giovedì 23 dicembre 2010
martedì 21 dicembre 2010
Festeggiare il Solstizio, per riavvicinarsi alla Natura.
(ASI) Julius Evola, in "Simboli della tradizione occidentale" edito da Arktos 1989, sostiene che vi sono riti e feste, esistenti ormai solo per stanca consuetudine nel mondo moderno, che si possono paragonare a quei grandi massi che il movimento delle morene di antichi ghiacciai ha trascinato dalla vastità del mondo delle vette fin giù, verso le pianure. Tra tali riti vi sono le ricorrenze come il Natale ed il Nuovo Anno che rivestono oggi, più che altro, il carattere di una bonaria e consumistica festa familiare. Semplici scopi commerciali prendono posto al senso di partecipazione alla reciprocità ciclica tra Terra e Cielo. Contrariamente a quello che si pensa oggi, queste feste, sono ritrovabili già nella preistoria in molti popoli e con un ben diverso sfondo, incorporate da un significato cosmico e universale. I primissimi simboli che gli uomini dell'Era Glaciale incisero sulle ossa e sulle zanne dei mammut furono proprio le annotazioni dei cicli celesti. Richard Heinberg nel libro "I Riti del Solstizio", edito da Mediterranee, scrive: "Se i nostri più antichi e persistenti interessi sono anche i più profondi, ne consegue che uno dei bisogni più pressanti dell'essere umano è quello di osservare e seguire i ritmi della natura e del cosmo". I popoli antichi credevano che fosse pericoloso e quanto mai incosciente ignorare i cicli. Oggi, molto spesso, se non da chi è attento e non vuole lasciare nulla al caso, viene inavvertito il fatto che la data del Natale non è dovuta ad una particolare tradizione religiosa, come quella cristiana in occidente, ma è determinata, prima di tutto, da una situazione astronomica particolare: quella definita del Solstizio d'Inverno. In due giorni dell'anno, uno verso la fine di dicembre e uno verso la fine di giugno, l'asse terrestre raggiunge il massimo grado di inclinazione rispetto al Sole. Quando il Polo Nord punta verso il Sole, nell'emisfero boreale viene la giornata più lunga e la notte più corta dell'anno. Questo è per loro, il Solstizio d'Estate. Invece, per gli abitanti dell'emisfero australe, è il Solstizio d'Inverno. Quando l’acqua fredda cade, si arrotonda in neve e si irrigidisce in ghiaccio è arrivato il tempo d’inverno e il nostro cammino si arresta per una attimo alla porta sacra del Solstizio: qui siamo posti, dunque, innanzi all’oscuramento del Principio solare nel mondo. Per l'uomo della Tradizione ogni evento cosmico è simbolo spirituale che produce conseguenze nell'altezza della mente e del corpo. In "Le porte di Luce", edito da Synthesis, il Solstizio d'Inverno viene descritto come l'inizio esoterico dell'anno, quando si depone un "seme" sotto terra, un'idea, un progetto e si esprime un proposito da attuare nell'arco dell'anno. All'Equinozio di Primavera, se lo abbiamo protetto e nutrito bene, uscirà dalla terra e apparirà alla luce del sole. Dal punto di vista esoterico, vale a dire dal punto di vista che custodisce all’interno del microcosmo umano un riflesso e una scintilla di luce del macrocosmo divino, il Solstizio è celebrato come l’annuncio del rinnovamento esteriore ed interiore della Natura e dell’Uomo. L’anima insorge quando la luce del Sole non da più supporto alla forza del corpo e non nutre le sottili spire dell’anima ed è proprio allora che ogni uomo dovrebbe concentrarsi su ciò che deve compiere, sugli anagrammi della vita che deve sciogliere, su quello che può trasformare dentro di sè e nel ristretto ambiente in cui vive e su ciò che può imparare dagli altri. Meditare per realizzare. Il Solstizio d'Inverno è il nuovo inizio, l'avvio del ciclo. E' il momento più propizio, dunque, per "piantare" nella nostra mente e nel nostro cuore il "seme", per formulare fermamente quel proposito che determinerà la qualità del prossimo anno allontanando dal nostro animo il rancore, la paura e le invidie che ci bloccano all’ombra della luce. Ritrovare i significati di queste antiche feste rituali, potrebbe rivelarsi utile anche per riallacciare i nostri legami con la natura. Un legame che è arrivato ad un punto di rottura dovuto all'inquinamento dell'aria e dell'acqua, dall'estinzione di specie animali e dalla incessante deforestazione. Questo, è anche il momento più adatto per porci qualche domanda sul nostro futuro. Un futuro dettato soltanto dalla continua e illimitata crescita economica, dalla continua diffusione di "civilizzazione" e dal continuo proliferarsi della tecnologia.
