giovedì 5 giugno 2008

IL VOSTRO CINQUE PER MILLE A POPOLI.


 








 Anche quest’anno la Legge Finanziaria  prevede la possibilità di destinare il cinque per mille delle vostre imposte a POPOLI

in quanto ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) iscritta all’Albo dell’Agenzia delle Entrate.


Non è una tassa in più:

siete voi a decidere, liberamente, a chi destinare il vostro cinque per mille.




Come fare per destinare il cinque per mille a POPOLI?

I modelli CUD, 730 e UNICO contengono un nuovo spazio dedicato al cinque per mille.




Mettete la vostra firma nella prima sezione (quella relativa al “Sostegno del volontariato…”) e indicate il codice fiscale di POPOLI.



Il codice fiscale di POPOLI è: 03119750234




mercoledì 4 giugno 2008

Il nuovo Soccorso Rosso dei media.

Mai in questo frangente si percepisce un reale scollegamento tra la classe dirigente e il popolo in una legislatura segnata da una sì scarsa rappresentanza del paese in parlamento. Il bipartitismo ha trionfato e questo è un dato ormai acquisito ma appare chiaro come esso abbia determinato un’ulteriore accelerazione nella tendenza popolare alla disaffezione della politica, e non solo da quella di palazzo, ma ahinoi anche da quella mobilissima che dovrebbe occuparsi di regolare la convivenza civile.

Dopo 60 anni di presenza ininterrotta e massiccia la sinistra radicale, sinistra-sinistra o estrema sinistra che dir si voglia, e completamente sparita dagli scanni parlamentari, in Senato come alla Camera, ad aldilà delle valutazioni politiche ciò non contribuisce ad un coeso sentimento di appartenenza nazionale, alimentando, legittimamente, in milioni di persone, in sentimento di ingiustizia per l’esclusione della rappresentanza politico-parlamentare.

La Sinistra Arcobaleno presentandosi sotto le sembianze di un minestrone indigesto ha fallito miseramente.

Un’accozzaglia di partiti e partitini legati all’unica istanza che davvero condividevano: l’istinto di sopravvivenza. E invece anche i vecchi militanti, lo zoccolo duro, gli hanno voltato le spalle. Perché già dal simbolo i “multicolor” hanno dimostrato di non aver più un’identità definita, sospesi tra un passato carico di significato ed un futuro che non sanno decifrare. Sempre in bilico tra due vocazioni troppo spesso incompatibili: governare e contestare. In piazza contro il governo da loro fedelmente sostenuto. Ambigui da sempre fin dai tempi della Grande Guerra quando i socialisti, imbarazzati dalle posizioni dei compagni d’otrefrontiera, manifestarono la loro posizione nei riguardi del conflitto con il subdolo e vigliacco slogan “ Né aderire né sabotare”. Tuttora la sinistra collaborazionista critica, s’indigna ma accetta il ruolo cardine nella società post-capitalista di raccogliere gran parte delle istanze contestatrici per convogliarle all’interno di un sistema “pluralmente” legittimato. Anche sul nodo della globalizzazione assi si ergono a unici oppositori ma ipocritamente l’avallano. La globalizzazione infatti, in quanto a sovrastruttura economica del potere mondialista si basa essenzialmente su due principi vincolanti: il libero traffico di merci ed il libero traffico di esseri umani. L’obiettivo neanche tanto celato è di snaturare i popoli per uniformarne le caratteristiche e plasmarli al fine di renderli dei consumatori passivi delle stesse merci ad ogni latitudine. La grande mela, New York la cosmopolita, rappresenta il rpimo stadio di questo processo: la concentrazione di una moltitudine di popoli e di merci in un solo luogo. Chi lotta contro la globalizzazione gioco forza lotta per mantenere vive le differenze in ogni frangente, le peculiarità di ogni singolo popolo. Un concetto che i movimenti No global, ali movimentiste delle sinistre, purtroppo perfettamente funzionali al sistema, recepiscono solo in parte. Se il mundialismo infatte trae linfa vitale dal libero scambio planetario di merci e individui essi ne contestano solo l’aspetto mercantile appoggiando invece il disegno migrazionista di sradicamento dei popoli della rispettiva terra d’origine. Il mondo è di tutti, dicono, ma così facendo a breve la terra sarà proprietà privata di pochi oligarchi: finanza e multinazionali si spartiranno la torta a scapito di tutti i popoli.

