giovedì 30 luglio 2009

BOICOTTA COCA-COLA.

La multinazionale nordamericana persegue in Colombia una politica di totale precarizzazione della manodopera, attraverso l'utilizzo di lavoratori temporanei, i quali vengono continuamente sostituiti e sono costretti ad associarsi in cooperative per essere pagati secondo il lavoro realizzato.

Con questo sistema la retribuzione può scendere al di sotto del salario minimo previsto dalla legge, che oggi è di 375.000 Pesos, circa 125 Euro al mese. Il sindacato chiede che questo tipo di flessibilità finisca, che tutti i lavoratori abbiano contratti stabili e che i salari permettano ai lavoratori di vivere bene.

Il Sinaltrainal chiede inoltre di fermare la politica di delocalizzazione e chiusura degli impianti (ne sono stati chiusi undici), con la soppressione di fabbriche che tradizionalmente hanno operato in Colombia, perchè causano disoccupazione e impoverimento delle regioni dove storicamente vi è questa presenza. Il sindacato esige che questi impianti rimangano aperti, che i lavoratori che stavano lì continuino a lavorare, che si mantengano quelle strutture anche perché i municipi e le regioni dove si trovano possano continuare ad avere delle entrate attraverso le tasse.

Altri fatti gravi riguardano la persecuzione e l'assassinio dei lavoratori che si iscrivono al Sindacato, la violazione delle libertà sindacali e gli innumerevoli casi di sequestri, intimidazioni, torture e incarcerazioni arbitrarie che spesso avvengono nel mezzo di trattative e negoziazioni con l'impresa.

Per portare avanti la massimizzazione dei profitti e la politica di contenimento dei costi attraverso la precarizzazione dei lavoratori, è necessario annientare il sindacato che a questa politica si oppone con forza.

E’ una politica violentissima che si prolunga dal 1987 .

Nel paese è in corso uno stato di guerra non dichiarata che gruppi paramilitari chiamati AUC (Autodifese Unite di Colombia),appoggiati dall’Esercito regolare e dalla polizia e coperti dal Governo (in seguito ai crimini nessuno viene processato) portano avanti contro tutte le organizzazioni sindacali, politiche, indigene e contadine colpevoli di non condividere la politica neoliberista del Governo di Alvaro Uribe Velez. Da circa 30 anni esiste un’alleanza tra proprietari terrieri, industriali, banchieri, grandi burocrati dello Stato ,partiti politici tradizionali, militari, membri delle forze di sicurezza dello Stato e nordamericani.

Questi soggetti, uniti ai narcotrafficanti, hanno disegnato un progetto di aggressione contro la popolazione su territorio nazionale. Agiscono con la guerra selettiva: assassinio dei dirigenti politici e sociali di sinistra e generalizzazione del terrore con massacri senza nessuna motivazione apparente che servono a fare in modo che la popolazione,i sindacati, i contadini non si organizzino e non protestino contro l’operato dello Stato e contro il neoliberismo (precarizzazione del rapporto di lavoro, smantellamento dello Stato Sociale), che in Colombia ha prodotto un livello di povertà estrema. Il paramilitarismo opera con impunità assoluta, colpisce in accordo con gli ordini impartiti dai capi politici: le oligarchie, le multinazionali e i capi militari. I paramilitari compiono una funzione antisovversiva, in linea con la dottrina per la sicurezza nazionale applicata dai nordamericani: distruggere qualsiasi base sociale e qualsiasi legame possa avere la popolazione con le forze insorgenti della Colombia per impedire che abbiano un appoggio politico e sociale.

L'obiettivo è quello di controllare le zone del territorio dove forti sono gli interessi del grande capitale straniero e di garantire la totale libertà d'azione delle multinazionali (perchè possano attuare una politica di privatizzazione). Per questi motivi sono stati uccisi 4.000 sindacalisti negli ultimi 18 anni in questo paese.Altri sono dovuti fuggire o sono stati incarcerati e torturati. Ci sono state pressioni anche sulle famiglie dei dirigenti.

