Badia al Pino e ancora tutti noi aspettiamo giustizia.
martedì 11 novembre 2008
11 Novembre 2007 - 11 Novembre 2008.
Badia al Pino e ancora tutti noi aspettiamo giustizia.
sabato 8 novembre 2008
IL SUONO RIBELLE.
IL SUONO RIBELLE
22 NOVEMBRE 2008
NELLE SALE DELLA TAVERNA DEL DUCA
CORCIANO (PG)
ORE 18:
PRESENTAZIONE DEL LIBRO "NOTE ALTERNATIVE"
ORE 20.30:
CONCERTO IN
ACUSTICO DI FRANCESCO MANCINELLI
+ DELENDA CARTHAGO
INTERVERRANNO:
CRISTINA DI GIORGI (AUTRICE DEL LIBRO)
MARIO CECERE (ORDINE FUTURO)
FRANCESCO MANCINELLI (CANTAUTORE METAPOLITICO)
GIANMARIA CAMILLACCI (CASA MONTAG)
mercoledì 5 novembre 2008
lunedì 3 novembre 2008
Le foyer du soldat in pillole. [Novembre 2008]
"Nato a Cracovia nel 1838 e morto a Graz nel 1909, il sociologo di orogini ebraiche Ludwig Gumplowitcz, è stato uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta 'Konfliktsoziologie', ossia di quella corrente sociologica che ha individuato nel conflitto uno dei principali motori della vita sociale. Ragion per cui in un'epoca come l'odierna, che tenta in qualsiasi modo di rimuovere il conflitto da ogni 'luogo' della politica e della società in nome di un astratto ecumenismo irenistico, tornare a Gumplowitzc rappresenta non uno sterile esercizio storico-documentario ma il tentativo di sollecitare nuovamente una riflessione sulla centralità del conflitto".
La musica alternativa è un fenomeno complesso assai poco conosciuto al di fuori dell'ambiente della giovane destra che nell'arco di oltre trent'anni ha tradotto in note le le tensioni e aspirazioni della propria militanza politica. Le canzoni alternative o rock identitario come sono state in seguito definite, originariamente ristrette alla marginalità che contraddistingueva l'area della destra più o meno 'radicale' o semplicente anti-conformista, sono oggi "un fondamentale ponte di comunicazione tra i ragazzi di destra e il restante mondo giovanile". Motivo per cui sempre più vitale si rende la ricerca sul linguaggio e in genere si amplia la materia da cui traggono ispirazione e contenuti i giovani cantautori metapolitici del terzo millennio. Cristina Di Giorgi, che conosce dall' interno la realtà che descrive, fornisce al pubblico di destra e non una preziosa testimonianza diretta tratta dagli stessi protagonisti.
Georg Simmel, Il conflitto della cultura moderna, Ar, Padova, 2001
"Mentre la Grande Guerra si andava spegnendo, Georg Simmel dava alle stampe una conferenza dedicata al conflitto inevitabile fra la "vita" e le forme della cultura. Il contenuto di questa conferenza raffigura efficacemente la lacerazione che contrassegna il moderno inteso come propaggine estrema della modernità. Alla fine delle "grandi narrazioni" metafisiche, la cultura moderna è la consapevolezza del carattere necessariamente aperto del conflitto tra fluire dela vita e forme culturali, della relatività e della provvisorietà di ciascuna forma culturale."
Riccardo Bacchelli, 'arbiter elegantiae' della narrativa italiana, coniuga in questo capolavoro letterario, e rende consanguinei, amore e guerra e rinnova quella voce presocratica che dice dell'impermanenza di tutte le cose,della necessaria opposizione e infine della resa al Destino. In figure d'inizio novecento, come quella del protagonista De Nada schierata tra le trincee della I Guerra Mondiale, già forgiate dalle tempeste d'acciaio dal Nichilismo: "Lo scontento di De Nada cresceva tuttavia, ed egli ripeteva a sé stesso d'essere un disutile, di professare ora rispetto per la virtu' militare dell'obbedienza, solo per contraddizione, per posa, come per posa, per l'innanzi, aveva criticato".
