sabato 11 giugno 2011

Dal GRANDE FRATELLO ai governi occulti; dal “bispensiero” al Trattato di Lisbona.


Il controllo tecnologico della popolazione



di Matteo Bianchini



Il tema più noto di George Orwell è senza dubbio il controllo tecnologico della popolazione operato da un potere assoluto gestito da governanti oscuri: «Nessuno ha mai veduto il Grande Fratello. Egli è un volto sui manifesti, una voce dal teleschermo». Sono in molti a pensare che una situazione simile esista da sempre, anche nei nostri Stati moderni e dietro le grandi ‘rivoluzioni’ che li hanno favoriti. Tra essi Serge Hutin autore del libro ‘Governi occulti e società segrete‘ o Antonella Randazzo che usa il termine ‘stegocrazia‘ (‘potere esercitato da chi non appare’). Presidenti, ministri, capi religiosi: sono davvero loro che gestiscono la situazione? L’articolo ‘La confraternita‘ apparso su http://zret.blogspot.com sottolinea: «Orwell guardava al futuro, presagendo l’ineluttabile involuzione autoritaria della ‘democrazia’. Il costante paragone (del Grande Fratello) con Stalin e Hitler appartiene al machiavellismo delle istituzioni attuali che focalizzano l’attenzione sempre sugli altri e sul passato». La popolazione di ’1984′ viveva costantemente spiata: «Da qualsiasi parte ci si rivolgesse, il teleschermo avrebbe sempre potuto vedere…riceveva e trasmetteva simultaneamente (capacità simile a quella di un particolare display brevettato da Apple, ndr.)». Nei nostri luoghi pubblici, con la scusa della sicurezza e la conseguente accettazione della popolazione stessa, la situazione non sembrerebbe così diversa. In Italia esistono già località col cartello ‘città videosorvegliata’ come se fosse un vanto. E chi garantisce che e-mail ed sms siano letti solo da mittente e destinatario? E’ doveroso ricordare la denuncia del sistema Echelon, di cui si trovano notizie su www.disinformazione.it: «Progettato e amministrato dalla NSA è utilizzato per intercettare normali e-mail, fax e telefonate che viaggiano nella rete di telecomunicazione mondiale…Diversamente dalla maggior parte dei sistemi di spionaggio sviluppati durante la Guerra Fredda, Echelon è studiato per obiettivi non militari come governi, organizzazioni, aziende, gruppi ed individui praticamente in ogni parte del mondo». La virtualizzazione degli scambi e dei rapporti, forse anche delle identità (le anagrafi digitali saranno il problema del futuro?) avrebbe potuto facilitare il lavoro del Ministero della Verità orwelliano. Esso faceva in modo «che il tal frammento del passato si conservasse, in tal altro si falsificasse, e il tal altro, infine, fosse cancellato dall’esisten-za». Era sufficiente distruggere un documento e una persona non risultava mai vissuta, un libro mai scritto, una notizia mai riportata. A questo si accompagnava la neolingua che prevedeva la graduale semplificazione del vocabolario in modo che le generazioni future non avrebbero neanche avuto le basi linguistiche per aspirare alla libertà: il concetto stesso sarebbe letteralmente sparito. Il bispensiero esprimeva invece «la particolare abilità che consiste nel credere, o meglio addirittura di sapere, che il nero è bianco». I dissidenti venivano torturati ma non uccisi fino a quando non erano davvero convinti della ‘verità’ del Partito. Questa ambivalenza potrebbe ritrovarsi quando si parla di pena di morte: essa sembrerebbe allo stesso tempo esclusa e prevista nel Trattato di Lisbona (il fondamento dell’Unione Europea) definito da Stefano Cantelli su http://etleboro.blogspot.com un documento di «centinaia di pagine incomprensibili tutte fatte di rimandi, correzioni e sostituzioni» che comprende un articolo sul ‘Diritto alla vita’ in cui la morte non è considerata una violazione se inflitta «per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione. E’ da notare – sostiene Cantelli - che non esiste una definizione di sommossa o insurrezione!!! Quindi le forze di polizia hanno la massima opinabilità!». Una polizia che diventerebbe psicopolizia? Proprio come previsto da Orwell! Che in questo ambito lascia presagire di aver conosciuto altri metodi reali come le torture, il lavaggio del cervello (confrontare con i progetti militari ‘MK Ultra’ e ‘Haarp’ e con l’articolo di Maurizio Blondet ‘Hamas psichiatrico‘) e la privazione (il Grande Fratello promuoveva la Lega Giovanile Antisesso e provocava carestie mediante il Ministero dell’Abbon-danza). Per molti versi l’opera dello scrittore inglese appare utopica (o meglio distopica) ma per altri appare superata da una realtà molto più ambigua. Tenere presenti le sue intuizioni potrà impedire di arrivare a credere (e sapere) che 2+2 è uguale a 5?



Tratto da: http://perugiafreepress.wordpress.com/2011/06/09/dal-grande-fratello-ai-governi-occulti-dal-bispensiero-al-trattato-di-lisbona/


Apre a Roma la “Fondazione Gabriele Sandri”.


Fabio Polese intervista Maurizio Martucci



(ASI) In Piazza della Libertà, a Roma, è recentemente nata la “Fondazione Gabriele Sandri”. Un posto per ricordare Gabbo e per promuovere diverse attività culturali e sociali. Una tra tutte, la “Biblioteca del Calcio”, un vero e proprio centro di documentazione libraria italiano ed estero. Agenzia Stampa Italia ha incontrato Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, autore di diversi testi tra i quali ricordiamo “11 Novembre 2007, l’uccisione di Gabriele Sandri una giornata buia della Repubblica”, “Cuori Tifosi” e “Football Story”.



Da quel maledetto 11 novembre del 2007, tantissime iniziative in tutta Italia e non solo, sono state promosse per ricordare Gabriele Sandri e per chiedere verità e giustizia. Ripercorriamo insieme il cammino che recentemente ha fatto si che nascesse la “Fondazione Gabriele Sandri”. Quali sono state le tappe fondamentali?



Dobbiamo scindere i piani, anche se poi ovviamente si sovrappongono per la logica dei vasi comunicanti. Prima il moto popolare e poi la Fondazione Sandri.  Il movimento d’opinione è stato perorato dal cosiddetto Popolo di Gabriele, milioni di cittadini uniti in un’imponente massa critica che si è stretta intorno alla richiesta di verità e giustizia per un delitto assurdo. Si è trattato di un moto senza precedenti, unico e trasversale, strettosi intorno alle tappe itineranti delle presentazioni del mio libro, capace di promuovere una petizione popolare per la posa di una targa a Badia Al Pino e infine avvalorato dalla sentenza d’appello di Firenze in cui, oltre a ribaltare lo scandaloso primo  verdetto di Arezzo, si è accertata la colpevolezza dello Spaccarotella nell’omicidio volontario, sostenuta dalla gente sin dal giorno della tragedia. Altro è stato invece il cammino della Fondazione Gabriele Sandri, nata dopo una gestazione di tre anni da un Comitato Promotore in cui, oltre la famiglia Sandri, c’erano anche i calciatori De Silvestri e Aquilani. Da qui si è giunti alla fondazione vera e propria, una no profit a carattere nazionale in cui figurano i figli d’arte dei compianti Re Cecconi e Di Bartolomei, con Roma Capitale socio fondatore e la Federazione Italiana Giuoco Calcio a sostegno. Un bel segnale da parte delle istituzioni e del mondo del calcio italiano per un progetto socio-culturale inedito e ambizioso…



Nella nuova sede della “Fondazione Gabriele Sandri” è operativa la “Biblioteca del Calcio”. Come nasce l’idea? Che scopi ha?