Di Fabio Polese,
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1375:festeggiare-il-solstizio-per-riavvicinarsi-alla-natura&catid=40:cultura&Itemid=127
lunedì 20 dicembre 2010
Sol Invictus
I tempi cambiano, ci troviamo oggi divorati dal consumismo imperante e dalla continua ricerca del benessere esteriore. Oggi prevale l'apparire più che l'essere, la visione mercantilista e materialista della vita oscura la dimensione spirituale. Bisogna porci una domanda sul proprio futuro e su quello della propria comunità. Bisogna tornare al senso di partecipazione alla reciprocità ciclica tra Terra e Cielo.
Noi celebriamo nei riti di fuoco solstiziali la consunzione di tutto quanto è destinato a perire, vale a dire tutte quelle forme illusorie in cui è prigioniera la nostra mente: rancori, rabbie, invidie, gelosie, paure. L'uomo vecchio e le sue malattie, i vincoli con i quali s'incatena al servaggio della "vita-senza-vita", arde tra i lembi di fiamma e si dissolve nel silenzio della Notte. Allo stesso tempo, nella notte più lunga dell' anno, il Cuore del devoto si apre al Cosmo e ne indirizza la Volontà al compimento nell' Amore. "Il Solstizio d'Inverno è dunque l'inizio, l'avvio del ciclo, dal punto di vista esoterico. E' perciò il momento adatto per piantare nella nostra mente e nel nostro cuore il seme, formulare il progetto e stabilire il proposito che determinerà la qualità del prossimo anno."
Rivolgiamo ai Lettori, agli Amici e ai Nemici, i nostri auguri di un buon Solstizio affinché le "idee senza parole" tornino a fecondare la nostra Terra.
Controvento
Associazione Culturale Tyr Perugia
controventopg@libero.it
sabato 18 dicembre 2010
Hávamál – La voce di Odino
Possiamo definire gli Hávamál come il libro sacro degli antichi vichinghi e dei popoli germanici in generale.
Composto da 164 strofe di carattere sapienziale, il testo appare in una raccolta che va sotto il nome di Edda Poetica ed è conservato in un unico manoscritto islandese medioevale, il Codex Regius dell'Edda Poetica (del 1270 circa).
L'Edda Poetica è uno dei due principali rami di quella poesia che le genti nordiche coltivarono nei tempi antichi, accanto alla poesia cortese che gli scaldi di corte componevano per i re e per gli eroi. Nell'Edda Poetica sono conservate le memorie, le gesta ancestrali, le storie delle potenze divine e degli Eroi che definiscono l'archetipo fondante dell'antica area culturale germanica. I personaggi dei carmi sono oggi noti per lo più grazie all'opera di Wagner sull'anello dei Nibelunghi e alle saghe di Tolkien sul Signore degli Anelli.
La parola Hávamál deriva dalla composizione di due elementi: Háva e mál che possiamo rendere in italiano con: parole dell'Alto , ossia di Odino, la massima divinità del pantheon nordico.
