Di Fabio Polese
Secolo d’Italia 07-11-2010 pag. 12-13
Mentre ogni giorno sentiamo parlare di guerre che nell’immaginario collettivo vengono legittimate dal termine “pace”, in angoli sperduti del mondo ci sono dei popoli costretti a combattere esclusivamente per la loro sopravvivenza. Uno di questi conflitti, sconosciuti o ignorati, è quello che il Popolo Karen porta avanti dal 1949 contro la giunta militare birmana per ottenere una completa autonomia e il rispetto delle proprie identità e tradizioni. La Birmania è composta da numerosissime etnie differenti forzatamente inglobate - nel corso del diciannovesimo secolo - durante il periodo coloniale dominato dalla Gran Bretagna. Dopo tale periodo, alla fine del secondo conflitto mondiale, fu sancito un trattato che avrebbe permesso al mosaico etnico birmano la propria libertà. Quel trattato post coloniale non venne mai osservato dal Governo di Rangoon e così, i Karen, hanno iniziato una guerra che tutt’ora è in atto. Ha contribuito a far conoscere la storia di questo splendido popolo la Comunità Solidarista Popoli - che dal 2001 porta aiuto concreto alla popolazione Karen - che organizza anche missioni cui è possibile partecipare. E così il mio viaggio è iniziato da Roma, direzione Bangkok, la capitale Thailandese. Dopo undici ore di volo si arriva a destinazione. E desta curiosità il fatto che, nel 2010, esista un popolo capace di lottare per la propria libertà. Dopo una notte a Bangkok, la mattina seguente si parte per Mae Sot, una piccola città al confine tra Thailandia e Birmania. La frontiera è chiusa in vista delle elezioni birmane che si terranno il 7 Novembre 2010 e così, dopo aver comprato tutto il necessario per passare diverse notti nella giungla con i guerriglieri Karen, si attraversa il confine nei modi che il contesto impone. Dopo un paio d’ore di macchina, si lasciano i pick up e si prosegue il viaggio con dei piccoli trattori. Ecco finalmente l’arrivo in territorio Karen e, con la scorta dell’Esercito di Liberazione Karen - K.N.L.A. -, si giunge al villaggio. Militari e civili danno il benvenuto e con il sorriso iniziano subito a preparare la cena. I rumori della società moderna si trasformano in silenzi magici, il tempo e le ore vengono scandite solamente dal giorno e dalla notte. All’arrivo del buio, dopo la cena e dopo la canzone della rivoluzione suonata e cantata da John, un giovane volontario dell’Esercito di Liberazione Karen, come da tradizione ancestrale, ci infiliamo nei nostri sacco a pelo per svegliarci appena la luce del sole risorgerà. È l’inizio di un’esperienza indimenticabile. Ci si sveglia di buon mattino e, dopo un caffé “americano”, andiamo a distribuire i giocattoli e i vestiti portati per i bambini di “Little Verona”. Questi piccoli bimbi – tutti bellissimi, contenti del nostro arrivo e sorridenti nonostante siano visibilmente in una situazione molto difficile - si mettono in fila aspettando il loro turno per ricevere qualsiasi cosa gli verrà data. Piccole cose hanno dell’incredibile, se pensiamo ad un bambino occidentale dell’età moderna circondato da Play Station e Ipod. Tutto sembra diverso, e anche la natura incontaminata dei territori Karen ha qualcosa di incantevole, nonostante il tempo cambi velocemente per via delle forti piogge che in questo periodo sono frequenti nel sud-est asiatico: si assaporare il fascino che questi cieli riescono a regalare. Un cielo che a volte sembra addirittura possibile sfiorare con un dito, da quanto appare vicino e limpido. Dopo aver dato ai bambini i piccoli regali portati, ci si dirige verso la clinica mobile che la comunità solidarista ha costruito nel villaggio. Qui, Rodolfo Turano, che da anni preferisce passare le sue ferie al fianco del popolo Karen - concretizzando il motto dannunziano “io ho quel che ho donato” - insieme ad altri volontari ed infermieri, visiterà e, se necessario, opererà gli abitanti del villaggio. Intanto, nel perimetro di “Little Verona”, l’Esercito di Liberazione Karen è vigile per possibili attacchi improvvisi da parte dei soldati della giunta militare birmana. Giovani e meno giovani sono costretti ad imbracciare il fucile per difendere le proprie famiglie da attacchi crudi, spietati e vigliacchi. Girando nel villaggio per cercare di capire meglio lo stato in cui vive questo popolo, riesco a scambiare due parole con il Colonnello della K.N.L.A. Nerdah Mya che, in perfetto inglese, mi racconta che i