lunedì 12 ottobre 2009

Il valore di un Nobel.

Il vincitore del festival di Sanremo non è il miglior cantante così come chi si aggiudica l’Oscar non è il miglior attore, nessuno pensa che sia così, è solo spettacolo. Anche il premio Nobel, da molti anni, è ormai solo spettacolo, uno spettacolo anche peggiore della nostrana rassegna canora. I premi scientifici vengono spesso “pilotati” dalle potenti lobby industriali e farmaceutiche che vedono nel riconoscimento dell’accademia svedese un fenomenale trampolino di lancio per i loro prodotti e non è un mistero che esistano manager delle relazioni esterne dedicati a tempo pieno alla “sensibilizzazione” della commissione giudicante. La politica entra invece pesantemente in gioco per aggiudicare il Nobel per la letteratura (ovviamente l’autore premiato deve essere politically correct), ma il peggio del peggio è stato visto in tema di Nobel per la pace.

Il vincitore per il 2009, del tutto a sorpresa, è stato Obama per “i suoi straordinari sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli”. Una scelta almeno discutibile visto che il presidente Usa mantiene ancora schierate le sue truppe in Iraq, prosegue la guerra in Afghanistan, anzi coinvolgendo nei raid anche il Pakistan, prosegue le azione militari in Somalia mentre soldati Usa combattono nelle Filippine. Se tutto ciò non fosse sufficiente a rendere stravagante un Nobel per la pace, possiamo aggiungere Consiglieri e addestratori militari Usa che continuano a operare su molti altri fronti di guerra: nel sud della Thailandia (contro i separatisti islamici di Pattani, anche loro accusati di legami con Al Qaida), in Georgia (contro i separatisti osseti e abkhazi sostenuti dalla Russia), in Colombia (contro i guerriglieri delle Farc), in Niger, Mali e Tunisia (contro le cellule locali di Al Qaida nel Maghreb Islamico) e in Yemen (contro le milizie di Al Qaida nella Penisola Araba dello sceicco Nasir al-Wahayshi).

Obama è però certamente un degno successore del premio Nobel 2008, quel Martti Ahtisaari, ex presidente della Repubblica finlandese ed ex inviato dell’Onu per il Kosovo dove brillò per il suo atteggiamento anti serbo e per il suo spregiudicato sostegno ai terroristi albanesi.

Volendo è stato però fatto anche di peggio, di molto peggio, quando nel 1978 il Premio Nobel per la Pace venne assegnato a Menachem Begin. Nella sua biografia scopriamo che nel 1946 aderisce alla Irgun Zvai Leumi, di cui diventa ben presto il capo. Organizza e dirige l’attività terroristica della Irgun, sia contro gli arabi che contro gli inglesi. Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto. Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l’hotel King David provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l’hotel era adibito a ospedale militare). Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese. Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in una azione intimidatoria terrorista. Due giorni dopo lancia un’altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme. Il 12 luglio 1947 con alcuni compagni rapisce due sottufficiali inglesi appena ventenni, li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti. Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay’s Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio. Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale inglese di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti. Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l’azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l’uccisione a sangue freddo di tutti e 254 i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce.

Questo è il valore di un Nobel per la pace.

Ora attendiamo solo per il 2010 il Nobel per la letteratura ad Antonio Di Pietro.



