lunedì 16 febbraio 2009

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Controstoria di un’invasione.

Gli alibi e gli inganni dei vincitori per coprire la verità sono sempre uguali: solo dopo 60 anni si celebra il ricordo di quei caduti finora nascosti e diffamati dalla sinistra comunista, che aveva accuratamente impedito che si raccontasse la storia delle foibe e degli esuli istriani, dalmati e fiumani. Nessuno doveva sapere che 300.000 persone avevano dovuto lasciare le loro case, che circa 16.000 erano state gettate nelle foibe dai partigiani slavi del maresciallo Tito, sostenuti da partigiani italiani e PCI. Civili, vittime innocenti di uno sterminio e di un’occupazione, colpevoli solo di incarnare una scomoda verità: quell’alito di libertà che, secondo “l’Unità”, portavano con se gli eserciti slavi era piuttosto un vento di morte. Oggi, invece, parliamo di un popolo, quello palestinese, che da un secolo lotta e subisce tutto ciò ma ancora non ha conosciuto la parola giustizia; è rimasto vittima di quella trappola per cui chi è sconfitto è cattivo, punto e basta. Vorremmo dirvi di massacri come quello di Sabra e Shatila (più di 2000 abitanti uccisi a freddo), raccontarvi dell’Intifada (la guerra dei carri contro le pietre), dell’ideologia razzista, degli spropositati finanziamenti americani, in denaro o armi. Ma, prima, meglio parlarvi del contesto; partiamo perciò dal principio, buona abitudine che i giornalisti ormai tralasciano.

Veniamo allora al movimento sionista, che nel suo primo congresso (1897) sceglie di far nascere il “suo” futuro stato in Palestina e dà il via alla colonizzazione delle terre arabe, sfruttando le enormi risorse economiche di cui disponeva grazie all’azione dei suoi lobbisti. Varie erano le alternative; nel 1903 ad es. la Gran Bretagna promette ai sionisti l’Uganda, vista l’urgenza di scampare ai pogrom russi ma la proposta viene scartata, col voto influente proprio di molti ebrei “russi”: lo stato doveva nascere lì nella “terra promessa”, a qualunque costo. Nella terra di quegli arabi che la abitano da almeno 1300 anni e che costituiscono il 95% della popolazione. Nel 1907\08 la nascita di Jaffa e Tel Aviv sono il primo frutto dell’immigrazione ebrea, alimentata da associazioni ebraiche e lobby potenti come la dinastia Rothschild. Nel 1917 il ministro degli esteri britannico Balfour impegna il Regno Unito per la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina. La G.B. mira al canale di Suez e, caduto l’impero ottomano, inizia l’occupazione della Palestina, che dal ’21 diventa ufficialmente suo mandato. Le migrazioni proseguono massicce grazie alla politica filo-sionista della G.B. che collabora con l’Agenzia ebraica, la quale gestisce l’immigrazione protetta da corpi militarizzati e terroristi (Haganah e Irgun). In trent’anni di collaborazione la G.B. apre le porte all’immigrazione, trasferisce terreni statali agli ebrei e permette loro il mantenimento di organizzazioni militari, cosa non concessa ai palestinesi. L’esasperazione araba sfocia nel ’36 in uno sciopero generale, poi nella grande rivolta che dura fino al ’39 ed è repressa nel sangue: 20.000 uomini giungono come rinforzi da Londra. Il mandato britannico, istituito per creare uno stato unico, integrato, porta invece alla prima proposta di spartizione della Palestina in due stati, con Gerusalemme sotto tutela britannica. La proposta è respinta dagli arabi, convinti che accettare avrebbe portato ad una progressiva espansione di Israele e ad essere inghiottiti. La storia gli darà ragione. Del resto le parole di Ben Gurion, primo “premier” d’Israele, sono esplicite: “dopo la creazione di un potente esercito a sostegno dello Stato, rinnegheremo la divisione e ci espanderemo su tutta la Palestina”.



