lunedì 7 settembre 2009

“Con mucha estima y admiracion, esperamos que pronto todos los pueblos podrian tener un presidente como Hugo Chavez”.

Riceviamo e pubblichiamo il Comunicato Stampa di Forza Nuova, accodandoci al messaggio.



Oggetto: a Venezia rose rosse per il presidente Chavez.




Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha presenziato oggi al Festival del cinema di Venezia per assistere alla proiezione del film documentario "South of the border" di Oliver Stone in cui è presente una sua lunga intervista. Ad attenderlo al Lido una delegazione di Forza Nuova che ha omaggiato il presidente con un mazzo di rose rosse. Il movimento politico di destra radicale sostiene entusiasticamente le linee politiche di Chavez: autodeterminazione dei popoli, sovranità energetica e militare, lotta all’imperialismo americano. Nel biglietto che accompagnava le rose rosse consegnate da Anna Lami, portavoce di Forza Nuova, il seguente messaggio: “Con mucha estima y admiracion, esperamos que pronto todos los pueblos podrian tener un presidente como Hugo Chavez”, “Con profonda stima ed ammirazione ci auguriamo che tutti i popoli possano avere un presidente come Hugo Chavez”.



www.forzanuova.org

domenica 6 settembre 2009

La fandonia evoluzionista.

"La fandonia evoluzionista" Di Rutilio Sermonti.


PREFAZIONE


“Quando mi capita di sfogliare l’Origine delle specie di Darwin, mi ricordo sempre di un vecchio ritornello per bimbi: con poca spesa nutro mio figlio con il mio latte”. Solo i fanciulli si possono soddisfare con la teoria darwiniana. “Se si considerano seriamente le relazioni naturali fra gli esseri viventi l’inconsistenza della teoria darwiniana diventa evidente”, così scriveva il padre dell’etologia Jakob Von Uexkküll (L’immortale Spirito della natura, Laterza Bari 1947, pp. 22-3). E continua domandandosi se non sia puerile, di fronte a certi affascinanti fenomeni della natura, “voler ricondurre tutto alla lotta per l’esistenza e alla selezione naturale del più adatto” (ivi, pp. 23-4). In effetti il darwinismo, e poi il neodarwinismo, costituiscono spiegazioni della natura di tipo riduzionista, legate a quel tipo di pensiero molto grezzo e primitivista basato sulla formula “niente altro che” ritenendo realistico basare tutto il divenire dei viventi sul cieco gioco del “caso” (le mutazioni genetiche) e della necessità (la selezione naturale). Come osserva anche Rutilio Sermonti, in questo denso libro, ricco di spunti di riflessione, il darwinismo si è trasformato nel “mito” evoluzionista. Non si tratta di una semplice teoria scientifica, ma di un dogma “religioso” che impedisce ogni sereno dibattito. E’ una religione secolare, in molti casi anche una parodia della religione, basata sulla divinizzazione di entità come il tempo e la selezione, a cui viene attribuita una capacità di tipo creativo che agisce su una materia bruta in balia ad eventi puramente casuali. Il darwinismo è diventato un paradigma onnipervasivo una vera e propria concezione del mondo totalizzante e totalitaria, ma anche intollerante e nemica di quella libertà creativa che dovrebbe contraddistinguere la vera scienza. Nessun progetto, nessun disegno intelligente, nessuna forma o legge regolativa trova posto in questo orizzonte di tipo meccanicista. Suoi corollari sono l’utilitarismo (si dice appunto che la selezione è opportunista), il progressismo nelle sue forme più grossolane, nutrite di un ottimismo spicciolo e ingenuo, il competizionismo sfrenato, l’individualismo. Non a caso si tratta dei principali caratteri che connotano la società moderna: il darwinismo, infatti, è figlio della modernità che, a sua volta, ne costituisce il motore ideologico principale, il più vigoroso e brutale. Ritornando al tempo in cui visse Darwin, ricordiamo che l’accettazione generalizzata e repentina di nuove idee spesso dipende dalla influenza di fattori non-scientifici, di natura sociale, psicologica e filosofica. Così avvenne anche per la diffusione delle idee di Darwin. Tre sono i punti di corrispondenza da evidenziare, come osserva Michael Denton (Evolution: A Theory in Crisis, Adler & Adler, Bethesda 1986, p.70): “Il concetto di gradualismo e di continuità, che permeano il darwinismo, erano in perfetto accordo con la concezione Vittoriana caratterizzata da un moderato conservatorismo sociale, nemico di ogni sconvolgimento e di ogni cambiamento troppo repentino; “La certezza che permea tutto il pensiero di Darwin circa il progresso del mondo vivente, da forme meno perfette verso forme più perfette, ben si accordava con l’ottimismo progressista del XIX secolo;