Articolo di Decio Siluro, tratto da: www.rinascita.info

domenica 11 ottobre 2009

Costumi moderni: l’intoccabilità degli idoli della tv…

Alla fine del mese scorso una notizia scuote il mondo della cinematografia: Roman Polanski, uno dei registi più osannati dall'ambiente, viene arrestato all'arrivo in Svizzera, laddove si era recato per ritirare l'ennesimo premio alla carriera. La causa dell'inconveniente è una vecchia storia, risalente al 1978 quando il grande regista drogò e violentò una bambina di 13 anni, Samantha Geimer, ammettendo successivamente l'accaduto, ma sostenendo che la ragazza fosse consenziente. Dopo pochi giorni di carcere Polanski riuscì a fuggire verso la comprensiva Francia, da sempre approdo certo per la più svariata gamma di esuli. Ora, lungi da noi procedere con un approccio eccessivamente giustizialista, anche perchè commutare lo stupro di un' adolescente in pena è davvero cosa ardua, più sensato è tuttavia analizzare il processo mentale per cui la società accetta alcuni comportamenti e ne condanna degli altri, concede etichette d'intoccabilità ad alcune caste e fa delle crociate per "debellarne" altre. Il fatto che l'olimpo dello spettacolo si schieri "senza se e senza ma" contro la possibile estradizione del regista, che la diplomazia degli stati di cui Polanski è cittadino, ossia Francia e Polonia, si prodighi nell'inviare missive ufficiali a Hilary Clinton per chiederne la grazia e che l'informazione tenda a difendere quello che fu un povero bimbo fuggito dai campi di concentramento, è indicativo della miseria umana e della forte ipocrisia della società occidentale, che da un lato introduce il reato di "stalking", facendo sì possa divenire motivo di condanna una innocua chiamata di troppo all'amata che non condivide più tale sentimento, e tende a creare personaggi a cui si possa perdonare la sodomizzazione di una tredicenne. Tornando a Polanski e al suo mito, per comprendere come la cultura post-moderna sia deviata, è utile ricordare come tale personaggio abbia potuto crearsi quest'alone di santità. A livello cinematografico due sono i cavalli di battaglia di Polanski: "Rosemary's Baby" e "Il pianista".Il primo film intreccia una vicenda quantomeno inquietante, che ci vede spettatori di sabba satanici e della nascita del figlio del diavolo; rappresentazioni molto esplicite dei rituali, chiari richiami alla magia nera e, come ciliegina sulla torta, un' apologia finale per la nascita dell'anticristo, acclamato come colui che porterà l'egualitarismo nel mondo. Molto curiosa è la citazione tra i ringraziamenti al fondatore della "chiesa di satana", tal Anton LaVey. Dopo tre anni dall'uscita del film, a portare nuova linfa alla fama del regista, fu la tragedia che scosse la sua famiglia: un gruppo pseudo-satanista, introdottosi nella villa di Polanski, massacrò efferatamente, in sua assenza, la bellissima moglie (l'attrice Sharon Tate) all'ottavo mese di gravidanza. Quest'episodio rimase sempre avvolto nel mistero e fu bollato come l'atto di un gruppo di pazzi, Charles Manson e la sua banda. L'altro film , "Il pianista", tratta invece le vicende di un ebreo durante l'olocausto, tema conseguentemente portatore di  sicuro guadagno, sicura fama e gloria, tanto più se l'artefice è chi in tenera età visse in prima persona quel dramma. Secondo un nostro soggettivissimo giudizio, la collettività ha veramente pochi motivi per ringraziare Polanski, eppure sembrerebbe l’opinione pubblica non essere dello stesso avviso. Forse al Berlusca sarebbe bastato girare un paio di film in maniera oculata, piuttosto che spendersi in mille fatiche, per garantirsi l'approvazione del "lodo Alfano". Del resto, ciò che sostengono esimi attori universalmente apprezzati (per es. Monica Bellucci) non