giovedì 5 febbraio 2009

Le foyer du soldat in pillole. [Febbraio 2009]

A cura di Mario Cecere, per ordinazioni: controventopg@libero.it





Claudia Salaris, Alla festa della Rivoluzione, Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Il Mulino, 2008

"L'impresa fiumana (1919-1920), per molti versi un episodio precursore del fascismo, coagulò una quantità di esperienze diverse, di ansie di ribellione, di velleità rivoluzionarie. Sotto questo aspetto fu come un lungo e febbrile carnevale all'insegna della festa e della provocazione, in linea con le avanguardie del tempo, ma fu anche un momento "insurrezionale" come lo sarà il Sessantotto. Il volume rivisita l'avventura fiumana da questa particolare angolatura: attraverso le testimonianze anche letterarie di protagonisti noti o dimenticati racconta Fiume dalla parte degli "scalmanati" che vi accorsero a vivere una vita-festa fatta di bravate futuriste e di utopie, di trasgressione sessuale e di pirateria, di gioco e diguerra. In questa luce, Fiume è un capitolo significativo di quella cultura della rivolta che ha caratterizzato il Novecento".

 

Giuseppe Parlato, La sinistra fascista, Storia di un progetto mancato, Il Mulino, 2008

 

"Questo volume porta alla luce la più inquieta fra le diverse e non di rado conflittuali anime del fascismo: la cosiddetta sinistra fascista. Parlato identifica i tratti salienti del mosaico di idee, valori e umori che ne costituisce l'identità, seguendo il "fiume carsico" della sinistra fascista oltre la fine del Ventennio, fin dentro gli anni Settanta. Un forte spirito antiborghese e anticapitalistico, un'idea della politica come rivoluzione, l'obiettivo di una democrazia popolare totalitaria di radice rousseaiana caratterizzano questo fascismo che ha le sue origini nel sindacalismo rivoluzionario d'anteguerra. Con la seconda guerra mondiale i fascisti di sinistra scelsero spesso sponde opposte: alcuni rimasero fedeli al proprio essere fascisti, altri al proprio essere rivoluzionari ed entrarono nel partito comunista, dove occuparono anche posti di prestigio".





Mirella Bentivoglio, Franca Zoccoli, Le futuriste italiane nelle arti visive, De Luca Editori D'Arte, 2008


 


Il libro mette a fuoco, per la prima volta in modo sistematico, il contributo femminile al futurismo italiano nel settore delle arti visive. Sono riportate in luce dalla penombra, talvolta da una completa oscurità, numerose artiste che sperimentarono a livello pittorico, plastico, grafico, vrbo-visivo. La loro opera viene esaminata sullo sfondo della vita, spesso romanzesca, ricostruita per ciascuna attraverso documenti finora in gran parte inesplorati. Sfilano qui le protagoniste di un movimento che, nelle affermazioni del suo leader, si pronunciò contro la donna, ma che in realtà dimostrò di apprezzare il contributo femminile in tutti i settori della sua produzione.


 


Carlo Bonini, ACAB, All Cops Are Bastards, Einaudi stile libero, 2009

 

Il 'romanzo', ben scritto e di piacevole lettura, è suggerito a coloro che già  hanno letto, o speriamo stiano per farlo, il testo di Maurizio Martucci su l'uccisione del povero Gabriele Sandri. Ma è indicato sopra tutto a quanti, nel mondo dei partiti, hanno perseguito velleità legalitarie e pseudosecuritarie - adoperandole  come  subdolo cavallo di Troia per accedere al sottobosco del potere - ed hanno quindi favorito una progressiva 'militarizzazione' della società. Determinando  così un pericoloso  innalzamento nell'immaginario pubblico, così come nei 'benefici' del potere, di alcune  caste munite di taluni privilegi. Nel libro del Bonini, ad esempio, le ipocrite attenzioni del caporalato  di AN verso le imprese dei reparti celere nelle piazze italiane  viene da ultimo còlto dagli stessi sbirri più 'servizievoli'Dapprima vezzeggiati, poi  aizzati, quindi cinicamente gettati nelle mischie più sanguinolenti - secondo il  bisunto copione stile: "Notte della repubblica" -  costoro vengono infine abbandonati: si consuma così, da sempre, il destino dell'utile idiota.