“L’importanza attribuita alla selezione era in piena sintonia con la concezione competitiva legata alla religione del “libero mercato” preminente in Inghilterra. Oggi, come effetto del lungo e costante lavoro di intossicazione delle coscienze operato dal darwinismo e poi dal neodarwinismo, perfino l’etica viene considerata da molti come figlia del tempo: non esiste alcun valore eterno, alcun principio atemporale, ma solo una morale “in perenne evoluzione”.

Ecco quindi l’importanza, specie per i giovani, di testi come questo che, con la loro efficace ruvidezza, intendono scuotere le coscienze e ridare il gusto della libertà e della autonomia, al di fuori di schemi obsoleti e mistificanti. Non si tratta di una lotta di poco conto: è in gioco lo stesso concetto di civiltà e il senso da attribuire alla nostra esistenza, che non può essere offuscato da una teoria pseudoscientifica. Infatti, come ha scritto il grande antropologo tedesco Arnold Gehlen, “Il bisogno, avvertito da chi riflette, di interpretare la propria esistenza umana non è un bisogno meramente teorico. Secondo le decisioni implicite in tale interpretazione, si rendono visibili o invece si occultano determinati compiti. Che l’uomo si concepisca come creatura di Dio oppure come scimmia arrivata implica una netta differenza nel suo atteggiamento verso i fatti della realtà: nei due casi si obbedirà a imperativi in sé diversissimi” (Arnod Gehlen, L’Uomo -La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1983, p.35). E a sua volta San Tommaso affermava che «gli errori riguardanti le creature sfociano in false concezioni di Dio» (San Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, II,3).



Giovanni Monastra

Odio e sopraffazione nella musica dei fasci?

Sto seguendo con molto interesse ed attenzione il dibattito scaturito dall’articolo sull’Altro di Pino Casamassima : ” … Mai memoria condivisa con i fascisti ” , dibattito generato da un Suo articolo sulla liberazione di Gianni Guido , uno dei tre responsabili della strage del Circeo, tornato questi giorni in libertà.

Ovviamente non entro nell’infinità dei luoghi comuni che a mio avviso sono presenti nell’articolo, e a cui hanno risposto Andrea Colombo e Valerio Morucci, praticando direi , “una visione gramsciana e pasoliniana di analisi critica del fascismo e dei fascisti” , e da cui risulta l’inadeguatezza di fare sempre di tutta un erba un “Fascio”.

Mi vorrei invece soffermare brevemente su un passaggio proposto nell’articolo, a proposito dell’iconografia della morte e del culto della sopraffazione presenti nelle cultura, nella grafica e senti senti perfino nella musica , che avrebbero nel dna tutti i fascisti, tutti i neo-fascisti, la destra radicale ecc. ecc.

Come dire, vengo toccato su un nervo scoperto, perché io , sono nato dentro il filone metapolitico della cosidetta musica alternativa già dal 1979 , e dovrei essere uno di quelli che ha praticato ed esercitato per trent’anni, la musica come strumento di evocazione, di offesa e di sopraffazione sull’altro , sul debole, sull’indifeso, sulla donna, sull’ebreo , sul gay, sulla vittima di turno, … godendo di ciò.

Ed avendo anche una buona conoscenza di tutto quanto è stato prodotto negli ultimi trent’anni in termini musicali nell’ ambiente cosidetto “fascista”, ed oltrettutto , conoscendo i gusti e la cultura musicale di molti miei coetanei ” cinici perversi e stupratori “, sono rimasto perplesso dalla gratuità di una tale affermazione.