è forse che i meriti professionali del grande regista Polanski siano sufficienti per concedere una grazia, un perdono allo stupratore Polanski? Questa vicenda del mondo moderno ci fa comprendere come siano lontani i tempi in cui regnanti molto più savi, considerando la cinematografia come "l'arma più potente", erano soliti intervenire e censurare laddove un messaggio palesemente negativo per la collettività fosse contenuto in pellicole prossime alla proiezione. Così, a farne le spese nella Germania degli anni '30 fu uno che aveva tutti i crismi per essere un intoccabile, Fritz Lang. Esso era all'epoca, se non il migliore, uno dei più grandi registi a livello mondiale, Hollywood era ai primordi e l'espressionismo tedesco rappresentava l'avanguardia della cinematografia mondiale. Lang oltretutto era l'autore della pellicola preferita dal Fuhrer: Metropolis. Il finale di questo film, strabiliante per gli effetti speciali e avvincente per la trama, descrive una società futuristica e immaginaria, e termina con l'incontro tra il proprietario d'azienda e l'operaio… "Cervello e braccia sono inutili se non è il cuore a mediare", questa frase finale del film colpì molto Hitler che tenne sempre in grande considerazione tale regista. Tuttavia, qualche anno dopo si trovò costretto a non consentire l'uscita di due film socialmente inadeguati: "Il dottor Mancuse" e "Il mostro di Dusseldorf". In particolare il secondo narrava le vicende di uno stupratore e uccisore di bambine e terminava con un messaggio di comprensione verso l'individuo malato. Questo non può tuttavia essere tollerato da qualsivoglia Stato etico per due motivi: all’errore  dell’individuo viene riservato un grado di comprensione tale per cui il danno che egli può arrecare alla collettività viene trascurato; dunque si lancia un input poco raccomandabile ad una moltitudine di persone, certamente comprensiva anche di menti più o meno deboli, soggette ad essere persuase e suggestionabili, non certo pronte a recepire con indifferenza messaggi così delicati. Al tempo stesso a Lang fu offerta una carica al ministero della propaganda ma egli,  convinto di essere vittima di un complotto, decise di fuggire oltreoceano. A riprova della bontà della proposta del Fuhrer, la carica venne affidata alla moglie di Lang, che decise di rimanere in Germania e di non seguire le scelte del marito. Ora, la differenza tra chi subordina l'intrattenimento all'educazione sociale, tra chi reputa un messaggio di comprensione verso un reato eticamente  molto grave e chi ne difende l'esecutore, in quanto permeato dall'alone di intoccabilità datogli dall'averci mostrato nei proprio film come si stringono patti demoniaci, pare evidente. Ad essere in ballo non è la legittimità dell'estradizione di Polanski, bensì l'ipocrisia di una società fucina di falsi miti in cui l'intrattenimento, i giullari, i vip dello spettacolo la fanno da padroni. Idolatrati a tal punto da non essere considerati imputabili per un reato come quello pedofilo. Chiunque altro fosse stato accusato di tale reato, anche se non reo-confesso come il famoso regista, seppur con minori prove a carico, sarebbe vittima di linciaggio mediatico. Ma i nostri miti non si toccano, anche a costo di mentirsi, di screditarsi. Così come già successo in altri casi, a torto o a ragione, in questi casi si difende un idolo, un intoccabile. Intoccabili creati artificialmente, secondo criteri soggettivi nei salotti e propinati agli spettatori del circo mediatico con lo scopo di distrarre. La società pluralista, multietnica, precaria distrae, senza avere un riferimento, un centro, bensì dilatandosi caoticamente tra labirinti catodici; gli idoli che emergono da questa miseria non possono che essere squallidi intrattenitori.