“Coltellate su Saddam dopo l’Impiccagione”.
Il corpo del dittatore sfregiato dal boia.
di Lorenzo Cremonesi, dal Corriere della Sera - Domenica 2 Novembre
“Saddam Hussein non fu solo deriso e offeso al momento dell’impiccagione, il 30 Dicembre 2006, esecuzione fortemente voluta dal premier sciita Nuri al-Maliki e portata a termine brutalmente dai suoi fedelissimi. Il suo cadavere appena rimosso dalla forca venne anche sfregiato a colpi di lama. “C’erano sei coltellate nel suo corpo. Quattro di fronte e due di schiena”, ha dichiarato all’inviata del Times di Londra il 45enne Talal Misrab, capo delle guardie al piccolo mausoleo di al-Awja, nei pressi di Tikrit, circa 200 chilometri a nord di Bagdad, dove sono sepolti il dittatore iracheno e i due figli maggiori, Uday e Qusay.
Così, a 22 mesi dalla morte, Saddam torna a far parlare di sé. Non è strano del resto. Allora quell’esecuzione fu condotta in modi talmente offensivi per il condannato a morte da mettere in ombra l’intero processo in cui l’amministrazione americana assieme ai fautori del “nuovo Iraq” sperava di vedere il riscatto dal passato e uno dei puntelli della ricostruzione.
Come non dimenticare il filmato dell’esecuzione ripreso con i cellulari e subito diffuso via internet?
Le ingiurie, le volgarità, gli spintoni da parte dei seguaci del leader sciita estremista Muqtada al-Sadr? La compostezza pallida di Saddam, la sua preghiera ad Allah lo fecero passare per martire. La forza di quelle immagini quasi diluì la memoria dei crimini e delle brutalità commesse impunemente dal dittatore. E’ comunque prevedibile che sempre più sunniti mireranno ad esaltare la figura di Saddam. L’inviata del quotidiano britannico ha trovato che la tomba viene lentamente trasformata in mausoleo, con tanto di lavori di ampliamento in marmo, la sua scrivania in un angolo della “sala dei martiri”, assieme ad altro mobilio del suo studio ed oggetti personali. Un anno fa era visitata da una media di cinque famiglie al giorno. Ora sono salite a quindici. Un mito destinato a crescere con l’intensificarsi della battaglia politica. A primavera sono previste le elezioni provinciali ed il primo censimento dai tempi del mandato britannico negli anni Trenta.
Crescono intanto le tensioni tra sunniti e curdi per il controllo delle città petrolifere di Kirkuk e Mosul. Il mancato accordo in parlamento sulla legge per l’amministrazione delle risorse petrolifere favorisce la destabilizzazione. Si calcola che nel solo mese di ottobre ben 2270 famiglie cristiane abbiano lasciato Mosul per paura di violenze. E di Saddam si parlerà ancora tra dicembre e gennaio, quando il suo palazzo presidenziale nel cuore di Bagdad (oggi ancora in mano Usa) dovrebbe venir occupato da al-Maliki.”
Dall'Iraq al "caso Ciavardini"
“ (…) Dunque c’era più di un motivo per sostenere economicamente l’Iraq e non l’Iran. Non bastando ciò, abbiamo lasciato anche la solidarietà verso i patrioti iracheni del BAATH, in lotta contro il mondialismo, a spezzoni dell’ estrema sinistra resistenzialista. (…) Viceversa il modello baathista al quale si ispirava nel periodo della sua reggenza Saddam Hussein non solo era decisamente più vicino al fascismo che al marxismo, ma gli permetteva anche di fare dell’Iraq una nazione moderna, autonoma dai conati imperialistici non solo britannici, sovietici e americani ma anche sionisti e persiani (come oggi vediamo, l’Iran stà giocando un ruolo a dir poco vergognoso sulla pelle del popolo iracheno), con un popolo che si andava alfabetizzando a vista d’occhio nella fierezza e nell’orgoglio della sua millenaria tradizione spirituale, con il petrolio nazionalizzato, con una sostanziale libertà religiosa, con una sanità gratuita d’altissimo livello, con un’istruzione che permetteva a qualsiasi ragazzo lo volesse di diventare medico, ingegnere, chimico, letterato, agricoltore, con una coraggiosissima politica estera che ha sempre posto l’Iraq baathista (fino all’invasione del 2003 e tuttora, dato che il BAATH è il vero soggetto attivo della Resistenza Irachena) alla testa del fronte antimperialista donando solidarietà spirituale e materiale alla famiglie dei caduti palestinesi.