Sotto pressione araba, gli inglesi limitano l’immigrazione ebraica: 1500 ingressi al mese; ma la misura è aggirata dalla clandestinità. La tensione è alta ora che gli inglesi “frenano” le mire espansionistiche ebraiche e che nasce la Lega Araba. Il terrorismo ebraico esplode, contro gli inglesi (King David Hotel, 91 morti), contro l’ONU (assassinio Bernadotte, inviato Nazioni Unite) e contro i palestinesi. Nel ’47, terminato il mandato britannico, una nuova proposta di spartizione prevede uno stato arabo sul 45% del territorio ed uno ebraico sul 55% con Gerusalemme sotto tutela internazionale. I sionisti non si lasciano scappare l’occasione - gli ebrei infatti non sono neanche la metà degli arabi (650.000 rispetto ai 1.380.000 arabi) e sono in minoranza anche nei loro territori visto che 860.000 arabi vi si trovavano all’interno - e dichiarano il proprio stato.



È la catastrofe: inizia l’esodo dei profughi che, minacciati e perseguitati, abbandonano proprietà, colture e villaggi. Deir Yassin, un villaggio di 300 abitanti, viene circondato dalle truppe israeliane, che uccidono sistematicamente 250 persone, incluse donne e bambini. È un messaggio chiaro: andatevene. Così gli israeliani conquistano la maggioranza nel loro stato. 780.000 profughi non potranno più tornare alle loro case né avranno alcun risarcimento, nonostante le deliberazioni dell’ONU. Negli anni seguenti Israele seminerà guerre coi paesi circostanti, deporterà palestinesi e siriani, userà armi illegali, ignorando le deliberazioni della comunità internazionale. Ma ancora oggi, dopo aver visto le immagini di un popolo martoriato, chiuso nella riserva di Gaza, in tutto dipendente da Israele, come un animale in gabbia, c’è chi, come nel ’46 in Italia, diffama e vuole cancellare ogni traccia del passato: il mondo fa di tutto per impedirsi di pensare. È l’unico modo per credersi liberi. Per questo le bombe vanno ai palestinesi: non hanno dimenticato cosa significa essere liberi, non si rassegnano ad essere schiavi. Piuttosto, preferiscono morire.


Tratto da: Minas Tirith - Febbraio 2009,

Una controffensiva Karen preoccupa il governo birmano.







La stampa di regime di Myanamar (Birmania) riferisce di un attacco con armi pesanti lanciato da gruppi ribelli appartenenti all'etnia Karen contro una città al confine con la Thailandia. Non risultano feriti. Il quotidiano The New Light of Myanmar ha scritto che i ribelli del Karen National Union hanno sparato colpi di mortaio sulla città di Myawaddy che si trova di fronte a Mae Sod in Thailandia all'alba di ieri. Il KNU è l'unico gruppo ribelle a non aver firmato una tregua con il governo militare di Myanmar. La sua lotta separatista per lo stato indipendente di Karen risale a diversi anni fa.



Tratto da: www.noreporter.org

giovedì 12 febbraio 2009

Cronache dalla gioventù moderna, chiusa in una stanza.

MILANO — Un giorno di settembre Alice è corsa fuori dalla classe, al telefono ha supplicato i nonni perché andassero a prenderla e l’accompagnassero a casa: da lì per quindici mesi non è più uscita. «Ho cominciato una nuova vita come Chadre, il mio nick, in Internet. E ho cercato di dimenticarmi della mia. L’unico posto dove stavo bene era la mia stanza».

Alice, il nome che secondo lei meglio rappresenta la sua vita da autoreclusa, ha 19 anni. È bella. Ed anche brava. Scrive poesie, disegna manga. Ce ne sono centinaia nel suo appartamento alle porte d’Ancona. Da dove racconta: «Tutto è iniziato quando il mio ex mi ha mollata. Stavo male, volevo essere lasciata in pace. Ho risposto male a un prof e il super-bullo della classe mi ha ripreso davanti a tutti». Alice ha pianto per due ore: «Ma nessuno mi ha dato nemmeno un fazzoletto. Per loro ero niente. Mi sono detta: “col mondo ho chiuso”».



È stato allora che la vita è diventata la sua stanza: «Ho passato le giornate a dormire e le notti a giocare, adoro i giochi di ruolo. Ma non stavo in casa per quello, solo perché soffrivo». Le uniche fughe: «La mattina presto, mi infilavo la felpa col cappuccio e andavo a fare la spesa. Hamburger da mettere nei panini. Roba veloce, per non staccarmi troppo dal computer. In un anno sono ingrassata venti chili». Alice la vigilia di Natale per la prima volta ha aperto la porta della sua casa: «Al mio ragazzo, l’ho conosciuto su Internet». Sabato scorso è uscita: «A scuola non sono ancora tornata. Ma adesso so quello che voglio io, non gli altri. Ho già perso troppo».