La contaminazione, il melting pot, il meticciato sono le armi più raffinate perché falsamente intrise di di valori ecumenici ed egualitari che si rilevano in fondo solo degli strumenti egualizzanti per la creazione di un prototipo di individuo senza una reale identità perché risultato di troppi incroci. Un discorso che ancora viene tacciato di razzismo latente nei salotti buoni dei radical-chic che orientano l’opinione pubblica, mentre risulta unanimemente apprezzato lo sforzo di associazioni religiose e ONG con il beneplacito di Confindustria e sindacati per favorire una crescente ondata immigratoria al servizio del capitale.

I post-ex-vetero comunisti si sono trasformati in un terribile mostro che si nutre solo di vuoto antifascismo e pseudo diritti civili ( delle minoranze, perché per la maggioranza del popolo e dei lavoratori i diritti vanno decrescendo a colpi di leggi bipartisan…). Una sorta di radicali del terzo millennio, ancora più temibili e nocivi perché ammantati di discorsi sociali accattivanti ma costantemente disattesi. Non fa scalpore il tentativo del “sempreverde” Pannella di fare fronte comune alla sinistra del Pd coi vecchi compagni. Dopotutto le battaglie per aborto e divorzio hanno portato a grandi successi…

La stagione del dialogo inaugurata da un Berlusconi veltronizzato però sta tagliando fuori i residuati bellici social-comunisti ed ecco che monta in soccorso una martellante propaganda mediatica volta a innescare un clima di paura e di incertezza in cui le masse sempre meno implicate e quindi facilmente orientabili fungono da cassa di risonanza: prima Verona, poi il Vigneto e infine La Sapienza.

I sinistri, maestri sobillatori del ’68, in combutta coi franchi-tiratori del giornalismo italiota stanno portando un’offensiva volta a ridestare il vecchio cavallo di battaglia antifascista agitando i soliti spauracchi: “naziskin” (sic), squadracce, picchiatori e quant’altro, ogni giorno il bollettino è inquietante. Persino un divo (!) della TV come l’albanese Kledi è passato sotto le forche caudine di quest’ondata di xenofoba e, di conseguenza “nazifascista”, dato che i due termini sono sinonimi nell’immaginario collettivo. La destra para i colpi come può tra un pellegrinaggio al Ghetto e varie dichiarazioni di “indignazione, sdegno e condanna”. Intolleranza è una delle parole più gettonate, strumentalmente accostata alla politica pur se in tutti questi episodi è la matrice nella sola vicenda all’Università di Roma. In quest’occasione però bisogna considerare come l’elemento scatenante sia stato la revoca del rettore al convegno organizzato da Forza Nuova sulle foibe. “Nessuno spazio ai fascisti” ragliano i Collettivi e in alcune facoltà le lancette degli anni ’70 non si sono mai spostate: la maggioranza sinistrorsa prevarica, i rettori supini assecondano, i fasci si ribellano e lo scontro è servito. Il dialogo, il confronto restano in alcuni ambienti, a destra come a sinistra, sintomi di debolezza, tranelli che legittimano il nemico. Meglio tappargli la bocca e sguinzagliare le rispettive sirene medianiche.

Al Vigneto invece va in scena la farsa, una bufala giornalistica che fa venire il voltastomaco: una criticabile giustizia sommaria in seguito ad un furto diventa un’aggressione xenofoba per merito della decisiva testimonianza di una coraggiosa giornalista dell’AGI testimone dell’accaduto, tale Simona Zppulla, la quale, intervistata da “La Repubblica” descriveva il capo (o Kapò?) dell’azione che “aveva il volto semicoperto da una sorta di foulard con una svastica dipinta sopra”. Si può facilmetne dedurre che il vezzo artistico legato alla pittura sia dovuto al culto per il fu pittore (o imbianchino per i denigratori…) austriaco fondatore del Terzo Reich… I più ingenui, la stragrande maggioranza della popolazione al di fuori del Vigneto, avranno creduto senza remore l’utilizzo di questo accessorio, impreziosito da simbologie indo-arie, per non correre il rischio di passare inosservato. Eppure il colpevole si confessa con il “Che” tatuato sul braccio e tanta rabbia per le infami strumentalizzazioni. “La politica non c’entra un cazzo” afferma il reo confesso che si chiede “io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica?”. Una domanda a cui solo la nostra temeraria Zappulla potrà risponderci. “I giornali scrivono un mucchio di cazzate” continua il giustiziere, e come dargli torto? Il vero problema è che coloro che lavorano nel mondo dell’informazione hanno una responsabilità enorme e soffiare sul braciere in questo momento può essere strategicamente proficuo secondo alcune meschine logiche di fazione ma con il rischio di innescare caccia alle streghe e spirali di violenza cieca.

