venerdì 17 luglio 2009

Censura su Belfast in rivolta.

Gli accordi di pace del 10 aprile 1998 - firmati dal Sinn Fein, da Londra e dagli unionisti filo-britannici - sono ormai, nel Nord Irlanda, un mero pezzo di carta.

Fino alle 4 della notte tra lunedì e martedì, è divampata la rivolta dei repubblicani irlandesi contro le marce dei cosiddetti “unionisti”, volte a celebrare la vittoria di Guglielmo III d’Inghilterra (d’Orange) nella battaglia del Boyne del 1690 con la definitiva occupazione britannica dell’Irlanda. I disordini si sono estesi a tutte le città e i borghi del Nord dell’isola, da Belfast a Derry, da Armah a Rasharkin.

Soltanto a tarda sera uno sparuto gruppo di miliziani pro-britannici, sì e no un centinaio di persone, blindato da un ingente dispositivo di polizia, è riuscito ad attraversare (e questa era la consueta provocazione studiata a tavolino contro i residenti cattolici) il quartiere dell’Ardoyne di Belfast. Gerry Kelly, ex Ira e ora Sinn Fein, è stato allontanato dai militanti indipendentisti Repubblicani, criticato e schernito per i compromessi anti-sociali (il disagio delle famiglie e la precarietà del lavoro che colpisce la “minoranza” irlandese) e contro l’indipendenza siglati con il governo di Londra. Da tempo il Sinn Fein è accusato di aver trasformato le strutture del suo partito in covi di spie e di collaborazionisti degli inglesi.

La protesta repubblicana è stata voluta anche per ricordare all’Europa di Bruxelles, quella delle “guerre umanitarie” e dei cosiddetti “diritti umani” che ben 30 prigionieri politici nord-irlandesi sono da tempo ristretti nelle carceri di Belfast e sottoposti a regime di semi-isolamento e a maltrattamenti.

Quello che è più grave è che nessun organo di (dis)informazione di massa della “democratica” Unione europea, giornali e radiotv italianai in primis, ha ritenuto politicamente corretto informare i propri lettori, spettatori e sudditi su quanto avviene ed è avvenuto in Irlanda.

Come si conviene in “democrazia”, la migliore repressione contro chi si batte contro l’occupazione anglosassone - o atlantica - di una qualunque delle terre europee diventate colonia, Italya compresa, è il silenzio.



Articolo di Ugo Gaudenzi, tratto da: www.rinascita.info

mercoledì 15 luglio 2009

...Un senso di ribrezzo ci perquote.





Riceviamo, condividiamo e pubblichiamo l'articolo scritto dall'Ass. Cult. Zenit di Roma riguardo all'ennesima ingiustizia…  Sicuri che la giustizia nell’aldilà non tarderà.




