Benedetti i telefoni cellulari, Youtube, Facebook. Benedetta la rete. Perché è innegabile che le nuove e pervasive tecnologie, assieme a tutti gli eccessi che si portano dietro, possano anche essere strumento di verità. Stavolta un filmato fatto con una telecamera nascosta e uno fatto col telefono, consegnati alla Rai e poi postati su Youtube, svelano gli ennesimi abusi delle forze dell’ordine contro delle persone inermi. Dopo le immotivate cariche di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza alla fine della partita di coppa Italia Roma – Inter, mercoledì 5 maggio, la caccia all’uomo nella zona di piazza Mancini ha portato al rastrellamento di almeno sette persone, tutte incarcerate. Ultras, facinorosi, diranno in molti. No. Stavolta no. Premettendo il fatto che gli ultras sono cittadini italiani, con tutti i diritti di ogni connazionale, e quindi un abuso da parte delle forze dell’ordine resta tale anche fuori da uno stadio, mercoledì scorso i tutori dell’ordine hanno, come dire, pescato nel mucchio.
Dovevano per forza fare degli arresti? Era forse arrivato l’ordine di dare un segnale ai frequentatori dell’Olimpico? Chissà, in ogni caso il messaggio non passa per nessun italico hooligan, ma per un gruppo di persone la cui maggior parte è estranea agli ambienti “da stadio”.
Dopo aver causato il fuggi fuggi generale sul ponte tra l’obelisco e piazza Mancini, facendo cadere donne e bambini terrorizzati e in fuga dalle cariche, gli agenti si sono sparsi per la zona del quartiere Flaminio vicina alla caserma della Polizia di via Guido Reni. In quello stesso momento, all’inizio del ponte, un ragazzo che cercava di sfuggire alle manganellate è stato deliberatamente investito da una Fiat Marea della Polizia al fine di fermarlo. La frattura di una vertebra cervicale viene attribuita, nel verbale di arresto, a episodi di resistenza. Per la quarta volta nella sua vita era andato allo stadio e scappava, così ha dichiarato, per non essere massacrato dalla Polizia. Tentativo inutile. Un video trasmesso dal Tg1, fatto da un operatore Rai, anch’egli malmenato dagli agenti, mostra chiaramente l’investimento e gli animi “accesi” dei tutori dell’ordine.
Il secondo video è quello che riprende l’aggressione a Stefano Gugliotta, un ragazzo che non era nemmeno stato allo stadio. Residente in via Pinturicchio, nei pressi di piazza Mancini, è stato arrestato sotto casa mentre aspettava di andare a una festa. Le immagini parlano chiaro, gli agenti, uno in particolare, aggrediscono Stefano mentre sta sul motorino assieme ad un amico, che scappa per sfuggire alle percosse. Rimasto solo in sella al suo mezzo, Stefano riceve un forte colpo alla testa e mentre cerca di sfuggire alle botte viene raggiunto da altri agenti.
Stefano e il ragazzo investito si trovano a Regina Coeli, precisamente nell’infermeria del carcere, viste le percosse che hanno subito. Assieme a loro altre sei persone, tutte prelevate nei dintorni di piazza Mancini e tutte che si protestano innocenti. Oltre ad alcuni tifosi della Roma non appartenenti a gruppi organizzati, con presenza saltuaria allo stadio e con figli, ci sono anche due studenti, ventenni, da soli 4 mesi a Roma, arrestati mentre si stavano recando a prendere l’autobus: simpatizzanti della Juventus e mai andati allo stadio prima di mercoledì.
Un automobilista distratto o negligente che ferisce gravemente o uccide una persona che attraversa sulle strisce pedonali non vede il carcere nemmeno in cartolina. Basta però circolare attorno a uno stadio per essere arrestati, buttati in cella e lì tenuti nel più totale spregio delle garanzie imposte dalla nostra Costituzione, delle quali però fanno strame le leggi speciali per gli stadi.
La rete internet si sta rivelando essere uno strumento di tutela ma con le limitazioni imposte dall’impossibilità di identificare gli agenti coinvolti nei pestaggi e nei ferimenti. Una sigla, sul casco o sulle pettorine, basterebbe a rendere identificabile chi commette gli abusi o, a monte, ad evitarli, vista la possibilità di essere riconosciuti. La resistenza da parte delle forze dell’ordine a questo provvedimento si commenta da sola.
