venerdì 13 maggio 2011

I retroscena del caso Bin Laden.


Alessandro Marescotti ed Ettore Bertolini, c’è poco da festeggiare e tanto da capire.


TEHERAN – Proponiamo la prima parte di uno dei più salienti programmi mai realizzati dalla nostra redazione nello spazio Tavola Rotonda.


Ettore Bertolini, direttore dell’Agenzia Stampa Italia e Alessandro Marescotti, direttore di peacelink, spiegano le loro opinioni sulla notizia della morte di Bin Laden tra retroscena, operazioni di falsa propaganda ed equilibri geopolitici in un dialogo aperto con il direttore di Radio Italia dell’IRIB Davood Abbasi.



L’audio della prima parte del programma:



 




La settimana del "meno peggio".


Come sempre accade quandomancano pochi giorni alle elezioni , molte persone vengono assalite da una sorta di amnesia transitoria, cui si associa l’ansia da crocetta compulsiva e la bonomia da campagna elettorale, vissuta nel segno evangelico del perdono.


Ti ritrovi così a ricevere la visita di Arturo che sorridente sull’uscio di casa ti omaggia del “santino” di quel partito che ha perorato la costruzione dell'inceneritore  che lo sta avvelenando insieme alla sua famiglia. –Ma quando protestavamo contro l’apertura del cantiere hai detto che quei mafiosi non li avresti votati mai più-. E’ vero, ma se non li votiamo poi vince la destra e se vince la destra…


Ti ritrovi al bar a fare colazione con Cristina e ti stupisce vederla infervorata nella campagna elettorale di quel partito che vuolericostruire le centrali nucleari,  proprio lei che dopo la tragedia di Fukushima ti telefonava a mezzanotte per sapere se la nube radioattiva era già arrivata in Italia. –Ma non avevi detto che  quei “mostri” il tuo voto non lo avrebbero visto mai più’- Si, certo,  però oltre alla questione ambientale ci sono tante altre cose e questa volta rischia di vincere la sinistra e giù con le tasse…già, le tasse....


Ti ritrovi in ufficio con Luigi che, occhieggiando compiaciuto ti consiglia di votare il marito della sorella di suo cognato, che è una persona seria, candidata con quel partito che ha fatto dell’onestà la propria bandiera, salvo poi fare della bandiera un uso che non sarebbe delicato descrivere nei particolari. – Ma se all’indomani della candidatura di quel mafioso giurasti che con loro avevi chiuso.- Si ma è un parente e poi sono comunque sempre meglio degli altri…già sempre meglio.


Ti ritrovi a scorgere Elena nel corteo di quei sindacati che l’hanno messa in mezzo alla strada avallando la legge 30 e la precarietà. – Chi ci fai qui?- Bisogna dare un segnale forte a questo governo di ladroni e poi domenica ci sono le elezioni.- Si, ma avevi detto che con la sinistra avevi chiuso per sempre.- Chiuso si, ma non si può lasciare spazio al razzismo…già non si può lasciare spazio.

Incontri Mauro in birreria, l’ultima volta che lo vedesti, un mese fa,  era fuori di sé per la guerra in Libia, adesso caldeggia con enfasi quel partito che la sostiene, in distonia con larga parte della sua base. –Ma non avevi  deciso mai più appoggio a questa destra al servizio degli americani?- Certo, ma tanto se stai fuori dai giochi fanno comunque quello che gli pare e finisci per favorire la sinistra…già finisci per favorire.

Così ti rassegni a rivivere per l’ennesima volta la settimana del meno peggio, con il suo corollario di ritorni di fiamma, pentimenti dell’ultima ora, nasi turati ostentando coraggio, stoico eroismo sulla linea del Piave, dove il perdono diventa una necessità di sopravvivenza.


 


Scordiamoci ‘o passato, paisà!



Di Marco Cedolin, http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/la-settimana-del-meno-peggio.html

martedì 10 maggio 2011

Trent’anni dalla morte di Bobby Sands. Racconto dal nord Irlanda.