Tratto da: www.corriere.it

La tua agonia è finita. Riposa in pace Eluana.

Eluana, la politica ha già voltato pagina.



Adesso Eluana è morta, per tutti; anche per i più bigotti, anche per coloro che continuavano a sostenere che quella che lei non viveva da 17 anni era vita e che volevano perpetrare quella situazione all’infinito.


Di fronte ad un fatto simile in un Paese civile tutti avrebbero fatto un passo indietro, evitando frasi di dubbio gusto, su tutti quel grido “assassini” che i senatori della maggioranza hanno fatto risuonare a Palazzo Madama e che lascia letteralmente inorriditi, e soprattutto lasciando la famiglia Englaro ad elaborare in modo del tutto privato il lutto per questa seconda morte di Eluana. Non così in Italia dove i politici sono sempre in prima fila nel cavalcare l’attualità e guadagnare visibilità sperando in futuri consensi.

Passata la nottata, e con essa l’urgenza, il disegno di legge ad personam indirizzato contro papà Beppino viene subito messo in soffitta, con gli ultra cattolici del Popolo della libertà ed i laici, pronti però a strizzare un occhio al Vaticano, del Partito democratico intenzionati a sedersi a tavolino per colmare un vuoto legislativo e dar vita finalmente a quel testamento biologico di cui si avverte la mancanza, sempre sperando che poi la chiesa permetta a tutti di poter decidere liberamente della propria vita, senza quelle continue ingerenze di cui gli italiani sono ormai stufi ma che la Casta continua, colpevolmente, a permettere.

Il centrodestra, ormai votato anima e corpo nella propria crociata in difesa della non vita, riesce perfino a cantare vittoria, tanto che Maurizio Sacconi, ministro dello Stato sociale o almeno di quel po’ che ancora ne rimane dopo gli ultimi interventi turboliberisti, asserisce: “Era confermata l’urgenza e la necessità del provvedimento varato dal governo; il Senato discute sì di testamento biologico ma arriva tardi rispetto al caso di una donna che poteva essere salvata da quello che per tutta la stampa internazionale è un atto eutanasico”. Purtroppo siamo di fronte ad una classe politica che ha deliri di onnipotenza ed ora pensa perfino di riportare in vita persone morte da oltre tre lustri, questo almeno quello che si evince dalle parole del ministro.

Dopo gli scambi d’accuse reciproche e le troppe intromissioni in una vicenda che riguardava solo ed esclusivamente la famiglia Englaro si ripartirà quindi dal testamento biologico, la cui prima bozza è già incardinato in commissione Sanità a Palazzo Madama e che avrà tempi ristretti e sul quale l’opposizione per il momento ha già assicurato che non farà ostruzionismo. Sempre per quanto riguarda i lavori parlamentari ieri mattina il Senato ha discusso ed approvato la mozione, presentata dalla maggioranza in base alla quale idratazione e alimentazione non sono più considerate accanimento terapeutico; la mozione, su richiesta dell’ex radicale, ex verde, ex diellino oggi nel Pd Francesco Rutelli, è stata votata per parti separate. La premessa ha avuto 159 voti a favore, 104 contrari, tre astenuti; il dispositivo ha raccolto 164 voti a favore, cento contrari ed un solo astenuto.

Ora quindi in modo bipartisan la Casta studierà il modo di evitare nuove vicende Englaro, ben venga dunque il testamento biologico, purché siano rispettati due principi fondamentali: che sia realmente fatta la volontà dei diretti interessati, e non quella dei familiari pronti magari ad incassarne l’eredità e soprattutto che non venga minimamente presa in considerazione l’ipotesi del silenzio assenso come invece qualcuno ha avuto il coraggio di fare per favorire la predazione degli organi a cuore battente.



Articolo di Fabrizio Di Ernesto, tratto da www.rinascita.info

martedì 10 febbraio 2009

RICORDARE, SEMPRE.







Decine di migliaia di Italiani, civili e militari, senza distinzione di credo politico, uccisi, massacrati, infoibati, dimenticati. Decine di migliaia di italiani cacciati dalle loro case, dalla loro terra, sradicati dalle loro radici, e infine, da profughi, stranieri nella loro patria, l'Italia.




Un solo "giorno del ricordo", ancora oggi, non può bastare a cancellare responsabilità, opportunismi e sessant'anni di colpevole silenzio.



Controvento

lunedì 9 febbraio 2009

Metafisica dell'usura.

