lunedì 15 giugno 2009

ELEZIONI? AHAHAH!

ARTURO LABRIOLA: SOCIALISMO D’AVANGUARDIA.

Tra gli autori illustri del pensiero socialista italiano, il nome di Arturo Labriola è indubbiamente fra i meno citati. Eppure il pensatore politico napoletano ha traghettato forse per primo all’interno di quello che possiamo considerare il nostro patrimonio culturale, il grande contributo culturale del Socialismo ottocentesco francese di Proudhon e Sorel. Nato nel 1873 a Napoli, Labriola fu uno dei più attivi teorici e agitatori del Socialismo italiano di fine Ottocento.



Accanito e famelico lettore delle opere di Marx ed Engels, fu costretto all’esilio per sfuggire all’arresto, stabilito in seguito ai moti del 1898. Espatriato prima in Svizzera e poi in Francia, cominciò ad avvicinarsi all’opera di Georges Sorèl, proprio nel periodo a cavallo tra i due secoli. Dopo dissidi interni con la direzione Turati, nel 1902 fondò a Milano la rivista Avanguardia Socialista, dalle cui pagine non mancò di manifestare il suo favore all’interventismo e in generale l’affermazione nazionale in senso strategico e geo-politico. L’idea di base del nostro pensatore nel frattempo aveva rivisto criticamente l’impostazione dialettico-materialistica del Marxismo, che nella propria concezione dogmatico-scientifica avrebbe, entro breve, in qualche maniera dominato quasi tutta la cultura comunista italiana ed europea della prima parte del Novecento.



Sostanzialmente vicino alle critiche espresse a Karl Marx, da Proudhon in Filosofia della Miseria e da Sorel in Riflessioni sulla violenza e in Le illusioni del progresso, Labriola ritrova in quel "mito sociale" dell’autogestione operaia priva di mediazioni partitiche e della sua progressiva emancipazione rivoluzionaria in senso tecnico e morale, la costruzione di una rinnovata e grandissima entità sociale definita dall’idea di una Nazione del Lavoro, costruita sulle fondamenta di una nuova concezione nei rapporti produttivi, che preveda la cogestione e la cooperazione tecnica e creativa nel processo industriale. Superando il positivismo tanto nella propria forma plutocratica capitalistica (padrone – operaio – padrone) quanto nella propria forma collettivista marxista (padrone – dittatura proletaria – messianismo collettivista), Labriola intendeva distruggere il Capitalismo e lo sfruttamento del Lavoro ed evitare di scivolare nella riduzione dell’entità sociale ad astratta massa globalizzata e rieducata dalla burocratica e oppressiva costrizione di uno Stato-partito.



Questa idea lo portò a rientrare in Italia nel 1935, dopo la sua fuga all’avvento del Regime fascista nel 1922, sostenendo la causa del Duce e affiancandosi a Nicola Bombacci come collaboratore del mensile La Verità, da lui fondato, edito e diretto. Proprio dalle colonne del periodico divenuto un simbolo per tutta l’ala rivoluzionaria e socialista del Fascismo, Labriola intendeva ribadire quelle che erano le sue tesi di emancipazione di tutte le classi sociali dalla logica del meramente economico-materiale, per realizzare quello Stato Nazionale del Lavoro, quell’Italia proletaria che nella Repubblica Sociale avrebbe trovato, pur per pochissimo tempo e in tragiche coincidenze storiche, la propria massima concretizzazione.



La socializzazione dell’economia rappresentò non solo quella che Bombacci stesso definì  la riscossa operaia e contadina più autentica, completando ciò che il bolscevismo aveva solo iniziato ma mai concluso, ma anche l’affermazione di un nuovo modo di concepire l’economia, secondo una visione che mettesse al centro dell’attività l’uomo ed i suoi bisogni, la comunità nazionale e le sue necessità. Proprio negli anni Trenta, il socialista napoletano, evidenzierà come al centro dell’iter dello sfruttamento si trovino gli accumuli finanziari del grande capitale, le concentrazioni geopolitiche, l’abbassamento delle tutele e la disgregazione etnica delle comunità nazionali e tradizionali.



A distanza di settanta anni possiamo dire che ci aveva proprio azzeccato.



Associazione Culturale Tyr Perugia

domenica 14 giugno 2009

Mahmoud Ahmadinejad ha vinto.

