venerdì 15 ottobre 2010

Ahmadinejad in Libano: successo totale.


Accoglienza trionfale, ma accordi ancora di più.



Il Presidente Mahmud Ahmadinejad è stato accolto trionfalmente a Beirut nella sua recente visita in Libano, cominciata il 12 Ottobre e ancora in svolgimento. Il bagno di folla riservato al leader della Repubblica Islamica pare non avere precedenti recenti nel Paese medio-orientale, quanto meno per una visita diplomatica. Ahmadinejad ha garantito a Beirut la totale protezione da ogni minaccia israeliana, tanto che oggi si recherà nelle aree di confine meridionali, triste scenario, nel passato, di scontri e guerre di confine tra Libano e Israele. Come riporta Euronews, gli accordi principali stretti tra i due governi hanno ricompreso questioni energetiche, infrastrutturali e impegni legati alle vie di comunicazione al fine di intensificare gli scambi culturali ed economici tra i due Paesi. In questo senso la pronta risposta sdegnata di Washington e di Tel Aviv non si è fatta certo attendere, e, pur nutrendosi delle stessa retorica del Presidente dell'Iran, ponendo la questione sulla logica dello scontro "ideologico" tra sionismo e Paesi islamici, guarda ben oltre. Al di là di questa facciata storica, ciò che sta preoccupando il governo israeliano, e soprattutto Washington, è l'esplicita apertura del Libano all'Iran: quello riguardante la posizione di Beirut nei confronti di Tehran era, infatti, l'ultimo nodo da sciogliere, e i risvolti di questa intesa, dopo gli accordi con Ankara e il rafforzamento del legame con Damasco, rischiano seriamente di ingigantire la sfera di influenza iraniana sul resto del Medio Oriente. Non è casuale che il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si sia subito recato presso le aree coloniche del Golan, criticando la visita e affermando in maniera tutt'altro che ambigua, che "Tel Aviv intende risolvere pacificamente le tensioni, ma è pronta a fronteggiarle in ogni maniera".

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=565:ahmadinejad-in-libano-successo-totale&catid=3:politica-estera&Itemid=35

giovedì 14 ottobre 2010

Kosovo Je Srbija.


Rivendicano il Kosovo e li chiamano criminali.