“Ai liberali, che non sono tutti usurai, domandiamo perché gli usurai sono tutti liberali?”

Ezra Pound



L’avidità umana nasce da una naturale e comune necessità di conservazione diluita con il piacere che, da un certo punto, da un livello diciamo controllato, passa ad uno smisurato.

L’avidità si fa malattia e come tale non trova altri argomenti per noi stessi e per gli altri che incontriamo sulla nostra strada. Spiana e adatta tutto alla sua arsura implacabile, la componente piacere finisce per primeggiare sull’altra, quella della conservazione oramai non è neanche più un pretesto.

L’avidità più grande non si ha più nel possesso delle cose, ma si manifesta nel potere. Tra le varie forme d’avidità, l’accezione potere assume, nella nostra epoca, una forma smisurata, innumerabile.

L’oggetto denaro negli anni ha rappresentato un mezzo formidabile per alimentare l’avidità umana. Le monete erano anche d’oro ed averle, accumularle, costitutiva il nostro tesoro. Questo ha facilitato una forma primitiva d’avidità, l’odierna si sviluppa al di là dei forzieri e dei patrimoni immobiliari, castelli e tenute, tutti beni in fondo quantificabili perchè materiali e finiti, quella attuale perversamente nella sua astrazione svolge un ruolo estrinseco all’avido, capace di condizionare, controllare, il comportamento umano non di qualche suddito disgraziato, ma di una intera società, si fa costume economico.

Una lancia va spezzata in favore del denaro-moneta, perché l’avidità umana nel suo comparire lo precede, così come oggi, nell’evoluzione massima del capitalismo finanziarizzato, l’avidità sopravvive a quella che sta diventando l’agonia della moneta solida.

Il credere in un mondo migliore, socialmente emancipato, muove anche dalla necessità di liberare l’uomo dalla sua avidità che porta alla dipendenza malata col denaro, tutto il denaro anche quello in forma creditizia e digitale. Si tratta d’attribuire nuovamente un valore corretto al denaro, secondo il quale torni ad essere mezzo e non fine. Lo sforzo è possibile seguendo un percorso interiore personale di natura filosofica o religiosa, ma solamente il socialismo s’incarica di estendere questa consapevolezza, rendendo disponibili servizi altresì a pagamento. Si può relativizzare l’importanza del denaro, quando non si mercifica la felicità e la sopravvivenza umana, leggasi istruzione, salute, cultura, casa, pensione. La distribuzione della ricchezza non è un fenomeno spontaneo, anzi è proprio nelle società dette avanzate, che si hanno gradienti tanto maggiori e ingiusti.

A tal riguardo, nella distribuzione, gli studiosi, i sostenitori, del libero mercato, s’ascolti i megafoni radiofonici del “il Sole24ore”, individuano spesso un difetto ideologico, giacché sostengono che per distribuire ricchezza è necessario innanzi tutto produrla.

Intanto ci dovremo mettere d’accordo sul significato di ricchezza, secondo poi, ammettendo anche che il sistema in questione sia in grado di produrla, si necessiterebbe di una autorità in grado di mediarla equamente. Non potrebbe essere lo Stato, visto che per i signori di cui sopra, questo deve essere estromesso da tutte le ingerenze economiche, ci potrebbero pensare delle fondazioni private o le carmelitane scalze? Il Fmi, oppure i caccia dello zio Sam sempre pronti a spalmare beni e isolati?

Come si costruisce la ricchezza? Loro non hanno dubbi, anche se in modo imperfetto il modello capitalistico rimane l’unico in grado di farlo.

Volete la distribuzione, è necessaria la ricchezza e il capitalismo è l’unica mamma in grado di partorirla. Il sistema in questione, malgrado la crisi, rimane l’unico propedeutico al raggiungimento della felicità, questa è la loro morale comunque la si voglia girare.

Molti di quelli che una volta stavano a sinistra hanno recepito appieno il messaggio, e si sono adoperati al fine di porre le condizioni ottimali al suo sviluppo, si lavora per la ricchezza sotto l’egida del mercato in economia, e sotto l’egida dell’Onu in politica estera. Lo scopo, la distribuzione, è scomparso, il socialismo boh, nessuna traccia, sono passati da un prototipo ideale di Stato assistenziale con una massa inanimata che prende forma esclusivamente davanti alle mense pubbliche, a degli eruditi fanatici liberal sostenitori della ricchezza del capitalismo in tutte le multiforme evoluzioni. E’ per questa ragione che hanno distolto lo sguardo dall’isola di Cuba, a favore dell’isola dei famosi, scambiandola per una vittoria dei lavoratori, anzi no del genere umano e dei diritti dell’uomo, anzi no dei trans.

