domenica 7 novembre 2010

Viaggio tra i Karen, un popolo in lotta per la sua libertà…


Di Fabio Polese

Secolo d’Italia 07-11-2010 pag. 12-13


 




Mentre ogni giorno sentiamo parlare di guerre che nell’immaginario collettivo vengono legittimate dal termine “pace”, in angoli sperduti del mondo ci sono dei popoli costretti a combattere esclusivamente per la loro sopravvivenza. Uno di questi conflitti, sconosciuti o ignorati, è quello che il Popolo Karen porta avanti dal 1949 contro la giunta militare birmana per ottenere una completa autonomia e il rispetto delle proprie identità e tradizioni. La Birmania è composta da numerosissime etnie differenti forzatamente inglobate - nel corso del diciannovesimo secolo - durante il periodo coloniale dominato dalla Gran Bretagna. Dopo tale periodo, alla fine del secondo conflitto mondiale, fu sancito un trattato che avrebbe permesso al mosaico etnico birmano la propria libertà. Quel trattato post coloniale non venne mai osservato dal Governo di Rangoon e così, i Karen, hanno iniziato una guerra che tutt’ora è in atto. Ha contribuito a far conoscere la storia di questo splendido popolo la Comunità Solidarista Popoli - che dal 2001 porta aiuto concreto alla popolazione Karen - che organizza anche missioni cui è possibile partecipare. E così il mio viaggio è iniziato da Roma, direzione Bangkok, la capitale Thailandese. Dopo undici ore di volo si arriva a destinazione. E desta curiosità il fatto che, nel 2010, esista un popolo capace di lottare per la propria libertà. Dopo una notte a Bangkok, la mattina seguente si parte per Mae Sot, una piccola città al confine tra Thailandia e Birmania. La frontiera è chiusa in vista delle elezioni birmane che si terranno il 7 Novembre 2010 e così, dopo aver comprato tutto il necessario per passare diverse notti nella giungla con i guerriglieri Karen, si attraversa il confine nei modi che il contesto impone. Dopo un paio d’ore di macchina, si lasciano i pick up e si prosegue il viaggio con dei piccoli trattori. Ecco finalmente l’arrivo in territorio Karen e, con la scorta dell’Esercito di Liberazione Karen - K.N.L.A. -, si giunge al villaggio. Militari e civili danno il benvenuto e con il sorriso iniziano subito a preparare la cena. I rumori della società moderna si trasformano in silenzi magici, il tempo e le ore vengono scandite solamente dal giorno e dalla notte. All’arrivo del buio, dopo la cena e dopo la canzone della rivoluzione suonata e cantata da John, un giovane volontario dell’Esercito di Liberazione Karen, come da tradizione ancestrale, ci infiliamo nei nostri sacco a pelo per svegliarci appena la luce del sole risorgerà. È l’inizio di un’esperienza indimenticabile. Ci si sveglia di buon mattino e, dopo un caffé “americano”, andiamo a distribuire i giocattoli e i vestiti portati per i bambini di “Little Verona”. Questi piccoli bimbi – tutti bellissimi, contenti del nostro arrivo e sorridenti nonostante siano visibilmente in una situazione molto difficile - si mettono in fila aspettando il loro turno per ricevere qualsiasi cosa gli verrà data. Piccole cose hanno dell’incredibile, se pensiamo ad un bambino occidentale dell’età moderna circondato da Play Station e Ipod. Tutto sembra diverso, e anche la natura incontaminata dei territori Karen ha qualcosa di incantevole, nonostante il tempo cambi velocemente per via delle forti piogge che in questo periodo sono frequenti nel sud-est asiatico: si assaporare il fascino che questi cieli riescono a regalare. Un cielo che a volte sembra addirittura possibile sfiorare con un dito, da quanto appare vicino e limpido. Dopo aver dato ai bambini i piccoli regali portati, ci si dirige verso la