Karen contano più di sette milioni di persone e che sono giunti in quelle zone circa 2700 anni fa. Continua dicendomi che hanno tutte le caratteristiche per richiedere la propria indipendenza poiché hanno una propria cultura, una propria lingua, una propria storia e una propria terra. Nerdah Mya ha un viso buono, pulito e sembra non essere per niente stanco di lottare. Si sente legittimato a vincere la guerra per la libertà. Proseguendo la chiacchierata, dice che se i Karen non si fossero fin qui battuti non sarebbe più possibile parlare dei Karen perché non esisterebbero più. Mi racconta che una volta il regime birmano ha dichiarato che in futuro per poter vedere un Karen si dovrà andare in un museo. Non sarà certamente così. Mi guarda dritto negli occhi e mi dice: “mio padre - Bo Mya, leggendario eroe della resistenza Karen deceduto nel dicembre 2006 - mi ha sempre detto una cosa che non dimenticherò mai: «E’ meglio vivere un solo giorno da Uomo libero piuttosto che cento anni da schiavo». Il giro continua e, parlando con altri soldati, c’è da rimanere veramente impressionati dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come l’identità, la terra - intesa atavicamente -, gli antenati, la libertà e dalla loro netta intransigenza verso chi costantemente gli offre fiumi di denaro derivante soprattutto dal traffico di droga per scendere a patti con il Governo di Rangoon e, fattivamente, per perdere tutte le proprie specificità di popolo. La giunta militare birmana – supportata militarmente dalla Cina, Israele, India, Russia e Singapore – gode anche della collaborazione dell’intelligence australiana che organizza a Rangoon corsi di formazione per strategie militari nel controllo e nella repressione di sommosse e fa affari con grandi multinazionali mondiali. La Repubblica Popolare Cinese, ormai turbo capitalista, incrementa la sua economia anche grazie all’esportazione delle materie prime come gas e legname che la Birmania offre e si assicura un posto strategico nei mari del sud-est asiatico. Al contempo, la giunta militare, approfitta della collaborazione con Pechino per avere un chiaro supporto dentro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La giornata sta per finire, il Dottor Turano, con gli altri volontari, ha concluso le visite degli abitanti del villaggio e così si ritorna all’accampamento per cenare: qui il riso non manca mai e tutto viene cucinato con una fortissima salsa piccante, ed è curioso soprattutto il cuore di bambù lesso che ha un sapore simile al nostro carciofo. Mentre i piatti sono “occidentali”, in ceramica, i bicchieri sono stati fatti con i tronchi del bambù tagliati. L’indomani è prevista una dura giornata di marcia, c’è da raggiungere un altro villaggio e così, verso le 19.00, dopo due chiacchiere a lume di candela è ora di andare a dormire. Il sole torna, la luce filtra attraverso la nostra zanzariera ed è il segnale che è ora di alzarci e prepararci per muoverci. Una colonna di combattenti Karen è gia partita in avanscoperta per perlustrare la zona ed assicurarsi che non vi siano presenze nemiche e, una ventina di minuti dopo, partiamo anche noi. Siamo tanti, circa un centinaio di volontari dell’Esercito di Liberazione Karen ci stanno scortando; stiamo entrando nel vivo della giungla, in alcune parti il sole quasi non riesce a filtrare, mentre in altre, è fortissimo. C’è silenzio, completo silenzio ad eccezione del rumore composto degli scarponi. Il tratto potrebbe essere minato dai militari birmani dunque bisogna fare massima attenzione a proseguire solamente dove siamo in sicurezza. Il paesaggio continua ad essere incantevole, attraversiamo molti campi di mais – una delle poche fonti di sostentamento - che i combattenti Karen devono controllare a causa delle frequenti incursioni birmane atte ad incendiare i frutti del raccolto. Dopo aver passato un piccolo fiume, facciamo la nostra prima sosta. Qualche minuto scorre e siamo di nuovo in marcia. La strada è lunga e bisogna percorrerne il più possibile prima che arrivi la notte. Di tanto in tanto i volontari Karen aspettano il nostro passaggio indicandoci le mine anti-uomo che sono riusciti a localizzare. Facciamo attenzione e l’adrenalina sale al massimo. Dopo un paio di soste ci fermiamo definitivamente in piena giungla per passare la notte. C’è un piccolo spiazzo, un fiumiciattolo per poter prendere l’acqua e per poterci lavare e sembra un ottimo posto per