Articolo di Federico Cenci e Fabio Polese

 




(ASI) BELFAST – Il percorso che avrebbe portato il ventisettenne irlandese Bobby Sands a morire di stenti iniziò il 1° marzo 1981, quando il giovane Comandante dell’IRA cominciò uno sciopero della fame – il secondo dopo quello del dicembre 1980 – nel carcere di Long Kesh, nel Nord Irlanda. L’obiettivo del suo gesto, seguito presto da altri detenuti dell’IRA, era quello di richiedere ai suoi carcerieri, ossia ad un riluttante governo britannico, alcuni diritti che avrebbero consentito agli esponenti dell’IRA di ottenere lo status di prigionieri politici. L’impassibilità del governo britannico sembrò all’improvviso, durante i primi giorni d’aprile, essere scalzata da un evento apparentemente propedeutico. Delle elezioni suppletive, a seguito della morte inaspettata di un membro del parlamento britannico per la circoscrizione di Fermanagh-South Tyrone, consentirono, infatti, alla comunità cattolica di cogliere l’opportunità di candidare il detenuto repubblicano Bobby Sands. Dopo una campagna elettorale infuocata i risultati premiarono la sagacia politica: il 9 aprile 1981 Bobby Sands, grazie ad una preminente mobilitazione alle urne da parte della comunità cattolica del nord Irlanda, divenne membro del parlamento britannico, così innescando un meccanismo di pressione internazionale nei confronti del governo di sua maestà affinché si aprisse ad un dialogo con i repubblicani in sciopero della fame. Ciononostante, la premier inglese Margaret Thatcher non venne scalfita e ribadì fermamente, con chiaro riferimento ai detenuti dell’IRA: “Criminal, not politicals”. In questo modo, ella si faceva interprete di una rigidità a lungo andare inconveniente per il governo britannico – nell’ottobre 1981 si vedrà costretto a cedere a gran parte delle richieste dei detenuti – e decretò, di fatto, la condanna a morte per Bobby Sands. All’alba del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame, il corpo di Sands cedette al lancinante sacrificio cui era stato sottoposto e consegnò di diritto questo giovane cattolico della borgata di Abbots Cross, a North Belfast, nel nutrito novero dei martiri della lotta irlandese. Mentre fuori dalle grigie mura di Long Kesh la notizia della morte scatenò furiosi incidenti tra repubblicani ed esercito britannico, Sands veniva deposto nella bara con una grande croce d’oro tra le mani, giuntagli direttamente da Papa Giovanni Paolo II poche settimane prima. Le esequie si celebrarono in un clima di grande e partecipata solennità. Era plumbeo il cielo d’Irlanda quel 7 maggio del 1981, quasi incombeva su uno sciame di 100.000 persone che, in rigoroso silenzio, parteciparono ai funerali nel cimitero di Milltown.



A trent’anni di distanza, il cielo sopra quel conteso territorio a Nord dell’isola smeraldo, come amano definire l’Irlanda le agenzie di viaggio per via dei suoi meravigliosi paesaggi, non sembra volersi dipanare. Le ultime tre decadi raccontano sì di svolte importanti in termini strettamente geopolitici, tuttavia la recrudescenza di divisioni che spesso si traducono in violenza è un fenomeno mai sopito in questa terra, come le cronache attuali attestano. Passeggiare per gli anfratti di città come Belfast o Derry, in quei focolari d’appartenenza caratterizzati da filo spinato, muri colorati e bandiere al vento che parlano di un passato che incalza la quotidianità, rende l’idea di come le divisioni tra le comunità cattolica e protestante siano ancora profonde, al di là dei tentativi di riconciliazione avvenuti nel corso degli anni da parte di esponenti della politica istituzionale nordirlandese. Da queste parti il tempo è scandito da commemorazioni e ricorrenze, eventi che vivificano l’idea e rafforzano il concetto di identità: ovunque – sui muri, sulle vetrine dei fast food, dentro ai pub – è possibile notare piccole locandine affisse che convocano la comunità a partecipare ad un presidio piuttosto che ad un corteo per commemorare qualche topico evento della propria storia o qualche martire della propria causa. Sono le 17.00





