario.
http://www.mirorenzaglia.org/?p=14543
Ci siamo quasi o, ci dovremmo essere. All’inizio della stagione calcistica 2010/2011 dovrebbe partire la tanto decantata “Tessera del Tifoso”. Tanto si è sentito e tanto si è scritto, ma, nonostante questo, la tessera viene ancora descritta dai più come una semplice affiliazione alla propria squadra del cuore. Nei miei precedenti articoli[1] avevo segnalato alcune delle nefandezze che questa tessera proponeva allo scopo di mantenerci in linea con la società del consumo e del controllo nella quale viviamo. Il Dott. Maurizio Martucci [nella foto sopra], giornalista e autore di diversi libri[2], ha segnalato, attraverso numerosi articoli, un’ulteriore e interessantissima falla di questa tessera, il micro-chip a tecnologia Radio Frequency Identification (RFID). lo abbiamo incontrato e gli abbiamo posto qualche domanda.
Inizierei subito con il chiederle: quale differenza c’è tra la Tessera del Tifoso italiana e quelle già in uso nelle altre nazioni europee?
La differenza è sostanziale, oltre che di genesi. All’estero la tessera del tifoso è esattamente il contrario del nuovo ‘Modello Italia’ voluto dal Ministro Maroni e dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. In Germania, Portogallo, Spagna e Inghilterra la tessera del tifoso non è obbligatoria ma facoltativa. Viene vissuta come un privilegio, non come un’imposizione calata dall’alto. E non é necessaria per abbonarsi allo stadio. Non è una carta di credito e nemmeno una carta ricaricabile. Le carte al consumo col brand di banche o circuiti di intermediazione finanziaria, American Express, MasterCard o Visa sono ben altro. Ad esempio Chelsea e Liverpool offrono ogni anno delle vere e proprie ‘Priority Card’, cioè carte di priorità, delle membership card per avere il diritto di prelazione all’acquisto dei biglietti prima di altri tifosi. E’ una fidelizzazione attiva del fan alla vita del club: più stadio vivi, più trasferte fai, prima degli altri puoi prenotare il tuo posto per andare in trasferta a Birmingham o Manchester. E non c’entrano niente i gadget né le banche. Non è una fidelizzazione necessariamente commerciale come in Italia, dove si parla forzatamente di sconti per stazioni di servizio dell’Autogrill o di merchandising. E poi, oltretutto, deve ancora essere presentato un ventaglio di servizi e prodotti. Pensate: stanno vendendo queste carte senza nemmeno informare il consumatore su quali offerte potrà contare: bel modo di fare marketing! Farebbe inorridire ogni studente universitario alle prese con una progettazione di start-up, di lancio sul mercato di un nuovo prodotto. Ti dicono: “Tu intanto prenditela, poi ti diremo cosa farci!” Nei paesi iberici invece la tessera del tifoso ti da diritto ad entrare davvero nel cuore del club: i tifosi di Barca, Benfica, Sporting e Real Madrid con queste carte ci eleggono pure il presidente, insomma entrano in prima persona nelle questioni decisionali. Ti dicono: preferisci Florentino Perez o Laporta per la presidenza? Una tessera, un voto in assemblea. Esattamente l’opposto dell’Italia, dove il tifoso sarà un soggetto passivo, forzato solo ad obbedire e pagare, a farsi mungere il portafogli con la scusa dell’amore per la maglia. Ma lo deve fare, sennò si scorda lo stadio! Sono certo di una cosa: se prima di iniziare questo tormentato programma avessero chiesto un parere preventivo ai tifosi, dicendo: “Abbiamo pensato questa carta. Si chiamerà Tessera del Tifoso. Siete favorevoli o contrari? La volete? Si o no?”. Immagino le risposte della gente. Un plebiscito. E invece non hanno chiesto niente a nessuno. Si sono armati e sono partiti. Ecco le conseguenze…
Chi potrà usufruirne e chi no? Ci saranno dei cittadini di serie A e dei cittadini di serie B proprio come i campionati di calcio nostrani?
Pensata come strumento di contrasto al fenomeno della violenza nel calcio, stiamo assistendo al più classico scarica barile, ad una sorta di politica nel nome di Ponzio Pilato. Le società se ne lavano le mani. Provate a chiedere ad un direttore di marketing di Serie A, B o Lega Pro se al momento della vendita della sua tessera del tifoso riuscirà a garantirvi l’incolumità fisica dentro e fuori lo stadio, in casa o in trasferta. Sai cosa ti diranno? “Non dipende da noi”. A no? E da chi deve dipendere? Eppure il contratto lo stipulate voi! Eppure negli stadi la sicurezza la garantiscono le società con gli steward, che sono loro personale interno! La discriminante è la legge: non c’è una legge dietro il programma tessera del tifoso, e ogni società adotta arbitrariamente le sue soluzioni. Ad uso e consumo privato, alla faccia del legislatore! Un’anomalia tipicamente italiana. Siamo alla deregulation: Modena, Cesena e Bologna la negano a chi ha dei carichi pendenti. Roma, Lazio, Samp, Varese e Figline hanno rispolverato una legge del 1956 che parla di diffida del Questore per dediti all’ozio, vagabondaggio, spaccio di droga, sfruttamento alla prostituzione. E che c’entra un foglio di via per questi reati col calcio? Tutti i club la vietano ai destinatari di DASPO e ai condannati per reati da stadio anche in primo grado. Ecco il punto: e se uno viene assolto in appello o in cassazione? Dov’è il garantismo e il presupposto di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio? Il TAR del Lazio si pronuncerà sull’incostituzionalità dell’art. 9 L. 41/07, magicamente sparito nel nulla dai contratti! Capitolo DASPO: chi c’è l’ha… già lo scorso anno non poteva comprare i biglietti nominativi e non entrava allo stadio. Dov’è la novità della tessera del tifoso? Siamo all’isterismo normativo… Il prossimo anno dovremmo chiederci se il nostro vicino di posto ha scontato una condanna per evasione fiscale, omicidio o pedofilia. E non per quale squadra tifa…
Ma non doveva servire solo per garantire di seguire la propria squadra nelle trasferte?