di: Alessia Lai, www.rinascita.eu

Bestie. Epiteto comodo, di pronto uso, che non accetta repliche. La stampa ha etichettato così gli ultras serbi, rinchiusi nel recinto del Marassi. Come bestie, appunto. In gabbia i serbi, le loro rivendicazioni, la bandiere del Kosovo, il senso d’appartenenza.
Nessuno, durante e dopo la partita mai disputata a Genova, si è chiesto il perché di uno spettacolo - nonostante striscioni in italiano che dichiaravano il “Kosovo cuore di Serbia” e nonostante le bandiere albanesi date alle fiamme - messo in atto dai tifosi balcanici.
Non se lo pongono il problema, troppo affannati a indignarsi.
La retorica era la solita: il gioco del calcio rovinato, niente che ha a che fare con lo sport, sono pazzi esaltati, fino alla speranza, nemmeno malcelata, che la polizia mettessse ordine coi manganelli, magari spaccando qualche testa (come puntualmente accaduto).
Il vero triste spettacolo è stato infatti quello dei commentatori, durante e dopo la nottata genovese. In pochi hanno adombrato ragioni politiche alla radice della protesta inscenata dagli ultras, e quelli che lo hanno fatto ne hanno fornito una chiave di lettura tutta in negativo: ultranazionalisti è stato il termine abusato.
Niente sul fatto che a Belgrado, un governo che si dice di sinistra, con i democratici di Tadic puntellati dai socialisti già di Milosevic, non si interessa dell’alto tasso di disoccupazione, della carenza di beni di prima necessità, dell’insicurezza, del debito pubblico alle stelle, della spinta all’emigrazione.
Un governo che proprio martedì ha accolto Hillary Clinton, che tornava nei luoghi condannati alla guerra dal suo illustre coniuge portando il solito ricatto per cui l’adesione all’Ue necessita la genuflessione ai diktat atlantici... Nella fattispecie il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e la consegna di presunti criminali di guerra da dare in pasto ad un’opinione pubblica sempre meno certa delle verità assolute spacciate da Washington.
Intanto i vertici politici serbi nascondono sotto il tappeto malumore ed esasperazione dei giovani, relegando le loro proteste all’ormai stantio campionario dei rigurgiti neofascisti.
Troppo facile liquidarli come facinorosi, teste rasate. Stesso termine usato per gli ultras che martedì notte hanno cercato la visibilità che nessuno gli dà, in patria e fuori. E per chi, due giorni prima, ha manifestato a Belgrado in occasione del gay pride. Stampa locale e internazionale hanno ricondotto tutto ad una reazione omofoba, un segno di intolleranza, senza nemmeno sfiorare la reale portata delle manifestazioni, che hanno preso di mira palazzi governativi, media, sedi dei partiti filo-occidentali. Hanno dato anche un nome al nuovo “pericolo”: Obraz. Si tratta di un gruppo definito di estrema destra, strettamente legato all’ala radicale della chiesa ortodossa e con una forte influenza nei gruppi ultras serbi. Non è una novità, ma è servita a dare fuoco alle polveri della criminalizzazione. Del calcio, che lo si voglia o no, il movimento ultras è parte integrante, con una storia lunga, con le sue evoluzioni e rivoluzioni. Non solo in Italia. E la politica è parte del movimento. Negli ultimi vent’anni, forse più, le gradinate degli stadi sono diventate un bacino di raccolta per elementi, di ogni estrazione sociale e culturale, che in quei luoghi trovano spazi di libertà negati da un modello sociale che vive grazie al “disinteresse militante”, alimentato da media che forniscono versioni uniche e banalizzate di quel che ci accade intorno. In Italia come in Serbia.
A Belgrado, negli anni della demonizzazione prima dei bombardamenti Nato, fu nelle curve degli stadi che si formò il sentimento nazionalista contro gli attacchi che venivano rivolti al governo Milosevic dall’Occidente: da capo ultras della Stella Rossa, Zeljco Raznatovic divenne “il comandante Arkan”.
Otto anni dopo, nel giorno in cui Pristina proclamò in via unilaterale l’indipendenza del Kosovo rapinato alla madre patria serba e Washington lo riconobbe come “Stato sovrano e indipendente”, furono gli ultras della Stella Rossa e del Partizan, uniti, a scatenare le proteste che nella capitale serba lasciarono a terra un morto, un ragazzo ucciso nell’assalto all’ambasciata statunitense.
Nel 1999, striscioni nelle curve italiane puntavano il dito sulle bombe Nato che massacravano la Serbia, aggressione alla quale il governo D’Alema partecipò con entusiasmo.
Undici anni dopo, i bambini di Belgrado di allora ce li siamo ritrovati a Genova, a rivendicare una ribalta che le aspirazioni euro-atlantiche dei loro attuali amministratori gli negano.


martedì 12 ottobre 2010

Cuori Tifosi.





Fabio Polese intervista Maurizio Martucci
Da Il Fondo di Miro Renzaglia,
www.mirorenzaglia.org

Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, dopo  11 Novembre 2007, l'uccisione di Gabriele Sandri una giornata buia della Repubblica e Cuore tifoso. Roma-Lazio 1979, Un razzo ha distrutto la mia famiglia, Gabriele Paparelli racconta, ha recentemente pubblicato Cuori Tifosi edito da Sperling & Kupfer (pagg. 480, euro 18,00) - nella Collana Le Radici del Presente diretta da Luca Telese. Un libro che racconta i morti dimenticati degli stadi italiani per cercare di non farli sparire nelle menti di una nazione che vive di calcio.

«La morte è uguale per tutti» così inizia l’introduzione al suo nuovo lavoro e così recitavano gli striscioni delle curve italiane in più di un’occasione per ribadire che la morte di un tifoso, di un ultras non vale certo meno di quella di qualunque altra persona. Crede davvero che sia così? Crede che uno Stato, o più in generale, una società come quella attuale, sia in grado di ricordare in ugual modo tutti i suoi morti?

Niente affatto, sono convinto dell'esatto contrario! E nella schietta sinteticità della frase, questo striscione esposto in curva nel lontano 1993 stanava già l'equivoco, denunciandone il paradosso. La nostra memoria storica è correlata all'azione culturale che i mezzi d'informazione e di comunicazione di massa riescono ad esercitare sul nostro immaginario collettivo. Il grado di incidenza di un sentimento popolare è subordinato al grado di performance del messaggio su reti sociali e ripetitività nel tempo. In parole povere, passata l'onda emotiva del primo momento, se ad un caso di cronaca nera con eco nazionale non si fa seguire una calendarizzazi one della ricorrenza o un ciclo di verità, scadenzando un percorso di memoria, si sconfina presto in una dimensione d'oblio. La gente dimentica, la gente scorda, distratta dagli affanni della quotidianità com'è fisiologico che sia. E alla fine, passati 5-10 anni di distanza dall'accaduto, anche il più efferato disastro può passare nell'anonimato come se non si fosse mai consumato. Se chiedi in giro cosa evoca il nome di Ustica, passati 30 anni dal disastro del DC-9 capita che trovi qualcuno che ti risponde 'E' una meta estiva per le vacanze!' Nessuno ricorda più del dolore delle famiglie e la morte diventa inutile anziché rappresentare un monito per il futuro. E pensa cosa accade quando un'informazione depistante riesce a confondere la vittima col carnefice, oppure quando invece di parlare di un attentato si parla di un incidente oppure di una morte naturale invece che di un omicidio. In quest'ultimo caso si entra nella categoria delle cosiddette morti scomode, quelle che il pensiero unico, allineato e politicamente corretto preferisce ignorare mettendoci una pietra sopra. Alla faccia della verità e della giustizia. In altri contesti si parlerebbe di omertà, invece...