Il Sindacato è una delle più importanti organizzazioni che cercano di contrastare tali ingiustizie. Per restringerne la possibilità di rappresentanza la Coca-cola utilizza lavoratori interinali, che in Colombia non godono di nessuna tutela, neanche del diritto al salario minimo.

Il Sindacato lotta per far finire questa persecuzione e perchè la Coca-cola smetta di violare il diritto a sindacalizzarsi: i lavoratori non sindacalizzati che hanno un contratto a tempo indeterminato vengono obbligati a rinunciare alle convenzioni collettive di lavoro e vengono isolati. Se un lavoratore parla con un lavoratore sindacalizzato l’impresa gli sospende il contratto. La Coca Cola deve rispettare le normative minime sul lavoro in vigore nel pae-se, sancite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Deve rispettare le convenzioni collettive, smettere di operare in modo arbitrario violando tutti i passaggi determinati dalla legge colombiana e infrangendo tutti i prin-cipi stabiliti a livello internazionale sulla libertà sindacale. Non deve aggirare il riconoscimento dei diritti minimi dei lavoratori con l'assunzione di manodopera attraverso aziende di intermediazione.

Per questa politica di repressione, presso il tribunale di Atlanta, USA, il SINALTRAINAL ha depositato una richiesta di incriminazione contro la Coca-Cola, per violazione dei diritti umani.

Questi fatti hanno spinto il Sindacato colombiano a lanciare una campagna per il boicottaggio di tutti i prodotti della Coca Cola Company (espulsione dai centri educativi, dalle scuole, dalle università, dagli spazi pub-blici, sportivi, culturali e sociali) alla quale hanno aderito centinaia di associazioni di tutto il mondo.

mercoledì 29 luglio 2009

Dovia di Predappio, 29 Luglio 1883.





(Gerardo Dottori, 1934, "Il Duce")

Auguri Capitano!

Il capitano Erik Priebke compie novantasei anni.



In spregio alla giustizia e a ogni regola giuridica è stato processato tre volte per lo stesso reato, quando, come ben si sa, anche due volte sarebbe illegale.



Per fortissime pressioni esterne Priebke è stato condannato all'ergastolo al suo terzo processo. Accusato per le Fosse Ardeatine venne considerato colpevole di eccesso in decimazione. Secondo le leggi di guerra, per ogni assassinato, in un atto terroristico o di guerriglia da parte di nemici non in divisa, sono passabili per le armi dieci ostaggi. Alle Fosse Ardeatine vennero fucilati 335 ostaggi (perlopiù legati alla resistenza filo-inglese; tant'è che alcuni storici hanno ipotizzato che la rappresaglia fu pianificata appositamente dai comunisti e dai resistenti filo-americani). Ciò avvenne in risposta alla strage di via Rasella in cui erano stati assassinati 33 soldati tedeschi della sussistenza.Il tenente colonnello Herbert Kapller, che comandava la rappresaglia e cui spettava il computo dei decimandi, fucilò 335 prigionieri; fu condannato all'ergastolo per i cinque in eccesso. Nessuno ha calcolato però che, insieme ai 33 soldati nostri alleati la bomba stroncò 3 civili italiani, tra cui un bambino.



In linea di principio, dunque, il conto di Kappler non era sbagliato per eccesso di cinque ma per difetto di venticinque. E' brutto, sempre, parlare di numeri in queste circostanze, ma è la struttura dell'accusa e del processo che ci obbligano a farlo. Un processo che non è stato mosso sulla rappresaglia in quanto tale ma, appunto, sul numero.



Ogni considerazione sulla decimazione in sé sarebbe qui fuori posto perché i processi si fanno sulla base delle leggi di guerra, che o sono state violate o no, e non su quello che individualmente, in poltrona, si possa pensare a proposito di dette leggi di guerra.



E' una forzatura e al tempo stesso un'ignobile mortificazione dei tre civili massacrati in via Rasella, stabilire che il tenente colonnello abbia ecceduto nel computo degli ostaggi. La stessa condanna di Kappler perciò la si deve solo al monito antico “vae victis” e non a una sentenza equa.



