(ASI) PRIMA PARTE - Saranno circa le sei di mattina e le luci del sole iniziano a filtrare dentro la zanzariera, è arrivata l’ora di alzarsi. I volontari del Karen National Liberation Army (KNLA), sono stati svegli tutta la notte e, a turno, hanno pattugliato il perimetro del villaggio di Ookray Khee, nel distretto di Dooplaya. Nonostante il governo del Myanmar, guidato dal presidente Thein Sein, parli di riforme democratiche e di fantomatici cessate il fuoco con le diverse etnie, la guardia è alta e proprio in questo distretto, negli avamposti militari birmani, stanno arrivando armi e munizioni. I giovani volontari Karen, guidati dal Colonnello Nerdah Mya, sono pronti. E’ la prima notte che trascorro dentro il villaggio, insieme ad altri volontari della Comunità Solidarista Popoli che dal 2001 porta aiuto concreto all’etnia Karen soprattutto attraverso la costruzione e il mantenimento di cliniche mediche e scuole. Ieri siamo partiti da Mae Sot, una piccola cittadina thailandese al confine con Birmania. Il fiume Moei è il confine naturale che, in questa zona, divide Thailandia e Myanmar. In questi giorni, il ponte “Friendship Bridge”, che collega Mae Sot alla Birmania, è aperto, solo in entrata, con permessi di durata giornaliera. Abbiamo trascorso un paio di giorni a Mae Sot, giusto il tempo per organizzarci e comprare le cose necessarie per entrare nella giungla. Poi, percorrendo per alcune ore una parte della “strada della morte”, abbiamo attraversato illegalmente il confine e siamo entrati nei territori controllati dai Karen. Il villaggio di Ookray Khee è un posto incontaminato dal virus moderno, la natura che lo circonda è qualcosa di incantevole come lo è la forza di volontà di ogni volontario dell’esercito di liberazione. Dopo una colazione veloce fatta con un caffè americano, siamo pronti per partire alla ricerca di una fonte per riuscire a portare l’acqua sia al campo militare che al villaggio. Un soldato è intento ad intercettare via radio le conversazioni dell’esercito birmano per monitorare i loro spostamenti; la situazione sembra tranquilla e, scortati da una diecina di volontari Karen, ci mettiamo in marcia nelle colline vicino al villaggio. In ogni momento la situazione potrebbe cambiare e potremmo essere attaccati dai pattugliamenti birmani. Il conflitto del popolo Karen è, di fatto, il conflitto più lungo al mondo; dal 1949 nei territori della Birmania Orientale è in atto una sanguinosa guerra che la giunta militare birmana conduce contro questa etnia. Il governo di Rangoon si arricchisce grazie agli ottimi rapporti con le lobby economiche planetarie e grazie al narcotraffico. Intanto, il popolo Karen, prosegue la sua difficile vita senza cedere un passo nei numerosi villaggi tra le montagne impervie della giungla e combattendo per ottenere ciò che gli era stato promesso alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto delle proprie tradizioni e identità. La Birmania, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, con il governo post-coloniale guidato da Aung San, aveva firmato, in accordo con i capi della comunità Shan, Chin, Kachin e di altre etnie, il Trattato di Planglong che offriva a ciascun gruppo etnico la possibilità di scegliere, in dieci anni, il proprio destino politico. Ma dopo un colpo di stato, con l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare di stampo socialista del generale Ne Win. Stiamo marciando, a rompere il silenzio sono solo i rumori dei nostri scarponi e della natura che ci circonda. Davanti a noi ci sono i volontari della KNLA che controllano il percorso, dove potrebbe nascondersi qualche mina. Bisogna fare massima attenzione. Camminiamo per qualche ora su e giù per le colline e riusciamo a trovare diverse fonti che, grazie al nuovo progetto di Popoli, serviranno a portare l’acqua nel villaggio di Ookray Khee. Nelle prime ore del pomeriggio, facciamo ritorno, alcuni soldati della KNLA stanno cucinando la cena. Gli odori sono intensi, quasi tutto viene cucinato con del peperoncino fortissimo. Approfitto del tempo libero per passare un po’ di tempo con i bambini del villaggio. Sono bambini dolcissimi e incuriositi nel vedermi con la macchina fotografica in mano, gli faccio vedere alcune foto che gli ho appena scattato. Sorridono. Si è fatta sera, le porte di Ookray Khee vengono chiuse, i militari si radunano nel piazzale del campo militare dove, il Colonnello Nerdah Mya, gli comunica la parola d’ordine per far rientrare i soldati che sono usciti in pattuglia. Ormai è buio e, dopo la cena, ci riuniamo su un tavolo per scambiare quattro chiacchiere prima di andare a dormire. Mentre mi infilo nel mio sacco a pelo, prima di chiudere gli occhi, penso alla straordinaria forza di volontà dei combattenti Karen che sono determinati alla lotta per la loro la libertà.