D’altronde in queste situazioni la magistratura non perde l’occasione per ribadire la propria vocazione di contropotere autonomo ma sempre rispettoso dei poteri forti. A pagare il prezzo più alto in un clima avvelenato saranno sempre i più deboli, coloro che non hanno le coperture o i mezzi per opporsi a delle vere e proprie campagne di criminalizzazione volte a scatenare i bassi istinti dell’opinione pubblica ed a giustificare abusi d’ogni sorta. Come non pensare a quei ragazzi accusati di terrorismo (!) per i fatti accaduti dopo la morte di Gabriele Sandri, che da oltre tre mesi sono rinchiusi nelle patrie galere, in attesa di giudizio quindi, secondo il diritto ancora vigente, in presunzione di innocenza. Una custodia tutelare inopinata che conferma il sospetto che essa costituisca una punizione preventiva oltre che un monito per coloro che da mesi chiedono giustizia per Gabbo. L’agente Spaccarotella può dormire sonni tranquilli, le sirene medianiche e la giustizia ad orologeria lavorano alacremente per darci in pasto i nuovi mostri da sbattere in prima pagine.

La sinistra ormai extraparlamentare sta cavalcando la tigre cercando nella piazza forcaiola ed ammaestrata la rivincita della sconfitta elettorale per riproporsi per l’ennesima volta come unica alternativa al sistema in cui hanno sempre gozzovigliato. Bisogna smascherarli.




Di Luca Desideri, da www.rinascita.info

martedì 3 giugno 2008

A lume di ragione: di Rutilio Sermonti.






Si suol dire che l’Uomo è superiore a tutti gli altri esseri viventi, sol perchè possiede la ragione. E’ un concetto assai rozzo e riduttivo, che porta a concezioni ed anche a conseguenze pratiche pregiudizievoli. Non si può infatti negare che, se è vero che la ragione umana è qualcosa di assai più vasto e complesso degli “istinti” innati che regolano i comportamenti degli animali, è anche vero che essa è tutt’altro che infallibile come invece lo sono quelli, Ne consegue che anche i più umili tra gli animali si comportano sempre nel modo migliore che loro sia dato per la conservazione di se stessi e della loro specie, mentre l’Uomo, con la sua superiore ragione, è l’unico capace di operare per il danno proprio e dei suoi simili e di distruggere persino le proprie risorse di vita, tutte cose sommamente ... irragionevoli. Come si spiega ? E -si noti- più l’Uomo, grazie alla sullodata ragione, “progredisce”, peggio vanno le cose. Gli animali seguono una dieta alimentare perfettamente consona al loro metabolismo; l’Uomo sa tutto di proteine, lipidi e carboidrati , ma si abbuffa di autentiche schifezze. per lui assai nocive Gli animali esercitano per tutta la vita le loro doti fisiche, l’uomo civile le sacrifica tutte alla pigrizia. Gli animali sono di regola sani ed efficienti; l’Uomo ragionante è un malato longevo.


Gli animali vivono liberi, in quanto ognuno è capace di procurarsi il necessario, da solo o unito ad altri suoi simili; l’Uomo moderno dispone invece di una enorme quantità di aggeggi che ritiene “necessari”, ma nessuno di questi saprebbe farsi da sè, ed è quindi tutto-dipendente. Gli animali sociali possiedono un sicuro istinto per la scelta del capo-branco; gli uomini civili hanno inventato il sistema per essere governati dai peggiori, e cioè l’assurdo gioco in cui vincono soltanto i bari (detto democrazia). Ma è inutile continuare a enumerare le prodezze della “ragione”, nelle quali sguazziamo da mane a sera. Stando ai risultati, si sarebbe portati a pensare che il famoso libero arbitrio sia un difetto, più che un pregio, e il mito della cacciata dal paradiso terrestre assume un desolante significato. Anche quella ,però, è una scappatoia dialettica.