Si chiamano Augusto, Giuseppe, Vincenzo, Gabbo, Antonio, Spagna, Celestino, Cioffi, Stefano, Mau... Ha trovato difficoltà a reperire documenti ed informazioni su strani casi di morte?

Eccome! Praticamente sono partito da zero: ho ricostruito decine di vicende processuali e casi scomodi, raccogliendo testimonianze di prima mano e il racconto di avvocati e famigliari delle vittime. Esiste una storiografia e un'appendice bibliografica scientificamen te valida per i martiri del dopo-guerra, per le vittime degli anni di piombo, per i più recenti casi di cronaca nera di Cogne, Garlasco, Meredith a Perugia. Ma prima di 'Cuori Tifosi'... c'era un vuoto culturale che aleggiava sopra i martiri del calcio. Nessuno li aveva mai considerati nella loro complessa drammaticità, nessuno aveva mai scritto a 360 gradi delle loro incredibili storie. Ed il dato dovrebbe far riflettere, visto che il calcio è una delle prime industrie del paese e primeggia per fatturati da capogiro. Tanti parlano di tattica, allenatori e calcio mercato, ma nessuno aveva mai scritto questa storia d'Italia sconosciuta e dimenticata. Questa è la genesi di 'Cuori Tifosi', è la storia di decine di ragazzi e ragazze che in un modo o nell'altro sono morti per questo sport.

Nella sua presentazione del libro al Campidoglio di Roma ha dichiarato: "Il libro è rivolto alle istituzioni, che non dialogano mai, e mai l’hanno fatto, con i tifosi, come nel caso della tessera del tifoso". Una dichiarazione che sembra più un appello. Sbaglio?

Esatto. Il mio è un invito lanciato da un'aula tra le più rappresentativ e del paese. Giustamente tutti dicono che bisogna contrastare la piaga della violenza nel calcio, recuperare i giovani che guerreggiano.. .. ma poi nel concreto mi sembra si faccia poco o nulla e anzi provvedimenti come il programma Tessera del Tifoso partono più da una logica di fisiologica espulsione per soglie d’acquisto e Black List anziché di ricomposizione . Ti porto un dato: partendo dal Governo, passando per regioni e province scendendo giù sino al più piccolo dei comuni italiani, sai tra questi quanti sono i ministeri e gli assessorati che si occupano di sport, politiche sociali, politiche giovanili e culturali? Sono una marea, talmente tanti che impiegheresti una settimana solo per censirli. Ebbene, di tutti questi organismi, sai dirmi quanti effettivamente propongono programmi o progetti rivolti al popolo degli stadi per creare e diffondere una vera cultura del calcio e del tifo e per contrastare fenomeni reazionari valorizzando lo spirito aggregativo e passionale? Te lo dico io: nessuno! Ecco, manca la volontà politica di parlare con i nostri giovani, manca la forza per dire si faccia un passo in avanti ma anche uno in dietro. In due anni di tavole rotonde hanno concepito la Tessera del Tifoso confrontandosi con società private, agenzia di servizi, istituzioni, management sportivo, insomma... con tutto e tutti, tranne che con i tifosi! Non ti sembra strano? La Tessera del Tifoso è uno strumento per i tifosi, ma nessuno ha mai pensato di accoglierne preliminarment e il parere. I tifosi sono rimasti esclusi dalla filiera, cioè gli utenti finali si sono visti calare dall'alto questa carta prepagata e ancora non si capisce come una fidelity card possa contrastare la violenza con la tesi del 'Più Spendi, Più Tifi'. Si è persa una grande occasione! La vera alternativa è Cuori Tifosi, è la cultura del dialogo, del confronto: fare cultura sentendo le voci di tutte le componenti, ricordando la storia degli stadi, evidenziando gli errori del passato affinché non si ripetano in futuro. Ma forse è più sbrigativo isolare e ghettizzare i tifosi. Così va l'Italia...