Di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6305%3Areportage-con-letnia-karen-che-da-oltre-60-anni-e-in-lotta-contro-il-regime-birmano&catid=49%3Aspeciale&Itemid=145
mercoledì 28 dicembre 2011
Reportage. Con l’etnia Karen che da oltre 60 anni è in lotta contro il regime birmano.
SOSTENIAMO RINASCITA.
Cari Lettori, Abbonati, Sodali.
Purtroppo, come dono natalizio di questo fine anno, il governo della miseria che dalla cittadella del potere usuraio detta legge al popolo italiano, ha deciso di sospendere il pagamento dei contributi all’editoria – benché “in bilancio per il 2010” - a venti-trenta quotidiani italiani, Rinascita inclusa. Un’altra strage simile è stata compiuta tra i periodici (no… non quelli del clero: quelle ottanta testate circa sono intoccabili, si sa; come pure preservati sono stati gli organi di associazioni misteriose e di partiti clandestini…). Alla settantina di voci residue hanno applicato comunque cospicue “detrazioni” non certo previste dalla legge, promettendo un qualche prossimo intervento “caso per caso”. E ai media “maggiori” hanno fatto finta di decurtare un po’ di “contributi indiretti”: che verranno però rinsanguati, “indirettamente”, per altri canali.
Certo: sappiamo che un giorno o l’altro, una volta percorso e superato l’iter burocratico pubblico al quale ci hanno assoggettato per ottenere la nostra scomparsa, qualcosa si aggiusterà, almeno parzialmente. Una legge è una legge: si dice anche che eventuali norme nuove non possano contemplare penalizzazioni retroattive… Ma l’accettata a tradimento l’hanno comunque già sferrata e le ferite inferte non si rimargineranno facilmente.
Sic stantibus rebus, per Rinascita è stato confezionato il seguente aut-aut: o spegnere la nostra voce stampa, seguendo il “disinteressato consiglio” della cittadella di limitare la nostra presenza alla rete internet, o stringere i denti, aggregando ogni limatura di residua forza, e andare avanti.
Voi ci conoscete. Ovviamente la prima ipotesi, umiliante e degna dei Lor Signori, è stata da noi totalmente rigettata.
Tuttavia non ci (e Vi) nascondiamo le difficoltà insite nella decisione di resistere. Un agguato ad ogni svolta d’angolo, un andare a vento, un fidarsi su deboli autonome certezze.
Bando alle analisi negative. Per andare avanti abbiamo bisogno del sostegno di chi ci è più vicino.
Quello dei Lettori che acquistano il quotidiano in città lontane da quello che è l’unico centro-stampa (Roma) utilizzato da questo gennaio: saremo costretti a sospendere, infatti, dal 1 febbraio 2012, la diffusione in varie piazze nazionali (attualmente raggiungiamo a macchia di leopardo tutta l’Italia, salvo la Val d’Aosta, il Trentino Alto Adige, la Sardegna).
Chiediamo loro di abbonarsi al quotidiano cumulativamente tramite web e tramite poste (spedizioni, quest’ultime, mal-eseguite, lo sappiamo: ma non è nostra colpa).
Quello degli Abbonati che, pur maltrattati dalle consegne postali, ci hanno sempre seguito e spronato ad andare avanti.