Non siamo stati colti certo da stupore ieri sera, dopo la lettura della sentenza di primo grado che condanna l’agente di Polizia Spaccarotella a sei anni di reclusione, riconoscendogli il reato di omicidio colposo. A colgierci tuttalpiù è il senso di ribrezzo, di nuovo; da quel maledetto 11 novembre del 2007 ci ha accompagnati lungo una serie interminabile di vicende, di calunnie giornalistiche, atte a coprire di densa coltre il gesto inconsulto di un scellerato, per il semplice fatto che lo scellerato indossa una divisa. Quello di ieri è stato solo l’ennesimo sussulto che ci scuote ed accresce in noi la diffidenza che riponiamo verso la giustizia, almeno verso quella terrena. E' di pochi giorni prima una sentenza altrettanto gonfia di polemiche: condannati al primo grado per omicidio colposo altri due agenti di polizia accusati nel settembre 2005 di aver pestato a morte un diciottenne a Ferrara, Federico Aldrovandi. Quale la colpa di questo giovanissimo, disarmato e solo, per meritare una così efferata e tragica punizione da parte di un gruppo di tutori dell'ordine? C'è da chiederselo? E' la stessa colpa di Gabriele: essersi imbattuto su di uno sfortunato, terribile destino. Nulla potrebbe giustificare un gesto palesemente folle, nessuna discrezione personale può legittimare un omicidio; ed al cospetto della legge non dovrebbero esistere eccezioni di sorta. Il sistema può avere delle falle - è forse normale che le abbia, è pure eufemistico parlare di falle se si pensa al sistema che vige oggi -, ma del resto chi rappresenta il potere esecutivo dello Stato nelle strade può sbagliare: è accaduto in passato e potrebbe riaccadere in futuro. Ciò che il sistema non deve permettersi, laddove conservi la volontà di rendersi credibile, è l'incapacità di fare giustizia, di condannare un pubblico ufficiale, di ammettere giuridicamente un mea culpa; di farlo quando massacra di botte un giovane inoffensivo e quando uccide sparando ad altezza d'uomo un proiettile che attraversa diverse corsie d'autostrada. Condannare così come condannerebbe un altro qualsiasi cittadino, comportandosi in modo equo, imparziale agli occhi di migliaia di persone che invano continuano ad attendere un segnale in tal senso. Attesa vana che crea disillusione verso l'autorità dello Stato, ed ancora dolore, rabbia, rancore... Il sistema è cinico; sta già fagocitando con spietata freddezza l'ennesimo atto di ingiustizia, assorbendolo lo plasma secondo il proprio gradimento ed è subito pronto a sputarlo fuori, infettando le coscienze di cittadini ingenui che si approcciano ai suoi mezzi di informazione e contrastando in modo smisurato il percorso di chi agisce in buona fede. Tutto ciò forse ha già iniziato a farlo, già da qualche ora...

martedì 14 luglio 2009

Umbria Jazz 2009...

E’ morto John Bachar.

NEW YORK — Aveva scalato in free solo le pareti più vertiginose del pianeta. Ma l’ironia della sorte ha voluto che il 52enne John Bachar morisse sulla falesia dietro casa, in California. Il leggendario climber americano è stato trovato morto qualche giorno fa ai piedi del Dike Wall, vicino al Mammoth Lakes dove viveva, dopo un tragico volo di 31 metri durante una delle sue scalate solitarie senza corda. La notizia ha avuto un enorme risalto sui media di tutto il mondo. Tra gli addetti ai lavori, che lo consideravano il più forte arrampicatore Usa dai tempi di Royal Robbins, negli anni 50, è un vero e proprio choc che, dai blog ai forum online, ha subito fatto scoppiare un rovente dibattito tra i sostenitori dell’arrampicata libera (o free climbing) e quelli della scalata artificiale. Mentre la seconda contempla l’utilizzo di aiuti «artificiali», nella prima l’arrampicatore affronta l’ascensione con il solo utilizzo di mani nude e piedi, ma anche appoggiando e incastrando il corpo intero o sue parti. Anche se, per limitare i danni in caso di caduta, la libera non esclude a priori l’utilizzo di attrezzatura, (come corde e moschettoni) Bachar non ne faceva mai uso, essendo il fiero pioniere del free solo: sport estremo e senza «paracaduti », compiuto a rischio della propria vita.