Si appunto, la Tessera del Tifoso. Lei ha scritto diversi articoli sull’argomento, ci sono novità? Lo stadio è diventato un salotto buono come volevano farci credere?

Le novità le avevo anticipate nei miei articoli, dove facendo semplicemente inchiesta giornalistica mi ero accorto che questa tessera è piena di anomalie: il Garante della Privacy ha da poco aperto un’istruttoria sull'ipotesi di uso scorretto del trattamento dei dati personali ed a breve dovrà pronunciarsi, così come il TAR del Lazio a Dicembre sarà chiamato a dirci se sussiste o meno l'incostituzionalità di un articolo di legge (9 del 41/07) più adatto ad uno stato di polizia dell'800 che ad pese civile, garantista e liberale da terzo millennio. Infine gli stadi vuoti, a Trieste pure i tifosi finti, disegnati su striscioni di plastica. Da contraltare l'aumento degli abbonati in pay-per-view, il ripetersi sistematico di isolati episodi di violenza in linea con il trend degli ultimi anni e la creazione di zone miste di tifosi non tesserati mischiati ai tifosi di casa, coi settori ospiti deserti sorvegliati da steward che controllano solo l'ombra di se stessi. Roba da ridere se non fosse che è a rischio l'incolumità fisica del pubblico. Per questo il Sindaco di Cesena ha scritto al Prefetto chiedendo una revisione dell'iniziativa Tessera del Tifoso. Forse qualcuno pensa che il primo cittadino romagnolo sia un violento ultrà che perora la causa degli incidenti selvaggi? Oppure a Cesena ci si è accorti che così com'è questa Tessera del Tifoso non sta in piedi e non porta da nessuna parte?

Secondo lei, potremo smettere di parlare di morti di calcio? Potrà mai cambiare qualcosa a livello di sicurezza negli stadi? Non parlo certo della sicurezza attraverso decreti che intendono militarizzare ancora di più le gradinate italiane…

Si può smettere di morire di calcio metabolizzando il modo assurdo in cui per 90 anni si è morti di calcio. La prima vittima è datata 1920, l'ultima 2009. Di calcio si è morti per vili agguati di isolate frange reazionarie, per assalti condotti all'arma bianca, per vandalismo, ma anche per eccesso di repressione delle forze dell'ordine, per stadi fatiscenti, per malasanità e non ultimo, vedi la vicenda di Gabriele Sandri, un'informazione malata ha preteso di far passare il teorema che si potesse morire di calcio anche quando tutto questo tormentato mondo non c'entrava affatto e lo stadio più vicino si trovava a centinaia di chilometri di distanza dalla scena del delitto...

Torniamo a Cuori Tifosi. Sono iniziate le presentazioni del libro, quali saranno i prossimi appuntamenti?

Le richieste sono tante ed arrivano da ogni parte d'Italia. Dopo Roma e Viterbo sarò presto ad Udine, Torino, Firenze, Perugia e poi nelle Marche. Il mio augurio è che quante più persone possibili riescano ad interfacciarsi con queste storie, perché dal sacrificio immotivato dei "Cuori Tifosi" può nascere un rinnovato cambiamento, un nuovo processo di crescita culturale per guardare con fiducia al futuro, memori degli errori del passato...


http://www.mirorenzaglia.org/?p=16047


lunedì 11 ottobre 2010

Lettera di Mahmoud Ahmadinejad a Benedetto XVI.


