mercoledì 7 novembre 2007

La polizia ha caricato i manifestanti ANTI-PRESIDENTE.



Georgia: nuovi scontri a Tbilisi



Fermati tre attivisti, tra cui uno dei leader dell'opposizione, l'ex ministro Khaindrava




TBILISI - Nuovi scontri con la polizia nella piazza del Parlamento a Tbilisi nel sesto giorno consecutivo di protesta degli oppositori del presidente della Georgia Mikhail Saakashvili. Alle 14 locali è stato convocato un nuovo raduno. La polizia ha fermato tre attivisti, tra cui uno dei leader dell'opposizione, l'ex ministro per la Soluzione dei conflitti Georghi Khaindrava. Le forze dell'ordine hanno lanciato gas lacrimogeni, utilizzato i manganelli e sparato con cannoni ad acqua. L'opposizione chiede le dimissioni di Saakashvili e l'anticipo delle elezioni politiche dall'autunno alla primavera del prossimo anno accusando il capo dello Stato di abuso di potere e di cattiva gestione economica.


ALLEANZE - Saakashvili arrivò al potere con la cosiddetta «rivoluzione delle rose» dell'autunno 2003 che costrinse il presidente Eduard Shevardnadze, ex ministro degli Esteri dell'Unione sovietica, alle dimissioni. Da allora la Georgia si schierò apertamente con l'occidente e in particolare divenne una fedele alleata di George Bush nella regione caucasica. Il presidente russo Vladimir Putin ha da tempo avvertito la Georgia di non schierarsi contro gli interessi strategici di Mosca utilizzando anche pressioni militari ed economiche.


da: Corriere della Sera

lunedì 5 novembre 2007

Porte chiuse. Invasori a casa.

Una donna viene aggredita, stuprata e massacrata di botte ed il suo corpo gettato in un fosso. Dopo qualche giorno di coma la donna muore. Notizie di questo genere, purtroppo, sono abbastanza frequenti , ma le storie non sono tutte uguali. Se infatti aggiungiamo qualche particolare questa non è più una notizia di cronaca nera, ma il segnale inquietante di un allarme sociale sottovalutato da troppo tempo. La vittima di questa storia è infatti una donna italiana di 47 anni che ha avuto “la colpa” di dover affrontare un pezzo di strada buia, ma non in piena notte, poco dopo le 20: un maledetto tratto di strada che divide una stazione ferroviaria minore di Roma dalla sua abitazione.  L’assassino è invece un giovane romeno, uno zingaro rom, già pregiudicato in Romania, uno dei tanti che affollano gli accampamenti sorti come funghi negli ultimi tempi nelle grandi città e che ora sorgono a ridosso anche di quartieri un tempo considerati tranquilli, anzi, signorili. Una tragedia annunciata. Solo un paio di mesi fa era stata organizzata una raccolta di firme (e furono più di cinquemila) per segnalare l’inaccettabile degrado di quella stazione, ormai in mano agli stranieri dediti all’alcol ed usi a violenze di ogni genere. E’ successo proprio lì, ma poteva succedere in un altro qualsiasi quartiere di Roma o di Milano o di Torino e persino in cittadine più piccole o in paesi un tempo ritenuti oasi di pace ed ora ostaggio di ospiti sgraditi. L’assassino di questa storia ha un nome, come ce l’ha la sua vittima, ma non li citeremo: il primo perché è solo un rifiuto della società, la vittima perché è diventata già il simbolo di tutte le donne italiane (ma anche degli uomini) che devono ogni giorno sfidare la sorte, affrontare percorsi di guerra per vivere la loro vita di persone perbene nella loro città. Vogliamo invece fare nomi e cognomi di chi ha le maggiori responsabilità di questa situazione. E visto che è accaduta a Roma cominciamo con il tanto elogiato sindaco Veltroni e con il suo predecessore Rutelli entrambi troppo impegnati a costruire le loro personali carriere politiche, a partecipare a cerimonie, a stringere mani di illustri ospiti stranieri e magari anche ad organizzare (facendoli pagare ai cittadini) inutili festival cinematografici per accorgersi del degrado che colpiva la loro città.