clinica mobile che la comunità solidarista ha costruito nel villaggio. Qui, Rodolfo Turano, che da anni preferisce passare le sue ferie al fianco del popolo Karen - concretizzando il motto dannunziano “io ho quel che ho donato” - insieme ad altri volontari ed infermieri, visiterà e, se necessario, opererà gli abitanti del villaggio. Intanto, nel perimetro di “Little Verona”, l’Esercito di Liberazione Karen è vigile per possibili attacchi improvvisi da parte dei soldati della giunta militare birmana. Giovani e meno giovani sono costretti ad imbracciare il fucile per difendere le proprie famiglie da attacchi crudi, spietati e vigliacchi. Girando nel villaggio per cercare di capire meglio lo stato in cui vive questo popolo, riesco a scambiare due parole con il Colonnello della K.N.L.A. Nerdah Mya che, in perfetto inglese, mi racconta che i Karen contano più di sette milioni di persone e che sono giunti in quelle zone circa 2700 anni fa. Continua dicendomi che hanno tutte le caratteristiche per richiedere la propria indipendenza poiché hanno una propria cultura, una propria lingua, una propria storia e una propria terra. Nerdah Mya ha un viso buono, pulito e sembra non essere per niente stanco di lottare. Si sente legittimato a vincere la guerra per la libertà. Proseguendo la chiacchierata, dice che se i Karen non si fossero fin qui battuti non sarebbe più possibile parlare dei Karen perché non esisterebbero più. Mi racconta che una volta il regime birmano ha dichiarato che in futuro per poter vedere un Karen si dovrà andare in un museo. Non sarà certamente così. Mi guarda dritto negli occhi e mi dice:  “mio padre - Bo Mya, leggendario eroe della resistenza Karen deceduto nel dicembre 2006 - mi ha sempre detto una cosa che non dimenticherò mai: «E’ meglio vivere un solo giorno da Uomo libero piuttosto che cento anni da schiavo». Il giro continua e, parlando con altri soldati, c’è da rimanere veramente impressionati dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come l’identità, la terra - intesa atavicamente -, gli antenati, la libertà e dalla loro netta intransigenza verso chi costantemente gli offre fiumi di denaro derivante soprattutto dal traffico di droga per scendere a patti con il Governo di Rangoon e, fattivamente, per perdere tutte le proprie specificità di popolo. La giunta militare birmana – supportata militarmente dalla Cina, Israele, India, Russia e Singapore – gode anche della collaborazione dell’intelligence australiana che organizza a Rangoon corsi di formazione per strategie militari nel controllo e nella repressione di sommosse e fa affari con grandi multinazionali mondiali. La Repubblica Popolare Cinese, ormai turbo capitalista, incrementa la sua economia anche grazie all’esportazione delle materie prime come gas e legname che la Birmania offre e si assicura un posto strategico nei mari del sud-est asiatico. Al contempo, la giunta militare, approfitta della collaborazione con Pechino per avere un chiaro supporto dentro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La giornata sta per finire, il Dottor Turano, con gli altri volontari, ha concluso le visite degli abitanti del villaggio e così si ritorna all’accampamento per cenare: qui il riso non manca mai e tutto viene cucinato con una fortissima salsa piccante, ed è curioso soprattutto il cuore di bambù lesso che ha un sapore simile al nostro carciofo. Mentre i piatti sono “occidentali”, in ceramica, i bicchieri sono stati fatti con i tronchi del bambù tagliati. L’indomani è prevista una dura giornata di marcia, c’è da raggiungere un altro villaggio e così, verso le 19.00, dopo due chiacchiere a lume di candela è ora di andare a dormire. Il