Non bastando ciò, il Presidente Saddam Hussein non ha mai nascosto la sua ammirazione verso Benito Mussolini. Durante il processo, non a caso, Saddam Hussein di fronte all’opinione pubblica mondiale ha paragonato
In seguito, interrotto dalla Corte, il Presidente Saddam Hussein così proseguiva: “Io sono Saddam Hussein –ha ripetuto più volte- sulla scia di Mussolini, resistendo all’ occupazione fino alla fine, questo è Saddam Hussein.”
Queste importantissime dichiarazioni storiche del legittimo presidente iracheno sono passate sotto l’assoluto silenzio della stampa italiana la quale, con subdola complicità della destra italiana – a seconda dei differenti casi filoamericana o filo persiana- tende a legittimare la menzogna storica della Resistenza irachena come armata di terroristi e non di patrioti da una parte (destra), dall’altra invece come altro volto di quella pseudo resistenza italaliana (estrema sinistra) che dal 1945 ha contribuito a renderci colonia angloamericana.”
Di Giuseppe Pieristè, tratto dalla presentazione de “Gli ultimi Fascisti: Franco Colombo e gli Arditi della Muti”
domenica 2 novembre 2008
Guarda dove vai.
Piazza Navona 2008 ha riscattato la Sapienza 1968: stavolta in piazza a difendere i ragazzi del movimento c'erano i giovani di quella che impropriamente viene definita destra radicale, ad attaccarli i funzionari adulti o attempati di ben altro partito rispetto a quarant'anni fa: Rifondazione Comunista. Traslatio reactionis: il codinismo ritorna alle origini, capovolto il Sessantotto. O meglio capovolto quel sovvertimento che dopo Valle Giulia s'impose al movimento generazionale.
Come mai la sinistra ha perso il controllo giovanile? Perché è indietro di due secoli e perché il movimento studentesco odia gli schieramenti e gli inscatolamenti. La trasversalità è più consona alle avanguardie dr non solo perché il loro modello è molto più moderno e attuale dei dogmi altrui ma perché il fascismo è, per sua vocazione e natura, unitario e plurale nella sintesi mentre il comunismo (inteso come Marx + Lynch + Savonarola) è prevaricatore e anziché rappresentare il mondo vuole riprogrammarlo. In modo uniforme, monocorde e acritico. Non lo sostengo io ma la dottrina comunista.
Perché la sinistra estrema ha reagito con tanta violenza? Perché le centrali ideologiche della sinistra paleolitica (che non sono rappresentative di tutta la sinistra e neppure di tutta la sinistra radicale) costruiscono artificialmente un mondo freddamente schematico e quando la verifica mostra inequivocabilmente, come faceva lo specchio alla matrigna di Biancaneve, che le cose non tornano, allora danno letteralmente i numeri. Chi si frappone tra la realtà reale e quella ideologicamente e teologicamente costruita diventa il male da abbattere, non ha ragione di esistere e bisogna odiarlo e ucciderlo. Tutto è concesso in nome di quella guerra santa: l'uccisione dell'infedele, i processi con rogo, le false prove, le torture, le menzogne. Perché l'infedele, il satanico, la strega non hanno dignità umana. Sono fascisti!