Nasce dalla volontà di preservare la prima passione del povero Gabriele, cioè il calcio, oggi calpestato da combine e scandalo scommesse, proponendo un progetto culturale senza scopo di lucro, la prima ed unica Biblioteca del Calcio esistente a Roma: aperta dal lunedì al sabato in pieno centro, alle spalle di Piazza del Popolo, nei giardini di Piazza della Libertà, in un edificio donato dal comune di Roma, nella piazza dove nel 1900 prese i natali la Lazio, la squadra di Gabbo. Ma a differenza di quanto si possa credere, nella biblioteca non ci sono solo libri e riviste biancocelesti, ma di ogni club italiano ed estero, insomma di tutte le squadre del Popolo di Gabriele, anche libri in lingua inglese su Chelsea, Manchester, Liverpool. Abbiamo i classici saggi di letteratura calcistica, libri sulle figurine Panini, sul Subbuteo, saggi di inchiesta sul doping,  monografie dei grandi calciatori, libri sul tifo e gli ultras, sulla storia del calcio, sui sodalizi dalla Juve al Catania. Lo scopo è squisitamente culturale: in biblioteca chiunque, anche un turista, può entrare e passare qualche ora a leggere gratuitamente un libro oppure può prenderselo per una consultazione temporanea. E poi c’è un piccolo Museo di Gabriele: i suoi oggetti personali accanto ai cimeli raccolti dalla famiglia Sandri in giro per l’Italia in questi anni di straordinaria solidarietà. La biblioteca è nata per mandare un segnale proteso ad accrescere il tasso di cultura calcistica, per uscire dalla segregazione in cui i tifosi sono stati confinati dal logiche degne del peggior Processo del Lunedì, perché il calcio è della gente, del popolo e come tale cultura, non isterici insulti da saloon…



Possiamo dire che è una continuazione del suo ultimo lavoro “Footbaal Story” e, perché no, anche di “Cuori Tifosi”?



Decisamente si, nel senso che dalle mie pubblicazioni è partita una spinta propositiva che non poteva essere abbandonata. E oggi, grazie alla Fondazione Gabriele Sandri, con biblioteca e prossimo Festival Nazionale della Cultura del Calcio c’è un progetto di più ampio respiro. Vorremmo realizzare il festival nel prossimo inverno a Roma, una kermesse nazionale come contaminazione culturale di film, libri, dibattiti, mostre e giochi per ricordare che il calcio è diventato grande e fenomeno nazional-popolare solo grazie alle caratteristiche distintive che per anni hanno colpito l’immaginario collettivo degli italiani e che oggi un calcio apolide, collassato e consumistico rischia di fagocitare definitivamente, senza via di ritorno. Come a dire: bene… ci stanno togliendo il calcio del futuro? Riprendiamoci il calcio del passato! Ecco, il festival vuol essere revival, tappa dei Peter Pan del football, per sostenitori smarriti, in astinenza e crisi d’identità: vogliamo riscoprire tradizioni, radici e memoria storica di un calcio che non c’è più ma che, come per Gabriele, ha fatto innamorare intere generazioni di nobili sognatori. E non certo un milione di anni fa…



Visto che si è occupato più volte della sicurezza negli stadi, le posso fare una domanda sulla “Tessera del Tifoso”?



Prego…



L’ultimo campionato di calcio è finito, è ora di tirare le somme. Lo stadio è diventato un salotto buono come volevano farci credere?



E’ stata persa una grossa occasione. Si è ragionato all’italiana ed è stato fatto il classico errore di pensare esclusivamente al contenitore e non al contenuto. Sin dall’introduzione della Tessera del Tifoso mi sono speso per far capire che una semplice carta prepagata non poteva risolvere i problemi derivanti da fenomeni degenerativi e che, comunque, vie proibizionistiche mascherate sotto forma di commercializzazione della passione del tifo, avrebbero generato esiti spuri ed ibridi. Ed infatti è così è stato: stadi vuoti, soliti incidenti, terno all’otto per prendere i biglietti, sistema poco credibile. Oggi i promotori della tessera stanno ripensando il progetto e, soprattutto, a quali accorgimenti apportare per la prossima stagione. Credo che l’unica contro risposta valida, oltre che politica, possa essere esclusivamente di natura culturale. Se si continua a vedere il tifoso solo come un nemico o, nella migliore ipotesi, come un cliente da spennare nel portafogli, non si andrà mai lontano. Ho sempre detto che il calcio e il tifo sono principalmente fenomeni sociali e come tali culturali, identitari, antropologici… Ma chi ci governa, se n’è reso conto?



Tornando alla “Fondazione Gabriele Sandri”, quali altre iniziative ci sono in cantiere?



Un concorso nazionale per giovani Dj, visto che l’altra grande passione di Gabriele era la musica. Un progetto a cui hanno aderito anche network radiofonici e noti Dj di fama internazionale, finalissima a Roma il 22 Settembre. E poi il gruppo volontario di donatori del sangue, che periodicamente aiuta negli ospedali gente che soffre, bisognosa di aiuto, come generoso era l’animo di Gabbo. Infine, ma questa non è un’iniziativa promossa dalla fondazione bensì lo scorso anno dal ‘Comitato Mai Più 11 Novembre’, scoprire una targa a Badia Al Pino, dove un tempo c’erano centinaia di sciarpe e messaggi per Gabriele, inspiegabilmente tolti. Quella targa, sostenuta da una richiesta di 25.000 firme, rappresenta molto più di una semplice stele, è un monito: solo facendo tesoro degli errori del passato si può sperare in un domani migliore. Non c’è futuro senza memoria… A qualcuno da fastidio?



http://www.fabiopolese.it/?p=425



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3887:apre-a-roma-la-fondazione-gabriele-sandri&catid=16:italia&Itemid=39


Il Paese dove la libertà è una statua.


Dal 1972, quasi ogni santo giorno di quaranta calendari, due ragazzi diventati anziani si trovano in isolamento totale nella prigione di Angola, il penitenziario statale della Louisiana, negli Usa. Sottraendo un’ora al giorno (in cui, alternativamente, possono fare un giro in una gabbia nel cortile, passeggiare nei corridoi interni, lavarsi), visite dei parenti e altri brevi periodi in cui l’isolamento è stato interrotto, Herman Wallace e Albert Woodfox hanno trascorso, grosso modo, 800.000 ore di solitudine. Senza lavorare né studiare e con limitato accesso ai libri e alla televisione.