poterci difendere. Nelle due notti precedenti avevamo dormito nella “Casa di Popoli” - una capanna fatta dai Karen per ospitare i volontari nelle varie missioni - dentro un sacco a pelo con un tetto sopra la testa. Stasera, invece, dormiremo all’aperto, su un’amaca. In pochissimo tempo viene allestito il “campo”, tutte le amache vengono montate e vengono fatte delle capanne temporanee. Questi ragazzi Karen sono velocissimi, rimango stupito nel vederli lavorare con i loro coltelli. Il fiumiciattolo è sicuro, non ci sono mine e neanche militari birmani nelle vicinanze così possiamo farci un bagno e lavarci un po’ prima di cena. Docce e idromassaggi non sono previsti nella permanenza in giungla. Inizia a fare buio e la stanchezza si fa sentire. Eppure da dentro l’amaca, dondolandosi e guardando i Karen viene da pensare a quanta forza interiore possano avere. Quella notte il sonno si è interrotto spesso, forse per i rumori degli spari che si sentivano in lontananza. Devo ammettere che ero invidioso. Un’invidia, quella sana, per delle persone che riescono a trasmetterti valori fortissimi ed irrinunciabili. Al risveglio, apro gli occhi e davanti a me trovo un cobra preso nella notte pronto ad essere cucinato. Dopo la colazione vorremmo rimetterci in marcia ma purtroppo le notizie non sono buone, l’esercito birmano è a pochi chilometri da noi ed è troppo vicino al villaggio che dobbiamo raggiungere. Il Colonnello Nerdah Mya - per non mettere in pericolo le nostre vite - decide di tornare indietro. Dopo qualche giorno, è arrivato il momento di tornare a casa e con l’auspicio che prima o poi, proprio grazie ad esempi concreti come quelli del Popolo Karen, potrà esserci, anche per il nostro Occidente, un ritorno alla visione più “tradizionale” della società, ci si imbarca sul volo per Roma. Intanto, i Karen, continueranno la loro lotta con determinazione e la giunta militare birmana attraverso attacchi improvvisi, terrore, stupri e schiavitù proverà ancora ad annientare questo splendido popolo. Sotto il silenzio, quasi totale, dell’informazione globalizzata.
http://fabiopolese.splinder.com/post/23565538/viaggio-tra-i-karen-un-popolo-in-lotta-per-la-sua-liberta


Che l’Afghanistan sia un teatro di sangue e lutti non è certo una novità, neanche per lo spettatore più distratto di quel frullatore qual è il contenitore catodico; ma quando a lasciarci la pelle sono i soldati italiani le attenzioni mediatiche, naturalmente, si intensificano intorno alla questione della missione militare che dal 2004 vede coinvolta anche l’Italia e, a dispetto delle incoscienti previsioni iniziali da parte dell’amministrazione americana, non sembra prospettare epiloghi proficui e pacifici, almeno nel breve termine. Non abbiamo mai dedicato particolari attenzioni, tali da indurci a preparare un articolo, alle tragedie che in passato hanno riguardato dei nostri connazionali, sebbene il rammarico fosse molto sentito e la rabbia impellente all’idea di giovani vite italiane sacrificate sull’altare non della difesa patria, bensì degli interessi di un imperialismo che proprio delle identità culturali si fa beffa, dispensando in ogni dove il credo all’unico dio del libero mercato e la sua imposizione all’appiattimento consumistico. Stavolta però vogliamo fermarci a riflettere, perché l’ennesima strage che ha coinvolto degli italiani (il numero dei connazionali rimasti uccisi in Afghanistan è ora salito a 34 - dei quali 21 negli ultimi due anni - che si somma alle migliaia di altre vite, tra civili e militari, che questo sanguinoso conflitto ha portato via) non sembra voler esaurire la propria scia mediatica dietro allo sciacallaggio televisivo di quei format che si nutrono come iene dell’emotività creata dal lutto e allo stucchevole atteggiamento delle istituzioni che ogni volta recitano la propria retorica come un disco registrato. Stavolta, le vite dei quattro giovani alpini periti nella località di Farah lo scorso 10 ottobre a seguito di un attentato non sono state sacrificate invano. No, purtroppo non è stato però un sacrificio votato ad una giusta causa: il cordoglio non ha prodotto alcun ripensamento circa la posizione dell’Italia nel contesto di questa missione né una sincera analisi di quella che è stata la strategia (fallimentare) finora usata e gli alti costi che la missione ha causato alle casse italiane; ciò che è stato deciso è di intensificare la portate bellica del nostro