A proposito di lavoratori e di ricchezza prodotta, ma qualcuno si è chiesto come mai un lavoro onesto non è più in grado di renderci autosufficienti da un punto di vista economico? Un salario è insufficiente per tirare avanti una famiglia e lontano dal permetterci una casa. Con il nostro reale lavoro noi produciamo ricchezza concreta, lavoriamo come si faceva 20, 30 anni fa, forse più, eppure non percepiamo una pari liquidità tale da consentirci una vita dignitosa e soprattutto con meno preoccupazioni e scadenze. Il nostro lavoro e il nostro impegno produttivo, sembrano essere diventati ininfluenti davanti alla magnificenza dell’economia ingegnerizzata, il capitalismo evoluto, quello finanziarizzato, decide sulle sorti delle aziende in base a codifiche irreali e virtuali, non conosce più i suoi operai, ma solo oscillazioni di borsa, obbligazioni e dividendi. Tutto è estremamente complesso e legato, incrociato, l’unico corpo che s’è reso estraneo da quest’alchimia economica è il lavoro, ovvero l’unica realtà dell’uomo.

Se pur negli anni addietro la settimana lavorativa s’era stabilizzata attorno alle 40 ore settimanali, oggi pur con le nuove tecnologie, malgrado l’inizio dell’era delle comunicazioni digitali, qualcuno, la comunità europea, sta lavorando per un orario libero da potersi estendere di 10, 20 ore in più.

Beffardo lo slogan: “Lavorare tutti, lavorare meno”. Le necessità del sistema economico, celate come conquiste individuali di libertà, impongono uno sforzo maggiore. Bisogna lavorare di più, uno stipendio non basta, per fronteggiare il momento, spendere magari usando una promessa di pagamento e pagare le tasse, locali, regionali, nazionali, europee, mondiali. Bisogna far appello al nostro più alto senso civico e senso del dovere, l’Europa ci guarda e l’America guarda l’Europa.

Tutti noi siamo sottoposti ad uno stressante martellamento, che data la continuità oramai ci appare normale. Nasciamo già rei, cresciamo con una colpa che si chiama debito pubblico pro-capite. Non facciamo ancora in tempo ad uscire dal rassicurante ventre materno e qualcuno già conta sul nostro debito, nessuno si senta escluso è il bello della democrazia, spetta a tutti, anche a quelli che non vogliono.

Il debito pubblico è il grande peccato originale, con esso siamo battezzati anche se vogliamo rimanere atei o non credere alla nuova religione.

Come una volta gli uomini erano educati religiosamente al senso di colpa e ad una gratitudine eterna, prima con il peccato originale e poi con il riscatto offertoci da Cristo, ora quest’altra religione seguendo la stessa prassi ci offre prima una colpa, il debito pubblico, poi ci permette di risollevarci, di redimerci dalla nostra pietosa miseria umana offrendoci un altro Cristo a cui credere, la Banca. La Banca ci stende una mano amica. Alla banca dobbiamo riconoscenza eterna perché ci ristora dalla nostra arsura, o perlomeno crediamo.

L’Italia ha un debito pubblico che supera del 100% il Pil, gli Stati Uniti, Paese faro, astro, di questa civiltà, hanno un debito del 300%. Ma il vostro, ci rivolgiamo sempre agli sfegatati e fanatici dell’economia capitalistica, non è il migliore sistema per produrre ricchezza? Non starete mica giustificando avide attività predatorie commesse alle spalle d’ignari cittadini?

Eravamo partiti da un debito pubblico pro-capite di una decina di milioni di lire appena qualche lustro fa, tanto era bastato per dare inizio ad una campagna di svendita del patrimonio e delle attività dello Stato, con il pretesto di risanarlo.

Privatizzazioni, liberalizzazioni, la mannaia ha tagliato tutto, contratti, pensioni, servizi e lo Stato doveva tornare al suo posto, magari uno stato esclusivamente di polizia, ma mai uno stato che s’occupasse di economia nazionale nell’interesse pubblico.

Tutto questo non è bastato, il debito pubblico è seguitato a salire, e la crisi bussa forte alle porte del nostro paese e della nostra casa.