TEHERAN (Reuters) - Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha vinto le elezioni presidenziali con il 62,6% delle preferenze. Lo ha annunciato oggi il ministro dell'Interno Sadeq Mahsouli.



Il ministro ha detto che lo sfidante del presidente, Mirhossein Mousavi, ha ottenuto il 33,75% dei voti. La partecipazione è stata altissima, l'85%.



Intanto a Teheran si registrano i primi scontri tra sostenitori di Ahmadinejad e Mousavi.



Il voto è stato preceduto da una campagna elettorale aspra che ha scatenato passioni nel Paese e grande interesse nel resto del mondo, con le preoccupazioni per le ambizioni nucleari dell'Iran da parte dell'Occidente, che sperava in un cambio di linea politica.


(Tratto da: it.reuters.com)

martedì 9 giugno 2009

…PIU’ AVANTI ANCORA…

Come commentare un risultato elettorale? Difficile per chi non ne ha certo l’esperienza più rilevante né l’interesse così pressante. Appare indubbio che, come in ogni tornata degli ultimi anni, abbia prevalso l’apparenza e la presenza. Presenza vuota a conti fatti, anonima come le facce indisponenti comparse regolarmente su quasi tutti i manifesti affissi durante questa campagna elettorale, pronte per immortalare la propria personalità nella mente dei cittadini, contemporaneamente lobotomizzati da mezzi di comunicazione di massa, pronti a divulgare il pettegolezzo patetico di Berlusconi ed il teatrino mediatico, proprio mentre molte famiglie rischiavano e rischiano di scivolare molto al di sotto della soglia della povertà, proprio mentre molti operai rischiavano e rischiano per la propria incolumità sui posti di lavoro, proprio mentre Marchionne e i pescecani dell’alta finanza, dopo l’elemosina e il salvataggio per mano pubblica, girovagano per il globo a recitare la parte del leone, impoverendo famiglie, distruggendo interi comparti.



E’ solo per effetto di cotanto balletto mediatico che partiti come la Lega Nord o l’Italia dei Valori hanno potuto incrementare il proprio quantitativo di voti, nel quadro della sagra del qualunquismo più bieco, tipicamente italiota, e nel trionfo della semplificazione e della riduzione dei concetti e degli eventi al minimo indispensabile: ecco che tre barchette di disperati, respinte in Libia a tutta velocità poco prima della recente campagna elettorale, ed una localizzazione delle modalità dell’imposizione fiscale, spacciata per autentico federalismo costituzionale, diventano improvvisamente un’arma elettorale dal potenziale nucleare. E grazie alle polemiche trite e fuori luogo sul comportamento personale e privato di un capo del governo, sicuramente vergognoso nella specifica condotta, ma responsabile di ben altre catastrofi legislative, una rinvigorita quanto sterile questione morale assurge a parametro di “legalità” e “giustizia”.



Chiaro che nessuno ha voluto ricordare che Maroni, Ministro leghista, ha firmato mesi fa un decreto per effetto del quale entro un anno, 180mila nuovi extracomunitari potranno fare ingresso nel nostro Stato, o che la Legge Bossi – Fini rappresenta la migliore panacea nei confronti di tutti coloro siano clandestini e abbiano intenzioni criminose, così come nessuno pare aver osservato che Di Pietro, in sede europea, si è recentemente avvalso della stessa immunità parlamentare che contesta al parlamento italiano, al fine di evitare un processo che lo vedeva accusato di diffamazione.



Ecco che nei fatti, anche qui a Perugia, la Lega Nord, forte di una attività militante sul territorio riconducibile pressoché allo zero, e nell’anonimato più totale, riesce a conquistare un 4% alle Provinciali ed un 3,6% alle Europee, pur nella imbarazzante condizione di competere secondo modalità illogiche, appoggiando il PDL alle Provinciali ma correndo in autonomia al Comune di Perugia. Decisivo anche l’appoggio al centrosinistra del partito dipietrista sia alle provinciali che alle comunali, che consente di eleggere al primo turno l’ex assessore al bilancio del Comune di Perugia, Marco Guasticchi, e l’ex assessore all’edilizia privata dello stesso Comune, Boccali. Insomma, in barba al primato della legalità, l’Italia dei “Valori” rimuove dalla memoria recente l’inchiesta Appaltopoli (ricordiamo che trattasi di CERTIFICATE infiltrazioni mafiose nell’edilizia provinciale), il paventato buco di bilancio, il crollo e il fallimento del Minimetrò, la speculazione cementizia diffusa nel territorio perugino e fornisce il suo salvagente al PD umbro, mai come in questa tornata così tanto indaffarato alla faticosa ricerca di voti, ed in netto calo.