Intanto, se ci si domanda da dove viene questo culto “dell’esaltazione della morte” , del lucubre, dell’esaltazione della battaglia e della guerra , del bel gesto estremo ed inutile, sarebbe interessante indagare tutto ciò che è stato prodotto dalla cultura letteraria italiana sul tema in questione e quanto pesa in tutto questo perfino il retaggio classico derivato dalla “tragedia” ( … sin dalla Sua nascita) , presente nel dna meta-storico e mito-poietico di tutta Europa. E senza scomodare peraltro Y. Mishima , Pound, D’Annunzio, Drieu La Rochelle e Cèline. Si scoprirebbe ad esempio, che la canzone un po’ retorica e patriottarda , mortifera, vagamente decadente e nichilista del ventennio, è eredità direttamente dal tema letterario e dalle note di pentagramma generate dalla giovane e sfortunata “rivoluzione risorgimentale” ( compreso il nostro inno nazionale scritto da un cultore della morte , un giovane sovversivo crepato a soli 19 anni ); genere musicale poi ripreso e rigenerato dalla trincee della prima guerra mondiale, ed in cui l’Avanguardismo, il Sansepolcrismo , il Sindacalismo Rivoluzionario lugubre di Fiume, il Futurismo violento e sessista ( ma anche quello dei sinistrissimi ed anti-fascisti Arditi del Popolo ) hanno tratto quasi tutto il repertorio musicale.

Per non parlare poi della storia musicale della RSI e della stessa Resistenza, in cui un qualsiasi critico musicale di media preparazione, avrebbe difficoltà a capire la differenza tra i testi dei Partigiani e quelli delle Brigate Nere, non solo per genere di musicalità condivisa ( marcette e/o ballate che siano) ma perfino per l’immaginario comune di miti e valori esaltati da testi ( patria, fede, orgoglio, bandiera, giustizia, libertà ecc. ecc).Non racconto poi niente di nuovo se affermo che per tutti gli anni 50- 60 , i generi musicali (non impegnati e non politici) , le balere, i luoghi di aggregazione, le feste la musica rock, il Piper di Roma hanno fatto da laboratorio comune di crescita a destra come a sinistra; e non tradisco nessuno se affermo che, certe mode di valenza “pre-politica ed antropologica” legate a derive musicali estreme ( sfociate poi nell’Hard, nel Punk, nel metal-neopagano nell’Underground, nell’Oi) , le abbiamo tutti quanti ereditate (e dico tutti quanti, fascisti e comunisti che siano ) da quella magnifica epopea tutta inglese degli Who, dei violenti scontri tra i Mods ed Rokers proposti dal film Quadrofenia .

Ma i paradossi continuano; e così si scopre che già prima del 68′ , Il cabaret Bagaglino di Roma, luogo di chiara matrice perverso-fascista, ospitava i primi cantautori anti-conformisti, è venne composta la più bella canzone sulla figura e sull’esaltazione della morte eroica di Ernesto Che Guevara ( un testo di Gribanosky-i-Pingitore) (1).

Era il tempo in cui, come descrive il cantautore alternativo Fabrizio Marzi , sul magnifico testo ” il nostro 68′ ” (2) , … i maledetti ( i fascisti ) amavano De Andrè, quel cantautore anarchico a cui ad esempio un nicciano-evoliano perso come me, deve quasi tutto, in termini di formazione musicale e amore senza limiti per il folk : dalla ballata tradizionale ed “identaria” fino l’estasi della musicalità zingara di Bregovich.

Inutile ricordare che gli anni 70′, nella loro splendida tragicità, sono stati il punto di incontro di una cultura musicale universalmente condivisa, per generi e luoghi di aggregazione e riti liberatori, e che molta della formazione musicale di tutti noi “alieni-fascisti-stupratori” deriva dall’ascolto dei Genesis, di J. Morrison, dei Pink Floyd, degli Emerson Lake Palmer, dei Tangerim Dream , degli Eagles, fino ad arrivare all’italianissima PFM al Perigeo, al Banco. Per non parlare poi di Guccini, di Lolli , di De Gregori, di Bennato di Finardi , Vecchioni e Branduardi : possiamo chiederlo ad una intera generazione se la condivisione dei concerti e dei loro testimonial era un ritualità comune o meno. E questo bypassando la questione dell’ egemonia culturale e di etichetta ( … di imbecillità congenita ? ) di chi sostiene malamente che Mogol-Battisti, Baglioni e Battiato sono di destra, mentre De Gregori, Guccini e Finardi sono di sinistra. Può darsi, ma sono tutti culturalmente e universalmente condivisi, compreso (l’ultimamente) conteso Rino Gaetano.

