martedì 6 maggio 2008

IDENTITA' - TRADIZIONE - SOLIDARIETA'









10 maggio, "Popoli" a Perugia.




Sabato 10 Maggio alle ore 17.30 in via G.B. Vico - sala della circoscrizione - a Perugia presentazione della Comunità Solidarista POPOLI e conferenza/dibattito sulla situazione in Birmania e del popolo Karen che da sessanta anni, senza scendere a compromessi, lotta per la propria autodeterminazione. A seguire cena benefit pro "POPOLI".
LA TUA PRESENZA AIUTA LA LORO LOTTA!





COS'E' COMUNITA’ SOLIDARISTA POPOLI?



La "Comunità Solidarista Popoli" è costituita da un gruppo di persone che, per desiderio e sentimento comuni, ha voluto creare una associazione di aiuto umanitario che indirizzi principalmente la propria azione a favore di popoli od etnie, che, in lotta per il mantenimento della propria identità, vivano in condizioni di particolare disagio. E' scopo dell'associazione portare aiuti concreti a soggetti che si trovino in difficoltà a causa di guerre, calamità naturali od epidemie, con l'intenzione di operare autonomamente, al di fuori di qualsiasi condizionamento da parte di governi ed organizzazioni politiche. La Comunità provvede infatti alla designazione degli obiettivi su cui concentrare i propri sforzi, con l'impegno altresì di informare gli aderenti, i sostenitori e l’opinione pubblica circa i particolari degli interventi proposti. Il raggiungimento degli obiettivi passa attraverso il lancio di progetti umanitari (emergenze, lotta alla povertà) e di sviluppo (costruzione di ospedali, dispensari, scuole, centri di formazione professionale) che contribuiscano al miglioramento delle prospettive di vita delle stesse popolazioni che si trovano in situazioni di difficoltà. La copertura finanziaria di tali progetti avviene attraverso auto finanziamento degli associati attuali e futuri, e tramite raccolte di fondi, da effettuarsi con l'organizzazione di manifestazioni di beneficenza, agendo quando possibile in sinergia con altre organizzazioni umanitarie regolarmente costituite che si trovino ad operare parallelamente agli obiettivi scelti dalla nostra Comunità.



CHI E’ IL POPOLO KAREN?



I Karen, una delle principali etnie che compongono il mosaico birmano (circa sei milioni su una popolazione di 44 milioni di abitanti), lottano dal 1949 contro il governo centrale di Rangoon per ottenere l'indipendenza e preservare la loro identità. Originari delle steppe della Mongolia e degli altipiani del Tibet, i Karen arrivano nei territori che oggi costituiscono la Birmania dopo una lunga migrazione durata duemila anni. Nella loro discesa a sud scoprono i grandi fiumi Irrawaddy e Salween che si insinuano attraverso gli ultimi contrafforti della catena himalayana. Primi abitanti delle vaste pianure situate all'estuario di questi fiumi, vi si insediano nel 730 Avanti Cristo vivendo in pace per due secoli, fino all'arrivo dei Birmani che invadono le terre dei Karen costringendoli a rifugiarsi sulle montagne al confine con il Siam (l'odierna Thailandia). Inizia lo scontro tra i due popoli. Le pianure conquistate dai Birmani sono fertili, le montagne dei Karen non offrono molte risorse. La frattura si fa via via più profonda nei secoli a seguire. Durante il periodo coloniale britannico avviene la cristianizzazione di una parte della popolazione Karen per opera di missionari battisti. L'eredità dell'evangelizzazione si evidenzia in un 30% di Karen tutt'ora fedeli al Cristianesimo. Quando nel 1947 l'Inghilterra lascia la Birmania, il primo responsabile politico del nuovo paese, il Generale Aung San, propone una costituzione che prevede entro i dieci anni successivi il diritto di ogni gruppo etnico a separarsi dall'Unione e di ottenere piena indipendenza. Il disegno non viene realizzato, perché Aung San viene assassinato durante un colpo di stato che porta al governo una giunta militare che ben presto provoca la reazione armata dei Karen e delle altre etnie. Da allora, i popoli delle montagne hanno combattuto senza sosta per l'indipendenza. I Karen hanno condotto la loro lotta rinunciando per ragioni etiche ai facili guadagni derivanti dal traffico di droga, a cui si oppongono con esemplare rigore.