Questi sconvolgenti dati, fanno riflettere su quanto forse non sia tanto il Sistema artefice della lobotomizzazione massmediatica dei cittadini, ma i cittadini medesimi responsabili di un lassismo e di una superficialità, che lo rendono incapace di qualsiasi critica costruttiva e coerente. Dal canto nostro, osserviamo che la novità di un logo inedito e di un nome mai visto né sentito prima, come quello di Perugia Tricolore, ha certamente giocato un rilevante ruolo di generale misconoscenza nei confronti di un progetto serio e articolato ma veicolato ai cittadini in meno di un mese: un periodo intenso, nel quale tutti noi, in collaborazione con la lista provinciale FN-Fiamma Tricolore, abbiamo tentato di dare il massimo, pur nel generale oscuramento mediatico, riservato chiaramente a tutte le liste minori, specialmente alla nostra, non certo favorita nemmeno da strafalcioni giornalistici a riguardo di nominativi errati e presunte collocazioni politiche che non ci rappresentano e che, anzi, ci coartano e ci reprimono all’interno delle categorie connaturate a quel Sistema contro cui radicalmente ci scagliamo ogni giorno.



Il nostro essere e saper essere oltre la destra e la sinistra, oltre tutte le più deteriori degenerazioni lobbistiche e affaristiche della politica, non ha rilevato alcuna scalfitura: forti di una coerenza ad un’idea che trova la sua stessa linfa vitale nella più ampia concezione della realtà, vale a dire nella consapevolezza dell’inscindibilità tra le necessità sociali e vitali di un popolo ed il suo retaggio culturale e tradizionale, non abbiamo ceduto né demandato la nostra battaglia, presentandoci comunque, da soli e contro tutti, malgrado le diverse e mutate condizioni nelle tattiche elettorali ci avessero posto dinnanzi gli ostacoli più insormontabili, mettendo in pesante dubbio la stessa nostra presenza alla sfida comunale.



Oggi, con lo 0,66% dei voti raggiunti, ben al di sotto di quanto, assieme, siano riuscite a conquistare in Provincia due delle forze politiche che ci hanno sostenuto (FN-FT all’1,4%), potremmo parlare di fallimento politico e di incapacità comunicazionale. Ma non vogliamo farlo. Oltre quella percentuale, in cui gli esperti del politicamente corretto e del perbenismo liberaldemocratico, vedono solo un irrilevante dato statistico, noi vediamo 642 perugini che hanno voluto premiare il nostro coraggio e il nostro impegno. Uomini e donne, distribuiti in maniera piuttosto capillare sul territorio, dall’Acropoli sino alle frazioni di campagna: quelle frazioni così lontane dal degrado e dal malaffare del centro, che paradossalmente hanno decretato (con le vittorie del PD proprio in quei seggi roccaforte del sessantennale regime della sinistra perugina) la distruzione del centro storico, confermando una coalizione di centro-sinistra (Rifondazione, PdCi e Socialisti compresi) che, per effetto dei comprensibili voti di protesta dei quartieri più centrali ed urbanizzati, passa dal 66,9% con cui ha stradominato le scorse comunali del 2004, al 52,9%.



I nostri voti indicano che un progetto lanciato in via ufficiale circa a metà marzo, nel silenzio cui la stampa locale ci ha relegato, un progetto veicolato in maniera consistente soltanto a partire dall’inizio della campagna elettorale, senza alcuna struttura, senza mezzi ingenti, senza alcuna cifra economica consistente a disposizione, può comunque cominciare a radicarsi e conquistare la fiducia dei perugini. In un mese, dallo zero dell’anonimato, siamo arrivati a oltre 600 consensi, ed abbiamo goduto di diverse possibilità radiofoniche e televisive, che hanno lanciato il nostro nome e le nostre linee strategiche in tutto il territorio e che al di fuori della competizione elettorale non avremmo mai potuto vederci concesse. Manifestazioni, presidi, comizi in Piazza, distribuzioni di volantini, corse, arrabbiature, frenesia, irruenza, ma anche rispetto, compostezza, soddisfazioni e delusioni, hanno contraddistinto tutto un mese fatto di fittissimi eventi ed appuntamenti ufficiali e ufficiosi. Dopo tutto, ci siamo divertiti e ce ne sbattiamo di tutti gli altri. Il bello per noi comincia da adesso.