Finiti davanti a tribunali  'democratici' -  terminato il lavoro 'sporco' - alcuni di costoro, riconosciutisi  ultime pedine di un gioco al massacro  abilmente condotto dall'alto, precipiteranno in forme di autistico 'reducismo'  e di nichilistica 'disperazione'. Simile, peraltro, a quella imputata, dai benpensanti, a 'marginali', ultras, e antagonisti.  L' 'ideologia' del celerino -  come  quella degli strati socioculturali  che ne condividono contraddizioni e ipocrisie -  qui  è smascherata. Viene  restituita nella sua allucinata e inquietante mistura di efferata psicopatologia e di ingenua  adesione all'iconologia e ai cliché del più infelice neofascismo atlantico di 'servizio': quello del "passo delle oche"...


 


Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, 2008


 


"Oggi si parla tanto della finanziarizzazione del capitale e del suo strapotere. Magari vedendo in questo processo l'avvicinarsi di una crisi catastrofica. Ma la finanza è solo un fattore tra gli altri, non isolabile, dello scontro per la supremazia fra i gruppi dominanti. Se vogliamo allora comprendere gli squilibri e le crisi che caratterizzano il capitalismo contemporaneo dovremmo addentrarci in un complesso intreccio. (...) Questo libro è appunto retto dalla concezione che fa  del conflitto per la preminenza l'aspetto decisivo e centrale del processo che va strutturando i rapporti della formazione capitalistica (avanzata) nella nostra epoca. (...) La vecchia ideologia del conflitto capitale/lavoro (salariato, cioè dipendente)- che si presumeva antagonistico e potenzialmente rivoluzionario -funziona sempre peggio."

Nuova missione in Birmania de l’Uomo Libero - Terra e Identità

E’ partita sabato mattina una nuova missione de l’Uomo Libero in Birmania.



L’obiettivo è quello di monitorare la situazione d’emergenza in loco, verificare le condizioni di vita nei campi profughi sul confine thailandese e nel villaggio di Ko Hla Mee (letteralmente “là dove vive lo straniero”), realizzato lo scorso anno.



La missione, della durata di circa 15 giorni, si prefigge inoltre di predisporre le basi per la fase due del progetto Terra e Identità: la costruzione di nuove unità abitative, di una scuola e di una clinica.



Nel frattempo continua l’opera di diffusione della tragica situazione del popolo Karen e della sistematica violazione dei diritti umani in Birmania; presentazioni del libro “Karen. Un Popolo in lotta”, convegni con gli amici di Popoli e incontri si succedono in tutta Italia.



L’ultimo in ordine di tempo si è svolto a Riva del Garda, venerdì scorso, presso l’Istituto Floriani. I volontari de l’Uomo Libero, invitati dai Rappresentanti d’Istituto ad un’assemblea studentesca, hanno potuto condividere con un pubblico attento e interessato l’esperienza maturata in Birmania e, più in generale, l’arricchimento umano del volontariato.



E’ inoltre in programma una grande iniziativa a partire da aprile … presto ne parleremo...



l’Uomo Libero

www.luomolibero.it



Il libro è disponibile anche a Perugia, per ordinarlo: controventopg@libero.it


mercoledì 4 febbraio 2009

La Dottrina aria di Lotta e Vittoria [Fascicolo 38 - Raido]







PREMESSA




Un’antica massima recita: «Vita est militia super terram», ovvero, vivere non è conservarsi, ma lottare. Ma che significato hanno queste parole in un’epoca – come la nostra – dove tutto inneggia ad una sdolcinata pace, senza contrasto alcuno, in cui ogni giorno scorre uguale, appiattito su di una monotona esistenza borghese? Per quale motivo si dovrebbe oggi lottare, e soprattutto che cosa significa “lottare”?