del 5 maggio 2011 e a Falls Road iniziano a mobilitarsi una cinquantina di nazionalisti repubblicani. Silenziosamente si posizionano al centro della via tra le due carreggiate e, mentre le macchine suonano i clacson per unirsi alla commemorazione, vengono srotolati i manifestini con l’immagine di Bobby Sands. A distanza di qualche metro l’uno dall’altro, la fila di uomini e donne irlandesi arriva fino al cimitero dove sono sepolti diversi combattenti. Il cielo è cupo, ma il sole sembra volersi aprire per commemorare anche lui un uomo che ha sacrificato la vita per la libertà del proprio popolo. La situazione comunque è abbastanza tesa, i giornali locali parlano di possibili tensioni dovute al fatto che alcuni gruppi di protestanti potrebbero arrivare da Shankill Road – il quartiere più britannico di Belfast -. Mentre camminiamo per Falls Road tra i famosi murales che rafforzano la voglia di libertà e il sentimento ancestrale per la propria terra, troviamo uno striscione dell’Erigi dato alle fiamme. Nei muri sono affisse bandiere nere in segno di lutto. Gruppi di appartenenti ai vari schieramenti repubblicani sono impegnati per la campagna elettorale; troviamo infatti diversi banchetti: dallo Sinn Fèin all’Erigi. Ci fermiamo a parlare con alcuni di loro, tutti molto cordiali ci invitano alle commemorazioni di questi giorni. Arrivati al cimitero, dove la mattina si era svolta un’altra commemorazione, le emozioni si fanno forti. Ci sono diverse corone di fiori con i colori dell’Irlanda che formano arpe e croci celtiche deposte dai militanti nazionalisti in ricordo di tutti gli Hunger Strike. “In proud and loving memory of our son and brother killed in action” è il testo di una delle tante targhe in memoriam che mettono i brividi.



 





Dopo le ultime dichiarazioni della Real Ira avvenute durante la commemorazione di Pasqua organizzata dal 32 County Sovereignty Movement a Derry, dove veniva lanciato un monito agli appartenenti alle forze della PNSI – Police Service of Northern Ireland –, la guardia è altissima. Proprio ieri a Derry una bomba a mano è stata tirata contro la polizia che solo “per fortuna” – ha dichiarato il Sovraintendente Capo della PSNI Stephen Martin – nessuno è rimasto ucciso. Per i nazionalisti di Belfast e di tutti i cattolici del nord Irlanda quello di Bobby Sands, a trent’anni dalla sua morte, non è un mero ricordo, bensì un impegno di lotta da ereditare affinché l’isola verde possa un giorno autodeterminarsi nella sua interezza.



http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3467:bobby-sands-trentanni-dalla-morte-racconto-dal-nosrd-irlanda-&catid=3:politica-estera&Itemid=35


venerdì 6 maggio 2011

Onore a Bobby Sands.


Trent’anni fa un favilla di fuoco squarciò il buio di una recondita prigione chiamata Maze, angusto mostro di cemento in cui gli occupanti britannici confinavano i cuori impavidi dell’autodeterminazione irlandese. Il pragmatico occupante, convinto che la desolazione di una prigionia crudele avrebbe inghiottito i sogni più romantici tarpando le giovani ali di cui una generazione di insorti si servì per sfidare il destino, non fece tuttavia i conti con l’improvviso affiorare di quella forza atavica chiamata volontà. Forza che intaglia nell’animo di fede sino a fungere da viatico a quel fastoso battito d’ali che finanche sfida la morte.