Andrea Fais, Candidato al Consiglio Comunale per la Lista PERUGIA TRICOLORE

sabato 6 giugno 2009

Le foyer du soldat in pillole. [Giugno 2009]

A cura di Mario Cecere, per ordinazioni: controventopg@libero.it











Emilio Gentile,  Il culto del littorio, Laterza, Bari, 2005


 


Il Fascismo come ‘esperimento’ totalitario: Emilio Gentile racconta e condensa  in quest’opera il patrimonio più intimo del movimento mussoliniano. Il corpo mistico-politico del Regime si accende come una religione civile che a tratti sovrasta quella tradizionale cattolica: il mito risorgimentale, il culto nazionale, la ritualità squadrista – temi, questi, particolarmente accentuati e valorizzati nel libro di Luca Fantini: Essenza mistica del fascismo totalitario-  affiorano come forme radicalmente eversive dell’ordine liberal-borghese e clericale italiano e come il portato centrale e ineludibile della rivoluzione fascista. La sacralizzazione della politica e la divinizzazione della nazione, la “sborghesizzazione” in senso virile  del culto reso alla patria, la valorizzazione dell’artista ‘militante’, impiegato per la liturgia rivoluzionaria dell’ “armonico collettivo”: l’eredità di Rosseau è accolta in pieno dai totalitarismi novecenteschi in una peculiare variazione de- costruttiva e rigeneratrice, sprovincialeggiante e affermativa,  proiettata in una “metallica forma”, archetipale e nichilista, proprio nell’era degli incipienti fenomeni di  attacco agli stati nazionali e alle residuali permanenze identitarie e simboliche   contro  cui agiranno i processi di integrazione capitalistica e di “interazione globale” (Toynbee) - ispirati e condotti, soprattutto, dalle allora potenze imperialiste del mare,  secondo le catagogiche aritmie ‘sovrastrutturali’ imposte dall’involuzione tecno -scientista  e ‘umanitaria’dei tempi.


 











Edward Bunker,  Educazione di una canaglia, Einaudi, Torino, 2002


 


Tra i più irriverenti carnefici di se stesso, Edward Bunker è senz’altro, pure, tra i più valenti scrittori americani contemporanei: la cui grandezza travalica  le misure di un genere- in questo caso, il noir- che bene si addice a farsi strumento di un’ infinita avventura mozzafiato a sfondo autobiografico. Bunker – nome il cui etimo originario, come ci rivela questo libro, è Bon Coeur, ma che tralignò a causa della perfidia anglosassone- trascorse più o meno metà della sua vita nei più duri penitenziari statunitensi, dove  si costruì una cultura invidiabile fatta di interminabili eclettiche letture e scoprì quella profonda vocazione letteraria che ne impegnò, la restante metà, nello scrivere, guarda caso, di carcere e  di malavita. Senza mai implorare la ‘comprensione’ della gente onesta, Bunker, che fu invitato in tarda età da Quentin Tarantino ad interpretare se stesso nel film Le jene, introduce la sua filosofia, quasi nietzscheamente immoralista, nel puritano mondo wasp dell’America razzista e ipocrita della democrazia da bere e da esportare. Codice d’onore rigoroso, aristocratico e spietato, spirito indomito e inflessibile nei riguardi di secondini e sorveglianti, il mondo carcerario frequentato e subito da Bunker è anche l’ultimo luogo ove gerarchie invisibili e incrollabili, spietate, celebrano i propri riti ancestrali. E dove ancora, emanati dagli irriducibili,  vi si applicano i decreti apodittici che condannano gli infami all’abiezione e sollevano, a forza, i duri , verso l’unica ‘redenzione’ possibile nel mondo degli “ultimi uomini” - l’illuminazione.


 


 










Agnese Maria Fortuna,  Il contagio del male, Aleph edizioni, Montespertoli, 2006


 


“Perché l’uomo è incline a consentire al male? Secondo The Addiction (1994) di Abel Ferrara, il male è una patologia che crea dipendenza viziosa, così come una sostanza stupefacente, e che si propaga per contagio. Il libro cerca una risposta analizzando, da un punto di vista filosofico e teologico, le metafore utilizzate nel film, quella delle tenebre e quella della dipendenza viziosa, nella forma ambivalente del vampirismo e della tossicodipendenza.”