Si, ma guardiamo il precedente dell’ultimo Genoa-Milan: da Milano 371 milanisti avevano comprato i biglietti con regolare tessera del tifoso alla mano. Volete sapere qual è stata la loro garanzia? Nulla! Trasferta vietata e partita giocata con lo stadio a porte chiuse per problemi di ordine pubblico! A mio avviso la situazione potrebbe anche peggiorare. Perché per le prossime trasferte molti potrebbero evitare il settore ospiti, mischiandosi nelle tribune o nelle curve confinanti. Con quali caotiche conseguenze? Si tornerebbe ad una condizione tipica degli anni ’80, quando i tifosi avversari erano a contatto con quelli di casa. E intorno c’era il cordone della Polizia a sorvegliarli. E’ già successo a Siena-Roma. Si pensa di risolvere un problema e se ne creano altri. Come il tira e molla della coperta. Coprire da una parte per scoprirne un’altra. Per cose di questo tipo sono successi l’Heysel e le morti di Filippini, Di Maio…
Come mai una semplice tessera che, come dicono, servirebbe semplicemente alla fidelizzazione con il proprio club ha bisogno di un codice IBAN (International Bank Account Number) e di un relativo contratto con la banca di turno?
Non è proprio così. Sapendo che non potevano imporre l’apertura di milioni di conti correnti bancari ex novo ai tifosi di calcio italiani, si sono limitati a realizzare carte ricaricabili, tipo bancomat al possessore, cioè spendi moneta elettronica finché ci ficchi dentro moneta cartacea. E’ il paradiso delle banche: liquidità in cambio di virtualità! Statistiche alla mano, è un mercato potenziale di circa 4 milioni di nuove tessere del tifoso, cioè di circa 4 milioni di nuove carte ricaricabili da attivare dall’oggi al domani. Ogni operazione, tipo una ricarica o una movimentazione standard, costa in media 1 euro. Ogni carta, cioè ogni tessera del tifoso venduta, in media costa 10 euro. Moltiplicate per 4 milioni di clienti… e il conto totale è presto fatto. E le statistiche dicono che ogni carta ricaricabile fa in media tra le 12-14 movimentazioni annue. Almeno siano onesti: parlino apertamente di tessera del tifoso esclusivamente per una fidelizzazione economica. Perché di per sé il tifoso nasce già fedele. Ma a loro interessa legarlo economicamente, non affettivamente….
E la privacy? E Il micro-chip a tecnologia Radio Frequency Identification?
E’ un micro-chip che memorizza dati, localizzandoli anche geograficamente, canalizzandoli dentro un data base a disposizione di Club, società emettitrici delle carte (ad esempio la Lazio ha la carta con Poste Italiane) e società convenzionate agli sconti (poniamo ad esempio Autogrill). Un data base su cui fare marketing 365 giorni l’anno! Entri in quel circuito… ed è fatta! Ti arrivano sms, newsletter, promozioni, opuscoli pubblicitari…. Già nel 2005 il Garante della Privacy metteva in guardia sulle criticità di questo RFID. Tranne pochissime eccezioni, il Sassuolo ad esempio, tutti gli altri contratti dei club che ho potuto esaminare, nemmeno riportano la sigla della tecnologia a radio frequenza e neanche le disposizioni di privacy che invece il Garante dice di richiamare in modo scrupoloso, nero su bianco. Come mai? So che l’Associazione in Difesa dei Consumatori Sportivi vuol ricorrere al Garante per denunciare questa violazione dei diritti. E FederSupporter ha fatto lo stesso per la questione dell’autocertificazione nell’atto di richiesta della card: vuole da FIGC e Lega Calcio una moratoria per non far passare migliaia di nominativi al vaglio della black list delle Questure, con quello che ne seguirebbe come appesantimento burocratico e svilimento dell’efficienza della pubblica amministrazione. Altrimenti l’autocertificazione a che serve? Va bene per avere un certificato di nascita dal mio comune ma non va bene per andare allo stadio?
Viviamo in una società dedita al controllo, alle mistificazioni e ai guadagni dei più, crede che prima o poi possa esserci una tessera anche per andare al cinema o… semplicemente per uscire di casa?
Dipende dai numeri, dai fatturati e dai trust, cioè dai blocchi di interesse economico e finanziario che si creano intorno ad un determinato fenomeno sociale. Dico per ridere e sdrammatizzare: se qualcuno brevettasse l’aria che respiriamo ogni istante, state certi che nascerebbe un mercato vergine per vendere l’aria a milioni di abitanti/clienti su tutto il pianeta! Oggi tutto è in vendita, anche pezzi di luna! Dagli anni ’80 in poi, il calcio è diventato preda di politiche capitalistiche sfrenate. Si è partiti con gli sponsor sulle maglie, poi con le multinazionali e con l’avvento delle pay-tv c’è stata un’accelerata improvvisa: l’ingresso delle banche nel ‘segmento tifosi’ credo sia nient’altro che il proseguo di questa strategia apolide consumeristica che sta traghettando la figura del tifoso semplice e spontaneo in quella di consumatore di servizi e prodotti. E’ uno stravolgimento dell’anima, uno smacco alla passione genuina e all’estemporaneità di chi sin da ragazzino soffriva per i colori della propria amata squadra. Domani tutto sarà prevedibile, tutto tracciabile, controllabile. Nulla avverrà più per caso. Mi torna alla memoria il periodo tra la fine del ‘700 e l’800, quello della lotta sulla visione del mondo che portò allo scontro illuministi e romantici. Oggi siamo arrivati alla tecnocrazia, alla sperimentazione di innovativi strumenti di controllo di massa. I tifosi delle curve si contrappongono a questo disegno con l’innato naturalismo delle espressioni aggregative libere e non condizionate…
Secondo lei, entrerà in vigore puntuale con l’inizio del campionato 2010/2011?