A lume di semplice ragione, possiamo definire la ragione stessa come la capacità di elaborare le dirette percezioni sensoriali, deducendone alcune “nozioni”, a loro volta utili come regole di comportamento. La reazione più semplice agli stimoli è, per vero, l’associazione di un atto con una sensazione di piacere o di dolore. Si tratta dei cosiddetti “riflessi condizionati” pavloviani, sui quali esiste una vastissima e minuziosa letteratura. Il lupo che addenta un porcospino e si punge dolorosamente le fauci, associerà quel dolore all’odore e all’aspetto dell’Insettivoro e si asterrà dal reiterare il tentativo non solo con quell’individuo, ma anche con gli altri olfattivamente ed otticamente simili. E’ già una generalizzazione. Siamo però ancora al disotto del concetto corrente di “ragione”, in quanto il nesso associativo tra il dolore e la causa di esso è diretto, e non ha bisogno di alcuna elaborazione mentale, e quindi non può portare nè ad applicazioni sillogistiche nè a ciò che definiamo “concetti”.

Tuttavia, non si può negare che esista, anche in alcuni animali, perfino considerati inferiori (come i pesci), qualcosa di più. o almeno di diverso. Non si vuol alludere ai notissimi abbozzi e barlumi di processi “logici”, come quello del Chimpanzè che pone una cassetta sull’altra per impadronirsi della banana pendente dall’alto, nè alle stupefacenti facoltà mentali di alcuni Delfinidi, per tacere del nostro amico cane. A ben vedere, potremmo considerare abbozzi di processi mentali anche le capacità di “apprendimento” per imitazione degli adulti, diffusissime e indispensabili alla vita tra i cuccioli di molti Mammiferi e i pulcini di molti Uccelli. La trasposizione a se stesso dell’azione dell’adulto, che il piccolo compie, , non può negarsi che sia un’operazione mentale, anche se semplicissima. Ma -come dicevo- parlando di “qualcosa di diverso”, non intendevo alludere a simili esempi, bensì alla possibilità di riscontrare in alcuni animali accenni di contatti “conoscitivi” con la realtà che li circonda, non dipendenti dal loro sistema sensoriale, anzi, aggiungerei, neppure mediati da esso.

Uno abbastanza diffuso, che ho avuto anche spesso occasione di costatare personalmente, è la percezione diretta dell’intenzione di chi hanno di fronte, ossia dell’atteggiamento mentale amichevole o aggressivo dello stesso, anche se di tali fatti mentali non appare alcuna manifestazione percepibile dal sensorio. Un uomo che odia e teme i cani non ha alcuna differenza avvertiibile, a venti metri di sistanza, coi sensi di un cane (fornito peraltro di una vista non eccellente), rispetto ad un uomo che prova per i cani simpatia e fiducia. Eppure, è fuor di dubbio che il cane percepisce subito l’atteggiamento emotivo dell’uomo che appena intravede, e si comporta di conseguenza. I materialisti fanatici parlano di un “odore” della paura, presuntamente emesso dalla pelle dell’uomo, che lo sviluppatissimo odorato del cane percepirebbe subito e sarebbe per lui “contagioso”, inducendolo alla fuga, o magari all’aggressione (per legittima difesa putativa - direbbe un giurista). Ma non abbiamo mai considerato seria tale ipotesi, del tutto priva di riscontri, sia perchè la supposta secrezione umorale da parte dell’uomo, quand’anche vi fosse, non potrebbe essere certamente fulminea, sia perchè un odore, per propagarsi nell’aria a distanza, abbisogna di un certo tempo se l’aria è ferma, e se emesso sottovento non perviene affatto.

