sabato 5 giugno 2010

Il laboratorio della repressione.


Si narra che nella Roma classica - ci riferiamo a qualche secolo fa e, dunque, siamo liberi di poter dubitare dell’autenticità di quanto raccontato senza per questo correre il rischio di venir in alcun modo tacciati - l’Imperatore Caligola ebbe una stravagante trovata che trasformò subito in applicazione: ordinò dal giorno alla notte, senza alcuna apparente spiegazione, che tutti i calvi di Roma venissero sacrificati nell’arena, divorati da fiere rese feroci da giorni di astinenza dal cibo. Pura follia e unanime condanna da parte degli storiografi contemporanei. Nulla da eccepire. Eppure, se Caligola potesse oggi difendersi dalla comprensibile condanna dei suoi posteri, siamo convinti che gli argomenti non mancherebbero al bizzarro e loquace despota romano, considerando soprattutto che la pena di morte era in tempi antichi una misura frequentemente usata - come oggi avviene solo in Cina, in USA ed in qualche altro odierno stato incivile - anche dalle nostre parti. Non è detto che le ipotetiche arringhe auto-difensive di Caligola sarebbero convincenti, ma varrebbero almeno a restituire agli occhi dell’opinione pubblica un profilo d’umanità al truce dittatore. Sì, perché al tentativo di giustificarsi, gesto che implica un’umanissima necessità di assoluzione, da sempre consegue, se non il perdono, almeno la comprensione. Ma Caligola, appunto, da qualche secolo non può più parlare e la sua figura è costretta a sorbirsi il biasimo senza possibilità di difendersi. A differenza di Caligola, chi oggi detiene i mezzi e la forza di potersi difendere può invece venire assolto dall’opinione pubblica. Anche a fronte delle peggiori malefatte. In cosa consistono i mezzi e la forza a cui facciamo riferimento? Nel controllo dell’informazione (non tutta) e nell’ottenimento di una posizione di comando, anzi, della posizione di comando per antonomasia: una posizione istituzionale. Il riferimento allo Stato, al suo braccio armato nella fattispecie, non è casuale. Questi strumenti sono stati applicati tante, innumerevoli volte, probabilmente in altrettanti casi non è sopraggiunto neanche il bisogno di dover ricorrere ad essi: episodi di abusi accadono presumibilmente con cadenza tristemente frequente ma sono sottaciuti o non dimostrabili da chi li subisce. Il mese scorso, precisamente il 5 maggio, qualche furfante telecamera impugnata da qualche osservatore sbigottito, ha fatto sì che la polizia di stato dovesse ricorrere a tali strumenti. Sì, perché le immagini degli abusi del reparto celere nei pressi dello Stadio Olimpico sono state registrate in modo amatoriale, inviate ai TG ed ora, data anche l’indignazione mediatica che hanno provocato, varranno come elemento in sede processuale. Ma veniamo con ordine, spiegando correttamente quanto accaduto e perché. Lo scorso 5 maggio all’Olimpico di Roma si è giocata la finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. Il dispiegamento di forze di polizia è stato massiccio, le misure restrittive nei dintorni dello stadio imponenti; questo, onde evitare si verificassero scontri tra due tifoserie contrapposte e istigate da un clima d’odio intorno al calcio particolarmente intenso durante questo finale di stagione. Inoltre, la tribuna autorità era quella sera frequentata da massimi esponenti del mondo politico e di tutto si sarebbe voluti parlare il giorno dopo, fuorchè di un flop nella gestione dell’ordine pubblico. In pochi avevano dunque previsto potessero esserci scontri nel pre o nel post gara. Invece, non è stato così. Nel leggere dai giornali la mattina seguente del numero degli arresti avvenuti nei pressi dell’Olimpico sembra di imbattersi in un bollettino da guerra civile: undici persone finiscono con le manette ai polsi. Strano, poichè il clima - e lo dice chi quella sera era presente sugli spalti - non lasciava certo presagire nulla di così pesante. Ma chi allo stadio quella sera non era presente, leggendo degli undici arresti avvenuti, avrà senz’altro pensato ci sia stata una guerriglia con obiettivo le forze dell’ordine. Almeno undici di chissà quanti facinorosi sono finiti dietro le sbarre! Meno male! - avrà esclamato qualche fanatico dell’ordine pubblico. A proibire che questa teoria si cristallizzasse tra le coscienze collettive arriva però un breve servizio del TG3: si tratta di un video, inviato in redazione da un abitante nei pressi dello stadio che lo ha girato col telefonino da una finestra di casa, in cui si vedono dei celerini bloccare un motorino transitante con sopra due persone, le quali vengono accolte da manganellate ingiustificate. Il TG3 si mette successivamente in contatto coi familiari del ragazzo