La tradizione vuole, infatti, che gli Hávamál siano stati composti da Odino stesso.
Nella mitologia nordica Egli è il supremo e più saggio degli Dèi ed è perciò naturale che sia proprio lui ad esporre quegli insegnamenti spirituali di cui l'uomo non può fare a meno. Attraverso i sacri carmi, il Padre degli Dèi dispensa consigli provvidenziali e, sovente attraverso l'uso di un'aneddotica che lo vede protagonista, indica i comportamenti cui un uomo saggio deve attenersi lungo il difficile cammino della conoscenza e della realizzazione spirituale.
Il curatore ha deciso di suddividere questo lavoro in due parti.
La prima parte è dedicata al contenuto etico-morale degli Hávamál. In altre parole alla filosofia del testo chiarita per ogni singola strofa. Senza dubbio alcuno questa sezione rappresenta il principale contributo che il curatore consegna allo studio di questo antico testo. Pochissimi lavori di questo tipo si trovano in letteratura (ad eccezione forse solo della lingua islandese). Null'altro del genere è rinvenibile in lingua italiana. Da essa anche un lettore non specialista potrà cogliere i preziosi suggerimenti per la vita ordinaria di cui gli Hávamál sono ricchi. Di sicuro fascino risulterà poi per tutti quelli che non chiedono altro che di essere introdotti nel mitico mondo degli antichi germani, capire quali erano gli ideali di vita, i sogni, i valori e le passioni di quegli intrepidi guerrieri, sempre alla ricerca di avventure, terre e pericoli.
La seconda parte di questo lavoro è di carattere specialistico, volta all'analisi linguistica dei versi e delle singole parole. Uno studio decisamente più filologico e grammaticale. Il curatore analizza il significato delle espressioni più ostiche, ragguaglia il lettore sull'etimologia, analizza nel dettaglio tutti i passi di difficile traduzione ed interpretazione. In particolare, seguendo un criterio scientifico comparativo, fornisce al lettore un ricco corredo di note di altri studiosi che poi confronta tra loro, al fine di dar conto, di volta in volta, delle scelte linguistiche operate in sede di traduzione.
Antonio Costanzo è nato a Napoli nel 1979. Laureato con lode in fisica teorica alla Federico II di Napoli con la tesi: Approccio spazio-temporale alle teorie di gauge quantizzate . Studioso delle lingue moderne ed antiche parla correntemente islandese, norvegese, tedesco e inglese. Studioso della cultura germanica collabora con riviste e giornali di settore. È animatore del centro studî Nostra Romanitas e direttore responsabile della collana di studî nordici, Sunna, per la casa editrice Diana.
Hávamál – La voce di Odino
A cura di : Antonio Costanzo
Anno: 2010
Pagine: 259
Euro 18,50
Editore: Diana Edizioni
mercoledì 15 dicembre 2010
I colonizzatori dell'immaginario collettivo.
Rinascita ha incontrato Marco Cedolin, scrittore e studioso di economia, ambiente e comunicazione, che ha parlato di globalizzazione e anestetizzazione delle coscienze.