No: non è coi propri sensi, per quanto acuti, che certi animali “sentono” l’ostilità o meno di uno sconosciuto. Come vecchio “sub” ho innumerevoli volte costatato come pesci e Cefalopodi si lascino tranquillamente avvicinare per osservarli, ma se si punta verso di loro il fucile (del quale ignorano certamente la potenzialità offensiva), si affrettano a mettersi in salvo, avvertendo l’intenzione predatoria. Esempi del genere potrei citare in gran numero, rischiando di tediare il lettore non particolarmente curioso di etologia, anche tra animali tutt’altro che dotati di particolare perspicacia. Molto noto e studiato, tra gli zoologhi, il caso di quei Silvidi (come la Capinera), che, pur essendo uccelli diurni, migrano verso le loro zone africane di svernamento soltanto di notte, perchè conoscono il momento di migrare e la direzione esatta da prendere soltanto dalle stelle, al punto che, collocando gli uccellini in un planetario e mostrando loro il cielo italiano d’ottobre, si dirigono con sicurezza a sudovest, e facendo apparire invece il cielo africano di maggio, partono verso nordest.

Voglio limitarmi alla costatazione che, pur non essendo essi forniti di “ragione” in senso proprio, anche gli anumali possono possedere una fonte di informazione diversa dai sensi fisici.

E l’Uomo, in cui l’intelletto ha tale meravigliosa estensione da rendere per lui addirittura secondaria la piena efficienza delle qualità “fisiche” ( quanti nostri simili sono stati “grandi”, pur essendo ciechi, sordi, gobbi o paralitici ?) dovrebbe invece essere rigorosamente limitato dai sillogismi impiantati sulla “osservazione”? Dovrebbe ignorare ogni sapere che non abbia origine nei sensi, negare ogni realtà che non si possa vedere , toccare , misurare, recludersi volontariamente nel muro di un carcere, dalle cui torrette vigila, arcigna, la “scienza”, a scanso di evasioni ?

Eppure, è proprio quello che è accaduto, tanto più quanto si affermava la dittatura della famosa RAGIONE !

E’ dunque essa , come affermano certi irrazionalisti, non un pregio ma una maledizione ? E’ dunque necessario metterla a tacere con l’ebbrezza, con le droghe, con l’abbandono agli impulsi inconsapevoli e incontrollati ?

O tali espedienti altro effetto non sortiscono che quello di potrre l’Uomo al disotto, anzichè al disopra degli altri esseri viventi ?

No. Ben altra è la via della salvezza. Anche la ragione umana è “naturale”. E , come tutto ciò che è naturale, essa può perfettamente inserirsi nella suprema armonia che regola l’intero universo. Non è colpa della ragione in sè, se l’Uomo è diventato non il re, ma il nemico del creato. Non è per un difetto della ragione se la specie umana è dedita al quotidiano suicidio e alla sistematica auto-degradazione, con un ebete sorriso sulle labbra. E’ per l’uso improprio che se n’è voluto fare. Ci si perdoni il paragone irriverente, ma se uno vuol mangiare la minestra con la forchetta, non è colpa della forchetta se non riesce a portare il brodo alla bocca. La colpa è sua, che non usa il cucchiaio, che pure è lì accanto. Sembra incredibile, ma l’immane tragedia che travaglia l’umanità (e tutto ciò che con essa ha contatto) dipende da uno sbaglio stupido del genere: aver fatto della ragione un uso improprio. Con l’aggravante, si badi, di essere stata ammonita per millenni, da innumeri voci di saggezza e sotto tutti i cieli, sui tremendi pericoli che quell’uso improprio comporta.

Anche se la ragione logica è un mezzo meraviglioso, che solo agli uomini è dato, essa appartiene pur sempre all’ordine dei mezzi. Non può quindi servire, da sola, a indicare i fini, come il timone è uno strumento per dirigere l’imbarcazione, ma non si può pretendere dal timone che ci dica in che direzione andare. La “scelta” va fatta ad altro livello, anche se a nulla servirebbe aver bene scelto la rotta se non ci fosse il timone a permetterci di seguirla. Bussola e timone sono quindi necessariamente complementari. Il paragone è misero, ma ci sembra esprima con sufficiente approssimazione il rapporto che deve sussistere tra la ragione, capace di elaborare l’esperienza sensoriale e di giovarsi di quella altrui, e quel nostro superiore attributo spirituale che ci guida a integrarci con la suprema armonia che regola il cosmo, ossia ci apre la via di Dio. E’ una luce che non abbisogna di occhi, una musica a cui non servono orecchie, perchè non à da fuori che ci perviene ma dal più profondo della nostra essenza, che non può attingersi con acquisizioni ma solo con purificazione. Ed è a quella che tendono riti e pratiche religiose, da tempi assai più remoti di quelli che una paleontologia fondata solo sui “manufatti” ci permette di calcolare. E’ quello il compito arduo che attende oggi chi intenda, caparbiamente, operare per la rinascita.