Dal 1972 al 2001, ha fatto loro compagnia, ma in un’altra cella d’isolamento della stessa prigione, Robert King (nel video).  Ed ecco raggiunti, e ampiamente sorpassati, i cent’anni di solitudine. Herman Wallace ha ora 69 anni, Albert Woodfox 64. Secondo Amnesty International, che ha diffuso oggi un rapporto sulla loro allucinante vicenda, negli Usa non si conoscono altri casi di durata così lunga di una condizione tanto crudele, disumana e degradante. Non solo. Nel corso di questi quattro decenni non c’è stato alcun riesame sostanziale dello status dei due detenuti. Secondo la commissione interna alla prigione di Angola, che esamina i dossier dei detenuti, Wallace e Woodfox non sono pericolosi né c’è il rischio che evadano.   Non meraviglia, dato che sono anziani e ormai in cattive condizioni di salute. Eppure, a ogni ricorso per porre fine all’isolamento, la risposta ha fatto riferimento alla “natura della decisione originaria”. Nel 1996 i regolamenti delle prigioni della Louisiana sono stati emendati per rimuovere “la natura della decisione originaria” tra i motivi da prendere in considerazione per giudicare se tenere o meno un detenuto in isolamento. Questa modifica, tuttavia, non è stata applicata nei confronti di Wallace e Woodfox. Quale sarebbe allora la “natura della decisione originaria”? Dove e perché iniziano i cent’anni di solitudine? La vicenda “originaria” è, dal punto di vista giudiziario, l’uccisione della guardia penitenziaria Brent Miller, avvenuta appunto nel 1972. Wallace e Woodfox sono accusati dell’omicidio. King arriva ad Angola poco dopo, viene posto a sua volta in isolamento per aver preso le difese di Wallace e Woodfox e nel 1973 viene condannato per l’omicidio di un altro detenuto: nel 2001 verrà scagionato da quest’ accusa e rimesso in libertà. Torniamo a Wallace e Woodfox. Come si legge nel rapporto di Amnesty International, non è mai emersa alcuna prova materiale che legasse i due uomini all’omicidio della guardia penitenziaria; campioni di Dna che avrebbero potuto scagionarli sono stati persi e la condanna si è basata sulla discutibile testimonianza di altri detenuti che, come è emerso successivamente, erano stati pagati dalla direzione del carcere per incolpate Wallace e Woodfox. La falsa testimonianza di un secondo detenuto e la ritrattazione di un terzo sono state tenute nascoste.

C’è dell’altro che può far interpretare meglio “la natura della decisione originaria”? Forse sì. King, Wallace e Woodfox erano i responsabili della sezione di Angola, Louisiana, del Partito delle Pantere Nere. Siamo nella prima metà degli anni ’70. Gli stessi anni nei quali a Philadelphia, Pennsylvania, inizia il suo cammino di attivista politico un altro, più noto, esponente delle Pantere Nere: Wesley Cook, meglio noto come Mumia Abu Jamal. La persecuzione giudiziaria nei confronti delle Pantere Nere a Philadelphia è stata raccontata in uno straordinario documentario del regista inglese Marc Evans, “In prison my whole life”. Mumia Abu Jamal è stato condannato a morte nel 1982 per l’omicidio dell’agente di polizia Daniel Faulkner. Sta per entrare nel trentesimo anno nel braccio della morte. Ad aprile, una corte d’appello federale ha stabilito che la condanna a morte di Mumia Abu Jamal era stata viziata da irregolarità procedurali tali da renderne necessario l’ annullamento. Wallace e Woodfox, a loro volta, aspettano una sentenza favorevole. Nel 2007 un giudice federale ha affermato che il loro trattamento costituisce una violazione dell’VIII emendamento della Costituzione Usa, che vieta le pene crudeli e inusuali. Tra vari ricorsi, l’appello è attualmente all’esame presso le corti federali. Dopo il clamore di questa denuncia, è auspicabile che le autorità della Louisiana non aspettino la chiusura dell’iter giudiziario e pongano immediatamente fine all’isolamento di Wallace e Woodfox.


Tratto da: noreporter.org

venerdì 10 giugno 2011

Notizie dal nord Irlanda.


Irlanda del Nord: proteste a Maghaberry



Manifestazioni e proteste di fronte al carcere di Maghaberry per chiedere la liberazione di Marian Price e condannare le pessime condizioni dei prigionieri repubblicani. Domenica scorsa un nutrito numero di parenti, amici e sostenitori dei detenuti repubblicani hanno inscenato un presidio davanti al carcere di massima sicurezza di Maghaberry. Attualmente nella prigione sono detenuti due repubblicani del calibro di Colin Duffy e Marian Price (nella foto), unica donna questa detenuta in un carcere maschile, arrestata ingiustamente e preventivamente, nel maggio scorso, prima dell’arrivo della regina Elisabetta II a Dublino.

Un’analoga protesta si era tenuta in Shipquay Street a Derry, sabato scorso, sempre a sostegno della Price e della sua ingiusta detenzione imposta dalle forze di occupazione britannica.

Sono anni ormai che la prigione di Maghaberry finisce nell’occhio del ciclone per la pessima situazione carceraria. Nel 2006 un’ispezione governativa ha esortato le autorità carcerarie a compiere dei necessari cambiamenti, ma questi sono stati per lo più disattesi. Lo stesso è avvenuto di recente, quando gli ispettori hanno sottolineato che la situazione interna della prigione deve assolutamente cambiare. Nonostante queste raccomandazioni, nel 2009 il direttore e il suo vice sono stati licenziati, mentre 17 membri dello staff carcerario sono stati denunciati a seguito di un’inchiesta per il suicidio di un detenuto. Un video ha dimostrato che il personale del carcere era comodamente sdraiato davanti alla tv invece di sorvegliare i detenuti più a rischio. Sempre nel 2009 il nuovo direttore del carcere, aveva tentato di realizzare delle riforme, nonostante l’aperta ostilità del personale. Risultato: dopo appena cinque mesi si è dovuto dimettere affermando che la sua sicurezza era stata deliberatamente messa in pericolo dai membri del personale carcerario. All’inizio di quest’anno, poi, le crescenti tensioni tra le guardie carcerarie e i detenuti è culminata in una serie di proteste da parte dei reclusi, tra cui una di 48 ore durante la Pasqua. La situazione continua però ad essere sempre la stessa. Soprusi, violenze e intimidazioni sono infatti all’ordine del giorno, e il rischio, per la vita dei nazionalisti repubblicani, un’assurda realtà che non può più essere tollerata.