In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso, A Sua Eccellenza Papa Benedetto XVI, guida dei Cattolici del mondo, porgo i miei saluti più calorosi ed affettuosi a Sua Eccellenza e ringrazio Lei ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso per le vostre posizioni di condanna nei confronti dell’atto privo di saggezza di una chiesa nello Stato Americano della Florida che con la sua offesa alla sacra Parola di Allah ha riempito di dolore i cuori di milioni di Musulmani. Le condizioni particolari del mondo d’oggi e la mancanza d’attenzione del genere umano agli insegnamenti delle Religioni monoteistiche che purtroppo è causata da dottrine come il Secolarismo e l’Umanesimo eccessivo Occidentale e dalla propensione folle alla vita mondana, dall’utilitarismo e dalla passionalità, hanno creato una situazione di decadenza morale nelle società danneggiando soprattutto il concetto della famiglia la vita dei giovani. Per questo sono necessarie strette collaborazioni e relazioni tra Religioni celesti per controllare questi fenomeni distruttivi. Il messaggio più elevato dei profeti divini è stato l’invito al monoteismo e, accettando tale principio, la lotta contro l’oppressione e lo sforzo per l’instaurazione della giustizia; per questo i fedeli delle religioni abramitiche, dovrebbero lavorare insieme per rafforzare la giustizia ed eliminare oppressione e violenza; dovrebbe impedire le discriminazioni ed eliminare in questo modo le tensioni e le difficoltà nelle equazioni internazionali; affinchè l’odio si allontanti dal genere umano. La Repubblica Islamica dell’Iran, in quanto Nazione fondata sul rispetto della religione e sulla democrazia, ha sempre inserito tra le priorità della sua politica estera la cooperazione e lo sviluppo delle relazioni bilaterali con il Vaticano nella speranza che queste relazioni con la Santa Sede possano essere utili per risolvere i problemi della società umana come l’offesa alle Religioni ed ai profeti divini, il secolarismo, l’islamofobia e l’indebolimento del sacro nucleo della famiglia. Il sottoscritto esprimendo la sua ammirazione speciale per le opinioni di Sua Eccellenza e gli sforzi profusi per sradicare la violenza e la discriminazione sottolinea nuovamente l’importanza della religione per la soluzione dei problemi mondiali e dichiara la disponibilità della Repubblica Islamica dell’Iran a intraprendere sforzi congiunti per contribuire alla modifica degli equilibri ingiusti che dominano il pianeta. Mi auguro che con la Benevolenza dell’Unico Dio e con le cooperazioni bilaterali, si possano gettare le basi per la creazione di un mondo sempre più attento e attaccato alla vita spirituale, alla moralità, alla pace ed alla giustizia. Imploro Allah l’Altissimo di donare salute a Sua Eccellenza di concederLe sempre maggiore successo nella diffusione del messaggio dei profeti divini.

Mahmoud Ahmadinejad

Fonte: Iran Italian Radio


Intervista a Claudio Moffa.


Il giorno dopo quello della ribalta nazionale, è il giorno delle parole di Moffa.

Il docente teramano,  che nel suo Master a Scienze Politiche, in una lezione aveva parlato di Olocausto e negazionismo e che, per questo, ieri è stato accusato di essere un negazionista, in un rincorrersi di prese di posizione arrivato fino al Ministro Gelmini, ha deciso di spiegare le sue ragioni. Cominciando col precisare di non essere un negazionista e di non aver affatto sostenuto tesi che negano l’Olocausto, ma di aver  riferito ai suoi studenti delle diverse posizioni della storiografia sul fenomeno della Shoà. Del resto, la sua ora e mezza di lezione è ascoltabile, in video, sul sito del professore:
www.claudiomoffa.it

Allora, professor Moffa, mezza Italia sta parlando di questo nuovo scandalo negazionista eppure, a noi, ascoltando la registrazione della sua lezione, non è sembrato di ascoltare le frasi che Repubblica le addebita. Fughiamo ogni dubbio: lei nega che l'Olocausto sia avvenuto?

«Se mi consente, la domanda è impropria in almeno due sensi: primo, “Olocausto” è un termine religioso e noi stiamo parlando di un fatto storico. Secondo, cosa vuol dire negare? Per i cosiddetti “sterminazionisti” già ridurre la cifra dei 6 milioni di vittime dei lager a 3 milioni sarebbe una negazione, proprio perché si parte da un dogma – sostanziato e confortato dal termine sopradetto - composto da tre verità indiscutibili: il numero, le modalità dello sterminio attraverso le camere a gas, e la pianificazione del crimine in quanto consustanziale al razzismo nazista. Io credo che gli ebrei abbiano subito indicibili sofferenze nella II guerra mondiale, ma nello stesso tempo che la verità dei fatti vada accertata scientificamente e non sulla base di opinioni ideologiche, nel caso specifico antinazista, opinione che peraltro in quanto tale io condivido pienamente».

Però, ancora non mi ha risposto… c’è stato o no lo sterminio degli Ebrei?

«Mi sento di poter affermare che, per quel che mi riguarda, lo sterminio c’è stato. Ovviamente non totale altrimenti non esisterebbe il fenomeno assai diffuso dei sopravvissuti. Anche che la memoria è importante come fonte storiografica, ma non esaustiva come sanno tutti gli studiosi, pena il rischio di brogli possibili, come il caso Enric Marco in Spagna…»

Brogli? In che senso?