D’altra parte è stata proprio la sinistra intelligente ed attenta, che a metà degli anni 70′ scopre e fa conoscere al mondo esterno il “Cattiverio”, la musica alternativa, i Campi Hobbit , La Voce della Fogna, e chi tra noi fascio-perversi non conserva il testo del famoso Lambro- Hobbit (3) , e gli articoli del Manifesto, e dell’Espresso, sulla cosi-detta “mutazione della razza fascista” ?

Ma perché invece di sproloquiare, non si indaga attentamente e criticamente su tutta la discografia prodotta da Massimo Morsello , dalla Compagnia dell’Anello, dai 270 bis ; e valutiamo oggettivamente cosa c’è dentro ? Possiamo trovarci dentro di tutto, la malattia tardo romantica degli eterni Peter Pan, un profilo troppo decadente ed esistenzialista, il culto ingombrante dell’eroe sempre morto e perdente , mitopoiesi ed esaltazione di valori elitari e poco adiacenti con il reale e con i problemi dell’economia , maschile ed adolescenziale cazzeggio, retorica piccolo-guerriera : si di tutto, ma questo tema della sopraffazione sistematica dell’altro e del debole, della donna, del gay è una vera e propia balla.

Perfino una bellissima ballata come “Lucrino Song”, che racconta un poco amichevole scambio di sprangate tra militanti di Terza Posizione ed altri coetanei , la mette più su un lato ironico-comico che sul tema dell’odio e la sopraffazione dell’altro (4) . La musica alternativa tranne “rarissimi e sfigatissimi casi “, non ha nessuna valenza di odio e di sopraffazione, anzi al contrario, pesa come un macigno il repertorio anticomunista (peraltro assolutamente marginale), presente per es. in alcuni brani degli Zetapiemme e degli Amici del Vento, brani che sono tacciabili al contrario di insano e pernicioso vittimismo.

Ma perfino nelle dimensione Underground o Hard, che in Italia nasce tra i giovani neo-fascisti con il Progressive degli Janus e il Rock melodico degli Intolleranza, non esiste nessuna esaltazione dell’odio gratuito e della sopraffazione verso l’altro, verso la donna, il diverso, il gay , l’avversario politico. C’è esaltazione della specificità, del radicamento territoriale ed ideologico , del patheon di riferimento, della forte identità politica e culturale: questo si. Ma odio gratuito e perverso verso l’altro mai.

Oppure l’obiettivo dell’articolo era mettere sotto la lente di ingrandimento per esempio la musica degli ZetaZeroAlfa e/o “La cinghia mattanza”, e le ritualità pre-politiche generate nei giovanili concerti, come il pokare e prendersi a spallate e spintoni, pratica che serve per scaricare la sessista aggressività dei ventenni fascisti metropolitani ? Anche qui lo scenario, per quanto ne dica Casamassima, è ampiamente condiviso con i coetanei della sinistra radicale, e con le mode tribali e pre-politiche, ( sicuramente meno pericolose dei raduni orgiastici Rave), èd è peraltro un modo tutto maschile, per sfogare l’istinto e l’aggressività in modo “entropico” , sano , mediato dal Rito Comunitario , dalle regole, riti molto simili a certe ritualità di lotta tribale, studiate a fondo dell’antropologia culturale di mezzo mondo. Sulla tipologia ed il genere musicale, “De Gustibus”, ma non si usino termini impropri come odio ed esaltazione della sopraffazione, per giudicare (5).



Francesco Mancinelli

Gay nel mirino: tutta una bufala. La bomba carta era un petardo.

Ci sono aggressioni e aggressioni. Ci sono i pazzi armati di coltello come Svastichella, con quel soprannome che è tutto un programma; e ci sono i ragazzotti deficienti che sparano un paio di petardi - a Roma li chiamano "fischioni" - per fare un po' di casino in mezzo alla strada. Ci sono i fatti nudi e crudi; e c'è il modo di raccontarli, interpretarli, enfatizzarli. È l'allarme omofobia, i gay nel mirino, l'ennesima sfaccettatura dell'emergenza sicurezza che turba mass media, ministri, intellettuali di destra e di sinistra. Proviamo a raccontare i fatti, allora, giusto per capire se tante volte con le interpretazioni non si esagera un po'. Magari col rischio, questo sì assai concreto, di aizzare con il clamore dei titoloni il pazzo vero, quello pericoloso, che per spirito d'emulazione comincia a dar la caccia agli omosessuali.