Il fatto che «il più bravo di tutti » sia morto proprio su una roccia che aveva già scalato centinaia di volte, dimostrerebbe secondo alcuni il rischio della sua disciplina. «Chi pratica free solo sa esattamente a quali rischi va incontro. E li accetta», teorizza mazzysan sul sito web quotazero. com. «Il free solo è come il gioco dei dadi — gli fa eco Curt dal forum di rockclimbing.com —. Il risultato è sempre un’incognita ». Ma se qualcuno adesso vorrebbe addirittura metterlo al bando, per la maggior parte degli appassionati di questo sport Bachar resta un’icona dell’etica alpinistica per il suo approccio purista ed ecologico che l’aveva portato a condannare chi chioda le vie scendendo in doppia. «Non credeva nell’uso di chiodi o spit — racconta il climber australiano John Middendorf —. Aveva un approccio Zen e si rifiutava di usare qualsiasi strumento che lasciasse un segno permanente sulla roccia». Con l’avvento del cosiddetto «stile francese» (coi suoi super gadget), a partire dagli anni 80 Bachar era caduto in disgrazia. Per essere riscoperto un decennio più tardi, con l’avvento di una nuova generazione di scalatori «puri» che rifiutavano l’utilizzo di accessori, giudicandoli «disonesti». Behar era il loro mito, per il suo rigore nell’allenamento e nell’alimentazione che l’aveva portato ad inventare l’omonima «scala Bachar»: appesa al soffitto, inclinata di circa 20 gradi, si percorre attaccandosi ai pioli con le mani e oggi è usata dai climber per allenare i muscoli delle braccia e della parte superiore del corpo.






Nel 2006, quando rimase gravemente ferito in seguito ad un incidente d’auto, la comunità degli scalatori Usa, molti giovanissimi, organizzò una colletta per pagargli le spese sanitarie che lui non poteva permettersi, non avendo l’assicurazione medica. Figlio di un docente di matematica all’università californiana Ucla, Bachar aveva abbandonato gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla roccia. Era arrivato nella Yosemite Valley all’inizio degli anni 70, soltanto con un paio di scarponi, un sassofono e un fisico da adone greco (si era allenato col coach di Carl Lewis) unendosi ad un gruppo di giovani scalatori noti col nome di Stonemasters, maestri della roccia. «Nessuno ha mai meritato quel nome più di lui», ha scritto il fondatore del movimento John Long in una biografia dedicata al gruppo. Nel 1981 aveva addirittura offerto una ricompensa di diecimila dollari a chi fosse riuscito a seguirlo nelle sue scalate per un’intera giornata. Ma nessuno osò mai raccogliere quella sfida. La sua leggenda è scritta sulle cartine topografiche del Yosemite Park dove oggi numerosi sentieri portano il suo nome.



Alessandra Farkas

lunedì 13 luglio 2009

C’e’ chi puo’ e chi no.

Il discorso iraniano non fa una piega: voi (Occidente) condannate noi (Iran) per le violenze (presunte!) contro i manifestanti, e allora noi condanniamo voi per gli arresti contro i manifestanti del g8. Trovate qualche piega?!



Tratto da www.azionetradizionale.com



TEHERAN (IRAN) - Un attacco diplomatico che ha il sapore della rivalsa dopo le proteste dei Paesi occidentali alla repressione nel sangue delle manifestazioni in Iran. L’Iran «condanna l’uso della forza da parte della polizia italiana per reprimere le manifestazioni degli oppositori» al summit G8 dell’Aquila, invitando il governo italiano a rispettare gli impegni internazionali. È quanto si legge sull’agenzia ufficiale iraniana Fars, che riporta anche come l’ambasciatore Alberto Bradanini sia stato convocato oggi al ministero degli Esteri di Teheran.






LA DICHIARAZIONE - La protesta di Teheran arriva dopo che nel documento finale i leader del G8 hanno espresso preoccupazione per i recenti sviluppi in Iran. Hanno deplorato la violenza post elettorale nel paese, l’interferenza rispetto ai media, la detenzione ingiustificata di giornalisti e gli arresti di cittadini stranieri. Nella bozza del testo si fa riferimento anche all’impegno per trovare una soluzione diplomatica al fallimento continuativo da parte dell’Iran nell’adempiere ai suoi obblighi internazionali rispetto al suo programma nucleare. Gli otto leader hanno anche condannato le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad che negano l’Olocausto.


Tratto da: www.corriere.it


giovedì 2 luglio 2009

Il Rito.