Non so, forse si, forse no. Già abbiamo assistito a 2 precedenti slittamenti. Non c’è 2 senza 3! Scherzi a parte… sono sicuro di una cosa: sin dalla prima di campionato ci saranno grosse anomalie e molte disparità in Italia. In questi giorni il Ministro Maroni ha mandato un segnale preciso ai club inadempienti: “Chi è senza tessera del tifoso, ne pagherà le conseguenze!” Beh… guardiamo proprio alle conseguenze, cioè alle spese: la gran parte degli stadi sono comunali. Molti Comuni hanno le casse prosciugate e i conti in rosso. Non sanno come far fronte alle spese per comprare tornelli, i lettori contactless per vagliare i micro-chip a RFID e nemmeno sono stati costruiti i tanto sbandierati varchi di accesso privilegiati. Su 132 società tra A, B e Lega Pro, ad oggi almeno il 75-80% non ha ancora la tessera del tifoso. E molti stadi non sono a norma. Quindi? Come la mettiamo? A meno di un clamoroso miracolo all’italiana nei mesi feriali di luglio e agosto, immagino ad esempio i tifosi di Milan e Varese che avranno le loro tessere del tifoso e quelli di Bari e Rimini che saranno senza… Staremo a vedere. Aveva ragione Franco Battiato: “Povera Patria…”
Note:
[1] http://fabiopolese.splinder.com/post/21520133/la-tessera-del-tifoso-e-le-banche da Free Press Perugia, 17 Ottobre 2009 e http://fabiopolese.splinder.com/post/21352894/perche-bisogna-dire-no-alla-tessera-del-tifoso da Rinascita 26-27 Settembre 2009.
[2] Maurizio Martucci, 11 Novembre 2007, l’uccisione di Gabriele Sandri una giornata buia della Repubblica, Roma, Sovera Multimedia, 2008, Maurizio Martucci, Cuore tifoso. Roma-Lazio 1979, Un razzo ha distrutto la mia famiglia, Gabriele Paparelli racconta, Roma, Sovera Multimedia, 2009, Maurizio Martucci, Cuori Tifosi. Quando il calcio uccide, i morti dimenticati degli stadi italiani, Milano, Sperling & Kupfer, 2010, Maurizio Martucci, Football Story. Musei e mostre del calcio nel mondo, Firenze, Edizioni Nerbini, 2010.
venerdì 2 luglio 2010
Buscaroli: un fascista tardivo.
Lei ha dichiarato di essere diventato fascista nonostante il Duce e dopo il fascismo?
Mi fecero diventare fascista a furia di calci e di botte, dopo la guerra, quando avevo tredici anni.
Guardi io non mi inginocchio di fronte al Nazareno, ma sulla tomba del sergente maggiore Guido Minardi, ogni venticinque maggio.
Fu un assassinio avvenuto a tradimento, lo stesso giorno della morte di Mussolini; nella terminologia ufficiale si chiama la fine della guerra e l’inizio della Liberazione, quando cioè i vinti avrebbero dovuto avere salva la vita.
Il fatto fondamentale è che invece non c’è nella storia una separazione tra l’una e l’altra. Come sono da considerarsi i massacri e le atrocità nei confronti del vinto? Vergogne che ancora si ripetono e che vengono proclamate azioni di guerra, come ancora l’anno scorso ha deciso la corte d’appello di Firenze nel caso Gentile.
Questo libro vuole respingere la legittimità di proclamare non punibili azioni di guerra quelli che sono stati assassinii e lo restano.
Quando La Russa ha dichiarato che oggi stiamo arrivando alla condivisione, che vuol dire l’identificazione di un popolo in una sola versione, mi sono detto che bisognava rifare tutto, che occorreva spiegare agli italiani che la dignità e l’onestà nazionale non si conciliano con la legislazione attuale.
Poiché questa Costituzione nasce dalla resistenza?
Certo! Noi siamo un popolo che cerca di dimenticare non un morto o due di un terrorismo, figlio legittimo di tutte le Armate Rosse. Parliamo di decine di migliaia di morti non conteggiati, che non fanno parte delle statistiche, che non entrano nell’elenco dei caduti della Repubblica Sociale; mancano all’appello almeno cinquanta mila caduti, miratamente cancellati.
Come si fa a rovesciare questa ingiustizia?
Appunto,come si fa? Ho scritto Dalla parte dei vinti per far nascere negli italiani la vergogna di se stessi. A me non interessa colpire Mussolini, che decise di entrare in guerra; a parte il fatto che il re Vittorio Emanuele II secondo fremeva perché l’Italia entrasse in guerra, vedeva la Germania vincere e Mussolini gli appariva un esitante imbecille. Non può una Repubblica adagiarsi sul letto sciagurato e insultato di migliaia e migliaia di morti senza appello.
Certamente la Repubblica francese è molto peggio della nostra: usa come inno la Marsigliese, che è un inno criminale.
Non si possono educare le generazioni dimenticando; eppure tutti contano sulla dimenticanza di misfatti che il passare del tempo insabbia.
Questo non è un libro di memorie, ma della memoria?
E’ da consegnare ai giovani italiani perché imparino l’onore e la dignità militare che i partigiani non hanno mai avuto e mai saputo. Si dovrebbe recuperare questo senso dell’onore nazionale che non c’è e mi permetto di richiamare il presidente della Repubblica - già noto per le sue tenerezze di Budapest - dichiarando che la dignità e l’onore dell’Italia non sono soltanto dei terroristi, ma di tutta quella gente trattata da ignota. Non ha senso civile una Repubblica che nasca da una montagna di morti di cui la legge dice che sono stati assassinati giustamente.
Non ha quindi senso parlare di unità d’Italia?