 


Associazione Culturale Zenit

venerdì 9 ottobre 2009

Ernesto Guevara, 9 ottobre 1967 - 9 ottobre 2009

Quarantadue anni fa veniva ucciso Guevara.

Aveva scelto la guerriglia e l'avventura, il romanticismo e la morte.



giovedì 8 ottobre 2009

Comunità Solidarista Popoli. Per i Karen.

Parliamo oggi di una organizzazione umanitaria un po’ particolare…la Comunità Solidarista Popoli Onlus, nata a Verona nel febbraio del 2001. Sua finalità è quella di aiutare concretamente le persone in gravi difficoltà generate dalle guerre, epidemie, povertà, calamità naturali.



«L’organizzazione indirizza i suoi interventi verso popolazioni che ritiene particolarmente meritevoli di aiuto sulla base di caratteristiche etiche, morali e spirituali, privilegiando quei gruppi umani costretti a lottare per difendere la propria indipendenza, i propri valori tradizionali, la propria identità. In contrasto con la tendenza all’omologazione culturale dei popoli, incoraggiata da lusinghe o ricatti economici quando non imposta con la forza delle armi, la Comunità Solidarista Popoli riconosce nel principio della preservazione delle diversità, la condizione indispensabile al contenimento degli evidenti squilibri e delle profonde ingiustizie provocate dal nuovo ordine mondiale». Ed i numeri delle attività svolte dimostrano tutto il peso dell’azione. In Birmania (Myanmar) dal lontano 1994 ad oggi Popoli mantiene in funzione 4 cliniche mobili (”Carlo Terracciano“, “Boe Wae Hta“, “Mu Aye Pu“, Kay Pu) e 3 scuole con 6 insegnanti per circa 200 bambini nella giungla birmana (regione di Dooplaya) allo scopo di aiutare l’etnia dei Karen, completamente in balia dei narcotrafficanti di Rangoon, del regime locale e delle multinazionali di turno affaristico in loco. Sono circa 500.000 i karen profughi interni, sottoposti a vessazioni ed alla minaccia di genocidio e l’attività dei nostri si svolge in perimetri di guerra il cui accesso è completamente vietato alle organizzazioni umanitarie. Negli ultimi anni sono vertiginosamente aumentate le violenze scatenatesi verso questo popolo che si batte contro la produzione ed il traffico di droga e per la propria indipendenza. Più di 30 operatori sanitari lavorano a pieno ritmo per prestare aiuto, totalmente gratuito, alla gente inerme. Inoltre sono diverse le spedizioni di farmaci e strumenti sanitari ed ulteriori progetti in fase di realizzazione. In Afghanistan, nel 2004, la Comunità ha avviato un nuovo progetto a favore delle vittime della guerra. Dopo anni ed anni di aggressioni condotte da U.R.S.S.,  Pakistan e U.S.A., il paese ancora subisce le gravi conseguenze dei diversi tentativi di conquista da parte di potenze straniere. «Qualcuno ci ha detto: “Non condivido le vostre idee”. Qualcun altro: “Fate solo dell’elemosina”. Altri ci hanno accusato di “aiutare musi gialli e musulmani”. Non crediamo di dover dare ancora spiegazioni circa le nostre idee, pensiamo che il nostro compito sia quello di continuare con i fatti. Non crediamo di fare dell’elemosina, un gesto fine a se stesso che sistema solo la coscienza di chi lo compie e perpetua lo stato passivo del mendicante, bensì di sostenere un Popolo che lotta attivamente ed orgogliosamente per il diritto sacro ed inviolabile della difesa della terra e degli avi e contro la produzione e il commercio della droga. In quanto a “musi gialli e musulmani”, beh, difficile rispondere ad un “non concetto” di tale portata…. Vogliamo solo dirvi che è grazie al vostro sostegno che Popoli può far parlare i fatti, e ricevere in cambio parole di ringraziamento come quelle inviateci dai responsabili del settore sanitario Karen. Che a nome del loro popolo essi dedicano, non a caso, a tutti i sostenitori della comunità solidarista». Sostenendo Popoli, aiutiamo chi soffre ed in special modo tutto il Popolo Karen a resistere alle logiche spietate del traffico della droga e ad affermare i concetti di autodeterminazione e libertà. Affinché si realizzi l’agognato desiderio dello: 0% DROGA 100% IDENTITÀ.



Per avere un effettivo quadro della realtà abbiamo incontrato Franco Nerozzi, giornalista di guerra e fondatore di Popoli, che ringraziamo per la sua indefessa azione umanitaria assieme a tutti coloro che lo accompagnano, tra i quali Cinzia Minucci, responsabile di Popoli a Marino (Rm). Entrambi sono, appunto, rientrati da poco in Italia.



Nerozzi, ci vuole parlare della Birmania? Paese estremamente difficile, complesso, pericoloso… Perché? E chi sono i Karen?

La Birmania è un Paese pericoloso innanzitutto per chi ci abita. E non parlo tanto di quella parte di popolazione di etnia comunemente indicata come “birmana”. Parlo soprattutto dell’altra metà dei suoi abitanti, appartenenti a gruppi etnico-linguistici differenti dal maggioritario e desiderosi di ottenere una certa autonomia dal potere centrale. Sono veri e propri Popoli separati, che erano stati inglobati forzatamente dall’entità coloniale dominata dalla Gran Bretagna nel 19° secolo, e che, nella fase della decolonizzazione aspiravano alla loro legittima indipendenza. Tra questi i Karen, principale gruppo per numero e per importanza. Il trattato che avrebbe loro garantito la libertà venne ignorato dal governo postcoloniale birmano, il quale iniziò una campagna contro questo popolo antichissimo, giunto in quelle terre 2.700 anni fa. La reazione dei Karen portò ad una guerra che dura tutt’ora.