Attenti. Dobbiamo stare tutti molto attenti. La macchia d’olio della privazione dei diritti inviolabili si sta allargando. Parte dagli stadi e arriva a lambire pericolosamente cittadini “normali”, mai venuti in contatto che le curve. E non basterà Youtube a salvarci…
Di Alessia Lai, www.rinascita.eu
martedì 11 maggio 2010
Storie di ordinaria repressione.
COMUNE INSOLVENTE, RADIOTAXI ISOLATO.
Riceviamo e pubblichiamo...
Una storia che comincia da lontano quella della “querelle” tra Comune di Perugia e Radio taxi Perugia, tutta incentrata sul cambio di proprietà delle linee telefoniche in uso al Radiotaxi. Il Comune di Perugia nel 2008 con il nuovo regolamento comunale sui taxi stabiliva che il Radiotaxi doveva farsi carico delle linee telefoniche, vista la ristrutturazione degli apparati comunali; anche se sappiamo tutti che questa scelta dipende dal fatto che il Comune si trova in una condizione economica disastrosa e cerca di tagliare più spese possibili. Così che il Radiotaxi chiede a Telecom Italia di subentrare su tutte le linee in uso alla Cooperativa taxi, ma per problemi ed errori non attribuibili alla cooperativa, la cosa si è trascinata fino allo scorso fine settimana che precedeva la festività del 1° maggio, quando nel bel mezzo dell’installazione del nuovo Ponte Radio i telefoni hanno cessato di colpo di funzionare; in un primo momento si pensava ad un guasto dello stesso ponte radio ma con il passare del tempo e dopo numerose chiamate si scopriva che Telecom Italia aveva staccato le linee telefoniche per insolvenza!!??. Ma di Chi....? Visto che le bollette che erano passate a nome della Cooperativa risultavano pagate?....“Insolvenza del Municipio di Perugia” .... Fu la laconica risposta dell’operatoreTelecom!! Siccome per problemi burocratici di Talecom alcune linee che servivano al collegamento del ponte radio non erano ancora passate a nome della Cooperativa, i solleciti di pagamento che arrivavano al Comune per bollette dei mesi da Novembre a Marzo, non venivano girate alla Cooperativa ed ignorate dagli addetti del comune, ed in questa situazione di errori e mancate comunicazioni a rimetterci è stato il radiotaxi e la propria clientela che per una intera giornata sono rimasti isolati ed impossibilitati ad operare. Solo dopo numerose telefonate ed il pagamento delle bollette intestate al Comune da parte della Cooperativa il servizio è stato ripristinato. Visto il grave disservizio procurato al radiotaxi ed alla clientela del servizio taxi di Perugia, la Cooperativa si riserverà di valutare eventuali azioni legali e richieste risarcitorie per interruzione di pubblico servizio. Dopo l’accaduto il Comune si è scusato con i tassisti ma rimane il fatto che la nostra voce troppo spesso non viene ascoltata, come sta succedendo anche per altre richieste che ormai da mesi sono state girate al Comune per quanto riguarda la situazione dei posteggi. In fase di rilascio delle otto nuove autorizzazioni per il servizio taxi, era stato promesso dal Comune un adeguamento degli stalli di sosta dislocati in città, ma da allora e sono passati quasi due anni, i posteggi sono sempre gli stessi e ridotti sempre peggio.
Andrea Cappella – Presidente UriTaxi Umbria
giovedì 6 maggio 2010
"DIVENTA PADRONE DEL TUO DENARO"
CORSO DI FORMAZIONE
"DIVENTA PADRONE DEL TUO DENARO"
CON EUGENIO BENETAZZO
HOTEL LA ROSETTA
PIAZZA ITALIA
PERUGIA
Dalle ore 18.00 alle ore 22.00
Per info: ilforasacco@libero.it
328.9230202
Obiettivi didattici:
La sessione didattica si predilige di consentire al piccolo risparmiatore privo di esperienza e conoscenza finanziaria di apprendere le informazioni e le strategie utili per imparare a come comportarsi innanzi ad uno sportello bancario o davanti ad un promotore finanziario per valutare con spirito critico ed oggettivo qualsiasi proposta ricevuta. Il seminario è rivolto prevalentemente a persone che vogliono imparare a gestire autonomamente il proprio denaro ed i propri risparmi evitando finalmente di delegare ciecamente a terzi in pieno conflitto di interessi la gestione dei propri risparmi.