Di Fabio Polese, Rinascita del 15-12-2010
La circolazione delle notizie, sui grandi media, è subordinata alla volontà dei "sistemi" che gestiscono i media stessi. Viviamo nella società del controllo e sembra che esista un governo sovranazionale ed invisibile che decida cosa è giusto farci sapere e cosa no. In questo scenario apocalittico, abbiamo incontrato Marco Cedolin, scrittore e studioso di economia, ambiente e comunicazione, per porgli qualche domanda. “Non credo esistano dubbi sull'esistenza di un governo sovranazionale che attraverso la colonizzazione dell'immaginario collettivo, plasma la conoscenza, la sensibilità, i gusti, le reazioni emotive e più in generale i pensieri delle persone – sottolinea Marco Cedolin -con lo scopo di creare una massa di perfetti consumatori globali perfettamente omogeneizzati, privi di senso critico e programmati per reagire a qualsiasi stimolo indotto nella maniera prevista”. Alla domanda se esistono degli operatori di guerra psicologica lo scrittore e studioso precisa: “non si tratta tanto di una guerra psicologica, dal momento che il concetto di guerra presuppone la presenza di almeno due soggetti belligeranti, mentre in questo caso il soggetto impegnato nell'operazione si manifesta uno solo. Parlerei piuttosto di un processo di orientamento e globalizzazione del pensiero, attraverso l'anestetizzazione delle coscienze e l'annientamento sistematico di qualsiasi prerogativa culturale che possa mettere a rischio la buona riuscita del progetto”. I colonizzatori dell'immaginario collettivo, dunque, agiscono nelle maniere più svariate. Plasmano le notizie a proprio piacimento all'interno dei media mainstream, talvolta le costruiscono, altre volte ne praticano l'eutanasia, sempre decidono la natura di tutto ciò che deve diventare “informazione”, affinché l'operazione sortisca l'effetto desiderato. Ma i colonizzatori non monopolizzano solo l'informazione, gestiscono anche l'istruzione scolastica, il mercato pubblicitario, quello editoriale e discografico, il cinema, lo sport, la medicina e qualsiasi altro campo condizioni la “costruzione” dell'individuo. Sembra proprio che non si limitino a plasmare l’attenzione su i più svariati argomenti ma addirittura decidono se una cosa è realmente accaduta oppure no. “Nella società globale dell'informazione “urlata” in tempo reale, - spiega Marco Cedolin -esistono e possiedono una dimensione concreta solamente quei fatti e quegli accadimenti di cui viene data notizia e il valore di tale esistenza è direttamente proporzionale allo spazio ad essi tributato nel rappresentarli da parte dei media”- e continua con un esempio concreto –“Se io e lei per protesta saliamo su una gru e srotoliamo uno striscione, la nostra azione diventerà “reale” solo se e allorquando essa verrà documentata dai media ed assumerà valore in proporzione all'importanza che i media intenderanno riservarle. Se nessun giornale e nessuna TV documenteranno l'accaduto, per il resto del mondo (tranne qualche raro passante che si trovava nei pressi) non ci sarà stata alcuna scalata alla gru e alcuna protesta”. Il potere di decidere cosa realmente esiste è enorme, dal momento che una realtà imperfetta e parcellare, costruita in funzione del perseguimento di precisi interessi, viene presentata all'opinione pubblica globale come l'unica vera realtà, facendo si che il pensiero, le reazioni, le emozioni della massa, siano esattamente quelle che s'intendeva suscitare. Quando guardiamo un qualsiasi telegiornale o, leggiamo un qualsiasi quotidiano, veniamo “attratti” sempre dalle stesse parole. Parole che, se non analizzate a fondo, possono sembrare ricche di significato. L’interlocutore viene dunque plagiato emotivamente. Le parole rappresentano il fulcro dell'informazione e la loro importanza va molto al di là di quanto possano immaginare coloro che distrattamente sfogliano un giornale o guardano un TG. L'informazione urlata e ipercinetica del nostro tempo ha scelto un linguaggio quanto mai consono ad attirare l'attenzione del lettore/ascoltatore e condizionarne il giudizio. Marco Cedolin ci illustra degli esempi lampanti: “Il primo escamotage è costituito dall'abitudine a parlare per slogan precostruiti, slogan il più delle volte vuoti di contenuti ma di sicuro effetto, che verranno ripetuti continuamente come un mantra, fino a quando l'opinione pubblica sarà indotta a farli propri sotto forma di verità incontrovertibili. La crescita del Pil diventerà così sinonimo di benessere, pur non avendone titolo. La spesa di miliardi di