La colpa è poi di chi ha spalancato le braccia all’immigrazione selvaggia sperando di rimediare in questo modo nuovi elettori di bocca buona per sostituire gli italiani a cominciare da Romano Prodi che guida un governo che non fa gli interessi degli italiani quanto piuttosto degli immigrati avendo addirittura contribuito a creare in Italia un razzismo al contrario dove i vessati siamo noi italiani. La colpa è poi di quei buonisti da quattro soldi che in nome di una improbabile società multietnica lasciano mano libera alla feccia che viene in Italia perché sa che qui le leggi sono inefficaci, che la polizia ha le mani legate, che le sentenze sono spesso benevole e comunque l’espulsione è sempre molto teorica. Ieri, sull’onda emotiva di questo fatto di sangue, di buon mattino le ruspe si sono presentate al campo Rom di Tor di Quinto a Roma, quello nel quale abitava l’assassino, e lo hanno smantellato. Un atteggiamento ipocrita, perché senza l’espulsione dei suoi abitanti questi si sposteranno solo un poco più in là e presto torneranno pure a costruire le loro baracche dove le avevano fino a ieri. Bisogna distruggere tutti gli insediamenti abusivi e cacciare via i loro abitanti: subito. Del resto, se sono nomadi, che nomadi siano e non venga permesso il soggiorno in Italia per un periodo superiore alle due settimane, mentre invece i campi (tanto coccolati dall’Opera nomadi) esistono da anni, lunghissimi anni per la popolazione costretta ad un difficile vicinato. Bastava poi affacciarsi un po’ dal finestrino della propria auto percorrendo la via Olimpica per vedere nel campo di Tor di Quinto far bella mostra di sé vetture lussuose. Come sono state acquistate da persone che non producono reddito? Gli stranieri in Italia, circa quattro milioni, non sono tutti delinquenti e non lo sono certo nemmeno tutti i romeni, tra loro c’è brava gente con voglia di lavorare e vivere civilmente a fianco degli altri, ma bisogna uscire dall’ipocrisia, fermare il degrado, colpire duramente i criminali e comunque impedire il soggiorno in Italia a chi non ha mezzi di sostentamento e quindi non può che dedicarsi al crimine. Bisogna agire subito, prima che sia troppo tardi, perché la gente è stanca e prima o poi, nella latitanza dello Stato, comincerà a farsi giustizia da sola e nemmeno questa sarebbe civiltà.



Di Paolo Emiliani pubblicato su Rinascita.

Sosteniamo LUIGI CIAVARDINI!


E' in uscita il libro-intervista al portavoce del comitato "L'ora della verita'" dal titolo "Bologna 2 agosto 1980 - STRAGE ALL'ITALIANA" edito da Edizioni TRECENTO. Per maggiori informazioni sull'acquisto e sulla distribuzione, potete scrivere all'indirizzo e-mail del comitato: info@loradellaverita.org










"Bologna 2 agosto 1980, salta in aria la sala di attesa della stazione ferroviaria. Esclusa l’accidentalità dell’esplosione, viene accreditata immediatamente una tesi ufficiale: strage nera.



Le indagini procedono sin dall’inizio in un’unica direzione. Altre piste rimangono trascurate. L’inchiesta viene esposta di continuo a tentativi di inquinamento, volti a corroborare l’ipotesi dell’attentato neofascista. La vicenda giudiziaria sembra essersi conclusa l’11 aprile 2007 con la condanna definitiva di Ciavardini, ritenuto responsabile dell’eccidio bolognese al pari di Fioravanti e Mambro. Ma la stragrande maggioranza degli osservatori del processo – senza distinzioni politiche - considera innocenti i tre ex militanti dei Nar.