Perché le cose stavolta non sono andate come i Marxl/ynchisti speravano? Perché non hanno tenuto conto della tecnica moderna e dei nuovi rapporti di forza. Grazie alle immagini che fanno il giro della rete in tempo reale, le costruzioni menzognere apprese metodicamente alla scuola degli agit-prop sono facilmente messe a nudo. Chi abbia assistito alle interviste a quelli che parlavano in nome dei delinquenti aggressori di Piazza Navona, e abbia ascoltato le loro grossolane menzogne si è reso immediatamente conto che non erano documentabili e non appena si sono poi viste le documentazioni esaustive le bugie sono state palesi. Sicché, malgrado la persitente malafede di migliaia di professionisti dell'ufficio collocamento comunista, nessuno ha potuto confutare la verità che si mostrava chiarissima. Fino a qualche decennio fa il tam-tam della disinformazione era invincibile, ora le cose cambiano. E questa è un'ulteriore prova del ritardo storico di chi vorrebbe, quasi per discendenza dinastica, essere egemone delle piazze ma non ci riesce.
Il Governo ha detto la verità. Ciò, almeno in Italia, è sorprendente e rasenta il Guinness dei primati. Lo ha fatto non solo in quanto la documentazione era inoppugnabile e poiché migliaia di persone solidali con gli orgogliosi aggrediti del Blocco Studentesco hanno impiegato due giorni a far circolare le immagini ovunque ma anche perché qualcosa sta cambiando. Non si tratta solo di destra e sinistra ma del fatto che è in atto una tendenza di semplificazione del sistema e di concentrazione dell'autorità; a questa tendenza oppone attrito l'insieme consolidato di lottizzazioni e di privilegi antichi. C'è conflitto e il nuovo che avanza e che domina dall'alto, rappresentato da Berlusconi, non è disposto a concedere né contentini né pause ai detentori di parcelle di un potere consociativo e inerte, obbligaatoriamente refrattari al neocesarismo. Ecco la ragione principale per la quale l'apparato comunista stenta e sbanda. Ritengo che sia materia di riflessione. Per quanto mi riguarda ho ripetuto più volte che questa tendenza, almeno nella fase di assestamento, è positiva e che paradossalmente consente più spazi di libertà e possibilità di confronto che non la reazione democratica. Sembra che i fatti mi diano ragione ogni giorno di più e che s'imponga una nuova logica di confronto politico, logica che il Blocco, nella purezza dell'istinto giovanile, pare abbia già fatto sua spontaneamente.
Cos'è questo movimento? La realtà giovanile e quella del Blocco sono molto più dinamiche e al tempo stesso meno inquadrabili di quello che si pensi, non solo a sinistra ma anche a destra. La guida morale e organizzativa del Blocco di una protesta multicolore - che non solo rompeva gli argini delle rivalità organizzative (ho saputo che anche tre coraggiosi ragazzi di Lotta Studentesca erano con il Blocco a Piazza Navona) ma abbatteva addirittura quelli delle classificazioni ideologiche - significa anche che la gioventù negava, e a mio avviso giustamente, alcuni dei punti essenziali della Gelmini e soprattutto della finanziaria ma che non lo faceva né prigioniera di un antagonismo schematico (prova ne è la serie di proposte consegnata dal Blocco ai senatori, tra cui Di Pietro che solo il giorno dopo – nomen omen? - ha fatto finta di non conoscerli), né strumentalizzabile da sinistra. E su questo più di un rappresentante del governo o di associazioni giovanili governative si è mostrato miope se non sciocco.
L'importanza di quello che è accaduto e che i trogloditi di certe fazioni rosse hanno provato a soffocare nel sangue a Piazza Navona consiste nella scintilla del Blocco. Nell'essere riusciti, questi giovani, a compiere un'alchimia di attaulità, qualcosa che agli avversari sfugge sempre di più, un'opera colma d'inventiva e caratterizzata dalla vocazione ardita al futuro. Ascoltano, recepiscono, mettono in forma e creano. Essi, insomma, ci sono, i loro aggressori arrancano, sono fuori e non hanno prospettive.