Percorso formativo:
Durante lo svolgimento del seminario si analizzeranno i principali strumenti di investimento diretto come ad esempio ETF e fondi comuni di investimento oltre alle metodologie di selezione e riconoscimento dei prodotti più performanti: verranno fornite numerose indicazioni operative ed informazioni finanziarie per costruire e gestire un portafoglio di strumenti di investimento secondo le proprie aspettative e la propensione al rischio personale. Lo scopo principe del seminario è pertanto aiutare a sviluppare una dimestichezza e confidenza necessaria a gestire una propria massa critica di risparmio sia per realizzare rendite di posizione che per evitare perdite finanziarie dovute a precedenti gestioni in pieno conflitto di interessi.
Vulcano Eyjafjallajokull: l`eruzione ammonitrice.
Secondo la mitologia in tempi antichissimi, ancor prima che Roma nascesse, le popolazioni latine vennero terrorizzate dalla furia devastatrice di Caco, figlio di Vulcano.
Questo mostro a tre teste spendeva le proprie giornate in furti e sputando fuoco a destra e a manca, salvo ritirarsi a sera nella propria residenza, una sordida grotta dell’Aventino. Le malefatte di Caco non sembravano a quei tempi conoscere ostacoli, sennonché il fato decise un giorno che a porre fine dovesse essere la virtus dell’eroe per eccellenza: Ercole.
Quest’ultimo, di passaggio lungo le coste tiberine, venne fatto oggetto del furto nascosto di alcuni buoi della propria mandria da parte di Caco. Ercole si accorse del luogo in cui Caco alloggiava con la propria refurtiva, riconoscendo i muggiti delle bestie che provenivano dall’androne di una grotta all’Aventino. Egli dunque, deciso a riscattarsi dal torto subito, spostò l’enorme masso che fungeva da grata ed entrò nella spelonca, laddove uccise il ladro e liberò le popolazioni latine dal terrore che la presenza di Caco aveva provocato. In onore dell’eroe venne costruito dal re Evandro un tempio, tutt’oggi presente, vicino al Tevere, tra l’Aventino e il Palatino, nel cosiddetto Foro Boario. Attraverso la costruzione di un tempio venne dunque ascritto il mitico episodio nella storia, ad imperitura memoria permane l’azione risolutrice della divinità eroica.
Tuttavia, mentre nel Lazio si temeva che i crimini di Caco potessero prima o poi prendere il sopravvento e devastare totalmente i villaggi sui quali il mostro si accaniva, verosimilmente, a pochi chilometri di distanza l’eco dei tristi eventi fu pressoché nulla. Del resto, gli effetti delle scorribande all’insegna del fuoco e del furto di Caco non si propagarono oltre i confini dei villaggi che conobbero tali devastazioni sulla pelle dei propri abitanti.
Il motivo è presto spiegato: i popoli in quei tempi antichissimi possedevano la padronanza ognuno dei propri destini, possedevano la propria specificità e, soprattutto, non v’era ancora traccia di quel farraginoso sistema universale che ha trasformato il nostro pianeta in un complicatissimo macchinario pieno di ingranaggi. Se uno di essi si inceppa, il sistema si fonde e noi, vittime designate poiché mai emancipati dalla sua dipendenza, ne subiamo le conseguenze, più o meno gravi a seconda della portata dell’evento.
Abbiamo citato l’esempio del Lazio pre-romano, avvalendoci volutamente di un episodio mitologico per dare un maggior risalto alla differenza tra lo ieri remoto e l’oggi, ma in nostro conforto ci giunge un riscontro - inerente sempre al furore vulcanico - di un passato molto più recente, adatto a confrontarsi con quanto avvenuto il mese scorso in Europa, nella fattispecie nei suoi cieli.