Associazione Culturale Tyr - Perugia



Per informazioni:

controventopg@libero.it



http://www.controventopg.splinder.com

http://www.comunitapopoli.org

Socializzazione.

La storia dimentica quello che non vale la pena ricordare. Se qualcosa del passato, nonostante tutto, continua ad essere oggetto di disputa (storica e politica...) è perché contiene valore: se non valesse nulla, nessuno si accanirebbe a negarlo (quel valore...) e nessuno, a parte gli scemi, perderebbe un attimo del suo tempo ad affermarlo... Nonostante tutto e il contrario di tutto, il fascismo agita ancora parecchie passioni, anche se non sempre per le ragioni fondamentali della sua storia vera e, soprattutto, della sua vera eredità... E l’eredità del fascismo - io credo - è scritta nel suo testamento... Si può rifiutare un’eredità in toto: perché, no? Nessuno deve essere costretto ad accettare un’eredità che non vuole... Ma se, putacaso, la rivendica... oh! allora, non si scappa: quel qualcuno deve osservare le prescrizioni della volontà testamentaria. E la prescrizione ereditaria del fascismo ha un nome solo e preciso: socializzazione...



Partiamo da un dato di fatto: la socializzazione non è una teoria, non è un dogma, non è un atto di fede... La socializzazione è una praxis. Una prassi, in quanto tale, richiede la continua messa a punto delle tecniche e delle modalità d’applicazione. Per quanto affezionati al modello che la storia del fascismo ci ha lasciato in eredità, se volessimo applicarlo (quel modello...) in maniera pedissequa, alla lettera, difficilmente lo renderemmo utilizzabile oggi: fra una società (per di più in guerra: e che guerra...) in cui le imprese industriali, agrarie e commerciali erano ancora di proprietà del capitalismo (chiamiamolo...) familiare e la società del turbocapitalismo finanziario che ha nelle organizzazioni trans e super nazionali (Fmi, Bm, etc...) e nelle banche private i veri centri di proprietà (delle imprese...), non vi sono punti di sutura talmente efficaci da rendere trasferibile, sic et simpliciter, il modello originario al nostro dato tempo... Ma quell’eredità (del fascismo, intendo...) non è una reliquia: non deve essere custodita e venerata, bensì convertita in valore di spesa corrente...



Per quanto occorre stabilire, abbrevierò la definizione di socializzazione a quel che segue:



socializzazione = divisione delle responsabilità dell’impresa (a), dei suoi utili (b) e reinvestimento produttivo e sociale del super profitto che eventualmente ne deriva (c)...



Procediamo a ritroso e partiamo dal terzo postulato (c): reinvestimento produttivo e sociale del super-profitto. Ora, in un contesto come il nostro che si fonda proprio sulla logica del super-profitto, per di più a qualunque costo, chiedere (o imporre, ammesso che lo si possa...) ai nuovi proprietari delle imprese (l’aristocrazia finanziaria di cui si diceva sopra: banche etc..) di rinunciare alla loro logica, può voler dire scatenarli nell’esercizio che gli riesce meglio: affamare stato e popolo (l’ancòra recente caso Argentina insegna...). Si può pretendere tanto? No, per il momento, non si può. Come diceva Benito Mussolini: “La natura non procede a salti... e nemmeno l’economia...”. Pretendere, in maniera estremista, tutto e subito è la chiosa di rivoluzionari destinati a rimanere per sempre allo stato infantile (così diceva, più o meno, Lenin e, infatti, il più grande reazionario di tutti i tempi, Stalin, che gli succedette, non avanzò di un millimetro sulla via del “tutto il potere ai soviet”, cioè ai consigli autonomi di impresa, anzi: retrocesse, e di molto, dalle premesse e promesse iniziali...). Il rivoluzionario adulto, invece, procede per gradi. E secondo i gradi del possibile...