sole torna, la luce filtra attraverso la nostra zanzariera ed è il segnale che è ora di alzarci e prepararci per muoverci. Una colonna di combattenti Karen è gia partita in avanscoperta per perlustrare la zona ed assicurarsi che non vi siano  presenze nemiche e, una ventina di minuti dopo, partiamo anche noi. Siamo tanti, circa un centinaio di volontari dell’Esercito di Liberazione Karen ci stanno scortando; stiamo entrando nel vivo della giungla, in alcune parti il sole quasi non riesce a filtrare, mentre in altre, è fortissimo. C’è silenzio, completo silenzio ad eccezione del rumore composto degli scarponi. Il tratto potrebbe essere minato dai militari birmani dunque bisogna fare massima attenzione a proseguire solamente dove siamo in sicurezza. Il paesaggio continua ad essere incantevole, attraversiamo molti campi di mais – una delle poche fonti di sostentamento - che i combattenti Karen devono controllare a causa delle frequenti incursioni birmane atte ad incendiare i frutti del raccolto. Dopo aver passato un piccolo fiume, facciamo la nostra prima sosta. Qualche minuto scorre e siamo di nuovo in marcia. La strada è lunga e bisogna percorrerne il più possibile prima che arrivi la notte. Di tanto in tanto i volontari Karen aspettano il nostro passaggio indicandoci le mine anti-uomo che sono riusciti a localizzare. Facciamo attenzione e l’adrenalina sale al massimo. Dopo un paio di soste ci fermiamo definitivamente in piena giungla per passare la notte. C’è un piccolo spiazzo, un fiumiciattolo per poter prendere l’acqua e per poterci lavare e sembra un ottimo posto per poterci difendere. Nelle due notti precedenti avevamo dormito nella “Casa di Popoli” - una capanna fatta dai Karen per ospitare i volontari nelle varie missioni - dentro un sacco a pelo con un tetto sopra la testa. Stasera, invece, dormiremo all’aperto, su un’amaca. In pochissimo tempo viene allestito il “campo”, tutte le amache vengono montate e vengono fatte delle capanne temporanee. Questi ragazzi Karen sono velocissimi, rimango stupito nel vederli lavorare con i loro coltelli. Il fiumiciattolo è sicuro, non ci sono mine e neanche militari birmani nelle vicinanze così possiamo farci un bagno e lavarci un po’ prima di cena. Docce e idromassaggi non sono previsti nella permanenza in giungla. Inizia a fare buio e la stanchezza si fa sentire. Eppure da dentro l’amaca, dondolandosi e guardando i Karen viene da pensare a quanta forza interiore possano avere. Quella notte il sonno si è interrotto spesso, forse per i rumori degli spari che si sentivano in lontananza. Devo ammettere che ero invidioso. Un’invidia, quella sana, per delle persone che riescono a trasmetterti valori fortissimi ed irrinunciabili. Al risveglio, apro gli occhi e davanti a me trovo un cobra preso nella notte pronto ad essere cucinato. Dopo la colazione vorremmo rimetterci in marcia ma purtroppo le notizie non sono buone, l’esercito birmano è a pochi chilometri da noi ed è troppo vicino al villaggio che dobbiamo raggiungere. Il Colonnello Nerdah Mya - per non mettere in pericolo le nostre vite - decide di tornare indietro. Dopo qualche giorno, è arrivato il momento di tornare a casa e con l’auspicio che prima o poi, proprio grazie ad esempi concreti come quelli del Popolo Karen, potrà esserci, anche per il nostro Occidente, un ritorno alla visione più “tradizionale” della società, ci si imbarca sul volo per Roma. Intanto, i Karen, continueranno la loro lotta con determinazione e la giunta militare birmana attraverso attacchi improvvisi, terrore, stupri e schiavitù proverà ancora ad annientare questo splendido popolo. Sotto il silenzio, quasi totale, dell’informazione globalizzata.