Ora le cose sono due: Prima possibilità, la politica liberista del più “privato e meno pubblico”, ovvero l’economia del libero mercato che in quest’ultimo tempo ha accentuato il suo aspetto di capitalismo finanziarizzato, imponendosi e spolpando l’economia reale, è fallita e pertanto sarebbe saggio da parte dei suoi sostenitori un ravvedimento o perlomeno un doveroso farsi da parte. Seconda possibilità, si è entrati in un gioco perverso, nell’avvitamento senza fine, di cui il debito ha un valore peculiare nella costruzione della “ricchezza”.

Da questa prospettiva il debito diffuso, pubblico e privato, non è un’anomalia del sistema, ma ha un’importanza vitale, un effetto cercato, atto alla torchiatura dei popoli e degli uomini. Il principio secondo cui si richiede la realizzazione della ricchezza prima della distribuzione, può anche essere vero ma in questo contesto la ricchezza è appena l’ombra del debito, che è anche ciò che concretamente, socialmente, si distribuisce.

A voi pubblico attento, impegnato, e umanamente sensibile, coinvolto nei diritti più improbabili e rari, a voi che piangete commossi per le disavventure e le ingiustizie amorose dei vostri eroi di cellulosa, non trovate forse più corpose e reali le lacrime di chi dal ricatto è strangolato?

Esiste un’avidità più grande di tutte, capace d’imporsi al di sopra d’ogni umana cupidigia, è quella capace di dispensare debito chiamandolo ricchezza e che si beffa del nostro lavoro e del nostro tempo, rubandone ogni frutto.

Il lavoro, quello vero, non la rapina, quello svolto da uomini che producono concretamente, crea merci e servizi. Queste, le merci/servizi, hanno una caratteristica qualitativa legata all’uso, ed hanno una propria grandezza di valore, ad essa viene assegnato un prezzo, una misura quantitativa numerica, il prezzo lo si esprime in denaro. Il denaro nasce come terzo elemento neutro. Il denaro ha un valore esclusivamente quantitativo, numerale e non qualitativo. E’ l’elemento neutro di conversione per tutte le altre merci. Il denaro non ha un suo valore d’uso, per questo motivo non deve essere inteso come un fine, ma come un mezzo.

Se le condizioni di lavoro, la produzione, il costo della forza lavoro non cambiano per un certo intervallo di tempo, la grandezza del valore delle merci è la medesima. Ma il prezzo può variare. Si crea una deviazione del prezzo rispetto alla reale grandezza di valore. Il prezzo di una merce/servizio, malgrado sia ad essa legata, può diventare un numero disgiunto dal valore reale. Si sviluppa una misura quantitativa autonoma delle merci, un cartellino legato alle speculazioni del mercato.

Questo tipo di arricchimento è antico e nasce con la distribuzione e il commercio e si espande nelle società ad economia capitalistica tradizionale. Anche se il prezzo delle merci non potrà crescere all’infinito, pena il collasso economico perchè tutto finirebbe per essere invenduto, il suo rigonfiamento dovrà fermarsi al principio del “giusto prezzo”.

Tutta altra cosa è l’arricchimento derivante dal capitalismo finanziarizzato. La nuova ricchezza che esso genera non è vincolata alle merci e al lavoro, non è conteggiabile neanche attraverso beni che fino a poco più di un secolo fa rappresentavano la concretezza di un tesoro, terreni, castelli, oro.

Il capitalismo finanziarizzato, l’ingegneria bancaria, è in grado di produrre “ricchezze” che superano la totalità del valore di tutte le merci/servizi, averi, opere d’arte, dell’intero pianeta, il denaro viene a marginalizzare la sua proprietà di mezzo consacrandosi esclusivamente come fine.

Un’alchimia che genera una nuova, smisurata, ricchezza. Ricchezza fatta di carta moneta e titoli di credito, denaro digitale, che non risiede più nelle stanze blindate, ma nella memoria dei computer. L’evanescenza delle monete, l’incorporeo denaro, santificano il denaro stesso sublimandolo a valore metafisico. Un potere fantastico, al passo con i tempi, un potere che esige rispetto da tutti, dagli uomini e dalla loro economia reale, un mostro autonomo e padrone. E’ in grado di generare ricchezza dal nulla, con una maestria e un’abilità divina, rendendo vano il lavoro e il sacrificio di noi piccoli mortali.