Ma qualsiasi cosa si pensi in merito alla conta del tenente colonnello Kappler, è assolutamente demenziale, e non solo immensamente arrogante e oceanicamente prepotente, estendere la responsabilità ai suoi subalterni. Priebke è quindi in ogni caso un innocente prigioniero. Un innocente contro il quale non si è esitato a forzare più volte il codice giuridico e calpestarne i fondamenti di civiltà.



Qualcuno volle così.



Il Capitano, catturato da quindici anni (ottantunenne!) da allora non ha cessato di dare lezioni di stile e di dignità non solo ai suoi sequestratori ma anche a chi lo ama.



E' persona troppo grande per contare di sopravvivere ai suoi persecutori e assistere al declino fisico e alla naturale caducità delle loro vite avvelenate. E' troppo grande, egli. Ma noi siamo più piccoli.


Di Gabriele Adinolfi, tratto da www.noreporter.org

La riscossa Karen.

Il comandante Nerdah: “la simbologia del fascio c'insegna che se siamo uniti intorno a un'idea superiore nessuno, può sconfiggerci" .


Sono almeno un centinaio i miliziani del DKBA che nelle scorse settimane hanno raggiunto le posizioni dell'esercito di liberazione Karen consegnando le proprie armi ai cugini contro i quali fino a pochi giorni fa sparavano su ordine della giunta birmana.


Il numero dei disertori è in costante aumento, e soltanto un capillare controllo da parte delle truppe birmane nei confronti di quelli che venivano considerati alleati, riesce per il momento a contenere il fenomeno.


Proprio ieri altri 15 soldati del Democratic Karen Buddhist Army, la formazione che dal 1995 combatte agli ordini dei Generali di Rangoon, hanno abbandonato le proprie linee per presentarsi agli uomini della 6a Brigata del KNLA, nella zona di Boe Way Hta, dichiarando di non voler più fare i cani da guardia del regime. “I Birmani ci hanno ingannati” ha dichiarato un comandante del DKBA “ci avevano promesso autonomia e pace in cambio di collaborazione. Invece per i Karen c'è soltanto lavoro sporco contro la nostra gente. E ora vorrebbero trasformarci in guardie di frontiera ai loro ordini”.


Pare che il diffuso malcontento che ha colpito ultimamente le truppe del DKBA sia da attribuire in buona parte alla decisione di Rangoon di trasformare le milizie etniche di collaborazionisti in veri reparti armati per il controllo dei confini orientali, inquadrandole organicamente nelle forze armate birmane. Questo passo farebbe di fatto scomparire anche quel minimo di autonomia formale di cui le milizie godevano nei confronti dei comandi militari birmani.


Le defezioni sono un avvenimento atteso dai patrioti Karen. Alcuni comandanti dell'Esercito di Liberazione hanno lavorato per anni all'ipotesi di riunificazione dei gruppi armati per fare fronte comune contro le truppe di occupazione birmane. Il Colonnello Nerdah Mya è stato tra i più attivi nel tentativo di far ritrovare unità ai Karen, e ricordando l'iconografia incontrata più volte durante il suo viaggio in Italia del novembre 2007 ha dichiarato: “La simbologia del fascio ci insegna che se siamo uniti attorno ad una idea superiore, nessuno può sconfiggerci. Al contrario, se i birmani riescono con l'inganno a dividere i Karen, rimarremo dei ramoscelli facili da spezzare. Ci aspettiamo che i nostri fratelli abbandonino pensieri insani di tornaconto personale, e accorrano numerosi a difendere la causa del popolo Karen”.


In questi giorni, al comando di Nerdah Mya, il 201° e il 103° battaglione del KNLA stanno riprendendo il controllo di parti del distretto di Dooplaya, investito e travolto dalle offensive birmane iniziate nel giugno dello scorso anno.


www.comunitapopoli.org

martedì 28 luglio 2009

Via Ricci alla Vetta Orientale del Corno Grande.













Corno Grande Vetta Orientale m. 2908 per la via Enrico Ricci, dislivello m. 470, difficoltà F. (ore 2.30).