Sul postulato (b): divisione degli utili, il discorso diventa possibilista. Ma, prima di inoltraci nel dettaglio, sarà bene esporre un breve excursus sulla figura dell'operaio.



L’operaio (cioè: il prestatore d’opera variamente inteso...) è stato educato e indotto (da oltre sessant’anni di proliferante persuasione liberal-socialista, yes...) a difendere due cose: il posto di lavoro fisso e il salario... Il turbocapitalismo (nell’ultimo decennio o giù di lì...) ha quasi dissuaso il prestatore dopera dal pretendere l’inalienabilità del “posto fisso”: il lavoro interinale ha ormai una voce in capitolo di bilancio (nel mercato delle imprese...) al meno pari, se non superiore, a quello del lavoro a tempo indeterminato... I sindacati istituzionali mediano quel che possono (poco e male...) ma, alla lunga (non troppo...), si arriverà alla completa (o quasi...) mobilità della forza lavoro. In media analisi, il messaggio, appena sottinteso dal turbocapitalismo, è questo: un posto di lavoro vale un altro, l’importante è il salario (cioè il reddito sicuro: sicuro almeno finché il contratto precariale lo garantisce...). Un rivoluzionario italiano, tal Mazzini Giuseppe, propagandava, invece, esattamente il contrario: rinunciare alla sicurezza del salario e pretendere, piuttosto, la piena proprietà e responsabilità (dell’operaio...) della e nell’impresa in cui è occupato. Occorrerebbe, per tanto, creare delle isole, dei modelli che incrinino la tendenza imperante: “niente-stabilità-del-posto-di-lavoro = massima sicurezza del salario”, in quest’altra formula, rivoluzionaria ed appropriata:



abolizione-del-salario (almeno di quello in progressione per scala mobile, contingenza etc, lasciando eventualmente un margine al reddito minimo garantito...) = piena proprietà dell’impresa e divisione degli utili.



Quello che va disintegrato, insomma, è il regime salariale che rende l’individuo schiavo del mercato del lavoro e non artefice della fortuna (o della sfortuna...) della SUA (nel senso di proprietà partecipe...) impresa di lavoro... E se non a tanto sia possibile giungere nell'immediato o nel prossimo futuro esiste, pur tuttavia, una mediazione già tangibilmente sperimentata in Francia ed UK, non a caso additate ad esempio dalla risoluzione del Parlamento europeo del 15.1.1998 proprio a proposito de “La promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti e ai risultati dell'impresa (compresa la partecipazione al capitale)”, e che ne sollecita l'imitazione da parte dei paesi membri inadempienti: Italia in primis. Insomma, un margine utile d’intervento c’è...



E veniamo ora al punto (a) della definizione sopra data di socializzazione: responsabilità dell’impresa.



Essere proprietari di un’impresa, significa assumersi la responsabilità della sua gestione... Che, oggi, e ieri dalla rivoluzione industriale, questa (la responsabilità di gestione dell’impresa...) sia privilegio (e onere...) assoluto del fornitore di capitale, è un avvento storico che ha sottomesso la forza-lavoro all’arbitrio di chi possiede la moneta (i soliti noti...). Situazione, questa, neanche più mediabile dallo stato, avendo (esso: lo stato...) rinunciato, secondo dettame liberista, a qualsiasi ipotesi di intervento nell’economia, se non per cedergli porzioni utili di intraprese pubbliche... Né più (mediabile, né meno...), dallo spauracchio della lotta di classe, diventata, oramai, una icona romantica assolutamente disinnescata dagli attuali assetti del potere politico-economico... Riesumarla (la lotta di classe...) non servirebbe a nulla (e neanche mi interessa...). Occorre perseguire altre vie... Per esempio, il giorno in cui: “saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione si eserciti”, come predicava Mazzini, il vizio marxista della contrapposizione di classe sarebbe un insulto alla logica... Così come pure la pretesa del capitale di essere l’unico giostraio dell’impresa... E, proprio come affermava Mazzini: dal momento in cui tutti fossimo responsabili dell’impresa economica, dal momento in cui, cioè, tutti fossimo operai, statene certi la preveggenza di Corridoni si avvererebbe e: “la questione sociale sarebbe definitivamente risolta...”. Potrei, per aggiunta, chiosare sul concetto di “operaio” - definito da Ernst Jünger - “padrone della tecnica” e, quindi, del “destino” di questo dato mondo: ma finiremmo lontani da ciò che qui importa stabilire e, quindi, glisso dal verticale (e vertiginoso...) metafisico per restare nel campo orizzontale della società. E, in questo campo, il possibile da farsi è abbastanza ampio e largamente plausibile, fin anche all’interno dell’attuale legislazione costituzionale, figuratevi un po’... L’articolo 46 della Costituzione della Repubblica italiana, infatti, recita:



“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”



Si dirà, allora: quali farfalle andiamo cercando sotto l’arco di Tito? Siamo già nell’era delle condivisione delle responsabilità (dell’azienda, dell’impresa...). Attenzione: leggete bene... L’articolo costituzionale afferma che: “il diritto dei lavoratori a collaborare (...) alla gestione delle aziende è riconosciuto (...) nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi”. Bene, anzi malissimo: si dà il caso che quelle leggi che dovrebbero stabilire “i modi e i limiti della gestione delle aziende” da parte dei lavoratori, non siano mai state promulgate. Proprio così: Una norma della Costituzione italiana è, allo stato d’oggi (dopo sessanta e più anni...), completamente inevasa per mancanza di un’adeguata legislazione applicativa... E, guarda caso, è una norma che fa la rima a baciare con alcuni concetti fondamentali del Manifesto di Verona e della Costituzione della Repubblica sociale italiana in tema di socializzazione.



Io, che non sono un esegeta della Costituzione della Repubblica italiana, non so come questo art. 46 ci sia capitato dentro. Però, c’è capitato... E, siccome c’è capitato, sarebbe il caso di chiederne l’attuazione... Sarebbe necessario, in altre parole, intraprendere l’iniziativa per una proposta di legge popolare che pretenda - sì, pretenda, porco giuda - la promulgazione di leggi idonee a renderlo operativo...



Il che, poi, non richiede nemmeno un grande sforzo di immaginazione giurisdicente: si tratterebbe solo di estendere ai lavoratori di qualsiasi impresa produttiva quanto ad oggi è previsto dall'articolo 1 della legge Legge 27 marzo 2001, n. 141 per il socio lavoratore delle cooperative e che così, nel passaggio saliente, recita:



(...)

I soci lavoratori di cooperativa:

a) concorrono alla gestione dell'impresa partecipando alla formazione degli organi sociali e alla definizione della struttura di direzione e conduzione dell'impresa;

b) partecipano alla elaborazione di programmi di sviluppo e alle decisioni concernenti le scelte strategiche, nonché alla realizzazione dei processi produttivi dell'azienda;

c) contribuiscono alla formazione del capitale sociale e partecipano al rischio d'impresa, ai risultati economici ed alle decisioni sulla loro destinazione;

d) mettono a disposizione le proprie capacità professionali anche in relazione al tipo e allo stato dell'attività svolta, nonché alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa.





È troppo? Bene: che lo vengano a dire ai cinquantamila firmatari della proposta di legge di applicazione che è auspicabile presentare al più presto. E spieghino, anche, la reiterata disattesa delle aspettative della “Carta sociale europea” che da Strasburgo, il 3 maggio 1996, nominalmente ratificata e, sempre nominalmente, messa in vigore con legge italica 9.2.1999, n. 30, al fine di “favorire il progresso economico sociale” dei paesi membri del “Consiglio d'Europa” detta:



art. 21. I lavoratori hanno diritto all'informazione ed alla consultazione in seno all'impresa.



art. 22. I lavoratori hanno diritto di partecipare alla determinazione ed al miglioramento delle condizioni di lavoro e dell'ambiente di lavoro nell'impresa.



E non ci vengano a prendere per i fondelli con la pretesa che questi ultimi due postulati sono di fatto operativi nella pratica delle rappresentanze sindacali. I sindacalisti non sono né previsti né invitati nelle sale effettivamente operative delle imprese aziendali: i consigli di amministrazione, i consigli di gestione e i consigli di sorveglianza. Ed è esattamente qui, in questi consigli, dove si decidono le sorti dell'impresa, che il lavoratore deve affermare il suo diritto alla partecipazione.