Ma è forse questa la “ricchezza” di cui parlano i sacerdoti del capitalismo, la ricchezza che viene dal nulla, quella che si genera da sé? Noi che crediamo nell’uomo, alla sua immanenza, al suo lavoro, questa la chiamiamo usura, la più grande delle avidità.

Le perverse forme di magia, di cui questa metafisica s’avvale, sono due: il signoraggio pubblico che genera debito pubblico, e il signoraggio privato che genera debito individuale o d’impresa. Qualcuno ha scritto, e lo condividiamo appieno: “Il controllo di una nazione passa attraverso il controllo del mercato monetario e creditizio”.

Lo Stato, nella rappresentazione di se stesso, nella sua forma residuale di pubblico, svolge un’insuperabile compito esattoriale per conto delle banche. Le Banche Centrali sono le uniche titolate a batter moneta, la loro proprietà è esclusivamente privata, su di esse non può essere svolto alcun controllo politico per legge.

Quando lo Stato chiede alla Banca Centrale di fornirgli denaro, questa con un costo tipografico stampa moneta cartacea senza alcuna riserva aurea in deposito, e lo Stato emette titoli per uguale valore. La banca avrà la possibilità di tenerli o venderli ad altre banche centrali o a banche commerciali, alla scadenza lo Stato pagherà il corrispettivo dei titoli ai portatori. La Banca incasserà l’importo richiesto.

Inoltre, per ogni 100 euro che lo Stato chiede alla Banca Centrale, questa riceve 100 euro alla scadenza, più un interesse del 2,5% detto tasso di sconto. Lo Stato è costretto ad un indebitamento perpetuo dovendo alla banca, che si arricchisce senza costi, sempre più di quanto ricevuto.

Una volta il potere si esprimeva e si misurava con il possesso delle cose materiali, ora la sua essenza arriva a controllare le nazioni e il comportamento degli uomini. Il debito pubblico verso gli istituti bancari centrali e internazionali, governa gli Stati.

I governi impongono una pressione fiscale senza precedenti, e al contempo tagliano sui servizi pubblici, spingendo i cittadini disperati dall’insostenibile benessere sbandierato all’abbraccio mortale con gli istituti di credito. Tutto questo lo hanno chiamano business, ricchezza.

Le banche che offrono credito sono capaci di una magia pari, a volte persino superiore, a quella delle sorelle maggiori che hanno potere d’emissione. Riescono addirittura a pretendere interessi, non su denaro stampato per l’occasione, ma praticamente su niente, ovvero per denaro che neanche hanno, e che mai presteranno.

C’era un tempo lontano in cui la Chiesa di Roma definiva il denaro lo “sterco del demonio”. Pound a distanza di anni definì l’usura come quella delle attività più ignobili capaci di produrre denaro da denaro, scavalcando, irridendo, l’umana attività del lavoro.

Si è stabilito un tasso d’interesse sui prestiti, tasso che può oscillare tra banca e banca secondo un loro criterio di concorrenza e di mercato, per il quale, per legge, al di sopra di questo si ha usura. Si è stabilito un tasso etico d’interesse, accettato, benedetto anche dal celeste istituto IOR (Istituto Opere Religiose).

Gli usurai fai da te, quelli illegali, prestano denaro sonante a tassi esorbitanti senza troppe cautele a chiunque. Quello che prestano lo rivogliono fino al doppio, anche il triplo. Praticamente la stessa cosa succede a chi ha contratto un mutuo a tasso variabile per l’acquisto della prima casa, alla fine del calvario delle rate si troverà ad aver pagato per una casa il cui prezzo commerciale è la metà di quello che ha dato alla banca.

Tra i due casi accostati, nel parallelo apparentemente forzato, c’è una reale differenza. La differenza non è tanto che il prestito avuto da uno strozzino privato avviene senza un notaio, o perché questi, al contrario del direttore di banca non manda il cesto natalizio al vescovo, o perché se ne infischia del “tasso etico”.

Una grande differenza risiede nel fatto che l’usuraio comune presta soldi sonanti, la banca quando chiediamo un mutuo, indipendentemente dal tasso, non ci fornisce denaro ma esclusivamente credito. Questo credito soltanto formalmente è denaro, non nella sostanza, di tutto il credito prestato dalle banche, queste ne posseggono circa un millesimo. Nell’atto formale del prestito, la banca non ci da soldi, ma su questo credito esige una restituzione in denaro più, chiaramente, l’interessi. Sotto questa prospettiva il tasso d’interesse, altro che etico, è infinito se vogliono soldi in cambio di niente. Il denaro creditizio è una moneta privata delle banche, un denaro scritturale, che rappresenta il 90% della liquidità in circolazione, ma è un titolo arbitrariamente, unilateralmente, inventato dalle banche senza necessità di una riserva di denaro reale. Questo è il signoraggio privato delle banche di credito, che insieme al signoraggio monetario, quello delle banche che emettono moneta, stabilisce una sovrapposizione degli effetti, un doppia catena di debito, entrambi con la stessa genealogia: l’usura.