Le sue impressioni di viaggio e sulla missione che si è appena conclusa?

Ogni missione compiuta tra i Karen lascia un sentimento misto di gioia e di sconforto. Anche quella appena conclusa mi ha fatto pensare che i nostri amici Karen meritano tutto il nostro sostegno per la determinazione e il coraggio con cui portano avanti la loro lotta per la libertà. Poveri, denutriti, male armati. Eppure ancora rigorosi nel rifiutare produzione e traffico di droga come possibile fonte di approvvigionamento di risorse necessarie alla loro sopravvivenza. Ecco quindi la gioia di incontrare gente che pur nella sua semplicità e direi quasi primitività, ci dà lezioni di etica e di reale impegno rivoluzionario. C’è poi però lo sconforto nel rendersi conto che poco o nulla viene fatto per sostenere concretamente la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone che si nascondono nella giungla per sfuggire alla repressione del regime di Rangoon. L’attenzione internazionale è concentrata sulla situazione politica interna della Birmania, sulla domanda di democrazia, sulle istanze impugnate da Aung San Suu Kyi. Ma la lotta dei gruppi etnici sembra non interessare a nessuno.

Come procedono le attività militari, paramilitari e sanitarie sul territorio?

Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una progressiva avanzate delle truppe birmane e dei loro “cani da guardia”, le milizie collaborazioniste del DKBA, nel territorio dei Karen. Decine e decine di villaggi sono stati attaccati per poi essere incendiati od occupati dalla soldataglia, con quel pesante corollario di violenze, soprusi e stupri che accompagna queste operazioni che di militare hanno ben poco, e che definirei banditesche. L’Esercito di Liberazione Karen ha adottato la tipica condotta della guerriglia, preferendo abbandonare le postazioni fisse e quindi perdere terreno, a vantaggio della salvaguardia dei suoi uomini, che ora operano con azioni “mordi e fuggi” contro le truppe occupanti. Questa tattica ha portato a ottimi risultati: negli ultimi sei mesi il rapporto dei caduti tra esercito occupante e guerriglia patriottica era di 60 a 1 a favore dei nostri amici Karen.



Le nostre attività sanitarie hanno ovviamente risentito di questa situazione piuttosto “calda”. Nelle aree che prima coprivamo grazie alle nostre cliniche ora operiamo con dei team mobili formati da tre sanitari, che seguono i guerriglieri con zaini carichi di farmaci e strumentazione per prestare cure alla popolazione che incontrano nei diversi villaggi visitati. Una clinica lavora ancora a pieno regime, nel distretto di Mutraw, ma è a pochi chilometri da due campi militari birmani. Non so per quanto ancora riuscirà ad operare.

Di cosa ha bisogno la popolazione? Come si può aiutare?

Le offensive birmane hanno recentemente provocato la fuga dai loro villaggi di altre 7.000 persone che si aggiungono ai 500.000 profughi interni già presenti nella regione. Questi nuovi fuggitivi hanno trovato accoglienza in insediamenti provvisori curati dalla guerriglia Karen. Vivono sotto dei teli di plastica per ripararsi dalle abbondanti piogge, e non hanno cibo a sufficienza. La vera emergenza è quindi quella dell’acquisto di riso, olio, sale e qualche ortaggio per sfamare queste famiglie.



La Comunità Solidarista Popoli e “L’Uomo Libero” stanno cercando di raccogliere i fondi necessari a fronteggiare la grave situazione. Nutrire uno di questi sventurati per un mese costa circa 8 euro. I conti sono presto fatti: circa 100 euro per sfamare per un anno un profugo Karen, con una integrazione di ferro e vitamine indispensabili in una situazione come questa.