Chiediamo loro un rinnovo straordinario dell’abbonamento al quotidiano in tempi stretti (e l’uso, anche, della consultazione in internet).
E quello dei Sodali.
Ai quali chiediamo un nuovo sforzo politico ed economico: contrarre uno o più abbonamenti (carta-web) a prezzo pieno o sostenitore.
A tutti invieremo, gravati esclusivamente dalle spese postali, gli inserti che via via produrremo o che abbiamo già prodotto in questi recenti anni.
Cari Lettori, Abbonati, Sodali.
Tutti Voi sapete che “Rinascita” non è soltanto un quotidiano; non è solamente una serie di fogli di carta più o meno collegati; tutti Voi sapete che Rinascita è, al tempo stesso, analisi, memoria e speranza.
E’ per questo che Rinascita non intende affatto farsi da parte: è la nostra, come anche la Vostra, voce.
Quello che adesso occorre è un nuovo contributo di partecipazione attiva. Non andrà di sicuro perso. Anzi: servirà a noi tutti per trasformare questo quotidiano in un ancora più graffiante, comunitario e socializzato, organo di battaglia contro la dittatura democratica.
Credetemi. E ancora grazie per la Vostra attenzione, per la Vostra solidarietà, per le Vostre idee, per la Vostra opera.
Un patrimonio comune che ha permesso l’ esistenza di un quotidiano totalmente controcorrente.
Di Ugo Gaudenzi, http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12308
martedì 27 dicembre 2011
Solstizio d’Inverno 2011, Monti Sibillini.
Ogni anno il 21 dicembre accade che ci sono uomini che decidono di fuggire dalla quotidianità per mettersi in marcia, con zaino in spalla, verso una vetta e lì affrancarsi dalla pesantezza della vita moderna e della vuota vita borghese. In questa data, ogni anno, alcune anime inquiete trovano rifugio nel silenzio assordante della natura che allieva le loro sofferenze patite durante tutto l’arco dell’anno a causa della routine della vita metropolitana e cittadina che sono costretti a vivere. Questi uomini sentono un richiamo irrefrenabile per l’avventura, la sfida, la lotta, i sogni ma l’epoca in cui oggi vivono non consente loro simili slanci e ciò nuoce al loro spirito e le loro anime ne soffrono quasi in maniera irreprensibile. Per questo motivo quando arriva il 21 dicembre, questi uomini non riescono a frenarsi dinanzi al richiamo del sole, unico vero motore spirituale e unica vera tensione verticale delle loro vite. Il freddo che patiscono salendo verso la meta sembra scaldare più di qualsiasi affermazione individuale che hanno nelle loro vite di tutti i giorni. La soddisfazione di ascoltarsi e di dar voce al proprio spirito, mentre si sale in silenzio senza distrazioni e provando la fatica fisica del peso del proprio zaino imbottito di legna, cibo e letture, va al di là di qualsiasi spiegazione razionale. In queste situazioni ricominci a dialogare con te stesso, con il tuo essere e ricominci ad imparare a vivere senza i contorni inutili di questa società artificiale ritornando almeno per una notte all’essenza. Ecco anche quest’anno ci siamo messi in marcia per raggiungere la nostra vetta e lì accendere il nostro fuoco per affrontare la notte più lunga dell’anno e salutare l’alba di una nuova stagione dove il festeggiato è il sole ma i protagonisti torniamo ad essere noi. Tra canti, bevute, letture, confronti e riflessioni, il nostro fuoco arde per tutta la notte e brucia con sè le insofferenze della grigia società materialistica a cui noi proprio non sappiamo adattarci. Il nostro è un levare al cielo un grido di cocente riscatto ed un bruciare una preghiera di elevazione per vincere le tenebre e spezzare le catene della mortale vita terrena. Quindi come tutti gli anni anche quest’anno abbiamo scelto di sfidare noi stessi sui Monti Sibillini, innevati e gelidi, ma dove ormai sembra essersi creato un legame forte per cui recepiamo istintivamente di essere in questo suggestivo luogo un posto famigliare e nonostante la stanchezza e il freddo il sorriso non ci abbandona per tutto il tragitto. Come sempre, la salita, ha un significato molto diverso della discesa. Salendo i momenti in cui si è soli con se stessi sono accompagnati tra di noi da scambi di vedute e riflessioni seriose quasi a dover gettare un seme da far crescere dopo il Solstizio, i momenti di silenzio servono invece a domandarsi come e cosa far nascere mentre ci si interroga sui problemi che affliggono le nostre esistenze. La natura ci mette alla prova, la neve non permette una salita agevole, i pensieri affaticano il passo, il freddo e il vento fanno il resto. Il mattino seguente la discesa ha un sapore diverso a significare che questa notte passata con i tuoi fratelli accanto al fuoco, ha lasciato dentro di noi una traccia importante. Il passo è leggero ma dopo alcuni momenti di silenzio in cui racchiudiamo in noi la consapevolezza di ciò che abbiamo promesso a noi stessi, si ricomincia a ridere e scherzare, felici di aver rafforzato le nostre convinzioni e il nostro spirito senza dimenticare la sana goliardia a riprova della piena giovinezza ritrovata. Torniamo in macchina e ci accingiamo a tornare nelle nostre città ma in cuor nostro portiamo un fuoco interiore che arderà ancora fino al prossimo Solstizio.