Tutto comincia a Roma, all'Eur, dove la settimana scorsa una coppia omosessuale è stata aggredita a colpi di coltello e bottigliate da più delinquenti, fra i quali appunto Svastichella; in prognosi riservata è finito un ragazzo di 31 anni, tuttora in ospedale. Vero, autentico caso di omofobia, questo. Di lì in poi, praticamente ogni notizia riguardante gli omosessuali è stata per così dire colorata, arricchita. Ad esempio a Rimini, dove una coppia di gay è stata malmenata da un vicino di casa. Strepito, clamore, indignazione, salvo scoprire due giorni dopo dalle parole di altri condomini che tutto era nato da un banale litigio per il posto auto.



E siamo di nuovo nella Capitale, in via di san Giovanni in Laterano, da qualche anno “gay street”, la strada della movida omosessuale romana. Narrano le cronache del giorno dopo di un raid nazista ai limiti dell'attentato. I testimoni riferiscono di quattro giovani in sella a due scooter, chiaramente naziskin per via delle teste rasate, che lanciano due bombe carta contro un locale frequentato da clientela lesbo all'angolo con via Ostilia. Già una prima domanda sorge spontanea, ma fa cambiare, anzi addirittura appesantire la cronaca della spedizione punitiva: ma se erano in moto per lanciare due bombe, dunque presumibilmente con il casco se non altro per non attirare l'attenzione, come si sapeva che avevano i capelli rasati da skin? Semplice, non erano in moto, precisano subito altri testimoni, erano a piedi, e inseguiti avrebbero addirittura tirato fuori una pistola per intimorire la folla. Questo mentre cominciano a circolare, per lo più fra i giornalisti, voci incontrollate che parlano di veri e propri ordigni, addirittura di bombe molotov.



L'indignazione per il raid fascista è ancora grande, la preoccupazione forte. Ma per fortuna nella strada ci sono diverse telecamere, e i carabinieri della compagnia Piazza Dante, che indagano sulla vicenda, hanno potuto visionare i filmati, ora al vaglio della procura, incrociando le immagini con le testimonianze di diverse persone. Ore 23 e 36 minuti e 37 secondi: in questo momento preciso due, non quattro, due giovinastri di poche speranze si acquattano a una trentina di metri dal locale e accendono due cosiddetti “fischioni”.



Il primo compie una traiettoria di quindici metri e malamente si spegne sull'asfalto, pur con un bel botto; il secondo manca totalmente il bersaglio, finisce in mezzo ad alcuni motorini e danneggia il parabrezza di uno scooter. Non c'è per fortuna nessun ferito – e si era detto invece che un ragazzo era stato colpito da una scheggia a un occhio – e non c'è nemmeno la pistola. Già, perché un gruppo di astanti si lancia all'inseguimento dei due, i quali saggiamente si allontanano a passo svelto in direzione dei Fori Imperiali. Un paio di signori che li incrociano li apostrofano alla romana – «Ahò, che state a fa'?» – e loro però, lungi dal rivendicare l'attentato o minacciare a mano armata, negano tutto: «Ma de che? Non c'entramo niente».



Un po' pochino insomma come raid nazista. Altro giro altra corsa, e siamo all'episodio del cantante omosessuale Emilio Rez, aggredito, picchiato, insultato perché gay nella zona di San Giovanni. Così almeno raccontano le cronache. Ma anche qui le versioni discordano: il cantante ribadisce di essere stato malmenato e offeso, aggiungendo che «nessuno dei presenti mi ha difeso»; agli atti della polizia risulta solo la denuncia di una tentata rapina. Difficile capire insomma dove i cronisti esagerano per il gusto di «caricare» la notizia, e dove invece sono i protagonisti della cronaca a fuorviare i cronisti con racconti, come dire, un po' sopra le righe.



Certo è che in un periodo come questo, in cui da un lato l'omofobia riempie i giornali, dall'altro circolano dossier sui gusti sessuali dei direttori di giornali, il tema omosessualità è tema che scotta. Non è un caso allora che, saggiamente, certe notizie vengano maneggiate con le pinze dalle istituzioni preposte. Ad esempio la storia di un ferimento avvenuto l'altra notte, sempre a Roma, in via Cipriano Facchinetti, dalle parti della Tiburtina. Qui un giovane di 23 anni, per “futili motivi”, a usare il freddo linguaggio delle questure, ha assalito un amico con un cacciavite ed è stato arrestato per tentato omicidio. Nessuno stavolta si è azzardato a dire che i due amici erano fidanzati. E che i futili motivi erano affari di cuore.





lunedì 31 agosto 2009

Il reality ti uccide.