Per quali ragioni il governo sposò a priori un’unica ipotesi investigativa? Perché i depistaggi coinvolsero solo esponenti dell’estrema destra? Massimo Sparti fu un teste genuino o l’autore di un tentativo di sviamento andato a buon fine? Quali motivi impediscono ancora oggi di conoscere mandanti e moventi della strage di Bologna?



Il libro-intervista a Valerio Cutonilli - portavoce del “comitato l’ora della verità” – vuole rappresentare un invito a riflettere sui numerosi quesiti rimasti irrisolti. Tali interrogativi non si limitano a suscitare divisioni sempre più aspre all’interno della società italiana. Essi costituiscono un ostacolo insormontabile per l’edificazione di quella “memoria condivisa” che dovrebbe caratterizzare un paese civile."


sabato 3 novembre 2007

Per le vie, pre le strade...

Nelle prime ore del pomeriggio all'annuale fiera dei morti a pian di massiano è stato effettuato un volantinaggio dai ragazzi della Comunità Militante Perugia (Associazione Culturale Tyr) sulla questione locale dei T-Red e delle Strisce Blu.




   




Per qualsiasi informazione e per ricevere i moduli per fare i ricorsi sulle Strisce Blu, contattateci a: controventopg@libero.it



Si intensificano gli scontri. Avanti Karen!

Il sensibile aumento del numero degli scontri tra l'esercito birmano e i gruppi etnici di questi giorni potrebbe indicare l'intenzione del governo di Rangoon di lanciare una grande offensiva nelle prossime settimane. Questo il parere dei portavoce delle minoranze etniche birmane in lotta contro il governo centrale. Si sono ripetuti violenti attacchi del Tatmadaw contro i villaggi abitati da popolazioni di etnia Karen, Karenni e Shan. La maggiore concentrazione di operazioni si è avuta nelle aree Karen, dove il KNLA (esercito di liberazione nazionale Karen) ha risposto agli attacchi infliggendo anche diverse perdite al nemico. Il distretto di Dooplaya è stato teatro di numerosi scontri a fuoco: in una imboscata tesa ad una pattuglia del 201° battaglione Karen nelle vicinanze della clinica "Carlo Terracciano", il 30 ottobre ha perso la vita un volontario della terza compagnia, quella direttamente coinvolta nella difesa della struttura sanitaria di "Popoli". Nel distretto di Dooplaya l'esercito birmano ha seriamente rinforzato le sue truppe con l'arrivo di nuovi reparti, e ha costruito nuovi campi trincerati. Il portavoce dell'Unione Nazionale Karen ha dichiarato che dal febbraio 2006 ad oggi il Tatmadaw ha costruito ben 52 nuovi campi militari nella regione. Il Colonnello Nerdah Mya, che tra pochi giorni sarà in Italia per una serie di incontri e di conferenze, sta organizzando i reparti della 6° Brigata per la difesa dei villaggi Karen interessati dalle operazioni dell'esercito birmano.



www.comunitapopoli.org

giovedì 1 novembre 2007

1 Novembre 1972 - 1 Novembre 2007.





"Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui"



Ezra Pound

L'allodola e il combattente per la Libertà.