Associazione Culturale Zenit Roma
associazioneculturalezenit.wordpress.com
Associazione Culturale Tyr Perugia
www.controventopg.splinder.com
venerdì 23 dicembre 2011
Italia-Israele: 'prove generali di guerra' nei cieli palestinesi.
Sotto, i Territori Palestinesi Occupati. Sopra, nei cieli, delle 'prove generali di guerra', con voli acrobatici e simulazioni di scontri aerei.
Nei panni del nemico, questa volta, il “team rosso” italiano, con Tornado ed Eurofighter, che ha simulato operazioni di attacco contro l'avversario israeliano, per mettere alla prova l’efficacia di quelle missioni definite, in gergo militare, “Composite air operation” (Comao), e che vedono la collaborazione di diverse forze aeree per interventi “nel corso di crisi internazionali”.
L’operazione “Desert Dusk” è un’esercitazione che rientra nel programma di collaborazione militare e coordinamento tra l’aeronautica italiana e quella israeliana, finalizzata a mettere a punto procedure e tecniche di azione congiunta per l’intervento in zone di crisi, e che si è svolta nella base militare di Ovda, nel deserto del Neghev, solitamente utilizzata come scalo di charter turistici verso le località del Mar Rosso.
Venticinque i velivoli impegnati, tra cui gli F15 e gli F16 dell’Aeronautica israeliana, oltre a quelli di Grosseto, del 36° Stormo di Gioia del Colle e del 50° di Piacenza, per un totale di 100 missioni di volo e 150 militari impegnati.
Duelli nei cieli, lanci di missili, bombardamenti e inseguimenti che hanno costituito, secondo il Generale di divisione aerea italiano Enzo Vecciarelli, “un’ottima opportunità addestrativa, perché condotta in un paese che vanta eccellenze nel campo della Difesa”.
Che Israele sia in cerca di nuove alleanze nell’area, con lo spettro della guerra contro l’Iran sempre più tangibile, non è cosa nuova.
A fine ottobre era stata la Turchia a negare l’autorizzazione a sorvolare il proprio spazio aereo alle esercitazioni militari israeliane, portando la I.A.F. a chiedere la disponibilità, subito accordata, della base militare di Decimomannu, in Sardegna.
In quell’occasione la regione, la cui area corrisponde a quella di Israele, è stata sorvolata in lungo e in largo dai velivoli militari israeliani nell’operazione di addestramento “Vega 2011”, nella quale per la prima volta sono stati utilizzati gli “Eitam”, aerei radar impiegati nella simulazione di operazioni di intercettazione nemica.
Da parte sua, l’aviazione militare italiana ha messo a disposizione i propri Eurofighter Tornado, gli stessi di cui è dotata anche l’Arabia Saudita.
Il quotidiano israeliano The Jerusalem Post, in quella occasione, aveva commentato che “di fronte alla minaccia iraniana l’aviazione israeliana ha intensificato le proprie esercitazioni all’estero”, sin dall’attacco “Piombo Fuso” su Gaza (2008 – 2009).