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venerdì 5 novembre 2010

Onore a Tereq Aziz.


Ad una settimana di distanza dalla sentenza di condanna a morte per Tareq Aziz, scemato già l'interesse mediatico occidentale per la notizia e per la condizione di un paese devastato a causa dell'invasione americana ed oggi costretto a convivere quotidianamente con stragi e attentati, le associazioni culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia intendono esprimere un umile attestato di solidarietà all'ennesima vittima della vendicativa giustizia dei vincitori.



“Ho ripetuto al santo padre che non abbiamo le armi di distruzione di massa, ci faranno disarmare del poco che abbiamo e poi ci attaccheranno per distruggerci”. Con queste parole Tareq Aziz, vicepremier dell’Iraq governato da Saddam Hussein, si congedò dai cronisti che gli chiedevano il contenuto delle conversazioni che aveva appena avuto modo di scambiare con Giovanni Paolo II nel febbraio 2003, ad un mese di distanza dall’inizio dell’invasione statunitense del suo paese, nel vano tentativo di scongiurare la guerra confidando nell’intercessione del pontefice. Oggi, a distanza di sette anni trascorsi lungo una scia di sangue che sembra interminabile, quelle parole riecheggiano nelle nostre orecchie assumendo un suono tragicamente profetico. Centinaia di migliaia di vittime sono il risultato della “missione democratica” intrapresa dagli USA in Iraq allo scopo di rovesciare il regime di Saddam Hussein, accusato di dispotismo e - apportando prove da mostrare all’opinione pubblica occidentale dimostratesi palesemente false - di possedere armi di distruzione di massa. Ci è sufficiente digitare su un qualsiasi motore di ricerca di internet la parola “Iraq” per renderci conto di come la pace sia un concetto lungi da quella terra, laddove affiora uno scontro religioso dagli effetti devastanti: sono di questi ultimissimi giorni le notizie dei violenti attacchi a Chiese ed altri luoghi di preghiera a Baghdad e dintorni, causa di un numero esorbitante di vittime e di profughi. E’ di questi giorni anche la notizia della condanna a morte definitiva di Tareq Aziz comminata da un tribunale iniquo che, sull’esempio dei loro padroni americani, si basa su prove indimostrabili ed inappellabili pur di adempiere alla barbara pratica di epurare i vinti. Dunque, dopo anni di persecuzioni giudiziarie perpetrate prima dagli USA e poi dai loro fantocci che oggi popolano i tribunali di Baghdad, la definitiva sentenza che pone fine alla tribolazione terrena del cristiano caldeo Tareq Aziz sembra fare il paio con un esacerbarsi delle violenze a fini anti-cristiani che stanno insanguinando il paese. Verrà eliminato l’esempio vivente della tolleranza e della libertà di culto che vigevano nell’Iraq baathista, predicatore di un panarabismo scevro da divisioni confessionali. Bisognerà far presto, perché al suo posto si sta già innalzando quel gigante di terrore che cagiona disordine e alimenta odio, mefitico propulsore di quella spirale “made in USA” continuamente impegnata a nutrirsi di sangue altrui per procurarsi linfa vitale. Dal nostro piccolo esprimiamo solidarietà ad uno degli ultimi testimoni di un mondo che sembra estinguersi sotto i colpi della furia livellatrice dell’imperialismo, di un mondo in cui udire il ruggito di un capo che si leva contro l’ingerenza usuraia e che raccoglie a sé il sostegno del suo popolo non rappresenta uno scenario onirico.