Perchè, illudendosi di liberarsi da ogni guida sovra-razionale e di “fare da sè”, il che equivalse a ignorare i propri limiti, la preziosa ragione ebbe la sorte che hanno, in un organismo, le cellule neoplastiche maligne: sviluppi mostruosi apportatori di morte. Anche un carcinoma, a suo modo, “progredisce”, ma il suo aumento di estensione e di “potenza” non giova certo all’organismo: finisce col distruggerlo. Nel caso della ragione, il suo sviluppo senza regola ad altro non poteva condurre che a quello strapotere dei mezzi-senza-fine detto “tecnologia”, che nella sua crescita esponenziale, oltre a mortificare e condizionare l’Uomo, ha adibito i suoi marchingegni per spegnere in lui ogni ribellione. Ciò rende il compito di cui sopra si diceva ancor più arduo, non si dubita.

Per quanto ci consta, mai nella storia umana vi fu profeta o demiurgo che abbia voluto “redimere” un popolo ridotto nelle condizioni di fatiscenza mentale in cui versa l’uomo moderno.

Ma questa, per chi sia rimasto fedele alla divina natura che è in lui, non è una scusa per l’inerzia e la rinunzia, se pure ciò appaia ... ragionevole. Abbandonarsi al pessimismo passivo e cercare l’”evasione” pur che sia, non è che il risultato dell’”uso improprio” di cui sopra si diceva.






Tratto da www.rinascita.info

Gli Uomini Liberi danno il benvenuto a Ahmadinejàd.


Azione Tradizionale - Giugno '08.


Azione Tradizionale



Anno VII numero 4 Maggio/Giugno 2008



Periodico di Informazione


www.raido.it

www.azionetradizionale.com

Tex and the City.

Il miglior investimento che possiate fare nei prossimi semestri è acquistare azioni di società che producono e vendono camper e roulotte. Perchè ve ne sarà sempre più bisogno. Lasciatemi raccontare la ingloriosa fine che ha cambiato profondamente la vita del mio collega corrispondente da Londra, L. Tessaro, che tra di noi analisti chiamiamo scherzosamente in amicizia Tex.


Tex ha ricoperto il ruolo di Credit Strategist per una prestigiosa banca d’affari, vivendo e lavorando per quasi cinque anni nella City, il famoso distretto finanziario indipendente di Londra, il kilometro quadrato più costoso al mondo in cui banche, fondi di investimento e grandi investitori istituzionali decidono le sorti di popolazioni e nazioni nel pieno rispetto dell’unico dio a cui prostrarsi: il profitto indiscriminato.


Tex era (ma è tuttora) un grande analista, siamo stati spesso in videoconferenza assieme a colleghi statunitensi ed inglesi: in più occasioni mi ha dato spunti operativi da sviluppare durante i miei shows finanziari. Ma adesso Tex vive in camper da quasi due mesi: la banca per la quale lavorava, un colosso del sistema bancario mondiale, soffre, sta male, vacilla, è in agonia finanziaria ed ha per questo iniziato a ristrutturarsi per ottimizzare i costi di gestione industriale al fine di sopportare l’implosione del più grande bubbone finanziario della storia economica, che presto affosserà per sempre i già malconci bilanci bancari. Tex è una delle prime vittime colpite senza molto preavviso dalla soluzione finale messa in atto nella City: licenziamenti di massa senza tanti pensieri.