«Enric Marco per anni si proclamò deportato di Mathausen, prima di venire sbugiardato da tutta la stampa. Quanto alle camere a gas, la storiografia ortodossa riconosce che non ne esistono i resti perché sarebbero state tutte distrutte dai nazisti, e questo dal punto di vista della ricerca storica non si può non riconoscere come un problema, che va per giunta a combinarsi con l’altro: l’inesistenza cioè – secondo gli stessi storici ortodossi - di resti di queste camere, perché esse sarebbero state distrutte tutte dai nazisti. Dunque una situazione aperta a tutti i contributi».

Per quanto non esaustiva, la memoria ha però un valore storico, e la memoria dei sopravvissuti racconta di quelle camere a gas, come anche della precisa pianificazione dello sterminio…

«Ecco, a proposito della pianificazione: questo è l’aspetto forse meno convincente del dogma; in questi giorni mi accusano di aver sostenuto che non esiste alcun documento di Hitler che ordinasse lo sterminio fisico degli ebrei, ma non lo dico io, lo dicono tutti gli storici, perché non è stato trovato quel documento. Del resto, secondo alcuni studiosi, non solo l’esercito nazista sarebbe stato costituito anche da ebrei, ma persino il Fuhrer sarebbe stato di origine ebraica».

Documento o meno, quella della “soluzione finale” è una verità largamente accettata dagli storici...

«…ma bisogna capire cosa sia stata la “soluzione finale” perseguita dal nazismo: per gli sterminazionisti sarebbe coincisa con il genocidio fisico, per i cosiddetti revisionisti sarebbe stata invece una soluzione “territoriale”, vale a dire una gigantesca e criminale operazione di pulizia etnica. Tesi questa confortata dagli accordi, ormai riconosciuti da tutti gli studiosi, fra nazisti e sionisti: i primi desiderosi di sbarazzarsi degli ebrei o almeno di una parte cospicua di essi, i secondi interessati a trasferire i profughi in Palestina, in vista della fondazione dello Judenstaat ipotizzato dal padre fondatore del sionismo, Teodoro Herlzl, alla fine dell’Ottocento. Come si vede i punti che ho esposto richiamano tanti rivoli-questioni secondarie, di difficile accertamento e soluzione: quel che è sicuro, è che non è possibile bloccare la ricerca storica, altrimenti il rischio è sclerotizzarla in un dogma. Non era stato detto che la strage di Katyn era da attribuirsi ai tedeschi, e invece si è scoperto dopo decine d’anni che la responsabilità era dei sovietici? Se decido di dare un giudizio positivo dello stalinismo, devo per caso continuare a sostenere cio’ che non si può più sostenere?»

Nella sua lezione all’Università di Teramo, lei sostiene che l'Olocausto è l'unico fatto storico di cui discutere può essere oggetto di sanzioni secondo la legislazione di molti Paesi…

«E lo confermo, e il motivo bisognerebbe chiederlo ai legislatori dei Paesi in questione… dall’esterno, rifletto sui due probabili motivi: il primo, di natura metastorica, consiste nella necessità-volontà di propagandare l’idea di una sorta di “crocifissione” - come da termine già utilizzato in un manifesto della I guerra mondiale - degli Ebrei in quanto Messia collettivo, da contrapporre alla crocifissione del Cristo. Un momento insomma, del plurimillenario scontro fra Giudaismo e Cristianesimo. Il secondo è stato descritto in modo esemplare da Norman Finkelstein: L’industria dell’Olocausto, Rizzoli 2002: “industria” economica (i risarcimenti) e politica (l’occupazione della Palestina)…»

- Per aver detto queste cose all’Università di Teramo, oltre ad un numero imprecisato di politici di ogni livello e schieramento, lei è finito sui giornali con il Ministro Gelmini che dice: "Non è possibile che nelle università italiane insegnino professori che seminano odio"?

«Ma io non ho mai seminato odio, sono certo che il Ministro sia stato male informato o abbia visto soltanto i video di poche manciate di secondi della mia lezione, durata in realtà un’ora e mezzo, che è stata equilibrata, nella quale ho rivolto critiche anche ai negazionisti – per i quali il “revisionismo” sembra a volte un obbligo innanzitutto morale ed esclusivo del tema nazismo-ebrei, e non invece una potenzialità consustanziale, ma solo in quanto potenzialità, al mestiere di storico in ogni settore di ricerca. E che ho concluso, la lezione, dicendo che stava agli studenti indagare i problemi toccati, e di farlo con la loro testa, anche contrastando quanto io avevo loro riferito».