Esattamente, e come si potrebbe mai quando non si riconosce ai vinti l’aver subito la delinquenza perfida, patologica, abnorme che noi stiamo vivendo sulla nostra memoria, che è figlia del sadismo e dell’arte di far male propri alla resistenza? Non c’è mai stato un momento leale di riconciliazione perché non c’è mai stato un momento di riconoscimento. Il nostro tricolore è la brutta copia di quella schifezza che è il tricolore francese.
La ricostruzione economica dell’Europa ha significato la sua demolizione spirituale?
La decadenza spirituale è stata quasi unicamente un influsso americano. Ma non bisogna parlare troppo d’Europa: è un’invenzione postuma degli intellettuali per la quale mai nessuno ha agito in suo nome; è stata una speranza, un’invocazione perduta.
Essa ha sempre fatto la guerra con se stessa, non ha mai avuto un’anima sola, o meglio ha avuto un’anima falsa, il Cristianesimo. L’Europa. Questa è l’Europa: Carlo Magno, Napoleone e Hitler; sono le tre volte nella storia in cui le forze militari si sono convogliate verso uno scopo. Oppure è una realtà geografica.
Lei crede che la nostra storia, così com’è stata e non per come la raccontano, finirà mai in maniera credibile sui testi scolastici?
Mai, perché non avremo mai un popolo né una classe dirigente. Tutto ciò che siamo è destinato a esaurirsi entro breve. Nelle scuole ci vorrebbero duecento tipi come me che combattessero questa battaglia tutti i giorni, avendo a disposizione gli strumenti che io non ho mai avuto. Ma non vale la pena per questi italiani.
E poi queste cose non si pensa di farle a quarant’anni quando avresti l’energia, ma a settanta, quando si acquista la maturità della visione, che vuol dire riuscire ad accettare o a scartare un problema in due ore invece che in due anni.
Un uomo è maturo quando si mette di fronte a un sì o a un no. E’ il tempo che passa che guida le nostre vita, null’altro. I giovani, compresi i più valenti, non sentono più questa esigenza di scavare e di mettere in luce. Certo, bisognerebbe ricominciare e rifare, ma poi da dove? Tutto quello che resta in Italia resta al macero, questo è il destino che gli spetta.
Dipende dal carattere degli Italiani, immagino
Gli Italiani non sono capaci di mantenere un proposito, di studiarlo, di definirlo. Mussolini per primo, insieme ai suoi collaboratori, che - esclusi pochissimi - erano come la classe dirigente che ci ritroviamo oggi, anche se un po’ più educata, usava ancora, ai tempi.
Il grande ministro Bottai non spese una parola contro le leggi razziali e né Marconi né D’annunzio ebbero la presenza e l’onesta di dire al duce che stava facendo una follia.
Nessuno dei capi fascisti ebbe il coraggio di indicare o di deviare Mussolini. Così è la razza. L’Italia non è neanche un’ambizione di poeti, ma di letterati. Massimo d’Azeglio sapeva bene cosa volesse dire fare gli italiani, cioè fare l’educazione, le buone maniere, l’onestà, il coraggio, la disciplina.
Nessuno ha fatto gli Italiani; Mussolini ci ha provato, ma si stufava, cambiava oggetto, cambiava uomini giungendo a un nulla di fatto.
I moderati sono peggiori però degli estremisti?
(Prende carta e penna e scrive - secondo un’equazione filosofica - moderazione = avere paura di tutto)
Il moderato si mette sempre nelle condizioni di non dover mai compromettere la pelle. E’ colui che non vuole offendere l’educazione degli altri, che non vuole cambiare la cultura e che quindi resta a mezzo in tutto e non è nulla.
La paura lo fa scappare e quando non può allora cambia le proprie affermazioni e posizioni. I moderati sono gli artisti dell’arte di corrompere le proprie parole e, per confermarle di non averle mai dette, smettono di pensarle. Sono terribili!
Di Fiorenza Licitra, www.rinascita.eu
lunedì 28 giugno 2010
Don Verzé e la vita oltre i 120 anni.
E’ da qualche tempo che Silvio Berlusconi [nella foto con don Verzé] va dicendo in giro che intende vivere fino almeno a 120 anni. Chi aveva scambiato l’affermazione dell’istrionico italiano per una delle sue solite boutades è costretto a ricredersi: è più plausibile che si sia trattato, invece, di una smagliante operazione simpatia, di una campagna marketing condotta in prima persona e di cui solo oggi si rinviene il contenuto. Ce lo rivela, su Il Giornale di quest’oggi, una certa Melania Rizzoli, medico e deputato PDL, nell’articolo di prima pagina: “Ultracentenari col microchip“.
L’istituto San Raffaele del sacerdote amico di Berlusconi, don Verzé, promette agli ottuagenari del nostro Paese che acconsentiranno a lasciarsi impiantare un microchip sottocutaneo, di prolungare la propria vita fino a 120 anni: sarà dunque il paraninfo imprenditore ad assumersi la responsabilità del collaudo in Italia di uno dei simboli più discussi e oscuri del Nuovo Ordine Mondiale, e lo farà servendosi di un impeccabile ecclesiastico impegnato nella ricerca scientifica.
L’oligarchia mondialista che insegue con pertinacia l’obiettivo storico e ‘metafisico’ della unificazione totale del mondo e della soluzione definitiva dei conflitti umani, ha dunque trovato in Berlusconi il garante e nel serafico don Verzé l’esecutore dell’operazione che realizzerà in Italia, superati i timori iniziali dei profani e ridicolizzati come “complottisti” gli oppositori, uno dei sogni piu’ ricorrenti dei “fanatici dell’apocalisse”, quello di ridurre schiavo l’intero genere umano.
Una pletora di bambagioni ultracentenari semi-viventi in un villaggio globale pattugliato da sgherri di sicurezze private, videosorvegliati nei loro quartieri residenziali ghetto, monitorati costantemente dalla polizia del pensiero asserragliata fin dentro il proprio corpo, sotto pelle, provvederà a garantire il necessario afflusso di umane energie in coltura protetta di cui gli oligarchi hanno ancora dannatamente bisogno.