All’alba del 5 maggio 1981, il Comandante dei prigionieri dell’IRA Bobby Sands muore d’inedia a seguito di sessantasei giorni di sciopero della fame. Dopo di lui, altri nove combattenti irlandesi nell’arco di pochi mesi abbracceranno la sua medesima sorte. Il loro contributo di sangue rende feconda la terra d’Irlanda.




Onore a Bobby Sands, ventisettenne martire della causa irlandese, espressione più lucida di un’Europa che non ha abiurato di fronte all’incedere del tempo, al deserto che avanza. Europei, rivolgiamo il nostro sguardo verso quell’isola indomita: la favilla di fuoco che trent’anni fa squarciò il buio di Maze proietta un’eterna luce di speranza.


 

Associazione Culturale Zenit - Roma



 

Associazione Culturale Tyr - Perugia


martedì 3 maggio 2011

In morte di un ologramma.


Gli “eroici” Navy Seals americani hanno ucciso Osama Bin Ladin, l’inafferrabile icona del terrorismo olografico internazionale, l’ectoplasma più ricercato del pianeta, fin dai tempi dell’autoattentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, riguardo al quale lui stesso, quando ancora possedeva una dimensione corporea, aveva più volte ribadito la più completa estraneità.

La “sconvolgente” notizia campeggia in formato maxi lusso sulle prime pagine di tutti i media, con una tale ridda di foto, articoli, retrospettive, precognizioni, indiscrezioni e valutazioni dotte, da tenere impegnato il lettore almeno per qualche settimana, sempre che si legga di buona lena e senza troppe distrazioni.

Ci sono i racconti concernenti i risvolti dell’operazione militare di grande prestigio ed estrema difficoltà, perché ammazzare un ectoplasma non è una passeggiata che s’improvvisa così su due piedi.

C’è la narrazione della sepoltura del “corpo” in mare, secondo le modalità del rito islamico, dal momento che quando si ammazza un ologramma non occorre attendere qualche giorno prima di fargli il funerale, anzi si può procedere perfino in anticipo rispetto all’assassinio e sei poi il rito islamico prevede tutt'altra cosa in fondo poco importa.....





Ci sono le dichiarazioni dell’onorevole del PDL Michaela Biancofiore che vede nell’uccisione di Osama un miracolo del nuovo santo Wojtyla, dando della vicenda una visione mistica ricca di suggestioni.



Ci sono i filmati delle manifestazioni di giubilo a Ground Zero, i timori che l’ologramma anche da morto possa istigare masse di pixel a diffondere il terrore in giro per il mondo come ritorsione. L’esultanza di Karzai che nell’accaduto coglie una “lezione” per i talebani, condita dalla speranza che le truppe occidentali tornino presto a casa loro, risparmiando la vita di donne e bambini. Il rimprovero del Vaticano che ricorda come la morte non vada festeggiata, atteggiamento che potrebbe svilire l’entusiasmo della Biancofiore. E poi tantissimi filmati, tante foto, tante dichiarazioni, tanto di tutto.



Andando oltre la facile ironia, senza dubbio anche la morte di un ologramma pone interrogativi reali, parte dei quali molto inquietanti e che meriteranno di venire sviscerati nel tempo.



La scomparsa ufficiale di Bin Ladin potrebbe essere indicativa della fine di un decennio in cui le guerre imperialiste americane sono state giustificate solo e sempre attraverso lo spettro del terrorismo olografico e dimostrare come ormai i tempi siano maturi, perché le rivoluzioni colorate che corrono su twitter e facebook si sostituiscano ai terroristi mascherati che correvano nelle videocassette del Pentagono.



Al contempo potrebbe rivelarsi prodromica di un progressivo disimpegno americano in Afghanistan e in Iraq, volto a privilegiare l’occupazione militare di altri territori più appetibili nel prossimo futuro, quali la Libia, la Siria, il Marocco, l’Egitto, ma anche quell’Iran che per la Casa Bianca rappresenta un’onta da lavare, ormai vecchia di oltre trent’anni.