alla guida del motorino intervistandoli, i quali sostengono che il figlio non c’entrasse nulla con la partita (addirittura pare non sia neanche tifoso), che stesse andando con un amico ad una festa e che ora si trova detenuto (in spregio di ogni garanzia giuridica), in cella d’isolamento con diverse escoriazioni, un dente rotto e sei punti di sutura in testa per le botte prese dalla polizia, senza che potesse convincerli della sua estraneità alla partita dell’Olimpico. Anzi, la stessa polizia voleva costringerlo a firmare un foglio, dopo il fermo, in cui egli avrebbe dichiarato di voler rinunciare alle cure mediche. I due servizi del TG3 innescano uno scenario mediatico alquanto preoccupante per la polizia di stato: le televisioni mandano in onda altri video dai quali si evincono, chiaramente, i rastrellamenti ingiustificati della celere ai danni di gente inerme nei pressi dello stadio. La fuga di un ragazzo, preso di mira dalla furia in casco e manganello, viene stroncata volutamente dalla manovra di un’auto della polizia che lo investe. Le immagini scomode, mandate in onda da alcune televisioni, sembrano finalmente aver aperto una breccia nel mondo dell’informazione, infatti anche la carta stampata si occupa di quanto accaduto e dà voce a chi solitamente voce non ha: le vittime degli abusi di potere e/o i loro famigliari. Per diversi giorni fanno notizia i fatti dell’Olimpico e si viene a sapere che tra coloro, sfortunati, che sono finiti nella rete degli arresti ci sarebbero almeno sette persone assolutamente estranee a logiche di scontri con la polizia (gli altri, tra cui dei minorenni, sono stati arrestati per il tentativo di scavalcare). A questo punto, a fronte della comprensibile condanna dell’opinione pubblica per quanto mandato in onda e per quanto sostenuto dalla voce delle vittime finalmente non priva di risonanza mediatica, la polizia si vede costretta a dover giustificare l’atteggiamento, eufemisticamente, autoritario. Si giustifica sostenendo che le persone, i cui arresti vengono ripresi dalle telecamere, indossano tutte una giacca rossa, stesso colore di quella di un presunto teppista che le forze dell’ordine stavano cercando in mezzo ai tifosi, precedentemente prodigatosi nel lancio di una bottiglia all’indirizzo della celere. In tal modo l’opinione pubblica si rasserena, indicando nella provocazione, nella violenza di un gruppo di facinorosi il motivo di certa esasperazione che quella sera ha caratterizzato il reparto celere. Tante scuse agli arrestati, rassicurazioni (solo verbali, sia chiaro!) di provvedimenti interni verso gli autori degli eccessi e tutti felici e contenti. Insomma, se Caligola potesse ancora oggi difendersi dalle accuse di sanguinario despotismo, forse sosterrebbe a sua discolpa che alcune voci, giunte ai propri orecchi dal bisbiglio attendibile di qualche spia, lo mettevano in guardia da una congiura pronta a sferrarsi contro di lui, messa in atto da un gruppo di sovversivi all’ordine imperiale accomunati dall’usanza di raparsi il capo. Il suo accanirsi nei confronti dei calvi - con le giuste proporzioni storiche, sociali, antropologiche - troverebbe uguale comprensione dell’accanirsi della polizia, lo scorso 5 maggio presso l’Olimpico di Roma, verso gli indossatori di abiti rossi. E’ bene essere realisti ed individuare una spiegazione all’innalzamento del livello repressivo da parte dello stato, a seconda della contingenza storica e del contesto sociale in cui il provvedimento repressivo viene attuato. Ebbene, nel mondo degli stadi, per iniziativa del ministro degli interni Maroni, è in atto una vera e propria opera di bonifica di tutte quelle realtà giovanili organizzate, comunitarie, estranee a logiche di compromesso con le autorità, che rappresentano un motivo di preoccupazione per lo stato. Quest’opera di bonifica verrà presto attuata attraverso l’applicazione della cosiddetta “tessera del tifoso”, una schedatura massificata di tutti i frequentatori degli stadi, discriminatoria verso una categoria di persone: coloro i quali hanno avuto in passato problemi giudiziari legati al mondo del tifo, anche se hanno ormai scontato la loro pena. Essi saranno così inibiti a poter usufruire dei servizi di questa tessera: acquistare un abbonamento o poter seguire la loro squadra in trasferta. Questo provvedimento liberticida - ponendosi lo scopo di voler rivoluzionare una realtà come quella del tifo, storicamente radicata nel “belpaese” e conservatrice nei suoi costumi - necessita di un casus belli convincente agli occhi dell’opinione pubblica. Presto spiegato il “furore celerino” di quel 5 maggio. Ancora una volta in Italia, lo stadio diviene per lo stato un laboratorio repressivo.
 