euro di denaro pubblico per la costruzione di ciclopiche infrastrutture sarà accettata come un veicolo per migliorare la condizione economica dei cittadini, che invece si ritroveranno costretti a finanziare di tasca propria operazioni in perdita. L'occupazione in armi di stati sovrani verrà presentata come un'operazione di pace, finalizzata a “civilizzare” gli altri, sempre meno civili di noi. L'elargizione a pioggia di denaro pubblico destinato a rimpinguare le casse del sistema bancario privato, sarà spacciata sotto forma di “aiuti” ai cittadini dell'uno o dell'altro stato in difficoltà. Le operazioni di taglio dello stato sociale, dei redditi e dei servizi, a detrimento del benessere della cittadinanza, verranno giustificate come indispensabili sacrifici volti a ridurre il debito pubblico e così via. Il secondo escamotage è rappresentato dall'attenta scelta delle parole da utilizzare nella diffusione delle notizie, a seconda che lo scopo finale sia quello di mettere in buona o cattiva luce un determinato personaggio politico, uno stato, un provvedimento legislativo, una manifestazione o qualsivoglia tipo di accadimento. Il governo di uno stato che s'intende screditare verrà perciò sempre definito “regime” anche quando come nel caso del Presidente iraniano Ahmadinejad si tratta di un governo legittimamente eletto, nel corso di elezioni assai più partecipate e pulite di quelle statunitensi e di gran parte dei paesi occidentali. Alla stessa stregua il leader di un paese amico verrà chiamato “Presidente” e la nazione sarà definita “democratica”, anche qualora, come nel caso d'Israele l'esercito di tale nazione continui giorno dopo giorno a macchiarsi di crimini orribili. Il leader di un paese scomodo sarà al contrario etichettato sempre come tiranno, despota, dittatore ecc. I manifestanti che vengono a contatto con la polizia saranno teppisti, violenti e facinorosi, se portano avanti temi che devono venire screditati, ma diventeranno semplicemente cittadini esasperati se la loro battaglia può rivelarsi in qualche modo funzionale ad un disegno superiore. Molte volte basta la scelta di una parola per cambiare completamente l'intera ottica attraverso la quale viene letto un accadimento”. C’è il serio rischio, quando si da un’informazione che è contraria a quella fornita dai media considerati tradizionali di passare per complottista. Spesso si rischia di essere emarginati dal circuito di mediatico di massa e automaticamente messi nella condizione di non nuocere. “Poco importa – spiega Marco Cedolin -se le nostre affermazioni in merito alla fallacia della verità ufficiale riguardo alla strage dell'11 settembre sono suffragate da una serie interminabile di elementi incontrovertibili, se il nostro giudizio negativo nei confronti dell'alta velocità ferroviaria si basa su dati ed evidenze di tipo economico e scientifico che nessuna analisi seria sarebbe in grado di smentire, se le nostre prese di posizione su temi economici, politici e ambientali sono documentate dettagliatamente e derivano da studi ed analisi con solidi fondamenti”. Sembra proprio che produrre vera informazione è severamente vietato in un circo mediatico dove l'imperativo è costituito dalla produzione di una verità fittizia che sia funzionale agli interessi superiori. Sembra anche molto difficile difenderci dal controllo globale. I grandi interessi preposti al controllo dell'informazione gestiscono il loro potere attraverso una leva tanto semplice quanto efficace, la leva economica. Qualsiasi strumento d'informazione di massa può esistere solo se supportato da consistenti investimenti economici, facendo si che i “finanziatori” siano gli unici soggetti in grado di decidere la natura e la qualità dell'informazione stessa. Nell’era di internet e del giornalismo partecipativo, esistono, però, fonti d'informazione alternative; esiste qualche piccola casa editrice indipendente, qualche rivista e quotidiano a tiratura limitata. “Per essere bene informati – conclude lo scrittore e studioso Marco Cedolin - occorre faticare, navigare su internet almeno un paio di ore al giorno, leggere molto e farlo sempre con grande spirito critico. Osservare le notizie da varie angolazioni, contribuendo alla formazione di un proprio punto di vista che non dovrà per forza collimare con quello espresso nei testi che si sono letti”. La possibilità d'informarsi correttamente esiste ma richiede tempo e fatica. Certamente è molto più facile sedersi in poltrona e accendere la TV. Sta solo a noi scegliere se ne valga o meno la pena.