Articolo di Miro Renzaglia

sabato 3 maggio 2008

05.05.1981 - 05.05.2008: Bobby Sands.

Era il cinque maggio del 1981, quando, tra le tristi mura di una prigione, si spengeva la vita di Bobby Sands, nell’imminenza del sessantottesimo giorno di sciopero della fame, indetto da lui e dai suoi militanti, in segno di protesta contro le disumane condizioni di detenzione carceraria cui erano costretti. In quei tristi giorni, che videro in sequenza le successive morti di tutti gli altri suoi camerati dell’Ira-provisionals, l’ala autonoma dell’Ira, ormai spezzata dall’interno e divisa tra loro e gli officials (la dirigenza del movimento indipendentista), il pianeta intero si fermò commosso, quasi a ricordarsi di quel giovane, in un secondo di riflessione, tra una frenesia e l’altra di quella che si apprestava a delinearsi come la decade più disimpegnata e cinica degli ultimi decenni della nostra storia. Come se millenni di tradizione e secoli di lotta, di reazione ai soprusi e al torbido colonialismo monarchico, fossero stati dimenticati da tutti: ‘ragazzacci eversivi che non avevano nulla da fare, quegli irlandesi…’ possiamo immaginare i frasari e i giudizi dei commentatori liberal e radical di ogni luogo. Il cittadino/consumatore medio, suddito in una plutocrazia usurocrate occidentale, liberalborghese, che si rispetti, non può non esprimere il suo giudizio libero nella parvenza, ma nella realtà inculcato quasi invisibilmente dalle armi del padrone: armi infallibili e impietose come i mass media, l’educazione mediatica e la pubblicità. Nato e creciuto tra i presidi militari, in una terra, storicamente occupata dalle truppe britanniche, e colonizzata sin dai primi vagiti dell’anno mille, Bobby era un ragazzo, semplice, amico di tutti e molto gioviale. Lo stato di cose, l’arroganza degli orange (dei filo britannici), la vile prepotenza dei militari, le disposizioni speciali, le risse e gli atti di intolleranza etnica e religiosa, lo portarono col tempo a capire che non poteva esistere un’Irlanda così, non poteva esistere una terra, nata libera, ma resa schiava, in cui diventava pericoloso anche uscire di casa. Non era giusto: non stiamo qui a disquisire o a prendere difese del cattolicesimo, che, in ultima istanza è probabilmente e paradossalmente il primo vero responsabile del disastro e della frammentazione dell’Europa, sempre più indebolita, sin dal medioevo, da contrasti nazionali e regionali, creati più o meno spontaneamente dalla chiesa. Quello che sappiamo è che Bobby e la sua famiglia erano irlandesi e cattolici, come molti altri irlandesi del nord, e che solo per questo, non erano visti di buon occhio. Ciò che si nascondeva dietro un velo di religiosità, era in realtà un sentimento che andava a finire nell’aspetto politico, e che si trascinava a sè ruggini ed odio feroce da almeno sei secoli: l’indipendenza dell’Irlanda, quale nazione autonomamente determinata, forte di etnia (celtico-gaelica) e lingua (gaelica) sue legittime, era stata ottenuta con il sangue, solo parzialmente. L’arroganza della corona britannica, tradizionalmente sanguinaria e assassina, non aveva fine, e fino all’ultimo si protraeva in una situazione che aveva del grottesco. Tutt’ora le sei contee dell’Ulster che compongono la cosiddetta Irlanda del Nord, sono sotto scacco britannico. La patria Irlandese, la Frontiera Selvaggia (la Wild Frontier, che ci descriveva proprio negli anni ottanta il grandioso chitarrista Gary Moore, attraverso le sue note suggestive), l’isola verde, che tanto ha dato e tanto deve ancora dare in termini di storie, saghe, miti e leggende sempre in qualche maniera intersecati con la realtà, ancora piange e reclama orgogliosa la sua personale libertà. Una libertà mai concessa, e sempre osteggiata, e non solo negli anni duri della repressione tatcheriana, ma anche in quelli più mesti e parimenti dolorosi delle apparenti distensioni laburiste. Il sacrificio indipendentista di Bobby Sands non va dimenticato, e a ventisette anni dalla sua epifania, non può e non deve assolutamente scalfire la sua enorme portata etica: valori come la nazione, la famiglia, la comunità, l’appartenenza, l’identità si vanno via, via spegnendo tra le nuove generazioni, vittime del cancro internazionalista e capitalista, mercificatore di anime e di spiriti che da ribelli diventano schiavi, se non lo erano già. Il ricordo di eroi e martiri come Bobby Sands potrebbero aiutare a riequilibrare le nostre più autentiche percezioni esistenziali, a renderci nuovamente consapevoli di un sentimento antico ma rivolto al futuro, fatto di ragione ed emozione, slancio e gerarchia, fermezza e dinamismo… un pò per non morire, vivendo in ginocchio…