L’Islam usò il termine di “Grande guerra santa” per descrivere la lotta interiore di quella parte dell’uomo virtuosa ed orientata verso il sacro, contro quella animalesca e brutale che compone la totalità degli uomini moderni: troppo presi dalla loro avidità e dall’interesse per accorgersi della loro condizione poco più che bestiale. Questa lotta interiore non è una battaglia intellettuale o mentale, né tantomeno può fermarsi alle “belle parole” o al credere di essere “qualcuno” o “qualcosa”: questa si concretizza solo nell’azione quotidiana svincolata dall’insieme delle passioni e dell’interesse che fa, invece, parte di quella natura animalesca che va vinta e dominata. Non è un caso allora che nei miti di molte tradizioni, la lotta contro la parte oscura di se stessi sia stata più volte presentata nel duello contro una bestia nascosta in una caverna o in un abisso, utilizzando di volta in volta un drago (San Giorgio), un serpente (Thor e Sigfrido) o un toro (Mithra), quali simboli di quelle passioni che, spuntando dalle profondità nel nostro essere, tentano di sopraffare la parte migliore di noi. Il santo, l’eroe, o l’uomo fattosi dio, intraprende allora la lotta nell’intento di vincere questa battaglia interiore, poiché azione doverosa e giusta: ma solo compiendola senza badare ai frutti delle proprie azioni riuscirà è possibile uscirne vittoriosi.

Il senso genuino della lotta, dunque, è quello di una azione eroica e purificatrice tesa alla trasformazione dell’uomo che, dalla sua condizione di semplice “prodotto della terra” (Homo deriva infatti da Humus, cioè “terra”), deve tendere ad essere Vir, cioè essere virile dotato di virtù. Chi dedica la sua vita a questo continuo ed incessante percorso di liberazione dalle scorie del mondo moderno – che ognuno porta più o meno conficcate dentro di se – è proprio il guerriero. Guerriero é colui che è mosso dall’Amore (inteso come tensione interiore verso ciò tutto ciò che è Verità e Giustizia), e poiché strumento di questa forza può agire libero dall’interesse e dalla paura, su di sé e sul mondo che lo circonda.

Chiarito questo, non si può cadere nel sottile tranello di identificare la parola combattimento esclusivamente  con un confronto sanguinoso e crudo con un avversario fisico: si può, infatti, lottare nella scuola (mirando ad ottenere il massimo dei voti), o in un ufficio (non facendosi invischiare nelle piccole gelosie ed invidie tra colleghi). Si può combattere, infine, facendo militanza: dedicando cioè il proprio tempo ad azioni che, costando sacrificio e non portando alcun ricavo personale, costituiscono l’arma migliore contro questa esistenza fatta di egoismi, viltà e di “uomini” che si confondono ormai con le rovine di questo mondo che cade a pezzi. Sicuramente la militia citata in quella frase non è la vita spesa nelle discoteche, o negli scontri tra tifoserie negli stadi, come non c’è eroismo nel correre in auto il sabato sera, e tantomeno c’è dignità in una vita fatta di vuote parole, di pigrizia o di timore per i propri interessi, di qualunque genere essi siano. Sono tutti casi – seppur diversi – in cui ci si agita come trottole impazzite o si è statici come cadaveri, che è lo stesso.

Valga dunque, oggi come ieri, il senso ed il significato degli antichi miti. Oggi come ieri, divenire esempio attraverso il quale tramandare i valori della stirpe e l’eredità degli avi è pertanto il nostro dovere. A noi, e a noi soltanto, spetta compierlo, mantenendoci saldi in questo mondo di rovine.

***



Per fama e natura di contributo semplice e diretto, questo scritto di Julius Evola non avrebbe di per sè bisogno di alcuna presentazione. Da oltre trent’anni, infatti, questo agile documento, resoconto di una conferenza tenuta da Evola al Kaiser Wilhelm Institut a Roma il 7 dicembre 1940, ha influenzato il pensiero e la formazione d’intere generazioni di militanti politici. Pregio di questo scritto, qui riproposto con il testo originale in lingua tedesca, è proprio la sua intima semplicità, che lo rende di facile comprensione per un pubblico giovane che si avvicina a tematiche metapolitiche per la prima volta, ma anche per chi, in poche pagine, vuole ritrovare l’essenzialità della dottrina tradizionale.