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=5497
domenica 12 dicembre 2010
In Birmania le etnie non hanno alcun diritto. Anche grazie a Fassino.
Come una vecchia baldracca che si rifà il trucco dopo l'ennesimo svogliato amplesso ed esce dalla sua stanza ad ore cercando di sembrare una rispettabile signora della buona società, così il governo di Rangoon sbandiera i risultati elettorali (che hanno assegnato la stragrande maggioranza dei voti ai partiti creati dalla giunta militare) puntando a convincere la comunità internazionale di essere sulla buona strada verso un reale cambiamento interno. L'obiettivo più immediato (e quello più urgente viste le difficoltà economiche in cui si trova il Paese) è l'allentamento delle sanzioni che molti governi hanno posto nei confronti del Myanmar, e che almeno in parte hanno influito negativamente sugli affari delle gerarchie militari e dei businessmen ad esse associati.
Di fatto, almeno per ora, nessun reale passo verso un costruttivo processo di riconciliazione nazionale è stato compiuto. Aung San Suu Khyi è stata rilasciata, ma ha un guinzaglio attorno al collo. Non può allontanarsi troppo dalla road map del governo. ischia di strozzarsi.
“La luce del Myanmar”, giornale del regime, scrive che una nuova conferenza che puntasse al riconoscimento del diritto all'autonomia dei differenti gruppi etnici (conferenza auspicata in questi giorni da Suu Khyi e chiamata Panglong 2 dal nome del primo trattato firmato da suo padre nel 1947), potrebbe avere conseguenze gravissime sul processo di democratizzazione in corso. In altre parole: i Popoli che abitano le regioni orientali del Paese devono rimanere dei sudditi.
A conferma della totale mancanza di volontà di apertura nei confronti delle istanze di autonomia dei gruppi etnici (alcuni dei quali contano popolazioni che superano i 7 milioni di persone) in queste settimane l'esercito birmano è impegnato in una offensiva che punta a ridurre alla resa i movimenti armati autonomisti.
Ma a differenza delle operazioni su larga scala condotte dal Tatmadaw (le forze armate del Myanmar) negli ultimi anni, che avevano portato alla caduta di diverse roccaforti della guerriglia Karen, l'offensiva di questa stagione secca sta incontrando serie difficoltà. L'ammutinamento nella prima settimana di novembre di una brigata del DKBA, la milizia che per 16 anni ha collaborato con il regime di Rangoon, ha sensibilmente aumentato le capacità di difesa della guerriglia nel distretto di Dooplaya, obiettivo dell'offensiva in corso.
I Karen del KNLA (Esercito di Liberazione Nazionale) e gli ammutinati del DKBA stanno rispondendo con successo agli attacchi dei militari birmani.
In alcune zone i due gruppi agiscono congiuntamente, conducendo operazioni con unità miste. Nel resto della regione KNLA e DKBA si limitano a prestarsi aiuto l'un l'altro in caso di attacchi da parte delle truppe di Rangoon, mantenendo la propria distinta identità.
Negli scontri avvenuti in quest'ultima settimana, concentrati soprattutto in un'area a circa 40 km a sud della cittadina tailandese di Mae Sot, appena oltre il fiume che delimita il confine con la Birmania, numerosi militari di Rangoon hanno perso la vita. Dopo aver bombardato il villaggio di Pahlu provocando la morte di quattro donne e l'esodo di centinaia di civili, i Birmani avevano puntato verso la cittadina di Wahlay, per portare rifornimenti e munizioni alla guarnigione assediata da una decina di giorni dalla guerriglia Karen. Ma unità del DKBA li hanno attaccati, fermandone l'avanzata e causando diverse perdite.