 

Associazione Culturale Zenit -
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Associazione Culturale Tyr -
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giovedì 4 novembre 2010

2010: odissea in Afghanistan.


Che l’Afghanistan sia un teatro di sangue e lutti non è certo una novità, neanche per lo spettatore più distratto di quel frullatore qual è il contenitore catodico; ma quando a lasciarci la pelle sono i soldati italiani le attenzioni mediatiche, naturalmente, si intensificano intorno alla questione della missione militare che dal 2004 vede coinvolta anche l’Italia e, a dispetto delle incoscienti previsioni iniziali da parte dell’amministrazione americana, non sembra prospettare epiloghi proficui e pacifici, almeno nel breve termine. Non abbiamo mai dedicato particolari attenzioni, tali da indurci a preparare un articolo, alle tragedie che in passato hanno riguardato dei nostri connazionali, sebbene il rammarico fosse molto sentito e la rabbia impellente all’idea di giovani vite italiane sacrificate sull’altare non della difesa patria, bensì degli interessi di un imperialismo che proprio delle identità culturali si fa beffa, dispensando in ogni dove il credo all’unico dio del libero mercato e la sua imposizione all’appiattimento consumistico. Stavolta però vogliamo fermarci a riflettere, perché l’ennesima strage che ha coinvolto degli italiani (il numero dei connazionali rimasti uccisi in Afghanistan è ora salito a 34 - dei quali 21 negli ultimi due anni - che si somma alle migliaia di altre vite, tra civili e militari, che questo sanguinoso conflitto ha portato via) non sembra voler esaurire la propria scia mediatica dietro allo sciacallaggio televisivo di quei format che si nutrono come iene dell’emotività creata dal lutto e allo stucchevole atteggiamento delle istituzioni che ogni volta recitano la propria retorica come un disco registrato. Stavolta, le vite dei quattro giovani alpini periti nella località di Farah lo scorso 10 ottobre a seguito di un attentato non sono state sacrificate invano. No, purtroppo non è stato però un sacrificio votato ad una giusta causa: il cordoglio non ha prodotto alcun ripensamento circa la posizione dell’Italia nel contesto di questa missione né una sincera analisi di quella che è stata la strategia (fallimentare) finora usata e gli alti costi che la missione ha causato alle casse italiane; ciò che è stato deciso è di intensificare la portate bellica del nostro contingente militare armando gli aerei di bombe. Quello che indigna è che questi irresponsabili fautori di guerra, dal prudente ovile dei loro scanni in parlamento, possiedono la sfrontatezza di continuare a chiamare la missione afghana con un nome alquanto improprio. Ecco le parole del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, promotore di questa iniziativa all’insegna del lancio di bombe: “La nostra missione resterebbe di pace. Se io lancio una bomba per difendere una colonna militare, rimane una missione di pace. Non è l’arma che qualifica la missione ma il modo con cui la usi”. Originale interpretazione, finanche farsesca, se non fosse terribilmente attinente al delicato tema bellico. Per tranquillizzare l’opinione pubblica lo stesso La Russa si esibisce nel contempo in un’ottimistica previsione circa quello che sarà il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan, destando un certo stupore tra quanti, a ragion veduta, si sono fatti di quella terra un’idea di caos regnante: entro la fine del 2011 nessun militare italiano presiederà più le aride strade afghane. Peccato però che nelle stesse ore arriva da un corrispondente giornalistico una soffiata, filtrata dagli uffici del Ministero della Difesa, su quelle che sono le reali speranze legate al ritiro: anno 2014, salvo lasciare alcune centinaia di “istruttori” all’esercito afghano fino a data indefinita. Insomma, al di là delle frasi di circostanza - e di propaganda - sputate dai politici a mo’ di slogan elettorali, la questione rimane piuttosto spinosa e il tempo non fa altro che aggrovigliarla. Se la data del 2014 verrà confermata - o se addirittura bisognerà correggerla per un termine più in là a venire, visto che l’ultimo che è uscito vincitore dal pantano afghano è stato Alessandro Magno 2300 anni fa - quella afghana rischia di diventare la più lunga campagna militare affrontata dall’esercito italiano dall’unità d’Italia ad oggi. C’è però una sinistra differenza rispetto al passato, che fa delle cosiddette “missioni di pace” un unicum nella storia bellica dell’umanità. Differenza che consiste nella percezione che i cittadini hanno di questa guerra: se un tempo essa era un fardello che si scontrava quotidianamente sulla pelle dei civili italiani e ne minava la sopravvivenza, oggi è un concetto astratto, lontano, riguardante direttamente soltanto coloro i quali hanno scelto di entrare ad ingrossare le file dell’esercito per professione e che, per impinguare stipendi altrimenti troppo magri, decidono di aderire a queste missioni in paesi lontani, consci dei rischi che ne conseguono. Questa condizione di distacco fa sì che l’italiano medio, avulso dal contesto bellico e dai suoi tragici effetti (a meno che non ricadano sulla salute dei propri famigliari), non arrivi mai ad esprimere in modo forte e chiaro la propria contrarietà alla missione, poiché, appunto, non coinvolto in prima persona. La questione è delicata, perché consente ai governi in carica di protrarre la propria subalternità alle esigenze atlantiche senza doversi scontrare con manifestazioni di dissenso interne al paese, così da poter fornire - in linea con il proprio ruolo da colonia - altra carne da cannone alla causa geopolitica americana. A renderci ancora più inermi rispetto a questa spirale di sangue che inghiottisce giovani vite italiane vi è l’operazione infida condotta con sempre maggior profitto dalle TV, quella di distrarci dall’approfondimento dei problemi reali fornendoci una bulimia di informazioni dalla percezione immediata - sovente sensazionalistiche, atte a sollecitare l’emotività dello spettatore - tali da banalizzare i concetti più seri, compresa la morte. Il tubo catodico guiderà le nostre coscienze a commuoversi mostrandoci le immagini delle bare coperte dal tricolore e lo sgomento di famiglie che avranno perso un loro caro; ma solo per qualche ora le luci dei riflettori illumineranno queste immagini di dolore, fin quando la monotonia non avrà stufato e sarà cura dei media quella di trovare una nuova notizia abile a risvegliare la soglia d’attenzione voyeuristica degli italiani: forse un nuovo giallo, forse una nuova “follia ultrà” o forse un nuovo caso di discutibile giornalismo d’inchiesta. Almeno, fin quando qualche d’un altro dei nostri non morirà ancora in quelle terre lontane, per mano di misteriosi assassini, per scopi di cui noi, povere vittime della menzogna globale, ignoriamo i motivi…



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martedì 2 novembre 2010

Spiati e felici.


Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.



Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.



Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.



A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.



Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.



http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-polizia-ci-spia-su-facebook/2137277


GLOCAL - Prima che il globo ci divori.