Poi, però, è finito sulla prima pagina di Repubblica…

«Questo è il nesso chiave, perché forse il vero problema in questa vicenda è il giornalismo di Repubblica, contro cui sono schierato da decenni, dai tempi della Polonia, dell’Afghanistan prosovietico (allora stavo a Paese sera, ci demonizzavano come “kabulisti”, ma avevamo ragione noi), delle interviste a Napolitano contro Berlinguer, e a Berlinguer contro Cossutta. E’ un giornalismo non diffusore di eventi, ma facitore di eventi, da Tangentopoli al processo Andreotti, dall’elezione di Scalfaro a Presidente della Repubblica, senza rinunciare all’uso mediatico disinvolto dei pentiti e al sostegno reiterato allo strapotere delle Procure e fino alle 10 domande di D’Avanzo».

Non sarà anche lei tra quelli che danno sempre la colpa alla stampa?

«No, dico solo che Repubblica, con le sue appendici locali – spesso non migliori della madre – è portatrice di un giornalismo “a due dogmi”: la Shoah, fino a scagliare i suoi cronisti contro i dissidenti di turno, e i Procuratori della Repubblica, intoccabili e insindacabili perché allineati sulle sue – di Repubblica e di De Benedetti – posizioni. In questo senso, ritengo che gli attacchi che mi hanno investito appartengono alla stessa serie, allo stesso fenomeno degli attacchi al cosiddetto berlusconismo e dei suoi sostenitori».

Ma come, un membro del Governo la accusa di “seminare odio” e lei ne difende il Capo?

«Sì, questa è la contraddizione, ma il problema di fondo resta. Non credo di esagerare dicendo che – fatta la debita tara del diverso grado di notorietà e di potere, ma tutta a mio svantaggio – il mio caso è della stessa fattispecie del caso Belpietro. Chi aggredisce tutti i giorni Berlusconi e i suoi sostenitori? Repubblica. Chi ha aggredito il sottoscritto? Repubblica. Cosa provoca l’aggressione reiterata, diffamatoria e violenta, contro Berlusconi, Feltri, Belpietro? Un clima di incertezza fino alla possibilità di attentati mortali, o magari di incursioni redazionali della Procura. Cosa provoca questa attenzione di Repubblica contro i dissidenti accusati di “negazionismo”, che l’accusa sia fondata o meno? La stessa incertezza e precarietà…»

Non deve essere una sensazione piacevole…

«No, e c’è anche la possibilità che la sovraesposizione mediatica possa farti incontrare il matto incontrollato che ti pesta o che ti accoppa; in fondo, ci hanno provato a Teramo nel 2007 e potrebbero riprovarci anche adesso e questo fa paura: ma nel mio caso almeno, la paura è ampiamente sovrastata dall’indignazione pacatamente furibonda che il tentativo di tapparmi la bocca e di impedirmi di insegnare mi scatena».

Intervista raccolta da Antonio D’Amore
Fonte:
http://www.lacittaquotidiano.it


Federico Aldovrandi: morto a 18 anni senza un perchè.


Risarcimento di due milioni di euro alla famiglia di Federico Aldovrandi

(ASI) - Federico Aldrovandi, di Ferrara, diciotto anni, il 25 Settembre del 2005 fu ucciso durante un controllo di Polizia. Nonostante le registrazioni delle chiamate tra la pattuglia e la centrale che riportano testualmente: “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto”,e i manganelli delle stesse pattuglie intervenute sul posto che figuravano spezzati a metà, quattro poliziotti sono stati condannati per eccesso colposo nell’omicidio colposo a tre anni e sei mesi il 6 Luglio del 2009. Altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini - per un quarto il processo è ancora in corso -. Ora,lo Stato,ha riconosciuto un risarcimento di quasi due milioni di euro alla famiglia di Federico Aldovrandi in cambio di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora in atto. Nel sito
www.federicoaldrovandi.blog.kataweb.it aperto nel gennaio 2006 dai genitori di Federico che sin dall’inizio non credevano nella versione fornita dalla Polizia la mamma scrive: “Questo è un passo importante, almeno così pensavo. Mi sono chiesta tante volte se accettare significava vendere mio figlio. Ma purtroppo Federico non me lo potrà restituire nessuno e io non ho nemmeno più la forza di odiare. Mi piace pensare che questo sia un gesto riparatore dello stato e delle istituzioni nei confronti miei e della mia famiglia. Doveroso e significativo.E ancora: L’unica soddisfazione è quella di avere restituito la verità sulla sua morte e sulla sua memoria. Ma nessuno purtroppo pagherà per ciò che ci hanno fattoperché questa è l’Italia”. Uno dei legali della famiglia Aldovrandi, l’Avv. Fabio Anselmo, ha dichiarato: Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Però capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia”. Due milioni di euro che, appunto, non ripagano una vita di un ragazzo morto a 18 anni senza un perché.