Scontri tra Karen e Birmani vengono registrati in molte altre località del distretto. Il 201° battaglione (uno dei reparti agli ordini di Nerdah Mya) ha attaccato ieri i birmani nei dintorni di Boe Way Hta, mentre Le Black Forces hanno circondato la base di Maw Khee, per dare inizio ad un assedio di tipo medievale, impedendo l'arrivo di rifornimenti alla postazione ed intercettando eventuali rinforzi inviati dal governo.
Ufficiale delle Black Forces nei dintorni della base birmana di Maw Khee ,il Vicepresidente dell'Unione Nazionale Karen, David Thackarbaw, che nell'ottobre dello scorso anno su iniziativa della Comunità Solidarista Popoli era stato in visita alla Farnesina per un incontro con il Sottosegretario Stefania Craxi, ha ribadito che non ci sarà nessuna possibilità di negoziato con i Birmani fino a che il governo non fermerà le operazioni militari nel territorio Karen. Per tutta risposta, Rangoon ha inviato decine di camion di rinforzi verso le zone contese, equipaggiati con mortai pesanti.
Il Vicepresidente Tackarbaw ci ha anche chiesto cosa sta facendo l'Unione Europea, e in particolare l'inviato speciale Piero Fassino, per convincere i Generali a fermare la guerra e ad intavolare delle trattative. Domanda pertinente, dal momento che Popoli ha un incarico ufficiale di rappresentanza diplomatica da parte dell'Unione Nazionale Karen per i rapporti con le istituzioni italiane ed europee. Non siamo stati in grado di fornire risposte, essendo da molti mesi in attesa di un appuntamento con l'Inviato Speciale. Basterebbe però riflettere su cosa sostiene Fassino quando parla delle recenti elezioni in Birmania, per capire che forse avrebbe bisogno di farsi un giro da queste parti per vedere come stanno le cose. Cito testualmente da un suo scritto del 26 novembre 2010: “Le minoranze etniche, tutte, hanno partecipato ritenendo le elezioni uno spazio di agibilità da percorrere, soprattutto nella elezione dei Parlamenti locali. La campagna elettorale ha fatto emergere, nonostante le mille difficoltà, forze della società civile. All'indomani delle elezioni ci sarà comunque un Parlamento - che oggi ancora non c'è - e si formerà un governo civile a cui dovrebbero essere trasferiti i poteri attualmente esercitati dalla Giunta”. Fassino finge di non comprendere la differenza esistente tra l'avvenuta partecipazione alla farsa di candidati di partitini “etnici” compiacenti e il chiaro boicottaggio delle elezioni indetto dalle grandi organizzazioni politiche e militari storicamente (60 anni!) riconosciute come le reali rappresentanti delle istanze di libertà e autonomia dei popoli non birmani. La cui posizione nei confronti delle elezioni è stata la stessa assunta da Aung San Suu Khyi, che onestamente riteniamo più informata sulla situazione del suo Paese di quanto non siano gli uffici di Bruxelles.
Gli scontri in corso, e la minaccia di una intensificazione delle ostilità, hanno provocato la fuga di migliaia di civili dai loro villaggi. Ventimila soltanto nella prima settimana seguita alle elezioni. Poi, ogni giorno, una media di 500 persone che cercano rifugio in Thailandia (da dove la maggior parte viene ricacciata nel giro di 24 ore) oppure in zone per il momento risparmiate dagli scontri.
Una emergenza che Popoli solo in parte infinitesimale riesce ad affrontare attraverso l'acquisto di cibo e coperte da far arrivare ad alcune delle famiglie in fuga dalla guerra.
Franco Nerozzi, www.comunitapopoli.org