Una volta mio nonno mi disse che imprigionare un'allodola è uno dei crimini più crudeli, perché l'allodola è tra i simboli più alti di libertà e felicità. Sovente parlava dello spirito dell'allodola, riferendosi alla storia di un uomo che aveva rinchiuso uno dei suoi tanto amati amici in una piccola gabbia. L'allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più a squarcia gola, né aveva più nulla di cui essere felice. L'uomo che aveva compiuto tale atrocità, così come la definiva mio nonno, esigeva che l'allodola facesse ciò che lui desiderava: cioè cantare più forte che poteva, obbedire alla sua volontà, cambiare la sua natura per soddisfare il suo piacere e vantaggio. L'allodola si rifiutò. L'uomo allora si arrabbiò e diventò violento. Cominciò a far pressioni sull'allodola affinché cantasse, ma inevitabilmente non ottenne alcun risultato. Così ricorse a mezzi più drastici. Coprì la gabbia con un telo nero, privando l'uccello della luce del sole. Le fece patire la fame e la lasciò marcire in una sporca gabbia, eppure lei si rifiutò ancora di obbedirgli. Alla fine l'uomo la uccise. Come giustamente diceva mio nonno, l'allodola possedeva uno spirito: lo spirito di libertà e di resistenza. Desiderava ardentemente essere libera e morì prima di essere costretta ad adeguarsi alla volontà del tiranno che aveva cercato di cambiarla con la tortura e la segregazione. Io sento di avere qualcosa in comune con quell'uccello, con la sua tortura, la sua prigionia e la morte a cui alla fine andò incontro. Possedeva uno spirito che non si trova facilmente neppure tra di noi, i cosiddetti esseri superiori, gli uomini. Prendete un comune prigioniero. Il suo obbiettivo principale è quello di rendere il suo periodo di detenzione più facile e confortevole possibile. Un comune prigioniero non metterà mai a rischio un solo giorno di condono. Alcuni arriveranno persino ad umiliarsi, a strisciare e a tradire alteri detenuti, pur di salvaguardare se stessi o accelerare il proprio rilascio. Costoro obbediranno alla volontà di chi li ha catturati. Diversamente dall'allodola, canteranno ogni qualvolta verrà chiesto loro di farlo e salteranno ogni qualvolta sarà loro ordinato di muoversi. Sebbene abbia perduto la sua libertà, un prigioniero comune non è disposto a giungere alle estreme conseguenze per riacquistarla, e neppure per difendere la propria dignità di uomo. Si adegua, in modo tale da garantirsi un rilascio a breve scadenza. Se invece rimane in carcere per un periodo abbastanza lungo, alla fine diviene un prodotto dell'istituzione, una sorta di macchina, non più in grado di pensare con la propria mente, sotto il pieno potere e controllo di chi lo ha incarcerato. Nella storia che raccontava mio nonno questa era la fine che avrebbe dovuto fare l'allodola. Ma lei non aveva bisogno di cambiare, nè intendeva farlo, e morì affermando proprio questo. Tutto ciò mi riporta direttamente alla mia situazione: sento di avere qualcosa in comune con quel povero uccello. La mia posizione è in totale contrasto con quella di un prigioniero comune che abbia deciso di conformarsi alle regole: io sono un prigioniero politico, un combattente per la libertà. Allo stesso modo dell'allodola, anch'io ho combattuto per la mia libertà, non solo in carcere, dove ora mi trovo a languire, ma anche fuori, dove il mio paese è tenuto prigioniero. Sono stato catturato e incarcerato, ma, come l'allodola, anch'io ho visto cosa c'è al di là delle sbarre della mia gabbia. Ora mi trovo nel blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell'allodola non ho alcun bisogno di cambiare. E' la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l'allodola, anch'io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma , oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso,ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo. Non abbiamo forse molte allodole in grado di dimostrarlo? La nostra storia ne è stata costellata in maniera straziante: i MacSweeney, i Gaughan, gli Stagg. Ce ne saranno altri nei blocchi H? Non posso concludere senza terminare la storia che raccontava mio nonno. Una volta gli chiesi che cosa era accaduto all'uomo malvagio che aveva imprigionato, torturato e ucciso l'allodola. "Figliolo", disse, " un giorno cadde lui stesso in una delle sue trappole, e nessuno gli prestò aiuto per liberarsi. La sua stessa gente lo derise e gli voltò le spalle. Egli divenne sempre più debole e alla fine stramazzò al suolo, per morire sulla terra che aveva fatto marcire con così tanto sangue. Arrivarono gli uccelli e si presero la loro vendetta cavandogli gli occhi, e le allodole cantarono come non avevano mai cantato prima." "Nonno," gli chiesi, "il nome di quell' uomo non era forse John Bull (Il governo inglese - ndr)?"




Marcella Blocco H - Long Kesh



Tratto dal sito: www.sinistranazionale.it