Al fine di individuare il carattere che più d’altri differenzia una civiltà moderna rispetto ad una società di stampo tradizionale, è imprescindibile risalire alla diversa accezione della realtà delle cose che esse due assumono. L’immagine della realtà che è propria all’uomo moderno non va oltre il mondo dei corpi che si muovono nello spazio e nel tempo, che sono dunque visibili, tangibili e studiabili nelle loro prerogative attraverso dei metodi scientifici. Ciò che vada oltre questo sistema di credenze, è fuori dalla propria concezione del reale e viene automaticamente ascritto alla categoria del dogma religioso; elemento che fatica sempre più ad integrarsi in un mondo che procede diritto verso l’ateismo e rischia oramai di venir relegato, nell’immaginario collettivo, come pura superstizione, se non addirittura folclore. Diametralmente opposta la forma mentis dell’uomo tradizionale, concepiva una natura duale della vita, composta dal mondo mortale e dal mondo dell’immortalità, una dimensione fisica ed una metafisica. Forma mentis che accomunava popoli del passato delle più disparate latitudini e si manifestava nei modi più appropriati alle diverse specificità culturali d’ognuno di essi. Questo spunto proviene dalle pagine di “Rivola contro il mondo moderno” di Julius Evola: «Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’esistenza, e le vie che dall’uno conducono all’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che sta di là sia da vita che da morte. Conobbe che l’esistenza esterna è nulla, se non è un’approssimazione verso il sopramondo… Un mondo tradizionale conobbe la Divinità Regale. Conobbe l’atto del transito: la Iniziazione – le due grandi vie dell’approssimazione: l’Azione eroica e la Contemplazione – la mediazione: il Rito – il grande sostegno: La Legge tradizionale, la Casta – il simbolo terreno: l’Impero». Questa premessa è necessaria per comprendere come il concetto di “progresso” si riduce ad un mero decadimento della società ad una dimensione materialista della vita, soppiantando così una concezione più vasta della realtà che non si soffermava al solo apprendimento sensibile, al rozzo fattore fisico; bensì apriva gli orizzonti dell’uomo verso l’alto, verso la vastità infinita ed apparentemente imperscrutabile dei cieli, diramandoli sui binari di tre diversi metodi percettivi: corpo, anima e spirito. Riaffermare questi principi tradizionali è volontà di ogni comunità, tribù, stato, gerarchicamente ordinati e organicamente disciplinati, cementati da una concezione che trascenda i diversi individualismi ed esalti al contrario il mito del cameratismo, la comunione fideistica di un sentire radicalizzato nel cuore di ogni aderente. Il Rito, nelle sue diverse sfaccettature: ordinato, commosso, disciplinato, austero dei suoi cerimoniali, distingue i fascismi del secolo scorso dal brulicame scomposto ed ingiuriante che si abbina alle adunate oceaniche richiamate dai moderni sindacati o dai partiti di massa. Ci è utile, per comprendere il nesso fondamentale tra concezione metafisica della realtà e ritualità fascista, questo estratto da “Essenza mistica del fascismo totalitario” di Luca Fantini: «...La guerra, per il futuro duce, fu certamente un'esperienza decisiva: in qualsiasi senso, spirituale, morale, politico. Mai, non a caso, dal cuore e dalla mente di Mussolini - come lui stesso poi narrerà - potè poi svanire, nel successivo cammino, l'immagine dei camerati caduti al fronte: con essi, con tutti i patrioti caduti, Mussolini, una volta tornato dalle trincee e finita ormai la guerra, volle stabilire una simbolica comunione del sangue, un effettivo rito di rigorosa aderenza alle forze metafisiche sprigionate dai caduti nel momento dell'estremo sacrificio...».La massima espressione del Rito si manifesta dunque durante il Fascismo attraverso la liturgia funeraria dei caduti. Una sfilata rigorosamente silenziosa ed austera, scandita solo dal rullo ritmato di tamburi e tinta da gagliardetti a lutto, passava le vie della città e culminava con l’orazione funebre, l’inquadramento degli squadristi davanti al feretro, l’appello ai fascisti morti