 


 










Arthur Branwen, Ultima Thule, Julius Evola e Herman Wirth, Quaderni del Veltro, Parma, 2007


 


Oramai essendo prossimi alla fine del presente ciclo di Manifestazione, e vicini a sconvolgimenti epocali di natura non soltanto ‘storica’,  le pubblicazioni e gli studi che si occupano di questo o quell’aspetto di civiltà scomparse aumentano considerevolmente. Per orientarsi al meglio è però opportuno lasciarsi guidare dagli autentici Maestri e non da improvvisati tuttologi. Tra questi, in Occidente,  sono da annoverare  Reneé Guénon e Julius Evola. “Per comprendere le variegate radici del suo [di Evola] pensiero appare utile soppesare tutta una serie di personaggi e autori cui Julius Evola fa riferimento o sui quali sovente si appoggia, considerati le personalità che avrebbero potuto indicare un diverso tipo di indagine, una nuova capacità di affrontare il problema dell’uomo e di creare una nuova ermeneutica in grado di puntare non alla mera illustrazione dei fatti e degli avvenimenti succedutisi nella storia umana, ma a spiegarne la “terza dimensione”, la sola in grado di portarsi sulle “forme sapienziali”.“Il Wirth - una delle personalità che, insieme a Bachofen, più hanno influenzato Evola in questi campi-  ha preteso di ricostruire non solo la storia della razza nordico-atlantica, ma altresì la sua religione. Sarebbe stata una religione già superiore, monoteistica, assai distinta dall’animismo e dal demonismo degli aborigeni negreidi o finno-asiatici, una religione senza dogmi, di una grande purezza e potenzialmente universale.(…) La religione primordiale del 15.000 avanti Cristo sarebbe dunque stata solare e compenetrata di una legge universale di “eterno ritorno”, di morte e di rinascita.(…) Così il Wirth parla di un monoteismo nordico primordiale e di un “cristianesimo nordico cosmico” che risalirebbe dunque a migliaia di anni avanti Cristo.”


 


 










Hugo Chàvez, Aleida Guevara, Chavez il Venezuela e la nuova America Latina, Vallecchi, Firenze, 2009


 


Nell’intervista concessa alla figlia del Che, Aleida Guevara, si compone agli occhi del lettore la fisionomia del carismatico presidente venezuelano Ugo Chavez, erede dell’eroe popolare Simòn Bolìvar, aristocratico rivoluzionario simbolo del riscatto nazionale e socialista dei popoli latino-americani.


Inutile -ma non troppo- ricordare i legami storici tra movimenti rivoluzionari sudamericani ed europei, segnatamente italiani. Terza Posizione, in particolare, negli anni plumbei delle destre scioviniste e beghine di stampo badogliano-almirantiano, ruppe con tutto il filisteismo borghese e filo-atlantico espresso dall’allora MSI riconoscendo e sostenendo attivamente la causa dei popoli in lotta contro l’imperialismo culturale, economico e militare USA.


Oggi Chavez, non a caso ostracizzato dalle stesse destre “d’ordine” di ieri, riprende consapevolmente la lotta del nobile Libertador in una  prospettiva di liberazione nazionale  panamericana, stringendo rapporti significativi con tutti quegli Stati - anche fuori dei confini americani- che si ritrovano ad esprimere la stessa volontà di affrancamento nei confronti della pirateria yankee. Non da ultimo va ricordata  l’espulsione dell’ambasciatore israeliano a Caracas per protesta nei confronti della recente mattanza di Gaza, passata invece sotto il complice silenzio degli Stati democratici ‘umanitari’ e omologati. Dice Neruda: “ Bolivar si risveglia ogni cento anni, quando il popolo si sveglia”. Chavez risponde: “ In carcere ho potuto sviluppare l’idea della consapevolezza della necessità, cioè dell’essere coscienti o meno del ruolo che si stà giocando, qualunque esso sia, in vista di un progetto superiore. Allora non importa se sei incatenato in una prigione segreta: ti senti libero comunque, perché stai svolgendo il tuo ruolo e stai comprendendo la necessità di svolgerlo fino in fondo.”