Un’alleanza antica, quella con l’Italia, che sin dal secondo dopoguerra ha stretto i legami con un’aviazione militare israeliana tutta da creare.
È il 1948 quando nell’aeroporto romano dell’Urbe viene istituita una base di formazione e addestramento per i piloti che comporranno la nuova aviazione ebraica, come racconta Eric Salerno nel suo “Mossad base Italia”.
E una ricerca di alleanze strategiche nell’area Nato, per Israele, alle cui forze di aviazione ha chiesto a più riprese una collaborazione strategica, sperando di potersi esercitare nei cieli di altri paesi e di ospitare battaglioni nel proprio territorio. Uno scambio andato a buon fine, per ora, con l’Italia e con la Grecia, ospitata nella base di Ovda lo scorso novembre.
Esercitazioni che, per quanto riguarda il nostro paese, fanno solo da sfondo a un altro genere di collaborazione.
Nel corso del 2011 infatti, sono stati diversi gli incontri al vertice tra i massimi rappresentanti delle due aviazioni militari. Gli “Air-to-Air Talks”, che hanno visto a febbraio l’incontro a Roma tra il Sottocapo di stato maggiore israeliano Nimrod Sheffer e il Generale Maurizio Ludovisi, e a giugno la visita ufficiale nella capitale del Comandante delle forze aeree israeliane, Ido Nehusthan.
Colloqui che, come riportato dal portale dell’Aeronautica militare, “hanno riguardato i principali programmi di cooperazione in atto, con particolare riferimento all’uso degli Uav (i velivoli a pilotaggio remoto, ndr)”.
Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz, ci sarebbe da parte israeliana l’interesse all’acquisto di nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi, e Finmeccanica avrebbe già firmato accordi quadro per rifornire l’Italia di aerei senza pilota e nuovi radar.
http://www.osservatorioiraq.it/italia-israele-prove-generali-di-guerra-nei-cieli-palestinesi
Bolivia: McDonald’s chiude tutto per disinteresse clienti
Bolivia – Dopo 14 anni nel paese sudamericano, McDonald’s chiude. Nonostante tutte le campagne pubblicitarie, la McDonald’s e’ stata costretta a chiudere anche gli otto ristoranti che erano rimasti aperti nelle tre principali citta’: La Paz, Cochabamba e Santa Cruz de la Sierra.
Bolivia e’ il primo paese latinoamericano che restera’ senza la catena McDonald’s. Il primo paese al mondo in cui l’azienda McDonald’s chiude per avere il bilancio in rosso da oltre un decennio.
L’impatto per i manager “creativi” e il marketing e’ stato cosi’ forte che e’ stato girato un video documentario dal titolo “Perche’ McDonald’s ha fallito in Bolivia“, nel quale i vertici della catena statunitense, cercano di spiegare in qualche modo le ragioni che hanno portato i boliviani a preferire “las empanadas” (pane di farina o mais con ripieno dentro) agli hamburger Made in USA.
Il video documentario include interviste a cuochi, sociologi, nutrizionisti, educatori, storici e altro ancora, dove tutti concordano su un fatto generale: il rifiuto non e’ verso l’hamburger e neanche al suo gusto, il rifiuto e’ nella mente di tutti i boliviani. Tutto dimostra che il “fast food” e’ letteralmente l’opposto della concezione che ha un boliviano nel preparare il mangiare.
In Bolivia, il cibo per essere buono, ha bisogno, oltre al gusto, di essere preparato con molta piu’ attenzione, e con tempi di preparazione molto piu’ lunghi. Questa e’ la qualita’ che un consumatore, in Bolivia, necessita per il mangiare che andra’ a finire nel suo stomaco. Il video documentario si conclude dicendo che la cucina “Fast food” non e’ adatta per queste persone.
http://notiziefresche.info/bolivia-mcdonalds-chiude-tutto-per-disinteresse-clienti_post-144766/
Vi sono riti e feste, sussistenti ormai quasi solo per consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trasportato dalla vastità del mondo delle vette giù, fin verso le pianure.