A Maghaberry, continua infatti ad essere applicata la pratica degli strip searches, una chiara violazione dei diritti umani. Il 12 agosto 2010, come risultato di colloqui tra il NI Prison Service e i rappresentati dei detenuti, fu raggiunto un accordo per porre fine alla pratica delle perquisizioni corporali prima di ogni visita, sia per i familiari che per i legali. Tuttavia, nel corso delle ultime settimane, circa 15 prigionieri hanno ripreso la protesta dopo che un giudice aveva previsto l’utilizzo della pratica degli strip searches all’interno degli istituti penitenziari. Una situazione intollerabile per un carcere europeo, ma nessuno dei Soloni Ue osa proferire parola a favore dei detenuti repubblicani, amici, legali e familiari che vivono ogni giorno sulla loro pelle questa ignobile pratica poliziesca.



Di Andrea Perrone, www.rinascita.eu


Spiritualità della montagna.


di Julius Evola



Parlare della spiritualità della montagna, oggi, non è troppo agevole, soprattutto per la ragione che la cosa ormai troppo spesso ha assunto i caratteri di un luogo comune. Forse in poche epoche come nell'attuale si è parlato tanto di «spirito» e si è stati propensi ad introdurre lo «spirito» un po' dappertutto, quasi come una specie di salsa destinata a condire compiacentemente ogni sorta di ingredienti: cosa che, peraltro, sta in singolare contrasto con un fatto assai positivo, cioè con la constatazione, che se vi è un'epoca pressoché priva di visuali e di principi veramente trascendenti, essa è proprio l'epoca contemporanea.



Nella gran parte degli anzidetti riferimenti moderni alla spiritualità si deve dunque veder meno qualcosa di positivo, che non una confusa aspirazione, la quale in tanto può avere un valore, in quanto riceva, in uno sviluppo ulteriore, un vero orientamento in senso di ferma autocoscienza per il contatto con qualcosa di più alto. Qui noi vogliamo svolgere alcune considerazioni circa quel che, specificamente, riguarda appunto la montagna e lo sport alpino, secondo le possibilità di vera spiritualità che essi contengono.



Anzitutto, che queste possibilità siano reali, che esse nulla abbiano a che fare con una voga dell'epoca e con la proiezione del passeggero entusiasmo di nuove generazioni, lo prova il fatto che la spiritualità della montagna corrisponde a ciò che, nel senso più alto, severo e universale, può chiamarsi una tradizione. Abbiamo già avuto occasione di raccogliere documentazioni precise (1) volte a dimostrare che dai tempi più remoti in quasi tutte le civiltà la montagna valse uniformemente come simbolo di stati interiori trascendenti e come sede allegorica di nature divine, di eroi, in genere di esseri trasfigurati e portati di là dalla condizione umana: tanto che l'ascendere le vette o l'essere rapito nelle vette nei miti più varii dell'umanità tradizionale figura secondo il valore di un misterioso processo di superamento, di integrazione spirituale, di partecipazione alla «super vita» olimpica e all'immortalità. Per chi non partecipa all'opinione falsi-ficatrice del precedente secolo materialista e illuminista, secondo la quale il mito degli Antichi non sarebbe stato altro che poesia e arbitraria fantasticheria, tutto ciò assume il valore di una precisa e arbitraria fantasticheria, tutto ciò assume il valore di una precisa testimonianza, da investigare nel suo significato nascosto. Tutte queste figurazioni antiche, ove torna il tema della sacrità della montagna, a costui appaiono adombramenti di una realtà spirituale, la connessione della quale col simbolismo della montagna non può essere stata accidentale. L'uomo antico non scelse a caso la montagna come mezzo di espressione simbolica di significati nettamente trascendenti: a ciò fu portato da ragioni di analogia, ma, in più, da un presentimento di ciò stesso che l'esperienza della montagna può suggerire alla parte più profonda del nostro essere, una volta che essa venga realizzata adeguatamente. Per precisare questo contenuto superiore, giova anzitutto eliminare ad una ad una le interpretazioni oggi più correnti della spiritualità della montagna e dell'ascensione alpina, ovvero circoscriverne la portata per subordinare via via i punti di vista condizionati ad un punto di vista assoluto.



La prima fra le assunzioni più correnti è quella puramente «lirica». Si tratta del mondo della retorica letteraria e della «poesia» in senso cattivo, cioè in senso di sentimentalismo borghese e di idealismo convenzionale e stereotipo. Qui entra in questione essenzialmente la montagna-panorama vista da lontano con tutti gli aggeggi del «pittoresco» più di dubbio gusto; entra in questione l'Alpe come oggetto di pirotecniche liriche tanto brillanti, alate e «elevate», quanto vuote di ogni serio contenuto e di ogni base di schietto e diretto sentire. Questa retorica della montagna non la conosce né l'uomo dei monti, né il vero alpinista. Essa resta confinata nel mondo libresco estetizzante e, per fortuna, oggi è da considerarsi in gran parte sorpassata, essa ci appare come un residuo del romanticismo ottocentesco, come la compensazione di una generazione borghese la quale non sapeva aspirare alle altezze che attraverso i facili slanci e i luoghi comuni di un lirismo parolaio.



In secondo luogo, abbiamo la spiritualità della montagna concepita in termini di naturismo. È una concezione propria ad una generazione di spirito opposto a quello cui abbiamo ora accennato e che si può chiamare la «generazione della crisi». In larga misura, questa è soprattutto una specialità tedesca. Per una specie di oscuro bisogno di compensazione organico-biologica e anche psichica, per un istinto di rivolta contro una civiltà divenuta sinonimo di arido intellettualismo, di meccanica, di utilitarismo, di conformismo, si è avuto una specie di esodo nella natura e di bisogno assoluto della natura quale anticittà e anticultura, presso cui naturalmente la montagna e l'alpinismo hanno avuto una parte importante. Così è sorto una specie di nuovo misticismo primitivista della natura e della vita sportiva in natura, che in buona parte riprende le stesse premesse di J. J. Rousseau (2) e lo stesso processo contro la civiltà di Nordau (3), di un Freud (4), di un Lessing (5), di un Bergmann (6), di un Klages (7).



Ora, dinanzi ad un fenomeno del genere è importante che non nascano malintesi. È evidente che non si può aver nulla in contrario a che delle masse si ristorino, si distendano e si rianimino in una ripresa di contatto con la natura e con la montagna. Anzi, ciò è senz'altro desiderabile e lo sport qui assurge ad una funzione di protezione sociale di valore indiscutibile. Ma non si debbono scambiare cose molto distinte, non si deve credere che delle sensazioni più o meno fisiche di benessere, di ristoro organico e di riconquistata forza abbiano qualcosa a che fare con la spiritualità e che l'uomo in un clima di pratica primitivistica e naturalistica si trovi troppo più vicino alla parte essenziale del proprio essere, che non nelle discipline e nelle lotte della vita civilizzata. Già il carattere di evasione e di reazione che, nella gran parte dei casi, ha questo fenomeno e questa esaltazione della natura, basta, nella sua negatività, a limitarne la portata. Al di là sia della civilizzazione nel suo senso limitato, materialistico-sociale e intellettualistico che questo termine ha assunto nei tempi ultimi, sia nell'anticivilizzazione, cioè della «natura» intesa come mera antitesi di essa, sta il piano in cui la personalità spirituale può cogliere o rafforzare il senso di sé. Ed è questo piano che noi qui abbiamo in vista, non quello delle condizioni e dei mezzi migliori per riparare o preservare organismi e cervelli minati dai veleni materiali e psichici della vita moderna.