SABATO 6 NOVEMBRE 2010

C.V.A DI MONTEBELLO (PG)

 

- ore 10:00 "controllo sociale e controllo globale: come possiamo

difenderci?" con Solange Manfredi e Gianmaria Camillacci


- ore 12:30  “dalla parte della terra” con Raffaele Micco (Lega della Terra)

- ore 13:00   pausa pranzo con prodotti tipici

- ore 15:00  visione del film documentario "Respiro di Terra" di Enrico

Bellani (30 minuti), 1974 "Dalla Tradizione il Futuro", Dibattito sugli OGM, con il Prof. Giuseppe Altieri (Agroecologo) e presentazione del Libro e DVD "Il Mondo Secondo Monsanto", Arianna Editrice

- ore 17:00  "MANGIACOMEPARLI", a merenda coi prodotti tipici biologici,

  100% OGM Free

- ore 17:30  “definire la lotta alle delocalizzazioni e alla grande

 distribuzione" con Riccardo Donti e Gianguido Saletnich  (Forza Nuo
va)



Info: forzanuovaperugia@hotmail.it



Sarà presente un banchetto de "LA CASA DEL SOLDATO - Altrilibri"


mercoledì 27 ottobre 2010

LA CASA DEL SOLDATO. Altrilibri consigliati.


Le ultime ore dell’Europa.



Questo testo si può forse considerare l’opera più suggestiva di Adriano Romualdi. L’autore trasmette tutta l’atmosfera della tragedia della seconda guerra mondiale, con tutte le tensioni, le aspettative e le contraddizioni, dei combattenti della parte sbagliata. Riportiamo qualche riga suggestiva:“[…] Hitler è morto, ma i commandos delle Waffen SS si battono ancora nei pressi della Cancelleria. Ci si batte per rabbia, per disperazione, per competizione. Stalin vuole che Berlino cada il 1° maggio, e non gli si vuole dare questa soddisfazione. Il fronte è ormai rotto in tanti frammenti di resistenza. Ognuno fa la “sua” guerra, contro i “suoi” Russi, per spirito sportivo. La Croce di Cavaliere è concessa per ogni 7 carri nemici distrutti e ognuno vuole morire con la sua Ritterkreuz al collo. Gli Scandivani han saccheggiato un magazzino della Wehrmacht: scommettono una bottiglia di Schnaps per ogni carro russo saltato. I guidatori russi sono presi dal panico. Per farli proseguire, in molti commissari politici devon loro puntare la pistola.”



Autore: A. Romualdi

Editore: Settimo Sigillo

Pagine: 175, brossura con 30 foto b/n

Anno: 2004

Prezzo: 15 €


 



Il capo di cuib.



"Le guerre sono vinte da coloro che hanno saputo attrarre dall'alto, dai cieli, le forze misteriose del mondo invisibile e assicurarsi il concorso di queste forze. Queste forze misteriose sono gli spiriti [...] dei nostri antenati [...] Prima di essere un movimento politico [...] il movimento legionario è una scuola spirituale in cui entra un uomo per uscirne un eroe [...] Cercate programmi? [...] Sarebbe meglio cercare uomini [...] - non di programmi si sente il bisogno nel paese, bensì di uomini e di volontà [...] Il nostro movimento legionario rivela essenzialmente il carattere di una grande scuola spirituale. Esso tende a suscitare fedi insospettate, esso mira a trasformare, a rivoluzionare le anime. Gridate ovunque che il male, la miseria, la rovina vengono dall'anima. L'anima è il punto cardinale su cui occorre operare nel momento presente. L'anima dell'individuo e l'anima del popolo".



Ciò che fa l'inattualità, quindi la perennità, di questo libretto - breviario di ortodossia e di ortoetica che, steso da Codreanu per i legionari della 'Guardia di Ferro', venne da Nae Jonescu paragonato agli Esercizi spirituali di s. Ignazio di Loyola - è il suo intendimento di allevare anime. Di fare dell'anima il soggetto che nell'uomo guida la contemplazione e ne disciplina la concentrazione e la comprensione: il presidio da cui sorvegliare i moti del corpo della storia. Nel tempo l'émpito della decadenza vorrebbe affondare tutto - essenze spirituali, stili di vita, lineamenti estetici -, e poi trascinare il tempo stesso verso la dissoluzione. E allora ciò che fonda il tempo, che lo precede e domina, a insorgere e ad aspettare la storia al varco: per purgarla e purificarla. Ben accordati dai canoni etici di Codreanu, gli strumenti delle anime dei legionari tentarono questa opera, e se, nell'immediato, le loro voci non riuscirono a soffocare il rumore del tempo, la vibrazione che ne rimane ancora tonifica l'attenzione ed edifica l'attesa per l'Ordine - all'interno dell'uomo e delle sue comunità - da parte di quanti non si piegano alla congiuntura della storia.



Autore: Corneliu Z. Codreanu

Editore: Edizioni AR

Prezzo: 12 €



Ordinali a: lacasadelsoldato@libero.it o controventopg@libero.it



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