Fabio Polese, www.agenziastampaitalia.it


BIRMANIA. MISSIONE NEL DISTRETTO DI DOOPLAYA.


Si è conclusa ieri lʼultima missione de lʼUomo Libero e Popoli in Birmania.

Lʼaccesso al distretto di Dooplaya è stato reso un poʼdisagevole dal protrarsi della stagione delle piogge che questʼanno si è prolungata molto; la meta è stata così raggiunta, fino a dove si è potuto, con lʼaiuto di qualche motozappa adibita a carretto per trasportare viveri e bagagli e poi a piedi, affondando in un incredibile pantano.
Siamo tornati nel distretto di Dooplaya a soli quattro mesi dalla nostra ultima visita con molteplici scopi:
-        portare assistenza medica alla popolazione;
-        controllare lo sviluppo del villaggio di Oo Kro Khee, costruito da lʼUomo Libero;
-        visitare la scuola aperta in collaborazione con gli amici di Popoli nello scorso giugno, giusto in tempo per consentire il regolare svolgimento dellʼanno scolastico.
 
Le notizie sono buone
La popolazione ha avuto modo di fare un controllo medico generale grazie allʼopera di Rodolfo, medico di Popoli, e per la prima volta sono stati aggiornati i libretti pediatrici che erano stati approntati con il contributo di Carlo, medico de lʼUomo Libero, durante la missione di giugno; questo lavoro dovrebbe consentire di dare per la prima volta a queste popolazioni una continuità nelle profilassi e nelle cure necessarie a migliorarne le condizioni generali di vita.
Ai bambini sono stati regalati vestiti e giochi che hanno fatto la felicità di tutti.
Durante la permanenza in Birmania si è anche cercato di raggiungere il villaggio diPaw Bu La Hta ma purtroppo dopo due giorni di cammino nella foresta si è dovuto rinunciare allʼintento a causa delle scarsissime condizioni di sicurezza dovute a una troppo intensa attività dellʼesercito birmano nella zona.
 
Ci sono grandi novità
Oggi i volontari sono tornati in Tailandia e domani Cinzia andrà a visitare Mo Lo Naing, il bambino malato di talassemia, del quale abbiamo raccontato la storia nello scorso numero della rivista (
www.luomolibero.it) e in una nota dello scorso febbraio.
Il bambino era arrivato a una condizione limite: ogni quindici giorni doveva lasciare lʼorfanotrofio dove vive, farsi ricoverare in ospedale, e lì effettuare le trasfusioni necessarie. Inoltre le condizioni generali erano andate peggiorando velocemente; la vitalità diminuiva giorno dopo giorno; le condizioni fisiche generali erano ormai disastrose per non parlare dei problemi di relazione che il ventre enormemente dilatato gli procurava.
 
In giugno, Carlo il medico e amico che ci aveva accompagnati, aveva raccolto tutti i dati possibili in modo da poter chiedere in Italia a degli specialisti se sussistevano le condizioni per una splenectomia (resezione della milza). Ad agosto la risposta degli specialisti fu positiva: le condizioni di vita del piccolo sarebbero migliorate con lʼintervento chirurgico. Si decise così di farlo operare e lʼinstancabile Elisabetta, medico italiano che vive a Mae Sot, si prese questa enorme responsabilità. A fine agosto Mo Lo Naing subì lʼintervento. Inizialmente tutto sembrava proseguire per il meglio ma dopo un paio di giorni dallʼoperazione la febbre iniziò ad aumentare fino a raggiungere i 41° costanti. Il bambino faceva fatica a respirare ed a bere e di alimentarsi non se ne parlava proprio.
Con un frenetico scambio di telefonate ed e-mail con Elisabetta cercavamo di dare e trovare conforto. I medici, ad un certo punto diagnosticarono una CID (Coagulazione Intravasale Disseminata).
Diagnosi infausta e fatale.
Ma il bimbo teneva duro. Ulteriori esami determinarono  - come se non bastasse tutto il resto - un attacco di dengue. Ecco il parchè della febbre e degli esami completamente sballati.
Di conseguenza fu adeguata la terapia e nel giro di una settimana tutto si risolse.
Ora Mo Lo Naing sta bene, è tornato a “casa” e la sua vitalità è aumentata in modo incredibile, frequenta la scuola e questa foto lo vede con Cinzia proprio ieri.

Claudio Semeraro, www.luomolibero.it