Per due volte nel diciannovesimo secolo, precisamente nel 1821 e nel 1823, il vulcano islandese Eyjafjallajökull fu protagonista di violente eruzioni che, oltre a regalare un disarmante ed inquietante spettacolo agli abitanti della lontana isola nordica, riempì i cieli di tutta Europa di cenere. La nube cinerea avvolse dapprima il Nord, propagandosi poi nei giorni a venire in tutto il continente. Che risonanza ebbe l’eruzione al di fuori dell’Islanda? Nessuna. Forse, soltanto diverso tempo dopo per mezzo del sentito dire, la notizia ebbe accesso agli orecchi di qualche cittadino europeo.
Lo stesso vulcano il 20 marzo scorso, dunque a quasi due secoli di distanza, si è risvegliato, e lo ha fatto con le medesime prerogative: esplodendo con la violenza di allora. Stavolta però, a differenza di allora, la risonanza ha avuto ben più ampia eco: i media occidentali hanno dedicato all’evento, o meglio, agli effetti che l’evento ha provocato, gran parte delle loro attenzioni per diversi giorni.
Le ceneri, propagatesi ovviamente, essendo la natura estranea ai mutamenti che l’uomo impone alle proprie opere artificiali, con eguali modalità ed in egual misura di quanto fecero nell’800, hanno bloccato per circa una settimana il traffico aereo, così paralizzando l’Europa e parte del resto del mondo. Ci rimarranno impresse in mente le immagini degli aeroporti improvvisamente trasformati in enormi accampamenti di gente disperata, passeggeri di aerei i cui voli venivano cancellati a causa dell’impossibilità di muoversi tra i cieli invasi dalla cenere, finanche le incredibili traiettorie di viaggio - in treno o in auto blu - che politici ed altre alte cariche di turno si sono visti costretti a dover affrontare per raggiungere i luoghi dei loro improrogabili impegni. Enormi masse di uomini costretti ad accamparsi alla bene e meglio in ogni angolo d’Europa, o a stravolgere le proprie comode abitudini, a causa delle bizze infuocate di un imperioso e impassibile ghiacciaio islandese. Inoltre, enormi flussi di denaro, quotidianamente abituati a muoversi avidamente entro i confini del mondo liberista, finalmente bloccati. Quanto avvenuto in quella settimana di aprile ci dà la misura dello spaventoso grado di frenesia che fa da ministro alla vita di tutti i giorni dell’uomo moderno. Un sistema convulso, quotidiano protagonista dello spostamento di uomini, veloce ed ineffabile, che si regge sul precario equilibrio di tutti gli elementi della terra, non solo di quelli costruiti dall’uomo ma anche di quelli della natura. E’ bastato lo schiocco di quello che in una cartina geografica rappresenta solo un minuscolo braciere situato lassù, in uno strano anfratto isolano d’Europa che emerge da freddi mari, per sconvolgere il sistema e minarlo alle sue basi. E’ bastato un sbuffo di vulcano per mettere in ginocchio il turbo-capitalismo: la natura che umilia con gesto serafico ma perentorio la superbia umana. E’ bastato ciò per farci comprendere quanto precaria sia la conduzione della nostra vita, per farci comprendere l’estremo bisogno dei continui spostamenti, delle migrazioni; l’uomo, ramingo contemporaneo, fonda la propria ragion d’essere su questo delirio di movimenti, sul nomadismo estremizzato che lo fa turista, lo fa imprenditore, lo fa manager, lo fa pendolare, lo fa insomma costretto a spostarsi su vasta scala sino a fargli perdere un punto di partenza, finanche l’origine di se stesso.
L’uomo ha voluto piegare il mondo a questo bisogno zingaro e isterico al tempo stesso che si è auto-imposto ed ha finito per perdere un centro, un riferimento. Tutto è votato al profitto, al continuo alimentare questa propensione al movimento impazzito a tal punto da non lasciar spazio alla contemplazione che il benché minimo inceppamento possa causare danni irreparabili. Basti pensare al nostro caso: gli aeroporti vengono ideati per un traffico aereo di grosse proporzioni, implicando la presenza quotidiana di quantità straordinarie di uomini, ma non vengono studiate le eventualità che qualche calamità possa improvvisamente costringere alla sospensione del traffico aereo e, dunque, non si lavora su soluzioni d’emergenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la trasformazione di questi modernissimi agglomerati di cemento in un qualcosa di molto simile ai campi profughi. L’uomo, ridotto a questa infinita condizione di mobilità, ha finito per trasformarsi da mangiatore di tempo a mangiatore di spazio: se in passato gli anni, i decenni, perfino i secoli passavano senza conoscere grandi mutamenti nella conduzione di vita dell’uomo, oggi il frenetico sviluppo tecnologico ci propone continui e assidui cambiamenti e l’ampio volume di traffico comporta una mole di spostamenti, anche da un capo all’altro del globo, oramai incontrollabile. Se nel passato tramandare valori era più facile, un gesto sacrosanto e del tutto naturale, che poteva avvenire senza che i cambiamenti lo impedissero proponendo nuove morali; oggi a repentaglio è messo lo stesso contatto fisico con la terra che custodisce le nostre radici, recise le quali non ci resta che questo vagare indegno e senza meta, in balia degli eventi e non più padroni del nostro avvenire.