Dal rifugio Franchetti m. 2433 si prende il sentiero a mezza costa che taglia il pendio sotto il Ghiacciaio del Calderone, portandosi ai piedi di una grande rampa rocciosa ben visibile dal rifugio. Si risale con facile arrampicata questa rampa raggiungendo in alto il filo di cresta (cresta Nord della Vetta Orientale). Da questo punto ci si affaccia su di un vertiginoso abisso che sprofonda per quasi duemila metri fino ai casolari di Casale San Nicola.
Tenendosi a destra del filo di cresta si supera un risalto roccioso (corda fissa), quindi ci si sposta ancora a destra su rocce rotte (corde fisse) e superato un vasto anfiteatro roccioso in direzione sud si tocca di nuovo la cresta, un po' a sinistra dell'Anticima a m. 2.500 circa: da questo punto è splendida la vista di profilo sul Paretone. Si piega a destra seguendo il facile filo di cresta si passa a monte dell'Anticima m. 2.700 e ci si affaccia sul Ghiacciaio del Calderone, ricongiungendosi con la via normale che dal Ghiacciaio sale. Seguendo il sentiero e superando i piccoli salti rocciosi della cresta terminale si tocca la Vetta Orientale m. 2.908.




(Dalla guida Abruzzo con lo zaino di Adriano Barnes, ediz. Mediterranee)

I Talebani capiscono l'inglese.

La Folgore in prima linea; in quale guerra nella guerra?



             In Afghanistan ancora fuoco sulla Folgore. La “missione di pace “ laggiù ha, ovviamente, una motivazione ufficiale ma fasulla e altre reali ma inconfessate.



 



I motivi del conflitto



 



Per le principali potenze presidiare la regione ha un ruolo strategico, sia per la posizione che riveste sullo scacchiere che per la presenza nel suo territorio dei giacimenti di gas (che si trovano in enorme quantità anche nell'adiacente Turkmenistan non lontano da Farah ove è di stanza la Folgore). Ma soprattutto il Paese è appetibile per il papavero da oppio da cui si ricava l'eroina. L'opinione pubblica lo ignora ma qualunque osservatore appena appena documentato sa che l'economia mondiale si fonda in gran parte sul narco-business, inteso come speculazioni finanziarie ed investimenti e non al semplice stadio di traffico sui marciapiedi. Da oltre trent'anni il narcodollaro è asse portante del sistema globale, inferiore come volume, forse, solo al petrolio e da decenni le diverse potenze si contendono il controllo delle rotte e impongono sacche di transito dei capitali. In quest'ottica va inquadrata e valutata la priorità della questione afgana.



Come in ogni conflitto che si rispetti, diverse sono le guerre che si combattono in contemporanea. Una di queste vede contrapposti gli alleati di uno schieramento ai combattenti dell'altro; una seconda, intestina e non ufficializzata, è quella che impegna i grandi gruppi di speculazione, di potere, di sfruttamento ed è, sempre, trasversale e fondata sul doppiogiochismo; un'ultima è quella che ogni singolo alleato combatte contro gli altri.



Sono diverse guerre parallele che hanno vita sotto l'ombrello della “missione di pace”.



 



Guerre parallele



 



Proviamo a ricapitolare le diverse ragioni del conflitto afgano.



La prima, che accomuna tutti i centri di potere finanziario mondiale, è la produzione dell'oppio. Affinché questa non scemi e, pur non calando, non faccia diminuire i costi, è essenziale che la zona sia destabilizzata. E' una costante strategica della politica delle multinazionali. Nel primo quaderno di Polaris “La geopolitica della droga e del petrolio” lo abbiamo spiegato in modo articolato.



Ci sono poi le motivazioni geostrategiche. Queste contrappongono, almeno a prima vista, le mire anglo-israelo-americane alle russe. I cinesi, dal canto loro, hanno piani compatibili con gli uni e con gli altri e allo stesso tempo completamente diversi dai loro.