Passiamo ad un terzo punto. Si tratta di superare anche l'atteggiamento, per il quale la spiritualità della montagna e dell'ascesa alpina vien data in termini di semplice sensazione e di eroismo fisico. Qui entra già in questione l'élite costituita da tutti coloro che praticano seriamente e attivamente l'alpinismo e si tratta di una delle interpretazioni più diffuse e, in fondo, non banali. La montagna è spirito per tutto ciò che essa implica quale disciplina dei nervi e del corpo, ardimento lucido, spirito di conquista e insomma impulso all'azione pura in un ambiente di pure forze. Ora, di tanto è certo che tutto ciò racchiude un alto valore educativo, di altrettanto è opportuno venire ad una distinzione ulteriore. Questa distinzione, anzitutto, riguarda ancora una volta le finalità. Come il naturalismo ha la sua, già indicata ragion d'essere su di un dato piano, parimenti ha la sua ragion d'essere l'alpinismo quale scuola per le qualità già indicate; e indubbiamente è desiderabile che le nuove generazioni si facciano il più possibile capaci di quello spirito di ardimento e di quelle doti psico-fisiche, quali la pratica attiva della montagna può largamente propiziare. Ma è questo il più alto livello a cui si può aspirare?



Esaminando il lato interno della cosa, cioè prescindendo dalle qualità da apprezzarsi ai fini della salute e dell'energia e della disciplina fisica di una nuova generazione, sta di fatto che esiste un amore per il rischio e perfino un eroismo, il cui valore è quello di una mera sensazione e il cui risultato spesso è esasperare una percezione puramente fisica, chiusa, dura della personalità e della virilità, la quale nell'uomo moderno è già anormalmente sviluppata e non costituisce certo la condizione migliore per la riconquista di una spiritualità vera, liberata, trascendente. Si deve ben riconoscere che lo stesso alpinismo vissuto secondo questo solo spirito non si potrebbe troppo distinguere dalla caccia all'emozione per l'emozione stessa, che provoca, specie in America, ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e di acrobazia in salti da aeroplani, corse alla morte, ecc, ma che, alla fine, non significa cosa troppo diversa di una specie di eccitante o di stupefacente, il cui uso ci dice più dell'assenza che non della presenza di un vero senso della personalità, un bisogno più di stordirsi, che di possedersi. Anche l'interesse tecnico dell'ascendere può facilmente degenerare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi.



Tuttavia è certo che se si deve indicare un elemento suscettibile a propiziare, nell'esperienza della montagna, una realizzazione di carattere superiore, esso è costituito appunto dall'elemento «emotivo», dall'elemento «sensazione». Ma l'essenziale sta allora nel vedere in esso solo il punto di partenza e la «materia prima», sta nel considerare la sensazione come un mezzo e non come un fine. Qui trovano luogo alcune considerazioni generali. Specialmente l'uomo moderno dinanzi a ciò che egli sente ha un atteggiamento completamente errato. La sensazione è per lui un fatto che comincia e finisce in se stesso e rispetto a cui egli è passivo. Egli è troppo debole per separare dalla sensazione o emozione l'elemento puramente irrazionale, ciò che in essa si riduce ad una mera impressione o scuotimento dell'anima, e per cogliere in essa, con un atto interiore, qualcosa che valga direttamente e attivamente per lo spirito come conoscenza in senso superiore.



E ciò vale anche per l'esperienza della montagna. Chi dalla montagna si trova irresistibilmente preso, spesso non ha saputo cogliere che come una emozione una grandezza che ancora egli non sa concepire: egli non ha saputo impadronirsi di un nuovo stato interiore affiorante dal profondo e realizzarvi una sua propria natura. Così egli non saprebbe dire perché abbia cercato gli orizzonti sempre più vasti, i cieli sempre più liberi, le vette sempre più aspre, perché di cima in cima, di parete in parete, di pericolo in pericolo attraverso la sua vicenda abbia visto misteriosamente svanire e fuggire dietro di sé anche tutto quel che nella sua ordinaria vita gli sembrava più vivo, più importante, più appassionante. Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono susseguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa di fronte ad un presentimento dell'eterno.



È così che la montagna potrebbe agire come «simbolo» e che come simbolo potrebbe avviare ad una realizzazione interiore corrispondente. Ma, d'ordinario, l'uomo si arresta all'aspetto emotivo, il quale ha sempre più il carattere di un turbamento che non quello di una conquista e di una conoscenza. È dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile ad essere spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce la inadeguatezza dell'azione materiale rispetto al significato che ormai la anima, la trascendenza dell'impulso spirituale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costituiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell'impulso stesso.



E non ci sembra azzardato dire che questo deve essere anche stato il segreto delle più grandi imprese di montagna, di quelle che sembrano aver davvero trasceso i limiti delle comuni possibilità umane. Ma anche a questo grado dovrebbe subentrare la vera realizzazione, il superamento dell'elemento istintivo ed irrazionale, la piena, ferma autocoscienza, cioè la trasformazione dell'esperienza della montagna in un modo d'essere. È allora che sorgerebbe, nei migliori, il senso che ogni andare, ogni ascendere, ogni conquistare, ogni osare è solo contingente mezzo di espressione di una realtà immateriale, la quale ne potrebbe avere infiniti altri: e ciò sarebbe la forza di coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli per i quali non vi è più né l'andare né il tornare, perché la montagna è nel loro spirito, perché il simbolo è diventato realtà, perché la scorza è caduta. La montagna per essi non è più né novità d'avventura, né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l'eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana.



È per tal via che di là dal simbolo naturale, cioè direttamente offerto ai sensi, della montagna, si può accedere anche al simbolismo dottrinale e tradizionale che le si riferisce, cioè al contenuto più profondo dell'insieme dei miti antichi sopra ricordati, ove la montagna appare come «luogo» di nature divine (l'Olimpo ellenico, la Walhalla come monte, il buddhistico «monte degli eroi»), di sostanze immortalanti (l'haoma e il soma della tradizione indo-irànica), di forze di regalità solare e sovrannaturale (il monte solare di cui nelle tradizioni della romanità imperiale ellenizzata, il monte quale sede della «gloria» mazdea, ecc), di «centralità spirituale» (il Monte Meru e gli altri monti simbolici concepiti come «poli»), ecc. Infatti in tutto ciò altro non deve intendersi che la varia figurazione, personificazione o proiezione di stati trascendenti di coscienza, di risvegli e di illuminazioni interiori, che sono vere quando non rappresentano più qualcosa di vago, di «mistico», di fantastico, ma appaiono invece secondo i caratteri di una evidenza e di una normalità d'ordine superiore, tale da far apparire, piuttosto, come anormale tutto ciò che prima appariva più comune, familiare e abituale.



