lunedì 17 ottobre 2011

Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena.



(ASI) Tutti sono stati capaci a dire la loro e a condannare gli incidenti di Roma. Pochi, al contrario, si sono domandati il perché e in quale contesto sono avvenuti.



Da destra, seguendo la solita sceneggiatura dell’ordine e della sicurezza, sono arrivate immediatamente le condanne e si è parlato di punire severamente gli autori della guerriglia. Roberto Maroni, ministro dell’interno, ha difeso e solidarizzato con le forze dell’ordine dichiarando: “Quello che è successo a Roma è un fatto di inaudita gravità che va condannato da tutti senza esitazioni. Ringrazio ancora una volta le forze dell’ordine, il prefetto, il questore perché solo grazie ad un’equilibrata gestione dell’ordine pubblico si è evitato che ci scappasse il morto. Il rischio era concreto perché i violenti si sono volutamente fatti scudo del corteo”. Il senatore Maurizio Gasparri, ha precisato: “Quanto è successo a Roma non è frutto del caso o dell’improvvisazione. Caschi, bastoni, maschere antigas ed altre attrezzature da guerriglia erano in dotazione a migliaia di manifestanti che non sono stranieri o fantomatici black bloc, ma appartenenti a ben note organizzazioni dell’estrema sinistra”.



Dalla sinistra, invece, sempre intenta ad apparire democratica e civile, sono arrivate all’unisono le prese di distanza. Nichi Vendola di Sinistra Ecologia e Libertà ha detto: “L’obiettivo della violenza teppistica che è andata in scena a Roma era colpire la manifestazione. Volevano togliere il diritto di parola a migliaia di ragazzi, uccidere la speranza che il dissenso radicale possa diventare politica. Il giudizio su questo teatro del nichilismo distruttivo deve essere più che netto: questa violenza è il vero nemico da battere”. In una nota di Giovanni Barbera, membro della direzione romana di Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra si legge: “Ragazzi incappucciati che avevano dato fuoco ad alcune auto e devastato alcuni locali di Via Cavour sono stati cacciati e malmenati dagli stessi manifestanti. La cosa anomala è che alcuni di loro si sarebbero rifugiati dietro i blindati delle forze dell’ordine in via dei Serpenti, da quanto riferiscono alcuni manifestanti presenti ai fatti. Li avrebbero fatti passare senza fermarli. Chiediamo che tali fatti siano accertati da chi ne ha la competenza. Se fossero veri sarebbero di una gravità inaudita e qualcuno ne dovrebbe rispondere pesantemente”. Quest’ultima dichiarazione, di “cossighiana” memoria, non sarebbe certo una novità… Ma andiamo oltre.



Tutti i politicanti, si sono dichiarati contro la violenza e il bisogno di rispettare le regole. Ma quali regole? La politica affaristica dei governi e dei potenti del mondo, sono legali? I ragazzi scesi in strada sabato e in molte altre occasioni, quale futuro possono avere? Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena, fatta di banche predatrici e di fabbriche che chiudono. C’è un popolo lasciato a se stesso. C’è una crisi che sembra destinata a non finire mai. E’ troppo facile ridurre la motivazione dei disordini e di una così forte protesta additando la colpa ai “soliti facinorosi”. E le persone scese in strada, non sono marziani venuti da un altro pianeta o, come aveva detto in una intervista a Sky Tg 24 il sindaco di Roma Gianni Alemanno, “i più violenti venuti da tutta Europa”. Sono le stesse persone che cucinano in nero per trenta euro a serata in qualche ristorante radical chic, sono le stesse che rispondono ad un qualsiasi call center con contratti a progetto per poche centinaia di euro al mese o, peggio ancora, sono persone licenziate da un giorno all’altro perché la fabbrica di turno ha deciso di investire all’estero.