Se gli antichi riuscivano a stabilire un rapporto di armonia con la propria terra, a prevedere e dunque a prendere le contromisure rispetto ai cataclismi della natura (magari spiegando il tutto attraverso il mito, dal dio Vulcano a Caco, ma più semplicemente approcciandosi ad ogni creazione di Dio con spirito umano e non con empia autorità arrogante e distruttrice), oggi i nostri contemporanei fanno affidamento alle sole divinità che il loro animo corrotto conosce: gli ottusi concetti di progresso, che si basa sull’utilizzo imprescindibile di ermetici strumenti tecnologici, e di profitto, che non conosce altro intendimento che non sia il vil denaro.
Dalle viscere della terra nella solitaria e antica isola d’Islanda un fremito ancestrale ha scosso le arroganti convinzioni dell’uomo moderno: un tripudio di fuoco e una nube di cenere sono il monito che dovremmo ascoltare con ridestata umiltà.
http://assculturalezenit.spaces.live.com
martedì 4 maggio 2010
BOBBY SANDS MARTIRE D'EUROPA.
Bobby Sands, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine, Martin Hurson, Kevin Lynch, Francis Hughes, Joe McDonnell, Pasty O’Hara e Raymond McCreesh ci hanno lasciato l’esempio di persone in grado di combattere fino a morire per la propria libertà. Onore.
Controvento
Nuova offensiva Karen.
E' stato un reparto di élite della 2a Brigata dell'Esercito di Liberazione Karen ad attaccare tre giorni fa il cantiere di una grande diga in costruzione nella divisione di Bago, provocando il ferimento di quattro uomini tra il personale del progetto.
La diga di Thaukyegat è di proprietà della Asia World Construction, una compagnia birmana coinvolta anche nella costruzione di un altro impianto idroelettrico, quello di Myitsone, nello stato Kachin, preso di mira da una serie di sabotaggi negli ultimi quindici giorni.
Gli attacchi rispondono alla politica di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali delle regioni orientali della Birmania da parte della giunta militare, che svende elettricità alle “affamate” industrie indiane e cinesi, in costante espansione di consumi energetici.
La rivendicazione dell'attacco è arrivata da Mae Ae Sein, comandante della seconda Brigata del KNLA: “La costruzione della diga metterebbe in serio pericolo decine di migliaia di persone in questo distretto - ha dichiarato il comandante - Abbiamo assistito ad una massiccia militarizzazione dell'intera regione, con la conseguenza che la popolazione civile ha dovuto subire soprusi, uccisioni, torture e deportazioni”.
Intanto sale la tensione tra alcuni reparti della milizia collaborazionista del DKBA e le truppe di Rangoon. Diversi comandanti della fazione Karen che dal '94 aveva deciso di collaborare con le truppe di occupazione, hanno opposto un deciso rifiuto al disegno della giunta di inquadrarli assieme ai loro uomini in una Guardia di Frontiera alle dirette dipendenze di ufficiali birmani. Scaduto l'ultimatum del regime per l'accettazione della proposta, diversi battaglioni birmani sono entrati nelle zone finora affidate al controllo del DKBA, lungo il confine con la Thailandia, probabilmente per una dimostrazione di forza che possa convincere i miliziani riottosi a cambiare posizione. Numerosi civili hanno lasciato le loro abitazioni perché a quanto pare si sarebbero verificati già degli scontri.