E possibile che gli Antichi, i quali ignoravano l'alpinismo ovvero ne conoscevano solo forme rudimentali, e quindi avevano dinanzi la montagna secondo i caratteri di una reale inaccessibilità e inviolabilità, appunto per questo furono portati a sentirla secondo il carattere di un simbolo e di una trascendente spiritualità. Oggi che la montagna è materialmente conquistata e poche sono le vette che ancora l'uomo non ha violate, è importante far sì che questa conquista non si equivalga ad una profanazione e ad una «caduta» di significato. Per questo, è essenziale che le nostre nuove generazioni poco a poco giungano ad elevare l'azione al valore di un rito, che poco a poco esse riescano a ritrovare quel punto trascendente di riferimento, attraverso il quale le vicende di ardimento, di rischio e di conquista, le discipline del corpo, della sensibilità e della volontà fra l'immota e simbolica grandezza montana assurgano al valore di vie per la realizzazione di ciò che nell'uomo sta di là dall'uomo, epperò ricevano la loro più alta giustificazione nei quadri del nuovo moto ascendente e spiritualmente rivoluzionario della nostra stirpe.



Note



(1) Cfr. il precedente Note sulla «divinità» della montagna, pubblicata tre anni prima sempre sulla Rivista del CAI (N.d.C).



(2) Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), il noto filosofo e scrittore svizzero di lingua francese. Qui il riferimento di Evola va chiaramente al suo romanzo pedagogico Emilio o dell'educazione (1762) (N.d.C).



(3) Max Nordau ( 1849-1923), pseudonimo di Max Simon Suedfeld, saggista e romanziere, nato in Ungheria ma trasferitosi in Francia. Nei saggi di esordio, Le menzogne convenzionali della nostra civiltà (1883) e Paradossi (1885), condusse un'aspra critica contro le degenerazioni e le convenzioni della civiltà borghese, in nome di un razionalismo di ascendenza positivistica (N.d.C).



(4) Sigmund Freud (1856-1939), il noto medico austriaco fondatore della psicoanalisi. Probabilmente il riferimento di Evola va ad una delle sue ultime opere, Disagio della civiltà (1929) (N.d.C).



(5) Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), drammaturgo e filosofo tedesco. Come filosofo si dedicò prevalentemente a problemi di religione. Il riferimento di Evola va forse all'opera del 1780 L'educazione del genere umano (N.d.C).



(6) Ci si dovrebbe riferire a Gustav Bergmann, nato a Vienna nel 1906 (era ancora vivo nel 1993). Appartenente al Circolo di Vienna, sin dai primi anni Trenta criticò il neopositivismo come «metafisica dell'antimetafisica». È soprattutto un filosofo del linguaggio (N.d.C).



(7) Ludwig Klages (1872-1956), filosofo e psicologo tedesco. In una delle sue opere principali, Spirito e vita (1935), mette in opposizione due concetti: la vita comprende le facoltà intuitive ed impulsive che consentono all'uomo d'immedesimarsi col flusso cosmico originario; lo spirito, invece, comprende le facoltà intellettive che danno luogo alla civiltà concepita come un mondo artificiale che sempre più isola l'uomo dal cosmo per chiuderlo in una rete di forme e simboli astratti. Nella volontà di potenza, tecnica e ideale, che caratterizza la civiltà occidentale, Klages vede l'espressione dell'opera negatrice e dissolvitrice dello spirito (N.d.C).



Tratto da:
www.juliusevola.it


Libia. Primi effetti della missione militare: i ribelli vendono petrolio agli USA.



(ASI) Lo si evince da una fonte ufficiale, ovvero un comunicato del dipartimento di Stato statunitense ripreso dalla Cnn: lo scorso 25 maggio, nella loro roccaforte di Bengasi, i ribelli libici hanno concluso la vendita di 1,2 milioni di barili di "oro nero" a una ditta USA: la texana Tesoro.



Nei giorni scorsi il carico sarebbe giunto a destinazione, in un porto delle Hawaii. Il primo di una lunga serie che rifornirà gli Stati Uniti di petrolio libico? Stando a quanto scritto sul comunicato in questione, pare proprio che la risposta sia affermativa: "Il sostegno americano per ulteriori vendite da parte del Cnt (Consiglio Nazionale Transitorio) continuerà per sostenere maggiori introiti per il popolo libico". Tuttavia, almeno al momento, Washington non ha riconosciuto il Cnt, nonostante fonti dell'amministrazione non escludono che ciò possa avvenire a breve, in quanto - fanno sapere - "non c'è ancora una decisione finale". Intanto, il "ministro" del Petrolio della Cnt, Ali Tarhouni, ha annunciato da Abu Dhabi (dove si è svolto il terzo vertice del gruppo di contatto sulla Libia): "Inizieremo presto a produrre 100.000 barili (di petrolio) al giorno".



Nelle stesse ore, contestualmente alla pubblicazione dei dati Onu secondo i quali fin'ora la missione militare ha causato alla Libia tra i 10.000 e 15.000 morti, i ministri della Difesa della Nato si sono dichiarati decisi a portare a termine la missione nel più breve possibile, per far ciò si dicono "risoluti a mettere in campo i mezzi necessari".



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3880:libia-primi-effetti-della-missione-militare-i-ribelli-vendono-petrolio-agli-usa&catid=3:politica-estera&Itemid=35


mercoledì 8 giugno 2011

Nucleare. Intervista al Prof. Alberto B. Mariantoni: l’Italia è (già) una polveriera atomica


(ASI) I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a esprimersi con un referendum sulla possibilità che il nostro Paese persegua una politica energetica nucleare. Molte voci si stanno spendendo sul tema, riaprendo un dibattito che si era chiuso nel 1987, quando un altro referendum sancì, di fatto, l’abbandono, da parte dell’Italia, del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. La questione tornò d’attualità nel 2008, anno il cui il governo Berlusconi decise di iniziare un iter legislativo teso al ripristino della produzione elettronucleare. Il fronte del no al nucleare, trasversale e incalzante, denuncia le potenzialità dannose che avrebbero centrali nucleari situate nel nostro territorio. Tuttavia, non tutti sanno che già attualmente in Italia il rischio di calamità nucleari non è affatto remoto, sebbene non siano attive centrali da quasi venticinque anni. Il professor Alberto Bernardino Mariantoni, esperto di politica estera e relazioni internazionali, per vent’anni inviato speciale in Vicino Oriente e corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra, ne individua il motivo nella presenza delle basi USA e Nato entro i nostri confini.



Professore, anzitutto ci chiarisca un equivoco. Si è molto dibattuto intorno al numero di basi USA presenti in Italia. Lei è autore di un’inchiesta dalla quale ne emergerebbe un numero che tuttavia molti osservatori hanno ridimensionato. Può spiegarci come stanno le cose dal suo punto di vista?