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venerdì 4 giugno 2010

Vergogna. Italia sempre più colonia.


“Almeno 19 morti e molti gettati in mare”.  Questa la testimonianza di Manolo Luppichini, ieri, appena rientrato a Roma, all’aeroporto di Ciampino, che ha riferito anche di 170 feriti, anche in gravi condizioni e dei maltrattamenti subìti nell’aeroporto di Tel Aviv dai militari israeliani: “picchiati, lasciati senza acqua, trattati come bestie”.
Così, sui morti  della Mavi Marmara c’è una sorta di consegna del silenzio, ossequiosamente seguita dalla stampa occidentale secondo i desiderata dell’entità statale israeliana. Oltre quello spezzone di documentario - andato in onda ovunque e graziosamente offerto dalle Forze Armate sioniste per dimostrare... il ferocissimo attacco (con qualche manico di scopa, due fionde e un coltello!) “subìto” dai propri incursori calati dagli elicotteri sulla nave per un’operazione umanitaria di pace - né una foto, né un nome, né una storia. Frammenti di notizie: come quella di un bimbo, il figlio di un macchinista della nave, arma puntata alla testa usato come “persuasione” a dirottare la nave verso Israele.
Tuttavia, secondo Tel Aviv, Washington e la Roma di Frattini, non ci sono state vittime. Comunque, ove ci fossero state, si sarà trattato dei soliti, scontati, virtuosi,  “effetti collaterali”.
L’Onu, il Vaticano, la Lega Araba, mezzo mondo, protestano, denunciano, la strage. Lo stesso “demo-islamico” Erdogan, il capo del governo turco-atlantico, è stato costretto a prendere posizione, a condannare l’esercito che ha ucciso i propri connazionali disarmati. Certo: non poteva fare altrimenti. Non poteva certo giustificare l’assalto ad una nave che, in acque internazionali, era totalmente sottoposta alla sovranità dello Stato di Ankara.
Ma noi, no.
Il nostro governo ha votato contro la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che biasima Israele e che chiede un’inchiesta indipendente sui tragici fatti. Anzi, probabilmente è favorevole ad affidare l’indagine sul cruento atto di pirateria eseguito dagli israeliani, agli stessi israeliani, notorii  tutori del diritto delle genti.
E i nostri gazzettieri, i nostri cokmmentatori, gli “eminenti ospiti” dei salotti televisivi, si affannano a dimostrare che agiamo reattamente.  Israele ha il diritto di difendersi ovunque. D’altra parte - dicono - è profondamente turbato dalla prigionia del suo soldato Shalit, che - chissà perché -  i palestinesi di Gaza non vogliono rilasciare, nonostante la città, di un milione e mezzo di abitanti, sia punita per questo grave affronto (era un soldato di pace, naturalmente... nei territori palestinesi occupati era giusta la sua presenza in armi...) con bombe, guerra, raid mortali quotidiani, stragi ed embargo economico totale.
D’Alema ha motivo di rallegrarsi. Non è più solo. Anche il suo specchio democratico al governo, il Cavaliere, si è prostrato agli atlantici. Quella storia del Cermis, dei turisti falciati via dalle manovre di “addestramento” americano per bombardare meglio la Serbia, era lì, sola soletta, a ballare contro  la sua sudditanza coloniale a Washington.
Ora sono bipartigiani.
Alla prossima crostata.

Di Ugo Gaudenzi, www.rinascita.eu


Presentazione "LE STELLE DANZANTI" di G. Marconi - Perugia 04-06-10


Venerdi 4 giugno, al foyer del Teatro Morlacchi di Perugia alle 17 e 30, Gabriele Marconi rievochera' l'impresa di Fiume attraverso le pagine del suo libro Le stelle danzanti. 