Considerata l’importanza formativa di questo scritto, abbiamo ritenuto doveroso ripresentarlo in un formato nuovamente agile ed economico, con la speranza che possa così raggiungere un pubblico vasto, e destinandolo in particolar modo ai militanti di domani: avanguardie di una nuova Civiltà.



RAIDO


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Dove andremo a finire?

Perugia, allarme per un gruppo di sedicenni di buona famiglia. Si vendono ai giovani pusher nordafricani in cambio di hashish e coca.





Fa freddo nel piazzale di Santa Giuliana, a pochi passi dall’arena e da una bella e austera chiesa del tredicesimo secolo. La brava gente di Perugia, intirizzita e sonnolenta nel pomeriggio domenicale, è chiusa in casa. Eppure, la spianata di cemento davanti al capolinea dei bus provenienti dalla provincia non è completamente deserta. Davanti al cancello spalancato sui giardinetti che portano alla basilica c’è un gruppetto di ragazzi, volti pasoliniani che però non appartengono alle periferie smembrate delle grandi metropoli. Sono maghrebini, giovani, 18, 20 anni al massimo. Saranno una decina, ti guardano fisso negli occhi quando incroci lo sguardo, come a dire: «Smamma, è territorio nostro». E poi c’è lei, magra, carina, infagottata in un cappotto attillato color vinaccia e il berrettino di lana bianco da cui escono i capelli corvini, lunghi fino alle spalle. A occhio non le dai più di 15, 16 anni. Si avvicina a un maghrebino, chiede «un tocchetto ma grande, più di quello dell’altra volta mi raccomando». E’ una delle «ragazzine terribili» di Perugia, occhi da bambine e corpi non ancora da donna, corpi pronti a vendersi per un po’ di fumo o una cartina di coca.



Sì, perché l’ultimo allarme lanciato con un’inchiesta del giornale «Corriere dell’Umbria» su questa città che un tempo era il simbolo della sana e tranquilla provincia italiana, riguarda proprio loro, le giovanissime che l’hashish non lo pagano con i soldi, ma con il sesso: «sesso estemporaneo», come lo definisce lo psichiatra Gianfranco Salierno, che qui dirige un centro di salute mentale. Il meccanismo è semplice, fin troppo: la studentessa si rivolge al pusher che ha poco più della sua età, e pattuisce il prezzo «in natura» della dose. Il «pagamento» avviene di solito sul posto, al riparo dei cespugli che costeggiano le aiuole dei giardini pubblici, o dietro i chioschi delle bibite con le serrande abbassate davanti alla chiesa di Santa Giuliana. «Fast sex», sesso rapido, si chiama così. Probabilmente accade la stessa cosa in altri posti di questa strana Italia, ma a Perugia fa un effetto particolare perché la città è piccola e per la gente di qui è un assillo imbattersi nei pusher ad ogni angolo di strada, in ogni vicolo del centro battuto nei week end da frotte di turisti armati di fotocamera. Un assillo e una preoccupazione, perché fra le mani di uno di quegli spacciatori potrebbe capitare una figlia, o una nipote. «E’ vero, si sono verificati casi del genere, con ragazzine di 16 anni che hanno relazioni con i maghrebini che vendono droghe leggere - confermano gli investigatori -. Appartengono a ceti sociali medio-alti, insomma non hanno grossi problemi economici. Eppure, invece di pagare, si danno. Hanno però gravi problemi familiari alle spalle».