Il mosaico di partite a scacchi che ne consegue dà adito ad altre sfide parallele con tanto di regolamenti di conti. Inglesi, israeliani e americani hanno, infatti, politiche in buona parte competitive tra loro e si contendono zone d'influenza e porzioni di potenza. Con l'andare del tempo proprio gli inglesi, cioè quelli che da un secolo e mezzo esercitano la loro influenza sulla regione, stanno perdendo terreno; sia nei confronti degli israeliani che in quelli degli americani e, in ultimo, anche dell'Iran; questo mentre altrove riculano anche nei riguardi di Germania e Francia.



Gli inglesi arretrano ma sono tenaci e s'incattiviscono.



 



Italiani allo scoperto



 



Ultimamente i nostri soldati sono sempre più sulla linea del fuoco. Possiamo sempre accogliere la tesi ufficiale che addebita questo nuovo scenario all'escalation determinata dalle imminenti elezioni afgane e quindi considerarlo un evento contingente.



C'è però un'altra chiave di lettura possibile, ed è quella che, improvvisamente, anche il nostro contingente sia considerato strategico. Non tanto per il suo ruolo specifico quanto perché l'Italia è tornata in guerra. Non in quella propagandistica “tra Occidente e Islam” e neppure in quella mafiosa per il dominio dell'Afghanistan, in cui continuiamo a essere comparse. Ma in guerra contro l'Inghilterra, o meglio da parte dell'Inghilterra, perché la ripresa della politica mediterranea sulla falsariga craxiana ha eccitato il nemico storico sul Mare Nostrum; in guerra contro gli Usa e Israele, o meglio da parte di Usa e Israele, perché il partito dell'Eni ha scelto di gradire il campo della Russia più del gasdotto afghano-iranico-turco che Tel Aviv e Washington vorrebbero imporre e sul quale è tornato a porre l'accento Biden nella sua visita guerrafondaia in Georgia.



Ci hanno allora dichiarato guerra? In modo non convenzionale, non totale, magari aritmico; forse più corretto sarebbe dire che ci troviamo in uno stato di insidiosa ostilità prolungata che con intensità e interesse diversi viene animato dalle tre capitali del “partito atlantico”.



Ed ecco che, per la prima volta da quando nel 2001 iniziò la spedizione per l'oppio, i nostri soldati si ritrovano seriamente invischiati in una guerra obliqua di tutti contro tutti.



 



I talebani parlano l'inglese



 



Definire con certezza la paternità di mine, bombe e autobombe è impossibile, ragion per cui non si può mai dare per scontata la matrice esatta di molti degli attentati contro i militari; se vogliamo però escludere l'intervento diretto di intelligence “alleate” possiamo restare in una lettura lineare, quantomeno in apparenza; una lettura che non ne esclude però una seconda più sensata e più complessa.



Non siamo in grado di definire la portata delle infiltrazioni e delle influenze che questi o quei clan d'Afghanistan possono subire e accettare; sappiamo però dagli innumerevoli precedenti che hanno sempre saputo neutralizzarle o giocarle a proprio favore. Non vogliamo quindi assolutamente affermare che i combattenti afgani siano manovrati a bacchetta; sosteniamo invece che sanno leggere le situazioni e che sono in grado di cogliere l'attimo propizio, magari concentrandosi su chi è oggetto di attenzioni distruttive da parte di alleati potenti. Certe sollecitazioni non possono non capirle al volo e se le ritengono di loro interesse non si vede perché mai non dovrebbero rispondervi fulmineamente: d'altronde una delle prime qualità di chi combatte una guerra di guerriglia è quella di concentrarsi sugli obiettivi nel momento in cui sono più vulnerabili o meno difesi.



Ultimamente la Cia per spiegare gli scarsi successi nella zona ha confessato di aver trovato pochissimi agenti in grado di parlare pashtun. Ma i talebani l'inglese lo parlano benissimo, e si vede.



Vediamo d'inziare a capirlo anche noi e possibilmente d'impartire a nostra volta qualche lezione a chi a El Alamein era dall'altra parte e non lo ha mai dimenticato.