L'epica impresa di Fiume, manifesto di una generazione ardita e figlia della tragedia della prima guerra mondiale, regalera' al mondo l'immagine di una nazione coraggiosa e gentile, nobile e appassionata: sopra nei cieli e sotto al balcone di d'Annunzio, nelle strade della citta' dalmata liberata, tra fiaccole, marce, declamazioni poetiche, canti, sfide guascone, rombi aerei di flottiglia, rocambolesche beffe, esperimenti trasgressivi, sesso libero, germoglio' per la prima volta, in un Paese abituato al vassallaggio verso i poteri forti stranieri e autoctoni e al piu' tetro conformismo clericale, l'indomita stirpe che coniugo', come tradizione della Gens Latina, l'esercizio delle armi e la nobilta' del cuore. 


 


L'associazione Triskelion, che organizza l'evento, invita tutti i Perugini ad intervenire e a rimanere per l'aperitivo archeofuturista.


mercoledì 2 giugno 2010

Il messaggio di Israele è finalmente chiaro a tutti?


Talmente chiaro è il messaggio che Israele ha voluto dare, una volta per tutte, a noi occidentali che “osiamo” ficcare il naso in questioni che sono di esclusiva competenza del “popolo eletto”, che non ci sarebbe neanche bisogno di spendere parole per commentare quanto accaduto ieri in acque internazionali, se non per esprimere rammarico per la perdita di vite umane. Che Dio abbia dunque misericordia delle loro anime.



Un messaggio talmente esplicito e fragoroso da sturare le orecchie, anche le più maldisposte a comprendere la pericolosità che rappresenta Israele per l’incolumità del genere umano. Il suo contenuto può essere riassunto in poche parole: Israele non teme alcuna condanna da parte di chicchessia, per adempiere al proprio progetto di creare uno stato razzista su base religiosa è pronto a beffarsi del diritto internazionale e dell’umana carità rispetto alla vita degli oppositori alla sua ferocia, qualunque sia il loro indirizzo etnico e confessionale (a patto che non si tratti di ebrei). A morire, stavolta, non sono stati dei profughi palestinesi stipati in fatiscenti villaggi, raccontati dai media come dei pericolosi covi di terroristi islamici. A morire, in questo drammatico 31 maggio 2010, sono stati dei cittadini del nord del mondo, colpevoli soltanto di non considerare quei profughi palestinesi dei reietti, bensì esseri umani condannati da Israele ad uno stato di sofferenza che di umano ha ben poco e, per questo, degni di un’assistenza (soprattutto medica) che loro si sono assunti l’impegno di donare, a costo di sfidare la violenza dell’esercito israeliano. Eppure non è accaduto nulla di nuovo, l’atteggiamento di Israele verso coloro i quali non siano gli “eletti” (o i loro viscidi servi, striscianti “gentili” sempre pronti a giustificare ogni atto riprovevole e che, in nome di questo indegno filo-sionismo che insulta la storia e la dignità del popolo europeo, ha costruito un’artificiale guerra di civiltà che vedrebbe contrapposti due blocchi illusori: occidentale e islamico) è quello di sempre. E’ un atteggiamento aggressivo, violento a tal punto da provocare sangue e morte in modo a dir poco sproporzionato. Una furia distruttrice che ha buon gioco per due motivi: in primis, per la connivenza codina di governi che temono più d’ogni altra cosa di venire additati di anti-semitismo, lo spauracchio che lor signori, gli “eletti”, agitano al cospetto di chiunque si azzardi a denunciare l’aggressività d’Israele, pena la delegittimazione politica; inoltre - a causa del medesimo complesso mentale che scoraggia ogni tentativo di buona fede - per la clemenza assunta dagli organi d’informazione circa le malefatte militari e gli abusi del diritto perpetrati da Israele stesso. Chissà se queste morti occidentali - considerate di serie A, rispetto a macabri parametri che la nostra inebetita opinione pubblica è abituata ad applicare in circostanze luttuose - possano finalmente smuovere le coscienze, assopite da un’offensiva mediatica che provoca una rimozione, di “freudiana” memoria, di tutti gli eccidi fatti in nome della stella di Davide. Chissà che queste vittime abbiano donato il proprio sacrificio per una causa di portata finalmente mondiale: schiudere gli occhi del mondo davanti al fanatismo, alla presunzione, alla pericolosità di Israele, possessore di armi atomiche che, qualora qualcuno avesse dei dubbi a riguardo, i fatti di ieri hanno dimostrato essere in mani affatto prudenti nell’utilizzarle.