Gli uomini della questura, quando si imbattono in loro durante una delle tante indagini sullo spaccio della droga in città, le segnalano ai servizi sociali e, naturalmente, avvertono i genitori. I quali, il più delle volte, cascano dalle nuvole. Eppure non è difficile notare gli strani traffici che si svolgono all’ombra delle chiese storiche e dei monumenti di Perugia. I pusher sono dovunque, anche di domenica, assolutamente riconoscibili, riuniti in gruppetti nella stretta via delle Streghe o in via del Bufalo, dove gli abitanti hanno montato i cancelletti per impedire agli spacciatori e alle loro giovanissime clienti di sedersi sulle scale esterne che conducono ai portoncini delle vecchie case. I muri, in queste stradine, sono sbrecciati e pieni di buchi. Non per vetustà: li scavano i ragazzi per depositare le dosi in attesa della distribuzione. In via delle Streghe la facciata posteriore di una chiesa è stata ridotta a un colabrodo, il prete ha dovuto chiamare i muratori per tappare i fori. Il grosso dello scambio fumo o coca-sesso estemporaneo avviene al mattino presto, prima delle otto, quando le ragazzine escono di casa per andare a scuola. A quell’ora i giovani mercanti di hashish sciamano nei giardinetti davanti ai licei. E’ così nel Parco della Cupa e, soprattutto, a Santa Giuliana. Si riuniscono anche nelle stradine che circondano l’Università degli Stranieri, a pochi passi dalla casa dove è stata uccisa Meredith Kercher. Il sesso, quando non avviene velocemente dietro a un albero, si consuma più tardi, in casa del pusher, o in una stanza squallida di un alberghetto. E’ successo pochi giorni fa, quando la polizia ha sorpreso in camera uno spacciatore tunisino, Djabali ben Kamel Tahar, che si intratteneva con una studentessa di 17 anni. Per lei era cominciato tutto come un gioco, ma è finito nel modo peggiore. Lui la ricattava: «Dico ai tuoi che ti fai». A Perugia la droga scorre a fiumi. Tre giorni fa, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’Appello Antonio Bonajuto ha detto che i reati connessi alle sostanze stupefacenti sono cresciuti del 360 per cento nel distretto giudiziario. «Qui la percezione della droga è altissima - conferma lo psichiatra Gianfranco Salierno - . Basti pensare che Perugia è prima nella classifica delle città italiane per quanto riguarda il consumo di cocaina». E molte di queste «ragazzine terribili», prima o poi, finiscono per piombare nell’incubo delle droghe pesanti. «Finisce per crearsi un rapporto complesso fra la consumatrice di eroina e lo spacciatore - commenta ancora Salierno -. Non di rado mi capita di trattare casi in cui la tossicodipendente va a vivere a casa del pusher, instaurando con lui una relazione di tipo affettivo anche se mediato dagli stupefacenti».



Da: www.lastampa.it

martedì 3 febbraio 2009

L'Interventismo contro l'apatia!

 

Crucifige! Crucifige!

Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell'Associazione Culturale Zenit sul caso di Cesare Battisti uscito sul nuovo numero de "Il Martello".