Certo, sara’ tutto molto piu’ asettico e sicuro: secondo la medichessa berlusconiana i bambagioni si traineranno ognuno un computer che li aggiornerà su ogni pillola da prendere e a che ora… La vita, cosi’ appianata, potra’ finalmente mostrare quelle regolarità sociali che tanto amano i programmatori e gli statistici; il crimine scomparirà e forse ne potrà essere prevista l’intenzione da un’apposita squadra di poliziotti-veggenti.
I bisogni umani, biologici e psichici, saranno selezionati e tutorati da sociologi e psichiatri con accesso ai tuoi dati personali. Non si verificheranno esplosioni elleniche né macelli pulp stile Gomorra, non leggeremo ancora le efferate cronache del nostro squallido oggi: nessuno ruberà le buste della spesa dalle mani ancora palpitanti dell’infartato sdraiato sull’asfalto; i terminali e i congegni elettronici invisibili impiantanti nell’arto del nonnetto si mostreranno piu’ pietosi delle mani nodose e gelide degli infermieri che sottraggono al collo di tuo figlio in coma la catenina della fidanzata.
Sfruttando gli atavismi istintuali legati al timore dell’aldiqua e dell’aldilà presenti nelle masse, le illuminate istituzioni tecnoscientifiche e “religiose” del pianeta cooperano servizievolmente per adempiere alle direttive delle alte gerarchie. Scienza e religione, infatti, lungi dal contrastare, come presuppone ancora una sinistra disarmata concettualmente e ferma alla retorica razionalistica dei “lumi”, si integrano invece nell’ epoca della tecnica e della “persona umana” e insieme presiedono al culto terraneo del nuovo vitello d’oro: quella pseudo vita proclamata sacra e inviolabile dagli ierofanti in saio e dagli scherani in camice bianco.
Non è forse un caso che una notizia di tale portata appaia su un giornale berlusconiano: passa subdolamente come panacea per una popolazione sempre piu’ vecchia e avvilita, senza speranze di condurre una vita dignitosa sotto il profilo esistenzale nell’immefiato e nel futuro. E’ anche significativo che vengano rese note le pratiche mediche legate all’uso del microchip proprio subito dopo che si e’ votato per la legge-bavaglio che manda in galera i blogger e chiude i siti politicamente scorretti.
Chi del resto si considera ed è già da sempre null’altro che “persona”, maschera, robot, golem, cosa non farebbe per prolungarsi l’esistenza in quell’ unico livello di vita per lui comprensibile e a lui corrispondente: lo facesse pure ma lasciasse in pace gli altri che non intendono prendere parte al delirio.
Il tempo di “passare al bosco” e’ dunque arrivato, solo chi si rende waldganger può staccare pietosamente la spina ai morti viventi come aveva fatto, con un gesto sinceramente cristiano sconosciuto ai don Verzé, Jack Nicolson nel film Qualcuno volo’ sul nido del cuculo.
Di Mario Cecere, tratto da www.mirorenzaglia.org
domenica 27 giugno 2010
GIUSTIZIA PER CARLO PARLANTI, UN INNOCENTE SEPOLTO VIVO IN UN CARCERE USA.
UN GIOVANE COME TANTI, CON TANTI SOGNI - Carlo Parlanti nasce a Montecatini nel 1964. Cresce in una famiglia come tante altre, studia allo scientifico, dopo la maturità si iscrive alla facoltà di Fisica. A venticinque anni decide di recarsi a Milano per cercare un lavoro e mettere a frutto i suoi studi: il suo curriculum vitae arriva sulla scrivania di un’importante multinazionale alimentare, la Nestlè: inizia a lavorare come analista di sistemi e project manager. La sua carriera prende da subito il volo, si sposta spesso in giro per l’Europa, la sua strada sembra oramai in ascesa. Nel 1996 decide che l’Italia non può offrirgli più quello che cerca. Il nostro Belpaese non dà la possibilità di una crescita concreta (dopo un quindicennio le cose non sono ancora cambiate, vedi la fuga dei cervelli che oggigiorno lasciano l’Italia). Allora Carlo pieno di sogni e di speranze, animato da coraggio, parte per l’America. Sognando la California (come canta una celebre canzone dei The Mamas & the Papas). L’ambito lavorativo prosegue a gonfie vele, a cui poi si aggiunge quello sentimentale. È il 2001, precisamente nel mese di aprile, quando Carlo Parlanti conosce Rebecca McKay White, lavorante presso una gioielleria, di qualche anno più grande di lui. A novembre lo stato della California, così come gran parte dei Paesi occidentali, viene colpito dalla piaga della recessione. La crisi, la paura (è di pochi mesi prima l’attentato alle Twin Towers). Rebecca McKay White per proprie responsabilità perde il lavoro, è in un momento di difficoltà. Con Carlo decidono di andare a vivere insieme. I due si spostano da Monterey al Westlake Village, vicino a Malibu. La relazione tra i due però sarà poco duratura: difatti, il 16 luglio 2002 la storia finisce. Due giorni dopo, il 18 luglio 2002, la donna sporge denuncia contro il compagno, ormai ex fidanzato. Tre le accuse gravissime mossegli: sequestro di persona, percosse e stupro. Carlo, inconsapevole di tutto ciò che gli stava succedendo attorno, decide di tornare in Italia. Per due anni vivrà normalmente, libero ed ignaro della vicenda che, nel luglio 2004, lo travolgerà. È proprio in quel periodo infatti che, durante un viaggio di lavoro, Carlo Parlanti verrà fermato all’aeroporto di Dusseldorf, in Germania, a causa del mandato di cattura internazionale che pende sul suo capo come una spada di Damocle. Trasferito nel carcere locale, vi rimarrà rinchiuso per quasi un anno, senza la possibilità di comunicazioni in lingua italiana. È paradossale come il mandato di arresto spiccato dalle autorità statunitensi nei confronti del Parlanti non sia mai stato inviato o recepito in Italia.