Un ultimo pensiero è di ideale vicinanza ai partecipanti all’iniziativa di solidarietà nei confronti di Gaza a bordo delle flotte navali, in particolare a coloro i quali, fatti oggetto del fuoco israeliano, sono ora feriti e reclusi in carcere, avendo rifiutato di firmare il via che autorizzava le autorità israeliane a rimpatriarli immediatamente. Ricordiamo i cinque italiani Giuseppe Fallisi, Marcello Faracci, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Angela Lano. Su quest’ultima ci teniamo a spendere qualche parola: non più di dieci giorni fa è stata oggetto di un’orribile campagna mediatica andata in onda su Rainews24 ed ordita dai sionisti Fiamma Nirestein e Stefano Gatti, presenti in studio. Motivo dell’accusa, la natura libera del sito di cui ella è responsabile Infopal, da sempre impegnato a denunciare la politica israeliana assassina e ad offrire ai fruitori di internet una narrazione dei fatti in medioriente scevra dai condizionamenti filo-sionisti che animano il giornalismo occidentale. Un ideale abbraccio a tutti loro, coraggiosi paladini dell’ormai desueta virtù umana un tempo denominata solidarietà, oggi abbandonata per viltà.

Associazione Culturale Zenit


martedì 1 giugno 2010

Omicidio Gabbo, una giustizia finora negata.


Il processo d’Appello nei confronti del cow-boy della polizia, Luigi Spaccarotella per l’omicidio di Gabriele Sandri è stato fissato per il 1° dicembre. A Firenze dunque ci sarà il secondo giudizio nei confronti del rambo con la divisa e dalla pistola facile che l’11 novembre del 2007 mise fine alla vita del giovane romano lungo l’autostrada A1, nei pressi di Arezzo. Dopo lo scandaloso verdetto di primo grado che ha condannato Spaccarotella a soli 6 anni per omicidio colposo si spera che dall’Appello arrivi un segnale di giustizia, finora negata. L’omicidio volontario è stato derubricato in omicidio colposo e questo al momento della sentenza creò una indignazione popolare contro il solito trattamento di copertura per chi indossa una divisa. Se pensiamo ai tanti fatti gravi in cui sono stati protagonisti proprio i cosiddetti servitori dello Stato, a cominciare dalla mattanza alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto del g8 di Genova 2001 fino alle morti di giovani come Aldrovandi e Cucchi fermati per questioni di poco conto non ci si può non indignare per le pene irrisorie. Senza contare gli ultimi fatti accaduti durante la partita di coppa Roma-Inter in cui la polizia si è lasciata andare a violenze gratuite nei confronti di giovani, alcuni dei quali risultati del tutto estranei al tifo. E poi nemmeno si può giustificare le botte sol perché si tratta di ultrà. Ma torniamo al giovane romano ucciso sull’A1 da un agente troppo in vena di rambismo. La vita del giovane Gabbo che si recava a Milano per assistere alla partita Inter-Lazio fu spezzata da una scellerata pallottola di un poliziotto che senza alcun motivo di pericolo lasciò partire il colpo in direzione della macchina del gruppo di tifosi laziali che stava lasciando l’autogrill. L’azione di quel pistolero con la divisa non può trovare alcuna giustificazione tale da derubricare l’omicidio volontario in omicidio colposo. E quindi la speranza è che in Appello la sentenza di primo grado venga capovolta per rendere giustizia alla memoria del giovane Gabbo. Il giudice Ledda in primo grado chiese una condanna a 14 anni ma la corte presieduta dal giudice Bilancetti non la ritenne idonea, condannando Spaccarotella a soli 6 anni di reclusione per omicidio colposo. E’ possibile sperare che in questo Paese la giustizia ogni tanto arrivi a destinazione?

Di Michele Mendolicchio, www.rinascita.eu


Freedom flotilla.


Ragioniamo a mente fredda. Come i sionisti.



L'azione israeliana contro le navi della Freedom Flotilla è troppo grave per poter essere considerata una delle tante malefatte del sionismo. La "sfida pacifica" di uomini e donne (europei, arabi, turchi, ebrei), "rei" solo di voler portare nella striscia di Gaza circa 10 000 tonnellate di aiuti umanitari (case prefabbricate, materiale da costruzione, medicinali, sedie a rotelle etc.), alla politica razzista e colonialista di Israele, non era certo una minaccia tale da indurre i sionisti ad uccidere decine di civili inermi ed a compiere un atto di pirateria - ché l'azione terroristica è avvenuta in acque internazionali , pare a ben 75 miglia dalla costa. Israele sapeva che cosa rischiava e anche se poteva evitare, impiegando la forza ma senza ricorrere all'uso delle armi, che la Freedom Flotilla arrivasse a Gaza, ha preferito fare una strage. Perché?