I popoli occidentali sono consapevoli di quello che sta accadendo in questa parte del mondo o come sempre rivolgono altrove lo sguardo?

I popoli occidentali, incantati dalle sirene del sistema consumistico, sono, diciamo così, un po’ distratti. I loro governi obbediscono a logiche mondialiste, per le quali l’aspetto della sofferenza umana è soltanto un insignificante dettaglio di fronte ai valori portanti, che sono quelli finanziari ed economici. Situazioni di crisi nel mondo ce ne sono a decine, ma quelle che solitamente godono dei riflettori internazionali sono le vicende in cui qualche potenza mondiale ha interessi economici o strategici. Io faccio sempre l’esempio del Kosovo. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra contro la Serbia per favorire la nascita di una nazione che è l’avamposto del traffico internazionale di droga e la base operativa delle mafie balcaniche. Gli ordini arrivavano da Washington.

A suo avviso si arriverà mai ad una risoluzione pacifica, stabile e duratura?

Fare previsioni su quello che succederà in Birmania è estremamente difficile. Gli attori in scena sono molti, e così le variabili. Cosa farà la Cina, principale sponsor del regime di Rangoon ? E le multinazionali occidentali (Total e Chevron in testa) che sfruttano le risorse energetiche del Paese e arricchiscono i generali ? E quei paesi “democratici” (Israele, Australia, Singapore, India) che fanno a gara per fornire armi, istruzione militare e “servizi finanziari” di riciclaggio alla giunta birmana ? E gli USA, che hanno già dichiarato che le sanzioni contro Rangoon non sono una buona strada per ottenere risultati e che sarebbe ora di aprire qualche spiraglio per nuovi investimenti? Personalmente credo che in tempi più o meno brevi assisteremo ad un coinvolgimento di forze democratiche nel governo birmano, con la benedizione di tutti quei paesi che hanno interesse a mantenere in sicurezza i loro affari nel paese. Aung San Suu Kyi (l’eroina birmana dei diritti civili e politici, premio Nobel nel 1991) verrà coinvolta, e l’animo dei democratici di tutto il mondo proverà sollievo. Per i popoli e i gruppi etnici in lotta per l’autodeterminazione, per la difesa del loro territorio dallo stupro delle multinazionali, per la preservazione della loro identità, temo non cambierà molto.

Per i contatti e gli aiuti come fare?

I contatti con “Popoli” avvengono attraverso e-mail all’indirizzo riportato sotto o partecipando alle iniziative che i nostri volontari realizzano in giro per l’Italia. Un grosso aiuto per noi è la destinazione del 5×1000, che può essere fatta indicando nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale della nostra Comunità: 03119750234



Se poi qualcuno volesse organizzare delle cene o delle iniziative per la raccolta di fondi dovrebbe contattarci verificando sul sito www.comunitapopoli.org quali sezioni della Comunità sono le più vicine a lui. Tengo a sottolineare che tutte le donazioni raccolte si trasformano in diretti aiuti ai nostri assistiti, e che nessun membro di “Popoli” riceve un compenso per il lavoro che svolge. Il nostro è puro volontariato.

A conclusione un suo pensiero…. un suo appello ai lettori….

Come si diceva prima molte sono le situazioni di sofferenza e di bisogno. Noi cerchiamo di privilegiare quei gruppi umani che soffrono per aver compiuto scelte etiche che avrebbero anche potuto ignorare facilitandosi l’esistenza. Parliamoci chiaramente: se i Karen si fossero piegati alle offerte di partecipazione al business della droga non avrebbero bisogno di noi. Se avessero rinunciato alla loro dignità di Popolo, accettando di fare i sudditi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero accettato di svendere la loro terra alle multinazionali, e con essa lo Spirito degli Avi, non avrebbero bisogno di noi. Se avessero imboccato la via dell’emigrazione verso i paesi più ricchi, non avrebbero bisogno di noi. Senza ipocrisia diciamo che preferiamo correre in aiuto di chi ancora si batte per restare un Popolo. Ci aspettiamo che chi condivide questa visione ci faccia avere il suo concreto sostegno.