Di grossa attualità le disquisizioni in merito alla vicenda legata a Cesare Battisti, l’ex militante dell’estrema sinistra a cui il Brasile ha deciso recentemente di convalidare lo status di rifugiato politico, negando così la richiesta d’estradizione pervenuta da parte italiana. Ignazio La Russa, riferendosi alla partita di calcio amichevole Italia-Brasile in programma prossimamente, sostiene: "Io questa partita l'abolirei e rilancio con forza l'invito. Qui lo sport non c'entra, non mi pare il caso, in questo momento, di fare nulla di amichevole con chi fa circolare un terrorista assassino sulle spiagge di Rio.” . E la sua collega di partito e di governo Giorgia Meloni ha un’altra soluzione ancora: “L'iniziativa piu' giusta sarebbe quella di far indossare ai nostri calciatori il lutto al braccio in ricordo delle vittime di Cesare Battisti e come gesto di solidarieta' nei confronti dei loro familiari''. A questo punto, ci viene sinceramente da chiederci se i due ministri possano aver confuso, per affinità anagrafica, Cesare Battisti con Julio Baptista, croce dei tifosi laziali e delizia dei romanisti per il suo gol decisivo in occasione dell’ultimo derby capitolino, granitico attaccante carioca che probabilmente verrà convocato dalla nazionale verdeoro per questa partita. Dubbio tutt’altro che ironico il nostro; legittimo se si pensa che a voler strumentalizzare un incontro sportivo siano proprio due rappresentanti di quelle istituzioni che non hanno mai lesinato dure condanne, spessissimo repressive e premeditate, ai danni di quel sottobosco giovanile che dell’aggregazione spontanea e talvolta politicizzata delle curve degli stadi ne ha fatto il proprio testamento. Non c’è certo da stupirsi che queste uscite provengano da politici, evidentemente esperti in materia di ipocrisia e demagogia. Avviene così che ai giovani genuinamente accomunati da passioni vive non venga concesso di coltivare liberamente i loro ideali, mentre è invece consentito ai loro denigratori di esercitare autorità politica su un incontro di calcio, per giunta amichevole. Ipocrisia, demagogia, ma anche faziosità, meschinità. Parole chiave queste, che servono per comprendere al meglio l’ambiente dei politici imbellettati che siedono comodamente le proprie natiche a Montecitorio ed a Palazzo Madama. D’altronde, questa persecuzione giudiziaria ai danni di Battisti da cosa nasce se non da quel clima demagogico, in auge tra i politici parlamentari di entrambi gli schieramenti, che fa della demonizzazione dell’avversario il proprio cavallo di battaglia? Per loro Battisti va estradato dal Brasile non in quanto comune assassino di innocenti, come vorrebbe farci credere una certa retorica, ma in quanto ex militante eversivo comunista che ha portato alle estreme conseguenze la propria esperienza politica effettuando omicidi. Il cappio viene minacciosamente agitato soltanto verso coloro i quali debbono rappresentare, nell’immaginario collettivo dell’elettore italiano, la materializzazione estrema di un soggetto politico da dover puntualmente screditare, al fine di coprire in tal modo i propri vuoti argomentativi. Un modo di fare tristemente noto e schifosamente ignobile, irrispettoso innanzitutto nei riguardi delle vittime di tutti gli omicidi commessi sul nostro suolo e per i quali nessuno ha pagato. Il coacervo politico ci è sembrato tutt’altro che solerte in medesimi casi in cui l’estradizione sarebbe dovuta essere richiesta con egual o maggior verve: uno dei riferimenti a cui alludiamo risale al 3 febbraio del 1998. Sul monte trentino del Cermis, laddove l’ala di un aereo militare statunitense impegnato in esercitazione tagliò accidentalmente il cavo di una funivia causando la morte di ben 20 innocenti, tutti cittadini di Stati europei. L’accusa di omicidio colposo mossa ai militari americani che stavano palesemente violando i limiti di altezza di volo minima (forse per un idiota gioco), si concluse con un risarcimento in danaro verso i familiari delle vittime e il processo venne ignominiosamente contraddistinto dal lampante tentativo da parte statunitense di coprire la malafatta dei suoi soldati. L’Italia si proibì senza fiatare di poter giudicare secondo la propria legge questi assassini per via di una Convenzione Nato ed oggi, grazie alla complicità degli USA, i due aviatori accusati si trovano a piede libero nel loro paese. Questo iter giudiziario non fu accompagnato nel belpaese dalla stessa litania piagnucolosa che reclamasse pene severe così come avviene oggi per Battisti, tuttalpiù qualche appena accennato sintomo di dissenso. Evidentemente il tornaconto in demagogia politica non aveva lo stesso peso di un terrorista rosso mangiatore di bambini, anzi… In quel caso gli assassini vestivano la divisa militare verdastra della U.S. Army e recriminare poteva ritenersi un gesto fin troppo insolente verso lo Zio Sam. Il medesimo timore ha evidentemente lasciato che gli statunitensi conducessero in un groviglio di processi, di mistificazioni, di impedimenti l’inchiesta sull’uccisione dell’agente segreto italiano Calipari, il quale fu colpito a morte da un proiettile americano ad un check point di Baghdad mentre scortava con altri colleghi la giornalista italiana Giuliana Sgrena poco prima liberata da un sequestro. A sparare, è stato appurato, fu l’ormai arcinoto marine Mario Lozano, il quale tutt’oggi presta servizio nell’esercito americano poiché assolto dall’accusa. Potremmo citare tanti altri casi analoghi e rinfrescare qualche memoria sclerotizzata a causa dei condizionamenti mediatici, oltre a dissuadere qualcuno dal riempirsi la bocca di principi morali da farneticare all’indirizzo del governo brasiliano: Casi ancora più eclatanti di stragi avvenute in Italia e sui cui nomi dei mandanti restano cupi veli di mistero. Ma non ci dilunghiamo, preferiamo limitarci a registrare quanto sia ipocrita questo stonato belare di pecore matte per l’estradizione di Battisti. Non entriamo nel merito delle sue azioni, di quella stagione politica violenta tra i cui protagonisti figurano troppi innocenti ammazzati. Chiediamo ai più giovani lettori del nostro mensile, anche giustamente avversi all’ideologia comunista e dunque facilmente suggestionabili su questo tema, di non lasciarsi però abbindolare dai millantatori dell’ “anti” che vorrebbero acquisire in tal mediocre modo i consensi. Gli stessi forcaioli di ieri e di oggi che, è bene ricordarlo sempre, hanno costruito le proprie carriere politiche sulla pelle di quei ribelli che, brandendo bandiere di colori diversi ed opposti politicamente, sacrificavano la propria gioventù per un’idea. Leggasi logica degli opposti estremismi. Quella logica infame che riserva il cappio solo alle ingenue pedine di più losche trame…