contingente militare armando gli aerei di bombe. Quello che indigna è che questi irresponsabili fautori di guerra, dal prudente ovile dei loro scanni in parlamento, possiedono la sfrontatezza di continuare a chiamare la missione afghana con un nome alquanto improprio. Ecco le parole del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, promotore di questa iniziativa all’insegna del lancio di bombe: “La nostra missione resterebbe di pace. Se io lancio una bomba per difendere una colonna militare, rimane una missione di pace. Non è l’arma che qualifica la missione ma il modo con cui la usi”. Originale interpretazione, finanche farsesca, se non fosse terribilmente attinente al delicato tema bellico. Per tranquillizzare l’opinione pubblica lo stesso La Russa si esibisce nel contempo in un’ottimistica previsione circa quello che sarà il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan, destando un certo stupore tra quanti, a ragion veduta, si sono fatti di quella terra un’idea di caos regnante: entro la fine del 2011 nessun militare italiano presiederà più le aride strade afghane. Peccato però che nelle stesse ore arriva da un corrispondente giornalistico una soffiata, filtrata dagli uffici del Ministero della Difesa, su quelle che sono le reali speranze legate al ritiro: anno 2014, salvo lasciare alcune centinaia di “istruttori” all’esercito afghano fino a data indefinita. Insomma, al di là delle frasi di circostanza - e di propaganda - sputate dai politici a mo’ di slogan elettorali, la questione rimane piuttosto spinosa e il tempo non fa altro che aggrovigliarla. Se la data del 2014 verrà confermata - o se addirittura bisognerà correggerla per un termine più in là a venire, visto che l’ultimo che è uscito vincitore dal pantano afghano è stato Alessandro Magno 2300 anni fa - quella afghana rischia di diventare la più lunga campagna militare affrontata dall’esercito italiano dall’unità d’Italia ad oggi. C’è però una sinistra differenza rispetto al passato, che fa delle cosiddette “missioni di pace” un unicum nella storia bellica dell’umanità. Differenza che consiste nella percezione che i cittadini hanno di questa guerra: se un tempo essa era un fardello che si scontrava quotidianamente sulla pelle dei civili italiani e ne minava la sopravvivenza, oggi è un concetto astratto, lontano, riguardante direttamente soltanto coloro i quali hanno scelto di entrare ad ingrossare le file dell’esercito per professione e che, per impinguare stipendi altrimenti troppo magri, decidono di aderire a queste missioni in paesi lontani, consci dei rischi che ne conseguono. Questa condizione di distacco fa sì che l’italiano medio, avulso dal contesto bellico e dai suoi tragici effetti (a meno che non ricadano sulla salute dei propri famigliari), non arrivi mai ad esprimere in modo forte e chiaro la propria contrarietà alla missione, poiché, appunto, non coinvolto in prima persona. La questione è delicata, perché consente ai governi in carica di protrarre la propria subalternità alle esigenze atlantiche senza doversi scontrare con manifestazioni di dissenso interne al paese, così da poter fornire - in linea con il proprio ruolo da colonia - altra carne da cannone alla causa geopolitica americana. A renderci ancora più inermi rispetto a questa spirale di sangue che inghiottisce giovani vite italiane vi è l’operazione infida condotta con sempre maggior profitto dalle TV, quella di distrarci dall’approfondimento dei problemi reali fornendoci una bulimia di informazioni dalla percezione immediata - sovente sensazionalistiche, atte a sollecitare l’emotività dello spettatore - tali da banalizzare i concetti più seri, compresa la morte. Il tubo catodico guiderà le nostre coscienze a commuoversi mostrandoci le immagini delle bare coperte dal tricolore e lo sgomento di famiglie che avranno perso un loro caro; ma solo per qualche ora le luci dei riflettori illumineranno queste immagini di dolore, fin quando la monotonia non avrà stufato e sarà cura dei media quella di trovare una nuova notizia abile a risvegliare la soglia d’attenzione voyeuristica degli italiani: forse un nuovo giallo, forse una nuova “follia ultrà” o forse un nuovo caso di discutibile giornalismo d’inchiesta. Almeno, fin quando qualche d’un altro dei nostri non morirà ancora in quelle terre lontane, per mano di misteriosi assassini, per scopi di cui noi, povere vittime della menzogna globale, ignoriamo i motivi…