 

Chi è Cinzia Minucci. Quando e perché si è recata in Birmania?

Cinzia Minucci, consigliere comunale indipendente di Marino, motore e pilota della “Casa della Famiglia”, struttura sociale dedicata a madri, padri e figli che abbiano l’aspirazione di vivere e contribuire allo sviluppo di sane relazioni umane e sociali  all’interno della comunità cittadina e non solo. Struttura dove si fa sport, si fa festa, si fa solidarietà. Il viaggio in Birmania è stato semplicemente questo: voler fare concretamente la conoscenza  diretta e personale dei Karen, cui da circa un anno sono dedicate molte delle azioni e donazioni delle famiglie che frequentano il nostro “centro sociale” a Marino.



Comunità Solidarista Popoli… quando li ha conosciuti e come si rapporta con loro?

L’incontro con Popoli  avvenuto lo scorso anno, nel corso di una cena di beneficenza, è stato per me un vero “colpo di fulmine”, ha impresso una svolta molto decisa alla mia attività politica, rivitalizzando  motivazioni ideali che temevo di aver perso per sempre. Immagino che ciò sia stato frutto delle idee che in Popoli si fanno azione concreta, quotidiana, reale, azione che contemporaneamente forma e trasforma chi agisce, e lo fa sia all’interno della persona, che nei rapporti con gli altri.



Le sue impressioni di viaggio e sulla   missione alla quale Lei ha partecipato?



Un’esperienza troppo breve ed incredibilmente intensa, di quelle che conserverò a lungo nel cuore, tale è l’unicità e la ricchezza di ciò che ho sperimentato. Il mio viaggio con Popoli, il mio rapido vissuto tra i Karen hanno una caratteristica indelebile: è la percezione forte, anzi fortissima di essermi sentita  finalmente “a casa”, tra amici, con uno scopo comune e possibile. Talmente concreti e reali si percepivano i valori di fiducia, lealtà, condivisione, senso di unione, utilità l’uno per l’altro. Insomma tutto ciò che inspiegabilmente abbiamo esiliato dalle nostre vite di occidentali anestetizzati. Mi sento così grata alla Comunità Solidarista Popoli, che mi ha aiutato  a superare i miei limiti, il mio attaccamento alle comodità e soprattutto a me stessa, non tanto e non solo per la faticosa camminata nella giungla quanto per l’incontro con chi vive e lotta quotidianamente per la sopravvivenza della sua gente, con scopo, fierezza, coraggio e determinazione. Può sembrare scontato, ma in realtà ciò non ha riscontro nel nostro quotidiano.



Difficoltà incontrate?



Faceva molto caldo (è la stagione delle piogge questa e l’umidità può arrivare al 90 per cento) ma questo caldo, appunto, andava poi  diminuendo man mano che si saliva, fino a trasformarsi in freddo al calar del sole. Nella giungla il fango è il vero protagonista, i sentieri sono incredibilmente scivolosi con conseguenze addirittura letali. La vita dei soldati e dei civili è puro eroismo, le privazioni sono molto difficili da descrivere.



Come si vive in Thailandia?



In Thailandia perfino i thailandesi sono sottopagati. Non hanno quasi mai copertura sanitaria e lavorano fino a 12 ore al giorno. I Karen che vivono nei campo profughi dipendono dagli aiuti umanitari e dai propri familiari che riescono a lavorare  nella zona di confine. Naturalmente sono trattati come schiavi. Lavorano per l’intero giorno e sono pagati una miseria e mangiano e dormono nello stesso posto di lavoro. La vita nel campo profughi è ai limiti di sopportazione. Manca qualsiasi servizio igienico, il sovraffollamento è  evidente e gli alimenti per il sostentamento risultano assolutamente insufficienti.