domenica 1 febbraio 2009

...IN AZIONE!

"QUELLI CHE IL CALCIO LO DANNO ALLA DROGA" : INIZIATIVA DI FORZA NUOVA IN CORSO VANNUCCI A PERUGIA




 

Nel pomeriggio di ieri quaranta militanti di Forza Nuova hanno gioiosamente invaso il centro di Perugia monopolizzando per un'ora l'attenzione di centinaia di cittadini increduli. Bardati con casacche gialle e armati di decine di palloni i militanti forzanovisti hanno improvvisato una provocatoria partita di calcio nel "salotto buono" della città tirando micidiali pallonate contro il muro dell'indifferenza e urlando feroci cori contro il dilagare della droga nella nostra città.

E' notizia di questi giorni che mentre le famiglie perugine risultano colpevolmente distanti dai problemi dei giovani e totalmente incapaci di trasformarne il disagio in un percorso di crescita, molte ragazzine figlie del benessere e del relativismo morale di questa società vengono scoperte a vendere il proprio corpo per una "canna" o un "tiro" di cocaina.

 



Per anni gli amministratori della città hanno ignorato e sottovalutato il problema della droga facendo di Perugia una vetrina delle vanità di personaggi inetti e ignobili e per questo le conseguenze sono una gioventù allo sbando, conformista, sfruttata e senza passioni ideali. Grazie all'interventismo di Forza Nuova di ieri, però, è stato ridato il sorriso, almeno per un pomeriggio, ai tanti cittadini che hanno apprezzato l'iniziativa e vi hanno partecipato, unendosi a "quelli che il calcio... lo danno alla droga."

 

Forza Nuova ieri pomeriggio  ha invaso pacificamente il centro coi propri militanti per annunciare l'azione diretta contro il dilagare della droga e il degrado dei nostri centri urbani, fenomeni in stretto legame con l'immigrazione selvaggia favorita,tollerata e coccolata dai sedicenti amministratori comunali.

 

Riccardo Donti, segretario di Forza Nuova di Perugia, ha dichiarato:  "L'azione diretta e spiazzante è l'ultima risorsa a disposizione degli uomini liberi che rifiutano la schiavitù della droga e la mercificazione dei rapporti sociali. Occorre lottare insieme ai giovani per conquistare spazi di libertà da sottrarre al vuoto di valori  della società dello spettacolo. Saranno  allora gli stessi giovani che cacceranno senza pietà i pusher dalle nostre strade."