a cui si rispondeva in coro “presente!”, accompagnato dal braccio destro alzato, teso a salutare romanamente l’ascesi del camerata oltre la dimensione terrena. Dopodichè, a comando, gli squadristi si inginocchiavano al cospetto del feretro; all’ordine di alzarsi veniva pronunciato il nome del morto accompagnato dal grido guerriero dannunziano “alalà”. Il Rito funebre sancisce così un passaggio da parte del caduto alla dimensione dell’immortalità, imprimendo indelebilmente il suo nome nell’ideale effigie che sormonta la lotta dei suoi camerati, il principio patriottico e superindividuale che ne muove le gesta. A tal riguardo, sempre dal libro di Luca Fantini, Il Duce a proposito dell’estremo sacrificio di Filippo Corridoni: «...Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo i fedeli del Nazzareno si comunicassero non col pane ma col sangue. Ognuno si incideva le carni in direzione del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo che passava di labbro in labbro. Anche noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille e a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. E' sangue della migliore giovinezza d'Italia: sangue latino. Noi guardiamo in alto. Guardiamo a Filippo Corridoni. Non lo sentimmo mai così vivo, così presente alla nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione delle materie; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la meta. Non si tradiscono i morti... ». Queste parole così fortemente appassionate, testimonianza di un animo avvolto da coscienza mistica, sono estremamente indicative a rappresentare la connotazione tradizionale del movimento fascista: il suo essere altro rispetto alla cosiddetta civiltà del progresso, il suo riferirsi a elementi che trovano riscontri storici fin dalle epoche ancestrali e si proiettano come luci tra le tenebre nel XX secolo ad infiammare i cuori di quanto vogliano accoglierne la sacralità. Altrettanto indicativa la descrizione che lo stesso Luca Fantini fa nel suo libro a proposito della Mostra della Rivoluzione Fascista dedicata ai martiri: «...Il Sacrario dei Martiri era concepito dallo spiritualismo fascista come l'Altare del sacrificio di centinaia e centinaia di camicie nere, cadute nel combattimento o per vile imboscata; il sacrario esaltava il martirio dei Caduti nei giorni della 'vigilia', in quelli della Rivoluzione ed in quelli dell'insurrezione, sacrificatisi per difendere la vittoriosa avanzata fascista: Il Fascismo conferisce al sacrificio dei Caduti il regno più alto che lo corona di immortalità. La gloria ed il martirio vanno oltre la persona e l'episodio, per divenire simbolo sacro della capacità di sacrificio di una razza, della certezza futura, difesa e garantita dallo spirito invincibile dei Morti. Gli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente hanno saputo ben conferire a questo Sacrario dei Martiri quel senso di misticismo guerriero che ispirò i Martiri stessi nell'impeto in cui trovarono la morte». Il Rito dunque, inteso tradizionalmente: non come mero gesto abitudinario, privo di adesione interiore, spirituale, svuotato del suo profondo ed originario significato, che si adagia passivamente nel folclore dei moderni, buono soltanto per stuzzicare l’interesse annoiato di estranei in cerca di curiosità stravaganti. Il Rito come atto di comunione, come adesione ad un impegno che trova coscienza e convinzione per mezzo di una funzione liturgica. Un grido: “Presente!”, che scuote i silenzi e gli animi dei partecipanti, perpetuando l’Idea attraverso il tempo, sebbene la secolarizzazione della società, nonostante lo sprofondare verso gli abissi del materialismo da parte dei suoi accoliti che ci contornano, si, nel quotidiano, ma senza mai avvolgerci nella loro miseria. Cantavano i Londinium SPQR a proposito del Rito: “Le file sono schierate,/ la piazza che ascolta in silenzio,/ abbiamo acceso le torce ma l’importante è cogliere il senso./ Stanotte la piazza si ferma,/ sono passati vent’anni,/ ma non basta gridare un nome nemmeno facendolo tutti gli anni. Il mito si incarna nella lotta!”.


Tratto da: assculturalezenit.spaces.live.com