ROMA - Un trentaduenne pakistano, Saad Khan, é morto in Thailandia durante le riprese di un reality show, annegando in un laghetto mentre partecipava a una delle prove di resistenza fisica previste dalla trasmissione.



Lo hanno riferito fonti della Unilever, sponsor del programma. La notizia della morte del concorrente, che lascia la moglie e quattro figli, era stata inizialmente riportata dall’e-magazine pakistano Aarpix.com, che ne aveva appreso dalla famiglia della vittima, e poi era finita su una serie di blog e su Twitter. Secondo tali informazioni, riportate anche dal magazine specializzato Advertising Age, Khan sarebbe morto durante una “sfida subacquea” proposta da una ospite dello show, la modella pakistana Amina Sheikh. Durante la prova a nuoto, il concorrente doveva anche trasportare un peso di sette chili.



Le autorità thailandesi - il reality show veniva prodotto a Bangkok - hanno aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia sul corpo della vittima. “E’ stato un tragico incidente - ha detto Tim Johns, portavoce locale del gruppo Unilever -. Siamo scioccati da quanto è successo e il nostro pensiero va alla famiglia. Al momento stiamo seguendo tutti gli accertamenti e contiamo di andare fino in fondo alla cosa”. Intanto, la produzione del programma è stata sospesa.


Da: www.ansa.it

sabato 29 agosto 2009

Per una società della « decrescita» .


All’attuale società dello sviluppo, vi è chi contrappone quella dell’equilibrio e della sobrietà. Quale dovrà essere il rapporto quotidiano con i mezzi tecnologici (di qualunque tipo, dalla TV al computer) in un tale modello di società? In altri termini, è possibile pensare ad una società diversa comunque intrecciata con la tecnologia? Oppure gli stessi mezzi tecnologici sono – in virtù della loro sola presenza – i « cavalli di troia»  dello sviluppo?


Alain de Benoist. La politica è allo stesso tempo l’arte del possibile e l’arte di rendere possibile ciò che è necessario. Il realismo impone di prendere la società per quella che è, non certo per assecondarla, piuttosto perché ogni progetto ha bisogno di basarsi sulla realtà, non sui fantasmi o sulla nostalgia. La tecnologia funziona «da se» nel senso che il suo intrinseco principio dice che tutto ciò che è tecnicamente possibile, verrà effettivamente realizzato. Per rapportarsi ad essa, ritengo che ci siano tre semplici regole da rispettare. La prima consiste nell’effettuare delle scelte riguardo alle nuove tecnologie, chiedendosi quali siano quelle di cui abbiamo realmente bisogno. Il computer mi è molto utile, la televisione decisamente meno. Riguardo al telefono cellulare, personalmente non lo possiedo – e non vedo per cosa potrebbe servirmi. Essere «raggiungibile in ogni momento» per me non è un vantaggio, quanto piuttosto un incubo. (Per esser franco, non ho mai compreso la passione degli Italiani per il loro telefonino, soprattutto quando si tratta di italiani ostili al dispiegamento della tecnoscienza e della globalizzazione). La seconda regola riguarda l’utilizzo che si fa della tecnologia. Può esistere un uso « intelligente » (guardare alla televisione un programma specifico, che si reputa interessante) o un uso stupido (fare passivamente zapping da un canale all’altro). Infine la terza regola : prendere coscienza dell’ambiguità o dell’ambivalenza intrinseca dell’intero « progresso » tecnologico. Internet, per esempio, è un evidente vettore della globalizzazione (con l’abolizione dello spazio e del tempo), ma può anche essere uno dei mezzi più appropriati per combatterla.


Gruppo Opìfice. La « sensibilità ecologica»  appare l’unica in grado di contrastare « la necessità dello sviluppo» . Il superamento della concezione sviluppista presuppone una decrescita? Se sì, cosa si intende e come si realizza?