 



I militari israeliani che hanno assaltato le navi non sono certo novellini, soldatini di leva alle prime armi, ma commandos, ossia truppe scelte, ottimamente preparate ed addestrate. Sicché è da escludere che si siano fatti prendere dal panico. Del resto, erano perfettamente consapevoli che a bordo delle navi non vi erano armi e che stavavno agendo contro civili la cui unica resistenza poteva essere "passiva", non violenta e i quali, in ogni caso , non sarebbero stati in grado di impedire che i sodati israeliani si impadronissero delle navi e che facessero rotta verso il porto di Ashdod. Si è in presenza dunque di un'azione terroristica pianificata dalle autorità politiche e militari israeliane. E' evidente cioè che Israele ha voluto colpire non solo i membri della Freedom Flotilla - per dimostrare a tutto il mondo che se ne infischia del diritto internazionale e che è disposto a commettere qualunque barbarie, pur di continuare la propria politica di potenza, che più passa il tempo e più rivela le sue nefaste conseguenze, non solo per i popoli del Medio Oriente - ma anche "qualcun altro".


 



Si sa che il Brasile di Lula e la Turchia di Erdogan stanno svolgendo una complessa, difficile e preziosa opera di mediazione sul nucleare di Teheran, che ha messo con le spalle al muro i "falchi" di Washington e di Israele. La disponibilità dell'Iran ad un accordo sull'arricchimento dell'uranio lascia ben poco spazio alle mistificazioni dello Stato sionista. Cionondimeno, Israele - che, tra l'altro, pur disponendo di centinaia di armi nucleari, considera perfino una provocazione che si chieda allo Stato sionista di firmare il TNP - non esita perfino ad attaccare Obama, forse anche perché il presidente americano pare privilegiare riguardo all'Iran un approccio indiretto, ossia cercare di rovesciare il legittimo governo di Ahmadinejad, facendo leva su una opposizione interna (la cosiddetta "onda verde"), sostenuta e finanziata dagli Usa. Un approccio strategico che riflette le preoccupazioni di alcuni generali americani , in particolare del generale Petraeus (che ha criticato pubblicamente la politica di Israele in un rapporto "cestinato" dalla Casa Bianca , ma che non può non essere tenuto in considerazione dall'attuale amministrazione statunitense), in quanto l'apparato bellico americano è già fin troppo "sotto pressione" e si teme che un attacco contro l'Iran trasformi l'impegno militare in Irak e in Afghanistan in un fallimento di proporzioni colossali.


 


Il fatto che Israele motivi la sua determinazione a metter fine ad ogni costo al programma nucleare iraniano nel più breve tempo possibile non dipende però solo dal fatto che gli israeliani siano consapevoli che la Repubblica islamica dell'Iran è assai solida e che Ahmadinejad gode notoriamente, nonostante la vergognosa opera di disinformazione dei media occidentali, del sostegno della maggior parte del popolo iraniano; bensì anche dal fatto che Israele è sempre più condizionato dal suo stesso apparato militare. Senza uno "stato di guerra permanente" l'economia israeliana che sopravvive grazie agli aiuti diretti e indiretti degli Usa, potrebbe collassare nel giro di qualche mese (a meno che non si ritenga possibile che Israele possa sopravvivere producendo kiwi e pompelmi). Israele quindi vuole la guerra (altro che accordi di pace).


 


Ma come giustificare massicci aiuti militari ed economici, se i nemici sono solo i palestinesi armati di razzi, che in dieci anni hanno causato la morte di una dozzina di cittadini israeliani? Occorre il nemico assoluto, il "nemico metafisico". Insomma un nuovo "Hitler", per provare all'opinione pubblica occidentale ed alla "comunità internazionale" che l'esistenza stessa di Israele è in pericolo e che in realtà Israele è il baluardo dell'Occidente, della libertà e della democrazia, circondato da milioni di pazzi, fanatici, fondamentalisti , che potrebbero facilmente distruggere l'Occidente se non ci fossero Isarele e gli Usa - un Paese, non lo si deve dimenticare, con un deficit della bilancia commerciale e un debito pubblico giganteschi (in gran parte, finanziato da capitali stranieri) che importa decine di milioni di barili di petrolio al giorno e sempre più dipendente anch'esso da un enorme complesso militare-industriale. Si comprende allora che la Turchia , fino a pochi anni fa alleato di Israele, è oggi un ostacolo imprevisto e non facilmente aggirabile dallo Stato sionista. Il nuovo corso di Erdogan minaccia di scuotere dalle fondamenta la politica sionista ed americana nell'area medio-orientale (una politica che l'anno scorso aveva addirittura portato la Georgia, armata e finanziata dagli Usa ed Israele, ad attaccare la Russia, uscendone con le ossa rotte nel giro di pochi giorni).