In questi stessi giorni, anche altri gruppi armati che da molti anni avevano un accordo di cessate il fuoco con il regime di Rangoon hanno respinto la proposta birmana di inquadramento nelle forze di frontiera, ed ora si stanno preparando ad affrontare uno scontro con l'esercito, che ritengono molto probabile. In particolare, le forze armate degli Shan e degli Wa stanno allertando le loro truppe, che complessivamente contano più di 40.000 elementi.
www.comunitapopoli.org
giovedì 29 aprile 2010
Le insopportabili sofferenze dei prigionieri palestinesi.
Gaza - Da www.infopal.it Le condizioni dei prigionieri palestinesi detenuti all’interno delle carceri degli occupanti israeliani peggiorano di giorno in giorno. L’amministrazione carceraria sionista continua ad oltraggiare i loro diritti. In contravvenzione alla legislazione internazionale sui diritti umani, i prigionieri palestinesi vengono sottoposti a misure repressive e a persecuzioni. Parallelemente, anche i familiari dei detenuti palestinesi subiscono varie pressioni psicologiche e fisiche. Le difficili condizioni di detenzione, infine, rendono arduo poter condurre una vita normale una volta fuori dalla prigione.
Essere malati: la peggiore delle torture
Oggi, i prigionieri palestinesi malati sono 1.600: 16 sono malati di cancro, 23 sono ricoverati ad oltranza nell’ospedale del carcere di al-Ramla, 187 sono malati cronici, 800 hanno malattie incurabili o sono invalidi e, all’interno delle carceri, possono muoversi unicamente con l’ausilio sedie a rotelle o stampelle. Nonostante il loro gravissimo stato, l’amministrazione carceraria sionista non li considera e non fornisce loro le necessarie cure mediche o altri servizi sanitari. Le autorità carcerarie sioniste considerano prigionieri e detenuti palestinesi sofferenti o disabili al pari del resto dei detenuti e, come fanno con questi ultimi, li sottopongono alle medesime misure aggressive e negano loro qualunque diritto umanitario o medico - di base.
In una comunicazione giunta all’Organizzazione dei Prigionieri Wa’ed e proveniente dalle prigioni sioniste, i prigionieri palestinesi hanno raccontato di come il loro stato di detenzione stia peggiorando, con particolare riferimento ai malati. Vi viene esposto il caso del detenuto palestinese Mohammed Mustafa ‘Abd Al-‘Aziz, 32 anni, rimasto completamente paralizzato dopo tre interventi subiti alla schiena. Ogni giorno di detenzione in più per Mohammed comporta un aggravamento progressivo delle sue condizioni di salute.
Pur avendo scontato ad oggi un terzo della pena (Mohammed si trova in detenzione da 10 anni e sconta una condanna a 12 anni), l’amministrazione carceraria israeliana si rifiuta di rilasciarlo. Il suo caso è grave ed urgente; non riesce a muoversi e, poiché le autorità carcerarie non provvedono nessuna assistenza, Mohammed non riesce nemmeno a lavarsi.
Non gli è stato riconosciuto il diritto a vivere nemmeno quando il medico del carcere ha confermato la sua condizione. Mohammed fu arrestato il 2/7/2000 presso il checkpoint di Eretz mentre si recava in Cisgiordania per curarsi un piede.
Il prigioniero palestinese Akram Al-Rikhawi rischia la vita ogni giorno. Prima del suo arresto era ricoverato in Egitto e, ogni sei mesi, doveva sottoporsi ad un trattamento medico che consisteva in un’iniezione. Dopo un iniziale rifiuto, solo in un secondo periodo le autorità carcerarie hanno permesso ai familiari di fornigli la vitale iniezione. Questo almeno fino a quando riuscivano a visitarlo; ma con il divieto imposto attualmente sulle visite, Akram rischia di morire.
Tra i casi sanitari più gravi ricordiamo: Ra’ed Mohammed Dar Bihi, di Gaza, ha un grave tumore alla schiena ed ha subito numerosi interventi; ‘Emad Id-Din ‘Ata Zo’ran, di Khan Younis, per il quale la Corte ha disposto l’ergastolo. ‘Emad ha un tumore alle ghiandole, diffuso in tutto l’organismo e, ad oggi, ha scontato 16 anni di prigione.