Ma non è da escludere che, al contrario, il Pentagono intenda invece usare la scomparsa dell’ologramma, proprio per rianimare di fittizia vita il di lui esercito “del male” e riproporre in grande stile la lotta al terrorismo, fidando sugli ottimi risultati ottenuti durante l’ultimo decennio.



Nessuna ipotesi può essere sposata con certezza assoluta, così come molte ed indecifrabili potrebbero essere le vie che hanno portato all’assassinio virtuale che per lungo tempo catalizzerà l’attenzione dei media.

L’unica certezza è caratterizzata dal convincimento che nulla venga fatto mai accadere per caso. Chi ha spento i pixel di Osama Bin Ladin, aveva ottime ragioni per agire in questo senso e tutti noi non tarderemo a prendere coscienza delle stesse, sempre ammesso che nel futuro in preparazione ci sia ancora spazio per prendere coscienza di qualcosa.



Di Marco Cedolin,
http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/in-morte-di-un-ologramma.html


domenica 1 maggio 2011

Gendarmerie UE, anzi USA.


Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA. Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.  


Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero - l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).



Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.



Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.



Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come  ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.



La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.



Di Alessio Mannino, Il Ribelle

Ederle2: in arrivo il contentino per i vicentini.


(ASI) La storia legata all’edificazione di un nuovo presidio militare battente bandiera a stelle e strisce a Vicenza si trascina stancamente da oltre 4 anni. In tutto questo tempo i signori di Washington hanno praticamente ottenuto tutto ciò che hanno preteso da tre diversi governi italiani, peraltro sostenuti da due diverse maggioranze.

In più di una occasione la volontà popolare è stata letteralmente violentata, basti ricordare la farsa del referendum voluto dal primo cittadino berico Achille Variati ed annullato dal Consiglio di Stato tre giorni prima tra gli applausi dei palazzi romani.



Ora però per gli abitanti di Vicenza sembra giunto il momento di portare a casa una piccola vittoria di Pirro.



A giorni infatti una rappresentanza del comune veneto dovrebbe essere convocata a Palazzo Chigi per mettere nero su bianco l’accordo bilaterale sulle compensazioni dovute alla città in cambio dell’edificazione di questo nuovo presidio militare statunitense.



Entro metà maggio quindi dovrebbe finalmente chiudersi questa storia dopo i rinvii del mese scorso in cui il governo era impegnato a rinnovare l’asservimento allo Zio Sam organizzando l’aggressione unilaterale alla Libia; il grosso sembra fatto anche se nelle ultime settimane sembra essersi messo di traverso il presidente della Provincia, nonché dell’autostrada Brescia-Padova, Attilio Schneck, insoddisfatto dai termini dell’intesa contenuti nella bozza che aveva iniziato a circolare tra gli enti coinvolti.



Secondo le ultime indiscrezioni trapelate questa opera, stimata in almeno 200 milioni di euro, dovrebbe essere inserita nella nuova convenzione con il concessionario autostradale, e qui Schneck ha chiesto con insistenza che il governo faccia pressioni su Trento per ottenere il via libera al prolungamento della Valdastico verso nord; pretesa che ha infastidito il sindaco Variati che, giustamente, ha sottolineato: “Non facciamo confusione tra compensazioni, che riguardano il Dal Molin e la città di Vicenza, e concessioni autostradali, che riguardano una partita più ampia”.



A pochi giorni dalla convocazione delle parti, almeno questa è la speranza, non risultano esserci apertura a impegni di alcun genere da parte del governo relativi a pressioni su Trento per la A31.



Le parti hanno fretta di chiudere, il governo perché dopo le tante indiscrezioni di wikileaks ha bisogno di prostrarsi sempre più ai piedi della Casa Bianca, la Provincia perché in ballo ci sono soldi preziosi ed il Comune perché Variati ha promesso molto ai vicentini ed ora deve iniziare a portare a casa qualche risultato, pur se piccolo. Mentre i cittadini aspettano che qualcuno si ricordi di loro.



Di Fabrizio Di Ernesto, www.agenziastampaitalia.it