La protesta scoppiata lo scorso anno in tutta Europa, sta continuando. Continua in Grecia e continua qui in Italia. Ed è troppo riduttivo sminuire un fenomeno che sembra crescere giorno dopo giorno.



www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5327:dietro-il-fumo-dei-lacrimogeni-e-delle-camionette-che-vanno-a-fuoco-&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34


mercoledì 12 ottobre 2011

Giorgio Sandri scrive al Ministro Maroni per far autorizzare la targa per Gabriele


(ASI) Oggi, sul quotidiano “Il Tempo”, è stata pubblicata la lettera scritta da Giorgio Sandri, al Ministro dell’Interno Maroni, affinché venga autorizzata la targa in ricordo di Gabbo. Una targa sostenuta da 25.000 firme che rappresenta non solo “una semplice lapide, ma un monito indelebile per il futuro, il simbolo di un'intera generazione di cittadini alla ricerca di punti fermi su cui costruire un futuro senza barriere e più a misura d'uomo, dove lo Stato è sempre la somma di tutti i suoi figli e custode della memoria collettiva, senza pregiudiziali alcune”.



On.le Ministro Maroni, tra un mese saranno trascorsi quattro anni da quando la folle mano di un individuo pensò di contravvenire a qualsiasi regola d’ingaggio della Polizia di Stato uccidendo mio figlio, ragazzo di 26 anni a bordo di un'auto sull'Autostrada del Sole, nell'area di servizio Badia Al Pino Est, in provincia di Arezzo.



Non si trattò di un incidente automobilistico e nemmeno di una sventurata fatalità. Per questo, da quell’11 Novembre 2007, un moto popolare libero si è stretto intorno alla mia vicenda, sostenendomi in una causa che accomuna coscienze civili senza distinzioni di città, credo politico e ceto sociale. Nel nome del mio amato Gabriele, tanti giovani sono riusciti a riscoprire l’importanza dell’affermazione dei valori fondamentali della vita comunitaria, della legalità e della cittadinanza attiva, dove ognuno è partecipe (e non escluso) della dialettica e della sfera di tutela pubblica. Capisaldi imprescindibili delle attività promosse dalla Fondazione Gabriele Sandri, che mi onoro di rappresentare promuovendo azioni finalizzate alla diffusione di una nuova cultura della convivenza.



Lo scorso anno, a ridosso del terzo anniversario, con la costituzione del Comitato Mai Più 11 Novembre è stata democraticamente promossa una raccolta popolare di firme per favorire l'apposizione di una targa sul luogo del delitto, con scritto semplicemente “In ricordo di Gabriele Sandri, cittadino italiano”. Contando unicamente su generosità, spontaneismo e sensibilità di migliaia di cittadini, in appena 2 mesi vennero raccolte 25.000 firme in tutta Italia, un numero che - se l'iniziativa fosse proseguita - forse oggi sarebbe di qualche milione di sottoscrizioni. Perché da allora, nonostante innumerevoli tentativi, colloqui e iter burocratici puntualmente vanificati, l'apposizione della targa non è stata definitivamente autorizzata, malgrado le rassicurazioni ricevute a più riprese per le vie brevi da Autostrade per l'Italia S.p.a. e Comune di Civitella in Val di Chiana.



Come Lei sa, l’impasse ha portato la questione anche in Parlamento, con interventi bipartisan di deputati che hanno rimbalzato l'iniziativa per scioglierne il nodo. “Lapidi o ricordi permanenti in luoghi pubblici non possono essere dedicati a persone se non decedute da almeno 10 anni, salvo facoltà di deroga concessa dal Ministro dell’Interno in casi eccezionali“, ha risposto ad un’interrogazione in aula il 24 Marzo 2011 il Sottosegretario delle Infrastrutture e dei Trasporti On. Bartolomeo Giachino.



Per questo sono a scriverLe una lettera aperta, ad un mese esatto dall’11 Novembre. Per invitarLa pubblicamente ad autorizzare in deroga l'apposizione di questa targa che in realtà non è una semplice lapide, ma un monito indelebile per il futuro, il simbolo di un'intera generazione di cittadini alla ricerca di punti fermi su cui costruire un futuro senza barriere e più a misura d'uomo, dove lo Stato è sempre la somma di tutti i suoi figli e custode della memoria collettiva, senza pregiudiziali alcune. Perché uno Stato civile e una democrazia compiuta, con convinzione devono avere la forza di mostrare i segni su cui metabolizzare gli errori del passato, senza trincerarsi dietro silenzi ed oblio, affinché mai più nessuno debba subire sulla propria pelle quanto mi è stato irrimediabilmente tolto proprio in quell’area di servizio autostradale che oggi, come quattro anni fa, è ancora lì. Ma stavolta in attesa di un segnale diverso, una traccia di speranza e di umanità perenne.