Le patologie dei prigionieri palestinesi malati
Ulcera, patologie che interessano la spina dorsale, malattie ai denti, alla pelle, disfunzioni cardiache, polmonari ed articolari, abbassamento della vista (o ipovisione), diabete, emorragie, alcuni rischiano paralisi e ictus (malattie vascolari), malattie virali (infezioni), cancri a vari organi e malattie psichiche e psicologiche conseguenti a tortura.
L’isolamento e i “bunker”
Nella comunicazione scritta, i prigionieri hanno ricordato l’estrema condizione degli isolamenti. Senza alcuna ventilazione, le celle destinate agli isolamenti sono simili a bunker sulle cui porte vi è una minuscola fessura che tuttavia resta sempre chiusa.
Le celle sono separate, i prigionieri non possono comunicare tra loro, come non riescono a rivolgersi alle guardie carcerarie. Qualunque tentativo di comunicazione è proibito contro il pagamento di una multa. Le celle d’isolamento sono simili a “tombe” come riportano i prigionieri, e si registra una crescente aggressività da parte delle autorità carcerarie contro i detenuti isolati.
Diciotto detenuti in isolamento
Tra essi, il leader Ahmed Sa’daat, Yahya Sanawar, sofferente, Thabet Mardawi, Hassan Salama, Ahmed Al-Maghrabi, ‘Abdallah Al-Barghouthi, Mohammed Gamal Abu Al-Hija, Mahmoud Al-‘Eisa, Saleh Dar Mousa, Hisham Al-Sharbati, Mahawash Na’maat, ‘Atwa Al-‘Umur, Eyad Abu Al-Husna, Muhannad Shreim, ‘Ahed Ghalma. Tra questi nomi, ricordiamo pure in isolamento la prigioniera Wafa’ Al-Bas della Striscia di Gaza.
Taglio dell’acqua: punizione collettiva contro i prigionieri palestinesi
Tra le misure repressive adottate dalle autorità carcerarie israeliane vi è il taglio dell’acqua ai prigionieri. Il pretesto avanzato questa volta è la scarsità di rifornimenti idrici conseguente anche al continuo scorrere dei rubinetti, spesso tutta la notte, da parte dei prigionieri. Simili accuse, sono state sollevate da un membro della Knesset, militante del partito Likud, Danny Danon, che avrebbe suggerito di inasprire il trattamento verso i prigionieri palestinesi contro un miglioramento delle condizioni dei detenuti ebrei.
Le sofferenze dei prigionieri palestinesi conseguenti alla scarsità di acqua riguardano in particolare le prigioni del Negev e di Megiddo (site nel deserto), dove l’amministrazione carceraria ha eseguito dei lavori alle condutture idriche che interessano i bagni.
Il rifornimento d'acqua viene strumentalizzato e può diventare anche un metodo di tortura contro i prigionieri palestinesi; d’inverno viene ridotta l’acqua calda e spesso non viene erogata per intere giornate. Per converso, d’estate si riduce l’acqua fredda o, nelle prigioni site nel deserto, viene erogata acqua calda! Tra le altre cose, si è riportata l’erogazione di acqua contaminata e/o sporca e la mancata distribuzione degli aiuti destinati ai prigionieri palestinesi e provenienti dagli Stati Uniti.
I bambini palestinesi detenuti e la tortura
Le autorità d’occupazione israeliane violano i diritti sull’infanzia così come stabiliti da numerose leggi e convenzioni internazionali: primo fra tutti il diritto a godere della propria libertà a prescindere dalla religione, dalla nazionalità e dal genere.
Tra questi diritti, inoltre: quello a non essere arrestati (privati della libertà), a conoscere il capo d'imputazione (nel caso avvenga l’arresto), il diritto ad essere assistiti e a comunicare alla famiglia il luogo in cui è detenuto il proprio bambino, il diritto ad incontrare un giudice, ad avere una difesa, ad avere contatto con l’esterno e ad un trattamento umano e dignitoso.
I bambini palestinesi, invece, vengono arrestati ad ogni checkpoint israeliano, vengono rapiti nelle proprie abitazioni, interrogati e sottoposti ad umiliazioni e ad aggressioni verbali e non solo. Alle loro famiglie non viene comunicata alcuna informazione relativa all’arresto (come dovrebbe essere, per legge, il luogo in cui il proprio bambino viene portato).