Anche per Lei, a conclusione, un suo pensiero… un suo appello ai lettori…



Vorrei riuscire a trasmettere un concetto assai semplice a chi legge: nulla è più vicino a noi, al nostro desiderio di completezza ed autenticità della battaglia che i Karen combattono per la loro libertà, per il mantenimento della propria identità, per il perpetuarsi delle loro tradizioni. È questo che abbiamo  in comune, di nobile, con gli altri uomini e donne degni di tale appellativo, è questa la vera “missione” per cui siamo al mondo, in questo caso le distanze sono puro pretesto e solo geografiche. Auguro a molti di poter vivere il mio emozionante incontro con il comandante Nerdah, un vero signore, per affabilità e cortesia; un valoroso comandante sempre al fianco dei suoi giovani soldati tutti privazioni, dignità e onore. Un punto di riferimento per i numerosi  profughi sempre sorridenti: donne bellissime, bambini dagli occhi intelligenti e svegli. Una ricchezza d’umanità imprevista e sconosciuta, l’espressione viva e vivace di una causa degna di essere sostenuta con generosità e slancio da ciascuno di noi.



Comunità Solidarista Popoli – Onlus

Via Anfiteatro, 10 – 37121 Verona

Tel. +39. 339 6054684

www.comunitapopoli.org  e-mail: info@comunitapopoli.org

Per donazione su conto postale: c/c postale n° 27183326.

Per donazione tramite bonifico bancario: IBAN: IT19R0518811703000000057192

Destinazione cinque per mille a “Popoli” indicando il codice fiscale/ partita iva n° 03119750234.

Ogni donazione dà diritto a detrazione fiscale.



Articolo di Susanna Dolci, intervista a Franco Nerozzi e Cinzia Minucci, tratto da: www.mirorenzaglia.org

martedì 6 ottobre 2009

Libera stampa e Giornalismo partecipativo nella realtà locale. [Recensione]

L'incontro-dibattito organizzato dalla Associazione Culturale Tyr Perugia, dal titolo "Libera stampa e Giornalismo partecipativo nella realtà locale", ha inizio nella sala Santa Chiara di via Tornetta, a Perugia, nel pomeriggio di sabato 3 ottobre quando ancora è in corso la manifestazione sindacale romana sulla "Libertà di stampa". Ad introdurre è Fabio Polese, vicepresidente della Associazione Tyr, che espone i temi che si andranno a trattare e presenta i relatori. Prende la parola Ettore Bertolini, giornalista perugino e direttore responsabile di una piccola ma dinamica e molto attiva testata giornalistica on line: Tifogrifo (www.tifogrifo.com). L'intervento si snoda attraverso una accurata disamina dello stato dell'informazione e i pericoli che corre la libertà della stessa, sottolineando i tentativi dei sistemi di potere di regolamentare le fonti di informazione anche con dei veri e propri bavagli, come ad esempio la proposta di legge Prodi-Levi. A seguire l'intervento di Leonardo Varasano, apprezzato opinionista de "Il Giornale dell'Umbria", collaboratore de "Il Secolo d'Italia" ed altre testate, nonché Consigliere Comunale a Perugia. L'articolato intervento prende le mosse da ciò che ritiene debba intendersi per "libertà di stampa" puntualizzando subito che la stessa non può equivalere a "libertà di sproloquio"; procede con l'esame dei rapporti fra stampa e potere analizzando l'esperienza della testata "La Voce" di Giuseppe Prezzolini, attiva dal 1908 al 1916, citandola come esempio di informazione, oltre che di gran qualità, libera e "antisistema". Infine l'intervento di Maurizio Vignaroli, direttore della testata "Perugia Free Press", attiva anche in rete, il quale punta l'obiettivo sulle esperienze delle testate "freepress", le modalità di sviluppo del giornalismo partecipativo e prende in esame le difficoltà incontrate dai giovani che intendono intraprendere l'attività giornalistica, con iter lunghi, complessi e a pagamento per accedere alla qualifica di pubblicista. Temi quindi di sicuro interesse, con interventi di spessore da parte dei relatori, al termine dei quali, un pubblico variegato ed attento, ha animato un dibattito nel corso del quale si sono ampliati e approfonditi gli argomenti trattati.



Associazione Culturale Tyr Perugia

www.controventopg.splinder.com