On.le Ministro dell'Interno Maroni, per tutto quanto questo confido nella Sua disponibilità per un intervento risolutivo. Per far si che a Badia Al Pino Est l'ormai prossimo 11 Novembre 2011 possa diventare il giorno della pacificazione col nostro futuro della memoria, in ricordo di Gabriele Sandri, cittadino italiano.



Certo di un Suo gradito riscontro, cordialmente,


Giorgio Sandri - Presidente Fondazione Gabriele Sandri



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martedì 11 ottobre 2011

Sigonella, 11 ottobre 1985.


Ventisei anni fa, l’11 ottobre del 1985, Bettino Craxi ordinava ai Carabinieri di difendere la sovranità territoriale italiana a Sigonella. Meno di un mese più tardi pronunciava questo discorso in parlamento:



 




Irlanda del nord. Internamenti senza accuse e pesanti condizioni carcerarie potrebbero portare ad uno sciopero della fame


(ASI) Sabato 8 ottobre è stato il giorno della mobilitazione europea in sostegno dei prigionieri politici repubblicani irlandesi. Presidi e volantinaggi si sono svolti in Germania, nei Paesi Bassi, in Austria, in Svezia, in Francia e anche in Italia. A Roma, il Coordinamento Amici dei Pow Irlandesi, è sceso in piazza, davanti all’ambasciata britannica in Via XX Settembre, per chiedere il ripristino dello status di prigioniero politico e l’immediata liberazione di Marian Price e Martin Corey.



Marian Price, leader del 32 Country Sovereignty Movement e dell’ Irish Republican Prosoners Welfare Association, è detenuta nel carcere di Maghaberry dal Maggio del 2011. Era stata arrestata con l’accusa di incoraggiamento al terrorismo riconducibile alla commemorazione dell’Easter Rising, organizzata dal 32CSM presso il cimitero di Creggan – Derry - il lunedì di Pasqua, dove, un militante della Real IRA, aveva annunciato una nuova stagione di lotta contro l’oppressore britannico. Marian Price, una volta liberata, ha visto revocata la sua licenza di libertà per ordine del Segretario di Stato, Owen Paterson, dopo essere stata accusata di aver procurato beni, fra i quali un cellulare, per l’attacco di Massereene del marzo 2009. L’avvocato di Marian Price afferma che la sua assistita era stata interrogata originariamente su questo attacco nel novembre del 2009, ben 18 mesi prima.



Martin Corey è detenuto a Maghaberry dall’aprile del 2010. Aveva scontato diciannove anni nel carcere di Long Kesh per l’omicidio di un agente del RUC nel 1973, poi nel 1992 era stato rilasciato. In una intervista esclusiva al Lurgan Mail, Martin Corey, racconta di come le accuse siano assolutamente infondate. Nell’intervista si legge: “non hanno prove contro di me. Per questo non mi hanno ancora accusato formalmente. Se il mio caso approdasse in tribunale, finirebbero per rilasciarmi, perché non c’è uno straccio di prova contro di me”. E ancora: “Da quando sono stato rilasciato da Long Kesh il massimo in cui sono stato coinvolto è stata qualche attività di protesta come i white-line pickets. Null’altro. Se hanno prove a mio carico, allora dovrei essere formalmente accusato e dovrebbe iniziare un processo; in caso contrario, devono rilasciarmi”. Concludendo, parlando della situazione carceraria a Maghaberry, ha affermato: “l’accordo dello scorso agosto non è stato applicato; la dirty protest attualmente in corso potrebbe presto degenerare, e uno sciopero della fame pare ormai una possibilità del tutto verosimile. L’ultimo sciopero della fame iniziò con una dirty protest, e questa controversia potrebbe finire allo stesso modo: ci sono numerosi volontari per uno sciopero della fame”.