Cosa hanno “ridimensionato”? Ma sta scherzando? Certo, alcuni “osservatori”, come li chiama lei – e per la maggior parte anonimi… come sottolineo io – ci hanno provato e continuano sistematicamente ed interessatamente a provarci. Purtroppo per loro, con sole chiacchiere, sofismi dialettici o concettuali ed “arrampicamenti vari sugli specchi”… Affermando, ad esempio, che alcune di quelle che io chiamo basi, sarebbero in realtà dei “distaccamenti” o delle “sezioni militari” di “basi madre” più importanti, o semplici caserme italiane dove sarebbero acquartierati considerevoli e qualificati contingenti militari USA, o banali antenne radar, o centri di ascolto del sistema Echelon (sempre sotto controllo USA). Ma, per l’essenziale, la mia ricerca – sostenuta da fatti, prove e documentazioni incontrovertibili ed inoppugnabili – è sempre all’ordine del giorno, per inficiare o sbugiardare certe illazioni o diffamazioni.



Come le venne in mente di impegnarsi a realizzare la sua ricerca?



L’input per cercare di realizzare una ricerca sulle basi e/o le installazioni logistiche e militari Usa/Nato in Italia ed in Europa, ed Usa nel Mediterraneo, mi venne da una classica “soffiata”. In particolare, da un’imbeccata confidenziale di un Alto ufficiale della SETAF (Southern European Task Force) che mi fece avere una lista di basi, allora classificata Top Secret. Siccome, per principio, non mi fido di nessuno – e come sottolinea l’adagio, “Amicus Plato, sed magis amica veritas” = Platone mi è caro, ma la verità mi è ancora di più cara (Aristotele, Etica a Nicomaco, I, 4/1) – presi il coraggio a quattro mani ed andai a verificare de visu quanto mi era stato formalmente indicato. Capisce, quella “lista” poteva pure essere una provocazione, un tentativo di disinformazione o di manipolazione, per screditarmi professionalmente. Insomma, per evitare quel genere di rischi, presi il mio paziente “bastone di pellegrino” e, in sei o sette mesi di intense investigazioni e di sopralluoghi a mie spese, riuscii a realizzare, nel 2003/2004, l’inchiesta di cui stiamo parlando.  La sintesi descrittiva di quella mia indagine, apparve, per la prima volta, sul numero 3, Ottobre-Dicembre 2005, della rivista di studi geopolitici, Eurasia. Questo, il link della rivista in questione: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/numeri/EEkZAuuEEVgwWsJacN.shtml Quella mia ricerca, oltre a numerosissimi siti internet, venne ugualmente e successivamente ripresa, nel 2008, anche da Jura Gentium (rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale), a questo link: http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/wlgo/marianto.htm Last but not least, nel Maggio 2008, il programma televisivo Matrix (Canale 5 – Mediaset), allora diretto e condotto da Chicco (Enrico) Mentana, vi dedicò addirittura un’intera trasmissione. E con i giornalisti Roberto Pavone e Chiara Cazzanica, cercò parimenti, senza riuscirci, di minimizzare il significato ed il senso della medesima ricerca. Del reportage realizzato da questi ultimi, essendo da tempo inspiegabilmente scomparso dagli archivi video di quella trasmissione, ne troverà una sintesi privata su questo youtube: http://www.youtube.com/watch?v=zta5359CHhA



Come spiega, allora, che nella sua lista, vi siano comunque alcune basi Usa/Nato che, in realtà, non esistono o sono inesattamente situate o impropriamente riferite?



Vede, pur ribadendo la serietà e l’accuratezza della mia ricerca, non ho nessun problema a confessare che nella lista originale delle basi e/o delle installazioni militari o logistiche USA e/o NATO (sotto controllo USA) da me pubblicata nel 2005, ci siano effettivamente alcuni errori. La ragione è semplice da spiegare: quegli “errori” furono, da me, volontariamente e vistosamente inseriti nella lista, per salvaguardare l’anonimato e l’incolumità del mio informatore iniziale. E, soprattutto, per impedire che Big Brother potesse risalire fino a lui e creargli dei problemi. In ogni caso, per rispondere in blocco a tutte le diverse e variegate “contestazioni” che, fino al 2008, mi erano state sollevate, ed evitare che – da quelle studiate ed interessate insinuazioni e calunnie – potessero scaturire ulteriori ed antipatici qui pro quo, mi decisi a pubblicare una dettagliata messa a punto della mia stessa inchiesta sul sito web del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE) che troverà su questo link: http://www.cpeurasia.eu/305/basi-americane-in-italia-una-messa-a-punto Questo, naturalmente, senza contare che è stato il Pentagono stesso – in un suo documento ufficiale del 2007 (Department of Defense – Base structure report fiscal year 2007 baseline) – a confermare indirettamente la validità e la fondatezza della mia ricerca, come ognuno potrà facilmente verificare su questo link:  http://www.defenselink.mil/pubs/BSR_2007_Baseline.pdf



Sostiene che in alcune di queste basi vi siano armi atomiche? Se sì, dove e in che quantità?



Non soltanto lo sostengo, ma – fino a prova del contrario – lo  confermo e lo ribadisco. In altre parole, al momento della mia ricerca iniziale (2003/2004) e, almeno, fino a tutto il 2008, i Depositi nucleari statunitensi, in Italia, contavano (e contano ancora?) all’incirca 90 bombe, del tipo B-61-3, B-61-4 e B-61-10, (tutte unicamente sganciabili da caccia-bombardieri), con potenza media fra i 45 ed i 107 kilotoni, di cui 50 testate dislocate presso la base di Aviano, in provincia di Pordenone, e 40 in quella di Ghedi-Torre, in provincia di Brescia.



Queste armi possono essere usate dallo Stato italiano?



Ufficialmente, mia conoscenza, no! Il che non esclude che sulla base di uno dei numerosi Accordi segreti che sono stati siglati, dagli anni ’50 ad oggi, dal Servizi segreti Usa e quelli italiani, e mai ratificati dal Parlamento (art. 80 della nostra Costituzione) né dal Presidente della repubblica (art. 87), l’aviazione italiana – come forza militare della Nato e su ordine espresso di Washington – le possa utilizzare.



Reputa il cosiddetto Weapons Storage and Security System (WS3) un sistema efficace a scongiurare i rischi dovuti alla presenza di armi atomiche? Spieghi anzitutto in cosa consiste il WS3…



Come la stessa frase inglese lo indica, si tratta di un sistema di sicurezza per lo stoccaggio (sotterraneo) delle armi (atomiche). Messo a punto già dal 1976 e divenuto operativo nel 1988, il sistema in questione – interamente realizzato dalla ditta statunitense Bechtel International Inc. – permette l’immagazzinamento di testate nucleari, all’interno di tunnel individuali e compartimentati, scavati nel sottosuolo. Quel genere di gallerie sotterranee, nel gergo militare statunitense, posseggono anche un nome: Weapon Storage Vaults  (WSV) o Sotterranei (a volta) di stoccaggio di armi. Gli Usa ne posseggono all’incirca 204 in tutta l’Europa, di cui 2 in Italia (Ghedi-Torre e Aviano). Quello di Rimini (il 3° che esisteva in Italia) è stato dimesso nel 1993. Ora, affermare che si tratti di un sistema di sicurezza, sicuro al 100%, a me sembra una scommessa! Chi potrebbe garantirlo, con assoluta certezza? Con il nucleare, come sappiamo, non si è mai sicuri di nulla. Certo, finché non succede niente o non vi sono incidenti o possibili fatalità o disgrazie, il sistema in questione può essere considerato sicuro. Ma, il giorno che dovesse esserci un qualunque problema, tecnico o umano, il numero e la potenzialità di quelle armi stoccate sul nostro territorio potrebbe improvvisamente ed imparabilmente trasformarsi in un’immane e funesta catastrofe generalizzata per l’intero nostro Paese!