Chiedere soldi in cambio di niente quando non è usura è una rapina.

Bertold Brecht affermava: “E’ più criminale fondare una banca che rapinarla”.

Il consumismo e la presunta ricchezza del nostro tempo ha invogliato a condurre una vita al di sopra delle nostre reali possibilità. Questo non è stato da parte del sistema economico-finanziario una sopravvalutazioni delle nostre possibilità, ma è piuttosto la peculiare condizione per la richiesta di un prestito.

Ovunque respiriamo la stessa aria. La banca è ovunque, la nostra azienda ad essa da i nostri soldi, la banca è la malta delle nostre case, è nell’acqua, nelle squadre di calcio, la banca è al telefono, nelle nostre macchine, nelle banane e alle poste, la banca è intorno a noi: siamo circondati.

La banca s’è fatta azionista non di maggioranza, ma unico della nostra vita.

In fila, con il cappello in mano, come una volta s’andava all’altare, ora prendiamo la nuova eucaristia, il banchiere invoca lo spirito santo e semplici pezzetti di carta diventano credito, noi, consumati dal senso di colpa, ossequiosi e timorosi, nella nuova chiesa facciamo voto.

Dall’ubriacatura di un’orgia di ricchezza iniziale, passiamo a considerarci fortunati quando riusciamo a pagare la rata. Il debito è la nostra compagnia, il nostro unico sacramento, ad esso siamo legati e ci sottoponiamo a sforzi inutili. E’ la condanna di Sisifo, sudati, trafelati, spingiamo il nostro sasso-fardello in cima alla montagna, ma arrivati bisogna ripartire da capo. La luce che qualcuno vede in questa crisi, non è la fine del tunnel, ma le luci del treno che ci sta travolgendo.

Non si tratta di stabilire quale sia il giusto tasso d’interesse, il problema non viene risolto attraverso un tasso, o una banca etica, il punto resta l’immoralità del sistema in termini di appropriazione indebita del lavoro degli uomini, del loro tempo e della loro vita, si tratta di liberare l’uomo da questa schiavitù, e da questo furto, che impedendo la sua affrancatura, lo ricatta eternamente. Anche questa religione ci da pace solo dopo la morte.

Il capitalismo finanziarizzato è riuscito ad impossessarsi contemporaneamente delle due spade del potere, il contrasto secolare tra i papi e gli imperatori, per il controllo della spada spirituale e della spada temporale, che ha visto prevalere una volta gli uni a volte gli altri, è stato estinto. Il sistema imperante diventa padrone e teologo di una nuova religione e allo stesso tempo esercita un potere mondano, assicurandosi in questa duplice azione, metafisica e materiale, un controllo assoluto, incontrastato, sull’uomo.

Legati ad una banca da formidabili anelli, tenuti ad essa da forze che sembrano magiche, celesti, così appare segnato eternamente il nostro destino. Ma forse basterebbe non credere più a questa religione, gridare la morte di questo dio, per svelare a noi e a tutti, l’ingannevole artifizio.

Il sistema è destinato a perire perché poggia la sua ricchezza sulla sua stessa debolezza. Come il re Mida, che tutto quello che toccava diventava oro, così le banche generano debito. Se non vogliamo trasformare in oro-debito anche l’ultimo tozzo di pane, per non morire, dobbiamo rinunciare a questa magia.

Esiste un solo modo per liberarsi dal debito, non essendo virtuosi ovvero ubbidienti come richiestoci, non si tratta di estinguerlo, neanche d’annullarlo come suggeriscono altri, con la pretesa di parlare per i più poveri, ma bisogna cancellare le condizioni che lo hanno generato. Questa scelta ha una sola porta, non ce ne sono altre, neanche intermedie, riappropriamoci del controllo del denaro in tutte le sue forme, abbattiamo il duplice signoraggio.



Articolo di Lorenzo Chialastri, on line su: www.rinascita.info