ESTRADATO IN AMERICA – Dopo essere rimasto per circa un anno detenuto in Germania, dall’estate del 2004 alla primavera del 2005, senza che ci fossero prove, evidenze, fatti, che giustificassero il suo fermo, la corte di Dusseldorf prima, e la Corte Superiore Tedesca poi, si appellano al loro diritto di estradare il Parlanti. Un vero e proprio incubo da cui Carlo non riesce a svegliarsi. Come un pacco postale viene dunque trasferito in California, a Ventura, cittadina che conta all’incirca 15000 abitanti, di cui 8000 sono i detenuti del carcere. Estradato in America, il Parlanti è sottoposto a procedimento penale. Nella prima udienza l’accusa dichiara che l’imputato ha precedenti penali in Italia per stupro e rapina a mano armata; in realtà né in Italia, né in nessun altro paese europeo ci sono precedenti penali a carico del Parlanti. Incredibile, ma vero. Invenzioni allo stato puro. Durante il processo, in cui, come già nel carcere tedesco, Carlo non ha avuto l’ausilio di alcun interprete, la White non solo conferma le sue precedenti accuse, ma aggiunge nuovi sconvolgenti dettagli sull’accaduto, mai rivelati nella denuncia. Il 20 dicembre la giuria popolare emette il verdetto: colpevole in ordine a tutti i capi di accusa, condannando, con la sentenza emessa il 7 aprile 2006, Carlo Parlanti a scontare nove anni di carcere. Il giudice ha giustificato la sua scelta dicendo che “seppur non vi sono referti medici, seppure la sig.ra White è stata inconsistente e quanto raccontato va oltre la realtà, penso che il sig. Parlanti l’abbia danneggiata psicologicamente da renderla inconsistente”. Una sentenza già di per sè fuori dal mondo. Su Carlo si chiude a doppia mandata la porta della vita da cittadino libero. Si apre quella da detenuto. Solo, in un paese straniero. Vittima di una giustizia quanto meno molto superficiale.
PROVE INATTENDIBILI – “Le numerose contraddizioni di Rebecca White suggeriscono che la menzogna, che potrebbe essere legata alla fragilità mnemonica causata dal quadro psicopatologico della White, ma potrebbe essere legata anche a una deliberata volontà di proporre una realtà alterata per ottenere dei benefici, rappresenti un elemento stabile e ricorrente nella matrice comunicativa-comportamentale della donna e che per tale motivo ogni sua affermazione debba essere considerata potenzialmente non rispondente a vero e quindi necessitante di specifiche conferme oggettive per poterla validare nel corso di un processo”. Queste le conclusioni a cui è giunto il prof. Marco Strano, esperto in scena del crimine. E sono proprio queste “specifiche conferme oggettive” di cui parla il prof. Strano che Carlo Parlanti, assieme a Katia Anedda, sua compagna da una vita, ed i suoi legali ricercano. Per questo, nell’udienza del 24 marzo del 2006, la difesa chiede un nuovo processo, mettendo in evidenza l’inconsistenza della denuncia e della testimonianza della White. Tutte le prove della reclusione, dei maltrattamenti e dello stupro portate in aula dall’accusa sono state studiate dettagliatamente da alcuni professionisti in vari settori, pronti a confermare la loro inattendibilità. In diverse dichiarazioni della “presunta vittima”, presunta in quanto se c’è una vera vittima in questo caso è solo Carlo Parlanti, si rivelano delle illogicità e delle incongruenze. La White ha presentato diverse dichiarazioni di come a suo dire avvennero i fatti: due dichiarazioni orali a due diversi poliziotti, una denuncia scritta alla polizia di Ventura, una dichiarazione scritta ad un terapista del Parlanti, una dichiarazione all’avvocato del Parlanti, un’altra dichiarazione scritta al suo dottore e le testimonianze rese dalla stessa all’udienza preliminare ed durante il processo. Sono tutte differenti. Qualche esempio?
Prova n 1 : le fotografie – Una delle prove più sconvolgenti, presentate da Rebecca McKay White, e incredibilmente ritenute valide, sono delle foto in cui è ritratta con un vistoso ematoma in corrispondenza dell’occhio sinistro. Consegnate alla procura solo tre anni dopo la denuncia, e mai trovati i negativi richiesti dalla difesa, si tratta di sei fotografie scattate in due diversi momenti (quattro sono scattate dalla polizia il giorno della denuncia e due scattate quindici giorni prima, secondo quanto sostiene la donna). Nelle foto che la White dice di aver scattato da sola, la donna appare diversa e più giovane, con i capelli più corti e di diverso colore, la pelle più liscia ed abbronzata, rispetto a quelle scattate dalla polizia un paio di settimane dopo. Le foto sono considerate poco attendibili anche da un esperto della fotografia come Scott Nebwy.
Prova n 2 : controllo della casa – La sua casa, dopo i controlli delle polizia a distanza di settimane dall’evento, appariva immacolata, nessuna traccia dei violenti scontri di cui aveva parlato. Le pareti della sua casa erano in cartone pressato, ed è impossibile che siano rimaste intatte nonostante Carlo avesse sbattuto la testa della White contro le pareti 60 volte, stando sempre a quanto dichiarato dalla donna. Neanche i vicini hanno mai sentito una lite furiosa tra i due, ed è strano che lei non abbia almeno chiesto aiuto. Ha detto di essere stata legata e sequestrata per giorni interi con alcune strisce di plastica rigida a strappo, ma sui suoi polsi non vi sono mai stati segni che lo testimoniassero; ha detto che ha subito violenze inaudite (dieci pugni al volto, altrettanti calci all’altezza del rene, oltre al rischio di essere strangolata) senza riportare alcun danno, di aver avuto paura delle minacce di Carlo ma non è mai scappata da quella casa. La White ha inoltre testimoniato che il suo letto era macchiato di sangue per le violenze procuratele dal Parlanti. La polizia che ha investigato sul caso non ha mai trovato tracce di sangue nella stanza in cui, secondo l’accusa, si sarebbe consumata la violenza. Ancora sconosciuti tra l’altro i perché la donna non sia mai stata sottoposta a visite mediche, in particolari ginecologiche, che appurassero l’avvenuto stupro.