E’ vero che anche nel mar Mediterraneo, entro le nostre acque territoriali, vi sono centrali nucleari che approdano nei nostri porti?



La maggior parte delle unità navali statunitensi, appartenenti alla loro 6ª Flotta del Mediterraneo, che sono (permanentemente o saltuariamente) ormeggiate nei nostri porti (Livorno, La Spezia, Gaeta, Napoli, Taranto, Sigonella, etc.) o scorazzano indisturbate all’interno dell’antico Mare nostrum, sono a propulsione nucleare. In modo particolare, l’intera flotta sottomarina Us-Navy che fino a qualche tempo fa era basata a La Maddalena-Santo Stefano (Sassari) e che, essa stessa, è stata costretta ad abbandonare, a causa dell’alto inquinamento che aveva prodotto in quelle acque. Ognuna di quelle imbarcazioni (incrociatori, portaerei e sommergibili), inoltre, è ordinariamente equipaggiata con non meno di 10 o 20 o 30 missili a testata nucleare del tipo Cruise Tomahawk, la cui capacità distruttiva di ognuno, supera largamente di 10 volte le bombe atomiche che furono sganciate dagli Usa, su Hiroshima e Nagasaki, nell’Agosto del 1945. Insomma, l’Italia – che ufficialmente, fino ad oggi, è un Paese denuclearizzato e la maggior parte dei suoi cittadini pensa addirittura, con uno dei referendum del 12 e 13 Giugno prossimi, di continuare a ratificarne la moratoria – è, nell’ignoranza e/o nell’indifferenza di ognuno, una vera e propria polveriera atomica, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a cancellare definitivamente il nostro Paese dalla faccia della Terra. Questo, ovviamente, senza contare gli innumerevoli pericoli che, in tempi normali, l’eventuale fuga involontaria ed incontrollata di radiazioni potrebbe irrimediabilmente causare per la salute dei cittadini.



Queste unità sono impegnate attualmente in operazioni militari? Se sì, che tipo di pericoli possono derivare da questo fatto?



Molte delle unità navali della 6ª Flotta americana sono al momento impegnate militarmente a ridosso delle coste libiche, nel tentativo, unilaterale, arbitrario ed illegale – e non affatto giustificato, come spesso si tende erroneamente a credere, dalla “Risoluzione 1973” del Consiglio di sicurezza dell’ONU! – di costringere il Leader della Giamahiriya, Gheddafi, ad abbandonare il potere. E questo, nonostante il largo e provato sostegno che quest’ultimo continua a mantenere tra la popolazione del suo Paese, specialmente in Tripolitania. E’ vero che, allo stato attuale, le FF.AA. libiche (o quel che ne resta dopo 3 mesi di intensi e distruttivi bombardamenti Nato) non sembrano avere una qualsiasi capacità offensiva o controffensiva nei confronti della marina statunitense ed alleata (Francia + Gran Bretagna), ma se – per pura ipotesi – un missile o un’improvvisa ed imparabile azione kamikaze riuscisse comunque a centrare una qualunque di quelle navi da guerra con i loro arsenali atomici imbarcati, che succederebbe? Lascio volentieri al lettore, la possibilità di immaginare, a piacimento, l’intensità e l’ampiezza dell’eventuale catastrofe che ne potrebbe derivare, per la maggior parte di Paesi dell’area mediterranea!



A quasi settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale come si spiega l’occupazione, da parte delle forze militari statunitensi, dei nostri territori?



Si spiega semplicemente con il fatto che l’Italia è uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale. Quella guerra, infatti, noi Italiani – volens, nolens – l’abbiamo persa tutti. Anche coloro che pensano o credono (ingenuamente) o lasciano furbescamente credere (per la platea) di averla vinta dalla parte degli effettivi vincitori. Anche coloro che, nel 1945, non erano ancora nati. Anche coloro che, oggi – non solo non sono stati ancora concepiti, ma – non sono stati nemmeno immaginati, desiderati o vagheggiati dai loro possibili o probabili genitori! Questa, purtroppo, è la triste realtà… Per cercare di  comprendere quanto sto tentando di trasmetterle, mi permetto di segnalarle questo mio vecchio articolo, intitolato: “8 Settembre… Liberiamoci dal tradimento” (http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/h_8_Settembre_1943.pdf). Una volta letto e meditato, capirà il motivo per il quale l’Italia continua ad essere considerata da Washington come una sua colonia, ed i nostri soldati – che sono impegnati nelle varie “missioni militari” all’estero, in “guerre per la pace” (sic!) – dei banali Ascari o Meharisti del suo “Impero”.



Alla luce di quanto ci ha spiegato, ritiene che le campagne contro la costruzione di centrali nucleari abbiano un senso?



Non credo abbiano un senso… Al contrario, tendo piuttosto a considerare quelle campagne (ed il resto delle competizioni elettorali che si svolgono nel nostro Paese), il classico e proverbiale “coniglio di pezza” che è fatto ciclicamente e studiatamente “galoppare” davanti ai musi attoniti ed incuriositi dei soliti “levrieri scemi” della nostra svigorita ed ottenebrata società. Questo, per meglio continuare a nascondere o ad occultare, agli occhi dell’uomo della strada, il vero problema irrisolto del nostro tempo: quello, in particolare, dell’assoluto e non negoziabile recupero della nostra Libertà, Indipendenza, Autodeterminazione e Sovranità politica, economica, culturale e militare, sia come Nazione che come Stato. Senza quell’indispensabile, centrale e vitale riscatto – non solo dovremo continuare, in coatta o rassegnata sopportazione, a vivere e ad operare sine die all’interno della medesima “gabbia” che gli Usa ci hanno riservato dal 1945, ma – qualsiasi obiettivo (politico, economico, culturale e militare) che ci potrebbe essere proposto, consigliato o suggerito dai maggiordomi (di destra, di sinistra, di centro, di centro-destra o di centro sinistra) che seguitano a “governarci” per conto terzi, continuerebbe ad essere, come negli ultimi sessantasei anni, praticamente inaccessibile, irraggiungibile o inconseguibile. E nel migliore dei casi, nullo e non avvenuto!



di Federico Cenci, http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3861:nucleare-intervista-al-prof-alberto-b-mariantoni-litalia-e-gia-una-polveriera-atomica-&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34