 



E' in questo quadro geopolitico, caratterizzato da un'aggressività sionista in larga misura motivata dalla "struttura" stessa di Israele -che può facilmente condizionare gli Usa, sia grazie alla potentissima lobby ebraica americana sia perché gli Usa sono a loro volta in qualche modo "costretti" ad attuare una strategia imperialistica, con l'obiettivo di controllare il "cuore" dell'Eurasia, se non vogliono rassegnarsi ad un ruolo minore sulla scena internazionale, che potrebbe avere conseguenze disastrose per la loro società e la loro economia - che si deve "collocare" l'attacco alla Freedom Flotilla.



Ha scritto recentemente Antonio Grego che «l'attuale fase [multipolare] è da ritenersi potenzialmente più pericolosa della precedente fase unipolare perché è proprio quando l’animale è ferito mortalmente che la sua reazione diventa più sconsiderata e furente come dimostrano l’avventurismo in Georgia e le recenti esplicite minacce di attacco nucleare nei confronti di Iran e Corea del Nord» ( A.Grego, Il.tramonto del Leviathan statunitense, diponibile sul sito "Eurasia").
E' un giudizio che non vale solo per gli Usa , ma , come la tragica vicenda della Freedom Flotilla dimostra, anche per Israele.
Si può dunque conculdere, senza timore di esagerare, che Erdogan e soprattutto Ahmadinejad sembrano essere i veri destinatari del "messaggio di morte" israeliano. Le persone che sono state assassinate dai commandos isareliani portavano non solo aiuti umanitari ma anche un messaggio di pace e di speranza al popolo palestinese, che da anni subisce le angherie e le vessazioni dei sionisti.


Non possiamo che "raccogliere" e fare nostro questo messaggio. La prepotenza e l'arroganza di Israele (e degi Usa) devono essere contrastate in ogni modo. Per questo motivo, occorre oggi più che mai non solo sostenere , come sempre, il popolo palestinese, ma anche e soprattutto la Turchia di Erdogan e l'Iran di Ahamadinejad, contro coloro che, avendo forse perso il "controllo" ed ogni senso della misura, sono i peggiori "Stati canaglia" e che per il proprio interesse sono ormai addirittura pronti a massacrare civili inermi sotto gli occhi di un'opinione pubblica mondiale che deve avere il coraggio di fare il possibile per fermarli, se non vuole essere loro complice.

Articolo di Fabio Falchi

La tessera del tifoso… sorvegliato.