Comunità Militante Perugia – Associazione Culturale Tyr

venerdì 2 maggio 2008

E' in distribuzione "Ciaoeuropa" del 27 aprile 2008 (Anno XVII n. 5).

Sommario:



ALITALIA? Socializziamola di Nando Ventra;

Le due giustizie di Salvatore Macca;

La lotta del sangue contro l’oro di Francesco Fatica;

La vergognosa gestione della cultura in Abruzzo di Agostino Rabuffo;

Martire a Mosul di Nazzareno Mollicone;

Horst Mahler da Comunità militante Perugia;

Sostenere la lotta dei Tibetani da Comunità militante Perugia;

Abrogazione dell’articolo XII delle disposizioni transitorie di Carlo Morganti;

Un popolo di forcaioli di Paolo Signorelli;

Un commento sui risultati elettorali di Fabio Calabrese;

Tibet, il grido di un popolo di Lodovico Ellena;

"Gemelle" le due Spagne di Franco Damiani;

Ancora con questo 25 aprile di Pietro Cappellari;

Letture per riflessioni spicciole di Giancarlo Chetoni;

Intervista a Carlo Gariglio di Antonella Ricciardi;

Aldilà delle chiacchiere postludiche di Oscar Aldo Marino;

Frau Merkel "parla tedesco" ma "argomenta in giudaico" di Antonino Amato;

Il "Fascismo"? E’ una "variabile dipendente" di Antonino Amato;

Se anche lo "studioso ebreo" si fa "antisemita" di Antonino Amato;

Arlecchino, servo di due padroni di Antonino Amato;

A Roma la perfidia regna sovrana di Antonino Amato;

Rubriche varie.





L’abbonamento costa 20 Euro, si possono sottoscrivere 5 abbonamenti x 70 Euro, 10 abbonamenti x 130 Euro. Inviare a: conto corrente postale: 10658920 intestato a: Ciaoeuropa, casella postale 82, 92100 Agrigento, Italia.



Si offrono riquadri pubblicitari: x una quantità annua di 6.500 copie Euro 120 (100 + 20 x IVA). Per spazi maggiori sconti adeguati.



Si cercano collaboratori diffusori del periodico "Ciaoeuropa". Darsi presenti a amatoantonino@alice.it



Scrivere a controventopg@libero.it per riceverlo nella zona di Perugia.

Amarcord.


Alzo Zero - Anno III - Marzo 2005












L’occupazione di Trieste.

Il 2 maggio 1945, in un inferno di violenza, i partigiani titini occuparono Trieste. Riproponiamo di seguito la storia di quei giorni infernali.

Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito si scatenarono contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità. A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia questura, nelle scuole di Piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d’ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i “desaparecidos”. Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla “Voce del Popolo” si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Biasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della Costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovarono la morte a Fiume anche alcuni esponenti del CLN ed altri membri della Resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale. La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il CLN è un’organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l’esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto, per i titini, appare come l’avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l’eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della Resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l’edificio dei poteri popolari. Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell’italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza Verdi non era Fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano “maresciallino”. Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro “Viva la Jugoslavia!”. Lui, pur cosi piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: “Viva l’Italia!”. Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, poi lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!” sempre più fioco, sempre più spento, finché il grido non divenne un bisbiglio, finché la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno morì più semplicemente, per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott’anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. Nel carcere di Fiume, il 9 ottobre 1945, Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell’ “Imitazione di Cristo”.