Prova n 3 : il vino – La White dichiara che il Parlanti prima della violenza aveva bevuto 4 litri di vino Chardonney in 4 ore. A meno che Carlo non sia un superuomo, è impossibile che sia sopravvissuto a quella massiccia dose di alcool.
Prova n 4 : i diari e le e-mails – La donna ha testimoniato di avere tenuto due diari (apparsi solo nell’agosto 2005, insieme alla foto) prima di subire le violenze e che utilizzava la stessa penna per scriverli. La difesa ha dimostrato che i diari erano scritti con inchiostri differenti. Per quanto riguarda le e-mails invece, la White ha negato di averle scritte fino a quando la difesa è riuscita a dimostrare il contrario. Solo allora la donna fu costretta ad ammettere di aver dichiarato il falso.
TRUFFA AI DANNI DEI SERVIZI SOCIALI FEDERALI? – In America dichiarare falsa testimonianza comporta una pena comparata, se non a volte di gran lunga superiore, a quella di molti altri crimini. Questo serve a dimostrare come il Paese, la grande America, abbia un sistema giuridico dalle regole ferree, anche se, alla fine, troppe volte la legge non sembra essere uguale per tutti. E questo è il caso di Carlo Parlanti. Le dichiarazioni della White spesso si sono dimostrate incoerenti, sfiorando addirittura il paradossale, inventandosi forse una storia che potrebbe avere dell’assurdo. Assurda la storia, assurde le prove. Tra i tanti esami medici a cui la White si è sottoposta per verificare l’avvenuta violenza, nessuno, e sottolineamo nessuno, di questi ha avuto riscontri positivi. Tutte le risonanze magnetiche, che servivano a mettere in evidenza una frattura cranica, hanno dimostrato che questa in realtà non c’era. E allora il dott. Neal L. Pugach, il neurologo che ha fatto tutti i controlli, non avendo riscontri positivi in nessuno degli esami condotti, dichiara il falso? Invia comunque una lettera alla Social Security Statunitense in cui afferma che la donna ha subito delle violenze (nonostante le prove sia tutte contrarie). Lui insieme alla sua paziente dichiarano il falso per truffare l’assicurazione e riscuotere la pensione che spetta alle donne che hanno subito delle violenze sessuali? Se così fosse questi soldi sarebbero rubati dalle tasche dei contribuenti americani.
Mille altre sono le incongruenze di questo caso (che sono raccolte, assieme a tutti i documenti relativi al processo, nel sito www.carloparlanti.it ). Ad occuparsene, e quindi a lottare per la libertà di Carlo giorno dopo giorno, oltre ai legali ed ai familiari, c’è Katia, la sua fedele compagna, che anche in un momento così difficile, riesce a trovare la forza di sperare ancora, riponendo la sua fiducia nella giustizia. Il caso di Carlo è diventato il simbolo di una lotta, quella che persegue l’associazione “Prigionieri del Silenzio”, nata proprio dalla volontà di Katia (presidente e fondatore dell’associazione stessa) di far conoscere la storia del suo uomo, e di quanti come lui hanno subito e continuano a subire nel mondo queste ingiustizie. E ancora, forza e fiducia ha dimostrato Carlo Parlanti rifiutando, proprio all’inizio del suo calvario, di patteggiare, dichiarandosi colpevole, ricevendo come pena solo 3 mesi di carcere, dopo i quali sarebbe stato libero di tornare a casa, tra le braccia dei suoi cari. Lui invece ha voluto affrontare un regolare processo, convinto di vincere perché sicuro della sua innocenza, ignaro che quello stesso processo si sarebbe trasformato in una sceneggiata surreale. “Menzogne, menzogne e ancora menzogne”. Questo dichiarano coloro che difendono Carlo. Si è dato più credito ai deliri di una donna disperata e gelosa, psicologicamente instabile, che ha continuamente ritrattato la sua versione dei fatti, producendo da sola le prove in sua difesa, che alle controprove della difesa, conclusioni di illustri tecnici che operano in vari ambiti. Il processo è stato davvero viziato da un elemento insanabile: il pregiudizio. Chiunque avrebbe fermato sul nascere questa denuncia, ma non dobbiamo dimenticarci che siamo in America, nella terra delle grandi “opportunità”. Qui vige infatti una specie di terrore psicologico da parte di donne che fanno delle denunce di violenza una vera e propria professione, per ottenere sussidi e costose cure mediche, insomma, per spillare un po’ di soldi alle assicurazioni si fa di tutto, anche mandare in galera un povero innocente. Queste cause sono all’ordine del giorno, e quando si discutono questi casi si dimentica la lunga sfilza di episodi in cui innocenti vengono segnati a vita, perché la società accentra tutto sul sesso e la violenza. Un quadro di un’America amara, molto amara, è quello che emerge da questa storia.
Ancora oggi Carlo Parlanti è rinchiuso in un carcere dove la vita di tutti i giorni è difficile, dove non riceverebbe, il condizionale è d’obbligo, le adeguate cure sanitarie (ricordiamo che proprio in carcere ha contratto il virus dell’epatite C ). Il suo calvario è stato molto lungo, ed ancora purtroppo non è terminato. In tutto questo tempo però, lui non ha mai mollato, continuando a vivere grazie al sostegno e all’amore che la sua famiglia e la sua compagna cercano di fargli arrivare ogni giorno. La speranza per un futuro di giustizia per Carlo è quello che noi tutti sogniamo. Gli appelli alla nostra classe politica, di oggi e di ieri, sono stati numerosi, ma accolti da essa solo in parte, se non addirittura per niente. Forte è l’indignazione verso questa presunta giustizia che ha leso i diritti umani di questo uomo. Un uomo, Carlo Parlanti, che non ha mai smesso di credere nella giustizia.