I continui internamenti senza accuse e le pesanti condizioni carcerarie, ricordano gli anni bui dei troubles e l’hunger strike di Bobby Sands e dei suoi compagni. Martin Rafferty, membro del comitato del 32 County Sovereignty Movement, in una recente intervista per Rinascita, ha dichiarato: “quello che succede a Maghaberry è quello che sta cadendo in generale fuori, è il riflesso di quel che succede nella società irlandese: gli accordi del Venerdì Santo non solo hanno distrutto le aspirazioni repubblicane ma hanno anche eliminato lo status di prigioniero politico fino ad allora concesso ai repubblicani. Quindi le condizioni dei prigionieri sono peggiorate, perché quello che avevano fino a quel momento gli è stato tolto. Tutti i repubblicani arrestati dopo il Good Friday Agreement sono stati considerati prigionieri comuni”.



Di Fabio Polese,

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5243:-irlanda-del-nord-internamenti-senza-accuse-e-pesanti-condizioni-carcerarie-potrebbero-portare-ad-uno-sciopero-della-fame&catid=3:politica-estera&Itemid=35


lunedì 10 ottobre 2011

GAZA: ADOZIONI A DISTANZA


La Comunità Solidarista ha iniziato la collaborazione con l'Associazione Orfani Palestinesi nel quadro di un progetto di adozioni a distanza che, per quanto riguarda l'intervento diretto di "Popoli", ha preso il via nel mese di ottobre 2011. Abbiamo adottato 5 orfani e invitiamo quelli tra i nostri sostenitori che volessero dare un aiuto concreto alla causa del Popolo Palestinese a contattare direttamente la A.O.P. per avere le indicazioni necessarie all'adozione. Potete scrivere una mail all'indirizzo: aop.onlus@gmail.com chiedendo il modulo di adesione al progetto, citando se volete la Comunità Solidarista Popoli come referente. Si può adottare un bambino con una quota mensile a partire da 50 euro. L'Associazione Orfani Palestinesi si trova a MIlano, in via Bolama 2, angolo viale Monza 309.





Per chi volesse sostenere l'iniziativa a Perugia, può contattarci a: controventopg@libero.it

mercoledì 5 ottobre 2011

Amanda Knox è libera, noi italiani no.

Il caso di Perugia, anche se piccolo, è un tassello della nostra sovranità limitata


di Fabio Polese, www.agenziastampaitalia.it



(ASI) Nel giorno della sentenza in appello, Perugia è nuovamente invasa da giornalisti americani che proclamano l’innocenza della loro connazionale. Più di quattrocento sono stati i giornalisti accreditati al processo dell’anno. Alcuni, addirittura, hanno trascorso la notte davanti all’ingresso del tribunale per essere in prima fila nell’ultimo atto – per ora – di questo tristissimo show mediatico.



Diversi giornalisti statunitensi sono stati intervistati da tv locali e nazionali e, come dei pappagalli addomesticati, hanno urlato fino alla nausea l’innocenza della loro connazionale Amanda Knox. Sinceramente, non mi sono mai occupato del caso giudiziario in questione, anche perché, da perugino, ho avuto sin da subito la nausea. La mia città è stata violentata, definita la città dello sballo e della droga tout court. Tra l’altro, non considerando che la vicenda è a tutti gli effetti una violenza privata e che, anche volendo, nessuno sarebbe potuto intervenire. E, non in ultimo, non è stato neanche considerato che tra i protagonisti della triste storia non c’è nessun perugino. Detto questo, però, mi sono incuriosito leggendo le reazioni dei media, delle autorità e dell’opinione pubblica statunitense, subito dopo la sentenza di primo grado che aveva condannato a 25 e 26 anni Amanda Knox e Raffaele Sollecito, per l’omicidio della giovane studentessa inglese Meridith Kercher.