Di Gabriele Adinolfi, da Noreporter

venerdì 24 luglio 2009

A come affari.

I media sono tornati a mettere in prima pagina notizie relative alla famosa influenza tipo A, conosciuta anche come H1N1 oppure, assai impropriamente come influenza suina.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha già dichiarato la pandemia ed individuato in Usa, Messico e Gran Bretagna le zone attualmente a maggior rischio ed in tutto il mondo cresce la paura di contagio.

Il ricordo, ormai lontano e forse per questo anche un po’ mitizzato, della pandemia causata dalla terribile “Spagnola” è forse l’origine di tanto diffuso terrore. Quell’epidemia causò più decessi della Grande Guerra, appena conclusa, ma le condizioni sono completamente mutate da allora e tanta paura è totalmente ingiustificata.

Nel 19918-20 l’Europa era debilitata dalla guerra e la medicina non poteva allora contare sui farmaci antivirali, ma soprattutto sugli antibiotici e la maggior parte delle morti fu da attribuire alle complicanze polmonari che l’influenza favoriva. Inoltre la lenta avanzata del virus favorì una sua modificazione, rendendolo più resistente alle cure.

Oggi i trasporti aerei fanno viaggiare anche i virus ad alta velocità e questo certo impedisce ogni possibilità di contenimento, ma ugualmente non concede al virus troppo tempo per modificarsi ed adattarsi.

In pratica stiamo parlando di una qualsiasi influenza stagionale. Nel Regno Unito, appunto tra le nazioni più colpite, ci sono finora stati solo 29 morti (e 53 persone in terapia intensiva) ma il ministero della Salute ha riferito di 55.000 già nuovi contagi e più di 650 persone ricoverate in ospedale. L’H1N1 potrebbe uccidere fino a 65mila persone in GB (ma la stima più accreditata parla di 19mila morti). Cifre inquietanti, ma purtroppo simili a quelle prodotte dalle complicazioni di ogni epidemia influenzale stagionale. Itamar Groto, capo del servizio pubblico al ministero della Sanità di Tel Aviv, prevede 2 milioni di contagi in Israele nei prossimi mesi ma anche che nel 99,99% dei casi i malati saranno in piedi nel giro di due o tre giorni.

Dal prossimo ottobre sarà disponibile il vaccino contro l’influenza H1N1, ma questa volta saranno molte di più le persone che si vaccineranno invece delle solite categorie a rischio solamente e questo diventerà un affare enorme per le case farmaceutiche che lo produrranno. Il terrore generato dai media con la diffusione di notizie minacciose diventerà certo una promozione efficacissima e certo molti acquisteranno il vaccino, ad un costo previsto di circa 20 euro per dose (compreso il richiamo). Pensate che la sola Gb ha ordinato 132 milioni di dosi di vaccino.

Tutto questo mentre l’Oms ha fatto sapere qualche giorno fa che non diffonderà più bilanci perchè la pandemia si propaga a ritmi esponenziali che possono sfuggire al controllo ma è stato dato poco rilievo ad un’altra dichiarazione della stessa Oms, nella quale si motiva questa impossibilità di conteggio preciso del contagio con un elevato numero di pazienti, con i sintomi più lievi, che in molti casi decidono di non rivolgersi ad un medico.

Il mondo ha già subito altre pandemie, nel 1957 e nel 1968. E se la “Spagnola causò addirittura 50 milioni di morti, l’influenza nota come “asiatica” causò due milioni di decessi, non pochi rapportati alle mutate condizioni della sanità nel mondo. L’H1N1 probabilmente batterà ogni record di contagio, vista la globalizzazione ormai anche dei virus, ma anche le previsioni più pessimiste individuano la cifra dei decessi non oltre le 600mila unità. E’ terribile dirlo, ma nell’assoluta normalità, il prezzo che la natura impone praticamente ogni anno. La vaccinazione di massa non eliminerà il problema, sarà solo un grosso affare per qualcuno. Sarà proprio un’influenza di tipo “a”, a come affari.



Articolo di Decio Siluro, tratto da www.rinascita.info