Alain de Benoist. Sarebbe errato immaginare la «decrescita» come un appello ad un ritorno al passato o ad una brutale degradazione del livello di vita. Questo tema è stato lungamente studiato da Serge Latouche nella sua critica allo «sviluppo sostenibile» (che non è altro che un modo di rinviare o ritardare le scadenze). Prima ancora che una prospettiva economica, le cui implicazioni tecniche non possono essere qui esaminate, la «decrescita» riguarda la sfera della mentalità. Si tratta di cominciare a far «decrescere» l’idea che lo «sviluppo» degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio che pubblicità e media diffondono continuamente è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti. L’assimilazione di tale messaggio dalle coscienze equivale ad una vera e propria colonizzazione dell’immaginario simbolico, dunque non a torto si può parlare di un mutamento antropologico (l’uomo concepito esclusivamente come produttore-consumatore). Per rompere con il primato dell’economia, è necessario imparare ed essere capaci di dire, in numerose circostanze : «è sufficiente» oppure «è abbastanza» piuttosto che: «sempre di più!»


Tratto da: it.novopress.info


La luna, una bufala?

Olanda: è falso il pezzo di Luna esposto al Museo Nazionale. È legno fossile. Era stato donato nel 1969 al primo ministro olandese Drees dall’ambasciatore americano



AMSTERDAM - Il sasso di provenienza lunare da vent’anni nelle collezioni del Museo Nazionale olandese di Amsterdam è falso. Cioè non proviene dalla Luna: un’analisi geologica approfondita ha dimostrato senza ombra di dubbio che si tratta di legno fossile. E a meno di ipotizzare che sul nostro satellite naturale ci siano foreste pietrificate - cosa che neanche il più folle scrittore di fantascienza si sognerebbe mai - l’oggetto in questione non è stato raccolto dagli astronauti dell’Apollo 11, come finora si era pensato. «Non vale più di 50 euro», ha commentato il geologo Frank Beunk. Ma se è falso, come è arrivato in uno dei musei europei più prestigiosi?



INTRIGO POLITICO - Il finto reperto ha padri più che nobili e probabilmente del tutto ignari della «bufala», che a questo punto si può ipotizzare messa in atto dalla Nasa o dal dipartimento di Stato americano. Il sasso arrivò al Rijksmuseum nel 1988, dopo la scomparsa dell’ex primo ministro olandese Willem Drees. Il reperto faceva parte della collezione personale del premier e gli venne donato il 9 ottobre 1969 dall’allora ambasciatore americano in Olanda, J. Williams Middendorf, in occasione della visita promozionale nei Paesi Bassi dei tre astronauti dell’Apollo 11. I nomi dei cinque protagonisti «dell’intrigo internazionale» sono infatti riportati nel cartellino che accompagna la roccia. Dopo la missione di Apollo 11, gli Stati Uniti mandarono in giro per il mondo (24 nazioni in 45 giorni) i tre astronauti in un tour promozionale, portando in dono vari reperti raccolti sulla Luna. Uno di questi - raccolto però dall’Apollo 17 - è conservato anche al Museo di scienze naturali di Milano, anche se non gli viene dato troppa evidenza.



DUBBI - Alcuni dubbi sull’autenticità del campione olandese sorsero nel 2006, in occasione della prima esposizione al pubblico del reperto. Un esperto di voli spaziali fece notare che la maggior parte dei reperti regalati dagli americani a un centinaio di nazioni (tra le quali appunto l’Italia) non proviene dall’Apollo 11, ma da missioni successive. Ed è inoltre molto strano che la Nasa avesse regalato una preziosissima roccia lunare a soli due mesi e mezzo dal ritorno sulla Terra di Armstrong, Aldrin e Collins, prima ancora di aver avuto il tempo di analizzarla. Arrivando però dalla collezione di un ex primo ministro, nessuno aveva avuto dubbi, anche se ricercatori della Free University di Amsterdam avevano detto che «a vista» si capiva che quel pezzo non poteva venire dalla Luna. L’ex ambasciatore Middendorf, ora in pensione in Rhode Island, contattato da organi di informazione olandesi, ha detto di non ricordare più a distanza di 40 anni tutti i dettagli ma di essere sicuro che la roccia gli venne consegnata dal dipartimento di Stato Usa.



RISATA - Che fine farà ora il reperto? «La terremo da parte come una curiosità», ha detto Xandra van Gelder, portavoce del museo. «È una bella storia, con molte domande che non hanno ancora una risposta. Comunque possiamo farci una risata». Anche perché questo fatto non farà che rinfocolare le teorie di chi crede che l’uomo non sia mai stato sulla Luna e tutto sia stata una grande presa in giro.


Da: www.corriere.it