Non è il copione de L’Isola dei Famosi. E nemmeno la sceneggiatura della prossima edizione del Grande Fratello. Ma una clausola tra le caratteristiche minime nel “Modulo di adesione al programma Tessera del Tifoso”, così deliberato dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive: “La Tessera del Tifoso che utilizza un microchip con tecnologia RFID è l’unico documento attestante il diritto di partecipazione al Programma”. Aiuto, cos’è quella strana sigla Rfid? Sta per Radio Frequency Identification, più semplicemente “identificazione a radio frequenza”. E’ la tecnologia del micro-chip contenuta nella rivoluzionaria carta voluta dal ministro Maroni per entrare negli stadi di calcio (settore ospiti). Si tratta di un sistema mnemonico senza fili usato per identificare e registrare il profilo e la posizione di oggetti, animali e persone. E dal campionato 2010-2011 pure tutti i tifosi con fidelity card. Avete presenti quei dispositivi di allarme satellitari montati sulle macchine? Si, proprio quelli che, in caso di furto, permettono di tracciare la posizione geografica dell’auto interrogando un call center. Ecco, la tecnologia Rfid è questa roba qua. E il micro-chip in questione funziona esattamente così. Ma (starete dicendo) che c’entra col football? Niente, forse c’entra con la repressione della violenza degli ultrà. Ma non solo. Poniamo, ad esempio, che un tifoso giallorosso sottoscriva il modulo di adesione e riceva la nuova A.S. Roma Club Privilege (per la Sensi obbligatoria anche per abbonarsi all’Olimpico). Bene, questo tifoso, ignaro delle potenzialità dell’Rfid, ragiona con orgoglio oltranzista anche se non va in Curva Sud e si porta con sé nel portafogli la sua bella Tessera del Tifoso, ostentandola ai cugini laziali, fiero dell’indomita fede romanista. Ma se la porta con se pure a Milano, dove guarda caso almeno una volta a settimana si concede una scappatella fulminea dall’amante segreta, garconniere tattica in Piazza Duomo. E poniamo pure il caso che quella poveretta di sua moglie, all’oscuro degli spostamenti dell’infedele, rivolgendosi ad un avvocato riesca ad ottenere il divorzio, stanando i viaggetti del marito fedifrago. Come? Accedendo al data base registrato dall’A.S. Roma Club Privilege, integrata dell’identificazione a radio frequenza, ovvero la famigerata sigla Rfid!
Problema privacy
Così com’è, la Tessera del Tifoso sorveglia, traccia e registra gli spostamenti dei suoi possessori. L’Auto-ID Center era un consorzio internazionale nato nel 1999 intorno alla tecnologia Rfid, con l’obiettivo di fare intelligence-marketing, marchiando con il micro-chip gli oggetti per monitorarne sul web il ciclo di vita e gli spostamenti nel mondo. Tutto questo sarebbe stato possibile se il consorzio non avesse trovato l’ostilità delle associazioni dei consumatori che, vincendo una battaglia legale negli Stati Uniti d’America, nel 2003 portarono allo scioglimento dell’Auto-ID Center, condannato per violazione della privacy e della riservatezza personale. Al suo posto è però nato l’Auto-ID Labs, network indipendente di sette laboratori con ricercatori sparsi nei quattro continenti, dedito alla ricerca accademica e allo studio di nuove misure di sviluppo per l’ampliamento di business emergenti e per il commercio globale di merci con supporto tecnologico Rfid. Domanda: in un paese dichiaratamente garantista come l’Italia, supportato da norme comunitarie sulla privacy e dall’attività del Garante per la protezione dei dati personali e che proprio in questi giorni discute animatamente in Parlamento il disegno di legge sulle intercettazioni (cercando di quadrare il cerchio tra privacy, diritto all’informazione e tutela dell’attività giudiziaria), come è possibile che si possa allegramente sorvolare sulla riservatezza degli intestatari della Tessera del Tifoso? Colpa del teppismo degli ultrà? La torinese Ireth Security Sistems & Aerospace, titolare del progetto Ipas in collaborazione con una società del Gruppo Ibm, ha chiarito che la soluzione Ipas della Tessera del Tifoso “evolve l’idea di utilizzare le più moderne tecnologie per il controllo degli accessi, nell’anonimato e nel pieno rispetto della legge sulla privacy”.
Telecom Italia, firmataria con la Lega Pro di un contratto in esclusiva per la fornitura del supporto tecnologico a tutte le 90 società affiliate, bonariamente afferma che “la nuova tessera nominale, basata su tecnologia Rfid consentirà la gestione degli accessi agli stadi per una maggiore sicurezza a tutela dei tifosi e darà ai titolari la possibilità di seguire sempre la propria squadra del cuore, anche in presenza di limitazioni negli stadi da parte delle autorità competenti. L’intero processo è reso possibile grazie ad una piattaforma di rete realizzata da Telecom Italia ed ospitata presso uno dei Data Center del gruppo all’interno della quale vengono registrati automaticamente gli acquisti di titoli di ingresso effettuati dai titolari della Tessera del Tifoso, in modalità on-line o attraverso la biglietteria. Il servizio realizzato da Telecom Italia consente a Lega Pro di accedere da remoto, attraverso il collegamento a banda larga con il Data Center del gruppo, alle applicazioni software per la gestione ed elaborazione dei dati relativi alla Tessera del Tifoso, senza dovere disporre al proprio interno di un’infrastruttura dedicata e di know-how specializzato”. Certo, capito. Però ancora nessuno ha risposto alla vera domanda, nemmeno il Garante della privacy: siamo proprio sicuri che la Tessera del Tifoso non sia un Grande Fratello? Diranno che la questione dipende dai protocolli usati per la crittografia dei dati, dai canali e dalla larghezza delle bande di frequenza utilizzate nei micro-chip. Nel 2006 Calciopoli montò dalla Procura di Napoli partendo dalla tracciabilità di comuni Sim card, insospettabili schede telefoniche di Moggi&Company. Dal prossimo 29 agosto (inizio Serie A) qualcuno provi a spiegarlo a quel povero tifoso della Roma che (Magica in tasca) si vuol concedere una scappatella extraconiugale a Milano. E ditegli pure che un software lo monitorerà per le indagini investigative di un avvocato matrimonialista. Alla faccia del calcio (e della moglie!).

Di Maurizio Martucci, www.rinascita.eu