 



Questo è il testamento di un uomo, condannato a morte dai comunisti slavi.



… Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il Tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l’Italia!”.



Da: www.azionetradizionale.com

CARNERA: VALORI E DIGNITA' DEL MITO.

CERNOBBIO - Attaccamento ai valori. Amore per la famiglia. Dignità. E poi la voglia di lottare fino in fondo perché "si è sconfitti solo quando si è al tappeto" senza rialzarsi. Primo Carnera, il gigante buono di Sequals, rivive nelle immagini di 'Carnera - The walking mountain' (la montagna che cammina), presentato in anteprima mondiale al Madison Square Garden di New York lo scorso 24 aprile e, oggi, a Cernobbio davanti a una platea di sportivi, personaggi dello spettacolo e della politica. "Con questo film - ha spiegato il regista Renzo Martinelli - mostriamo un uomo dai valori forti e radicati. Un uomo attaccato alla famiglia, orgoglioso di essere italiano e delle sue radici, capace di sacrificarsi per dare un futuro migliore ai suoi figli che, poi, si sono entrambi laureati". Una figura estremamente umana, diventato leggenda e, nell'immaginario collettivo, simbolo di una boxe e di un'epoca che appaiono, ai tempi nostri, lontane e sfuocate. "Carnera - ha proseguito il regista - aveva capito che la sconfitta è tale solo quando si resta al tappeto. Ci ha insegnato che l'importante è rialzarsi, rimboccarsi le maniche: questa è la metafora della vita, il messaggio che vogliamo dare ai giovani". Per portare sul grande schermo il mito del pugile friulano - il film uscirà nelle sale italiane il 9 maggio distribuito da Medusa, poi verrà proposto su Canale 5 in due puntate fra la fine del 2008 e l'inizio del 2009 - è stata intrapresa un'opera multimediale di ampie proporzioni, con un grande lavoro di post-produzione fatto di 1.500 inquadrature digitali e 20 mesi di lavoro al computer per ricostruire grandi arene del passato come la Royal Albert Hall di Londra, la Wagram Hall di Parigi, il Madison e il Garden Bowl di New York, oltre a un cast internazionale. A interpretare Carnera, l'attore pugliese Andrea Iaia affiancato, tra gli altri, da Anna Valle nel ruolo della moglie, da F.Murray Abraham nel ruolo dell'agente del pugile e da Giovanna Carnera, figlia del boxeur, nella parte della sua maestra elementare. "Il messaggio di questo film - ha argomentato Iaia - è la voglia di non arrendersi, la dignità. Carnera non è un personaggio modernissimo ma credo che il suo messaggio sia universale e senza tempo: quello di un uomo capace di soffrire e di dare dignità e speranza anche in un periodo difficile come quello della Grande Depressione". Parole, quelle dell'attore pugliese, condivise anche dalla figlia - secondo cui "il film ha catturato l'umanità di un italiano che non ha mai rinnegato le sue radici, che ha sofferto molto ma non ha mai rinnegato quello che era" e dagli uomini di sport presenti all'anteprima come Stefano Tacconi e da Nino Benvenuti. "Carnera - ha spiegato l'ex campione del mondo di pugilato - ci ha dato tanti insegnamenti. Dal punto di vista sportivo, il coraggio, la capacità di sopportare, la forza di volontà. Dal punto di vista umano, invece, l'amore per la famiglia e per la Patria". Un uomo, ha aggiunto da parte sua l'ex portiere della Juve e della Nazionale, "molto attaccato alla famiglia. Lontano dagli sportivi di oggi e icona di uno sport diverso da tutti gli altri, uno sport - ha concluso - in cui si soffre, in cui si lotta, a volte, anche per uscire dalle difficoltà".



(Ansa)