Tex vive in un camper che ha preso a noleggio a lungo termine perchè in questo momento non si può più permettere di pagare le rate del mutuo del suo piccolo appartamento che ha messo tosto in vendita. Pariteticamente ha dovuto anche riconsegnare alla concessionaria di automobili il fiammante suv con cambio automatico e trazione integrale che aveva acquistato attraverso un contratto di light leasing. L’ironia del destino non gli ha risparmiato proprio niente: quei quattro risparmi che aveva messo da parte, nonostante una retribuzione piuttosto corposa, si sono dissolti nell’aria a causa di un posizionamento eccessivamente speculativo in prodotti finanziari sofisticati emessi proprio dalla sua stessa banca !


Il camper è una triste aspettativa per un giovane analista del mondo finanziario, ma che altro non sa fare se non analizzare bilanci, azioni e grafici. Il mio consiglio è sempre lo stesso: imparate un mestiere, piuttosto che cercarvi un lavoro. D’improvviso la sua vita è cambiata, quasi scoppiata di mano a causa proprio delle scelte di investimento del suo stesso datore di lavoro, la banca presso cui lavorava. E in che cosa aveva investito pesantemente ingenti risorse finanziarie il management di questa grande banca d’affari ? In prodotti denominati Credit Default Swaps ovvero CDS, per non dilungarmi eccessivamente con terminologie tecniche troppo complesse o noiose possiamo considerare questi strumenti derivati finanziari come sofisticate polizze assicurative che coprono il rischio per un sottoscrittore di un obbligazione che la stessa non venga poi onorata alla scadenza prestabilita.


Immaginate per farvi un esempio che tornando al caso della Parmalat vi fosse stato qualcuno che avesse garantito il pagamento delle loro emissioni obbligazionarie e qualcun’altro che si fosse assicurato nel caso in cui questo si fosse verificato. Ebbene questa disamina sarebbe ineccepibile se non ci fosse un elemento discriminatore sulla bontà di queste architetture finanziarie ovvero che non esistono metodi e soluzioni efficaci volte ad accertare la consistenza patrimoniale della società che si impegna ad assicurare un eventuale default di un prestito obbligazionario: questo è possibile in quanto questi diabolici strumenti derivati finanziari sono terra di nessuno e di tutti. Non vi voglio tediare con ulteriori sofisticazioni espositive che richiederebbero anche un sussidio visivo per comprendere l’utilizzo ed il funzionamento di questi prodotti, un tempo utilizzati per limitare il rischio, oggi commercializzati per finalità pesantemente speculative. Vi basti sapere che lo stesso Warren Buffet, il secondo uomo più ricco del pianeta, famoso per le sue performance a due cifre grazie al suo fiuto di contrarian trader, ha recentemente sentenziato di come il ricorso all’utilizzo speculativo dei contratti derivati sia peggiore di tutte le armi di distruzione di massa messe assieme. Considerate che lo stesso Buffet negli ultimi sei mesi è stato vittima di un bagno di sangue (finanziario) non essendo stato nemmeno lui, con i suoi strapagati top analists, in grado di evitare fenomeni di spiacevoli cancrene e contagi finanziari.


Le più grandi banche del mondo adesso stanno recitando tutte in silenzio religioso il mea culpa, in quanto non sono riuscite a comprendere quello che stava succedendo ai mercati finanziari, dando troppo ascolto e potere a spregiudicati manager, clonati al pari di replicanti frankestein finanziari presso le tanto osannate business schools del pianeta (www.eugeniobenetazzo.com/recensioni.html).


I grandi gruppi bancari hanno fallito. Pesantemente fallito nel fare previsioni, e pesantemente alcuni di loro sono destinati a fallire. Alcuni sono già falliti per definizione: basta rendersi conto di come le esposizioni debitorie nel passivo siano di gran lunga superiori agli assets detenuti nelle attività patrimoniali, una volta depurate dalla voce farlocca dei crediti esigibili ! La ricerca del profitto indiscriminato, costi quel che costi, adesso sta presentando il conto: lo stesso Tex ha iniziato ad avvisare ed allertare altri colleghi e conoscenti di prepararsi a fare la sua stessa fine e di mettere in preventivo altri default bancari, molto più pesanti di quelli che si sono delineati recentemente nei mesi scorsi. Dura lex, sed lex, caro Tex.


Di Eugenio Benetazzo

www.eugeniobenetazzo.com/tour.html

www.youtube.com/eugeniobenetazzo