La senatrice Usa Maria Cantwell, riferendosi al processo di Perugia, aveva sottolineato che la condanna della ragazza americana era arrivata nonostante una evidente «mancanza di prove» rilevando «una serie di difetti nel sistema di giustizia italiano» e aveva dichiarato che «l’antiamericanismo può avere inquinato il processo». Subito dopo queste dichiarazioni, Hilary Clinton, segretario di Stato, si era resa disponibile a prendere in esame la vicenda. Il Ministro degli Esteri Franco Frattini, aveva parlato di un interessamento legittimo da parte dei politici statunitensi. Anche il primo cittadino di Seattle – città gemellata con Perugia -, Mike McGinn, incredulo dopo la sentenza, aveva deciso di sospendere l’iniziativa di intitolare un parco di Seattle proprio a Perugia. Articoli deliranti di testate a stelle e strisce scrivevano che la storia era basata su errori giudiziari e pregiudizi.



Insomma, dall’altra parte dell’oceano, si pensava, che la signorina Knox, era la vittima scelta dalla magistratura italiana. Ieri, la Corte d'assise d'appello di Perugia ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall'accusa di aver ucciso, nel novembre 2007, la studentessa inglese Meredith Kercher. La decisione, dopo otto ore di consiglio, è stata presa in base al primo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale, che prevede l'assoluzione perché «il fatto non sussiste». Il mio primo pensiero, appena è arrivata la notizia, è stato un titolo di un articolo apparso sulla testata giornalistica Newser che recitava: «Amanda is America». Detto fatto, se Amanda è l’America, non potevamo certo pensare in un verdetto di condanna. Tra l’altro, nell’aria, nella Perugia «bene», la notizia circolava da tempo. E così, anche l’opinione pubblica e i politici americani, dopo le forti critiche al sistema giudiziario italiano sono passati alle congratulazioni. «Gli Stati uniti apprezzano l'attenta considerazione della vicenda nell'ambito del sistema giudiziario italiano» ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa Victoria Nuland, poco dopo la lettura della sentenza di assoluzione di Amanda Knox.



L’onorevole del Pdl Rocco Girlanda, presidente onorario della Fondazione Italia Usa, che sin dall’inizio si era schierato a favore della yankee, parlando con i giornalisti Ansa, aveva lasciato intendere che, Amanda Knox, sarebbe partita con un volo di linea per gli Stati Uniti. E così è accaduto, l’americana è partita per tornare a casa, passando – casualmente - per Londra. Sicuramente i legali della famiglia di Meredith Kercher ricorreranno in cassazione ma c’è il rischio che, la Knox, non faccia più ritorno dalla sua lussuosa dimora negli States. Cercando su internet casi simili a quelli di Perugia, mi sono imbattuto in un articolo uscito su Repubblica il 4 maggio del 2004, «Bruciano hotel a cinque stelle: libere» a firma di Massimo Lugli, dove due ragazze americane, Tracy di 24 anni e Rachel di 25, dopo aver provocato l’incendio al Grand Hotel «Parco dei Principi», a Roma, all’alba del 1 maggio e la morte di tre persone, sono tornate – senza neanche il processo - a casa. Il Pm Giuseppe Andruzzi aveva liquidato la questione con poche parole: «Non sono indagate, possono fare quello che vogliono, anche tornare nel loro Paese». Il caso di Perugia, come quello del maggio del 2004 a Roma, anche se piccoli, sono tasselli della nostra sovranità limitata. Le pressioni dello Zio Sam – anche questa volta - si sono fatte sentire, mentre i nostri politici, sottomessi da sessant’anni, continueranno a rimanere in silenzio.


lunedì 3 ottobre 2011

GIUSTIZIA PER CARLO E PER GLI ITALIANI DETENUTI INGIUSTAMENTE ALL'ESTERO.


Oggi, a Perugia, il processo d'appello per l'omicidio Kercher.



I giornalisti americani proclamano l’innocenza della povera bimba yankee. E i loro politici continuano blaterare.



I nostri, invece, sottomessi da sessant’anni, comunque andrà, continueranno a rimanere in silenzio...



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