Maria Rosa Tamborrino (Globalpress Italia)
L'inventore della tessera del tifoso condanna la versione italiana.
Anthony Weatherill, creatore cinque anni fa del progetto Carta del Tifoso, commenta l'introduzione della Tessera nel calcio italiano
Lei cinque anni pensò una cosa un po’ diversa dalla tessera del tifoso attuale, pensò la carta del tifoso: come funzionava?
“La carta del tifoso nasce come progetto, non è uno strumento. E’ un progetto che contemplava la possibilità per i tifosi di unirsi fra di loro poter iniziare a dare voce a tante cose. Nel calcio parlano in tanti, giornalisti, presidenti, personaggi vari, ma i tifosi non parlano mai. Mancando i tifosi mi sembrava anomalo questo fatto, visto che poi sono loro alla fine ad usufruire di tutto. Quindi ho pensato che dare la voce ai tifosi risolveva un po’ il problema a tutti quanti”
In sostanza il funzionamento di questa carta era un principio di autoregolamentazione dei tifosi, che poi uniti e compattati da questa carta avrebbero potuto negoziare le loro richieste nei confronti delle società
“Più o meno si. Siamo partiti con il Torino, ci siamo messi insieme tutti i tifosi con questa carta che tutti avevano e credo che la società non ne sapesse nulla perché noi ci siamo mai posti il problema di avere la società in quel momento come parte in causa, era solo fra tifosi. Poi con questa poter andare alla società una volta capito le richieste che avevamo, cosa che abbiamo fatto, abbiamo potuto organizzare delle trasferte, perché una della cose che mi hanno sempre chiesto era che le trasferte erano troppo costose. Ci siamo messi insieme e abbiamo dimostrato che si potevano abbassare i costi, ma per noi. E’ una cosa pensata solo ed esclusivamente per i tifosi”.
Le dà fastidio essere indicato da molti come l’inventore della tessera del tifoso?
“Si, perché io non c’entro nulla con quella lì, l’unico fatto che c’entro è che capendo che probabilmente qualcuno ne avrebbe approfittato per scopo di lucro o altro ho differenziato la carta del tifoso dalla tessera del tifoso. Se si va a vedere qualsiasi carta che sta uscendo non può chiamarsi carta del tifoso o tessera del tifoso. Nessuno mette il marchio tessera del tifoso perché non possono e io sto continuando a fare causa a chiunque usi questo marchio”.
In particolare lei a chi ha fatto causa?
“In particolar modo con Inter, Milan e Banca Intesa. E continuo a percorrere questa strada, perché voglio continuare a difendere il marchio e il progetto”.
Che idea si è fatto di questa tessera?
“Hanno totalmente stravolto l’idea, è diventata una schedatura ed io sono d’accordo con questa definizione. Tutte le componenti speculative si sono buttate in questo, perché hanno visto un ritorno economico. Se legano il loro marchio a quello di una squadra, chiaro che hanno visto in questo un vero business. Una banca o una compagnia di assicurazioni che non riesce a fidelizzare i propri correntisti. E’ chiaro che se legano il loro marchio a quello di una squadra hanno visto in questo un vero business. Le banche hanno pagato le società, stanno facendo un investimento pazzesco”.
A lei risulta che ci siano banche hanno pagato?
“Ci sono banche che hanno sicuramente pagato. Di Banca Intesa ho sentito che avevano dato addirittura un milione di euro al Milan per fare le carte, ne ho sentito parlare e me ne assumo la responsabilità”.
http://www.centrosuonosport.com/
venerdì 25 giugno 2010
Comunicato stampa.
GIUSTIZIA E VERITA' PER LE VITTIME DEL SISTEMA.
Mescoliamo menzogna, depistaggio, impunità, interpretazione delle leggi e cittadini di serie A e di serie B, ne verrà fuori un cocktail poco alcolico ma micidiale, al quale daremo il nome di Italia. Questo cocktail purtroppo non si beve ma è la cruda realtà dei nostri tempi e del nostro paese, dove siamo costretti a convivere con ingiustizie atroci e spietate che portano a “misteriose” morti, in carcere o lungo una strada. E, dietro a queste morti, ci sono famiglie e vite spezzate per sempre. Recentemente è successo a Stefano Cucchi che viene arrestato nella notte tra il 15 e il 16 ottobre ed esce dal carcere la mattina del 22, cadavere. Aveva evidenti segni di percosse al volto, la mascella spaccata e un occhio rientrato nell’orbita. E ancora, Federico Aldovrandi di Ferrara, diciotto anni, in questura non ci arrivò proprio e nonostante le registrazioni delle chiamate tra la pattuglia e la centrale che riportano testualmente: "L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto", e i manganelli delle stesse pattuglie intervenute sul posto che figuravano spezzati a metà, i quattro poliziotti sono stati condannati per eccesso colposo nell’omicidio colposo a tre anni e sei mesi il 6 Luglio del 2009. Non è finita, l’undici novembre 2007 è stato ucciso Gabriele Sandri dall’Agente Scelto della Polizia di Stato Luigi Spaccarotella; ancora oggi, nonostante ricostruzioni dettagliate e numerose testimonianze, si aspetta giustizia. Continuiamo: Aldo Bianzino, quarantaquattrenne, abitava in una casa sperduta sull’Appennino umbro-marchigiano; entrò in carcere il 12 ottobre del 2007 e venne trovato morto due giorni dopo, la mattina del 14 Ottobre, nella propria cella. Un infarto è la versione ufficiale, poi smentita dall’autopsia che riscontrava lesioni interne. Potremmo continuare ma preferiamo fermarci qui. Il 25 e 26 Giugno a Perugia, organizzati dal Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino, si terranno due giorni di eventi e conferenze; vogliamo, con queste poche righe, porgere la massima solidarietà a tutte le vittime del sistema democratizzato, alle loro famiglie e gli amici tutti. Per una giustizia sociale e una sicurezza organica.
Associazione Culturale Tyr Perugia
www.controventopg.splinder.com