Statistiche sui bambini palestinesi
Le fonti sui prigionieri palestinesi mostrano che dall’inizio dell’Intifada di al-Aqsa i bambini arrestati dalle forze d’occupazione israeliane sono stati 3.500, tra cui 7 bambine.
Contro i bambini palestinesi detenuti, Israele mette in atto violazioni alle leggi internazionali.
Essi sono distribuiti come segue: 104 si trovano nella prigionie di Telmond, 80 ad Ofer, 38 nel Negev e 54 a Megiddo.
Il resto è distribuito tra i vari centri d'investigazione e detenzione israeliani. Nel 2005 ne sono arrestati 97.
450 hanno compiuto i 18 anni in stato di detenzione, ed essi sono ancora all’interno delle prigioni israeliane: quest’ultimo dato riguarda il 99% dei bambini palestinesi arrestati.
Violazioni della legge
Il governo di Israele esegue una politica di discriminazione contro i bambini palestinesi, i quali, in base all’Ordinanza militare n° 132, emessa da un comandante delle forze sioniste in Cisgiordania. L’Ordinanza definisce "fanciulli" i bambini al di sotto dei 16 anni, contro l’art. 1 della Convenzione sull’Infanzia che dispone invece un limite d’età di 18 anni: “Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un'età inferiore a diciott'anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”.
Persecuzioni ed oppressione
34 prigionieri palestinesi vivono in condizioni di particolare oppressione da parte delle autorità carcerarie israeliane e sono vittime di terrore e violente persecuzioni.
L’organizzazione per i prigionieri Wa’ed riporta casi di particolare gravità: quello della prigioniera Amal Jama’a, la quale attualmente soffre di emorragie e non ha la possibiltà di essere visitata da un medico donna; una necessità che riguarderebbe tutte le detenute.
Altre prigioniere palestinesi hanno infezioni alle vie urinarie e non ricevono alcuna cura. Sana’ Shahada e Qahera Al-Sa’edi soffrono di sanguinamento alle gengive ed hanno seri problemi ai denti. Entrambe hanno richiesto, più volte, un dentista senza alcuna risposta.
A causa delle ripercussioni psicologiche, le prigioniere accusano insonnia e le autorità carcerarie israeliane, da un lato le imbottiscono di pericolosi sonniferi, dall’altro lato proibiscono qualunque controllo medico. Ciò rappresenta un’altra violazione ed è l’ennesimo insulto alle loro vite.
La detenuta Raja’ Al-Ghol soffre di cuore e, per la terza volta, la detenzione amministrativa in cui si trova è stata prorogata. Un’altra prigioniera ha una malattia alla tiroide che le sta causando la perdita dei capelli e forti dolori alla schiena per via delle numerose ore in cui è costretta a letto.
Visite in manette
Le visite a detenute e prigioniere palestinesi vengono vietate anche con il pretesto della mancanza di un rapporto familiare; questo criterio però è stato adottato anche in casi in cui la richiesta di visita perveniva da madri e padri delle detenute.
Vediamo il caso della detenuta Ahlam Mahroum: le stata vietata la visita dei genitori che si trovano in Giordania (Ahlam è della Cisgiordania), e per l’intero periodo di detenzione ha potuto ricevere solo una visita, dopodiché il permesso in questione è stato sequestrato presso uno dei checkpoint di Ramallah.
Qualora le visite vengano permesse, detenute e prigioniere palestinesi vengono ammanettate alle mani e ai piedi (sopratutto le ergastolane!), e questa misura provoca danni e sofferenze psicologiche alle detenute come ai relativi familiari.
Un viaggio crudele
Le prigioniere hanno raccontato quanto avviene prima di essere condotte in tribunale. Vengono perquisite, denudate ed umiliate, fatte salire su un autobus, ammanettate e bendate.
Il bus, “la posta”, è vecchio e strettissimo e le trasporta dal carcere di Hasharon verso il tribunale di Salem o quello di Ofer per un tragitto che dura da tre a quattro giorni, quando la stessa distanza può essere ricoperta in mezz’ora.
I soldati israeliani tengono le detenute in questo bus, “la posta”, per lungo tempo, lasciandole all’oscuro di tutto. Vengono poi condotte in strettissime celle, senza possibilità di movimento, dove vi restano finché non sopraggiungono detenute da altre prigioni.