In un mondo che, nel bene e nel male, sarà sempre più post/partitico il rapporto dialettico Istituzioni-Movimenti sarà infatti sempre più diretto e meno mediato e sarà perciò necessario che ambo i poli (istituzionali e sociali) siano trasversali e protesi a sintesi. Il Blocco a Roma è andato in anticipo sui tempi e ha prodotto, o se vogliamo ha interpretato autorevolmente, un sentimento di interscambio tra parti e colori. Questo deve proseguire. Nessuno deve cadere nel tranello dei Marx-lynchisti e far di tutt'erba una falcemartello. Altro sono i delinquenti eredi di una mitologia della menzogna, dell'aggressione alle spalle, del linciaggio e dell'invidia bavosa, altro sono tutti coloro che sognano da sinistra. Non si cada nella specularità e non si faccia il gioco dei fans di Bentivegna.
C'è un pericolo e grosso. Grillo e Di Pietro, tanto per fare dei nomi di pericolosi irresponsabili che si sono messi in luce come ripetitori acritici della disinformazione di Piazza Navona, lo impersonano perfettamente. L'omertà di parte, quella legge non scritta che obbliga a giustificare gli aguzzini che ti son contigui per demonizzare le loro vittime, la disonestà morale che per ragioni politiche giunge a negare ogni evidenza, fino a coprire le Foibe e a pretendere complotti per tutto, persino per la disgraziata e ingloriosa morte di Pasolini, in passato ha fatto danni enormi. Oggi tutti ripetono in modo banale e superficiale e spesso anche ingiusto la loro condanna alla lotta armata. Ma nessuno vuol ricordare gli artisti, i letterati, gli intellettuali che invitarono alla lotta armata, i giornalisti, a centinaia, che come Vigorelli sputarono veleno e costruirono panzane incredibili che inducevano all'odio. Si condanna, come eccessivo o pazzo, chiunque premette un grilletto ma si dimentica che fu armato, coperto, incoraggiato da altri; dai veri e principali assassini di decine e decine di giovani, gente che dopo aver gettato l'ananas ha nascosto la mano e poi si è messa a pontificare di pace e di maturità.
C'è un pericolo e grosso. I trogloditi Marx-lynchisti non hanno più un futuro, non sono attrezzati né moralmente, né intellettualmente, né culturalmente, né attitudinalmente per avere un ruolo nella realtà. Ergo s'incattiviscono sempre più. Se si permetterà che per calcoli politici gente come Di Pietro o Grillo ieri e chissà chi domani continui a favorire un clima fazioso e imbevuto di odio e menzogna, se l'intera classe giornalistica non prenderà chiaramente e definitivamente le distanze da chiunque continuerà a farsi eco e amplificatore di illazioni, di sospetti, di pregiudizi, di carichi d'odio, presto gli assassini torneranno ad uccidere. Abbiamo i filmati e i sonori. Basta riascoltare le loro esaltate parole davanti alla Minerva per rendersi conto che sono già moralmente preparati; basta fissare quegli sguardi che trasudano bile, basta soffermarsi sui loro toni gonfi d'odio per non avere dubbi: perché per loro qualcuno che non ha diritto di vivere c'è. Come trent'anni fa. Uccidere non è un reato! Basta solo che qualcuno, magari uno di quelli che poi nasconderà la mano, dia loro il via. Rancore, impotenza e razzismo ideologico sono una miscela perfetta e pronta a esplodere, prontissima. Ora sta a chi ne ha il potere scegliere se lasciar accendere il cerino o invece provare a far seccare ed evaporare l'insana miscela prima che divampi.
Allora, facciamo tesoro di tutti gli insegnamenti di questa ottobrata romana e, soprattutto, chiediamo a tutti i politici e a tutti i rappresentanti della comunicazione di fare almeno lo sforzo per imporsi l'obiettività. Chiediamo a tutti di diventare vigilanti per prevenire ciò che sarebbe tragico lasciar accadere. Ma lo si deve fare ora, se non è già troppo tardi. Perché, si badi bene, ognuno è responsabile di quel grilletto che sarà premuto se nulla avrà fatto prima per impedirlo. I precedenti sono tutti là: nessuno potrà dire “non lo sapevo”. Siete disposti ancora, come trent'anni fa, ad ammazzare i vostri figli per pensare ai vostri affari privati?
Di Gabriele Adinolfi, www.noreporter.org