martedì 14 luglio 2009
E’ morto John Bachar.
NEW YORK — Aveva scalato in free solo le pareti più vertiginose del pianeta. Ma l’ironia della sorte ha voluto che il 52enne John Bachar morisse sulla falesia dietro casa, in California. Il leggendario climber americano è stato trovato morto qualche giorno fa ai piedi del Dike Wall, vicino al Mammoth Lakes dove viveva, dopo un tragico volo di 31 metri durante una delle sue scalate solitarie senza corda. La notizia ha avuto un enorme risalto sui media di tutto il mondo. Tra gli addetti ai lavori, che lo consideravano il più forte arrampicatore Usa dai tempi di Royal Robbins, negli anni 50, è un vero e proprio choc che, dai blog ai forum online, ha subito fatto scoppiare un rovente dibattito tra i sostenitori dell’arrampicata libera (o free climbing) e quelli della scalata artificiale. Mentre la seconda contempla l’utilizzo di aiuti «artificiali», nella prima l’arrampicatore affronta l’ascensione con il solo utilizzo di mani nude e piedi, ma anche appoggiando e incastrando il corpo intero o sue parti. Anche se, per limitare i danni in caso di caduta, la libera non esclude a priori l’utilizzo di attrezzatura, (come corde e moschettoni) Bachar non ne faceva mai uso, essendo il fiero pioniere del free solo: sport estremo e senza «paracaduti », compiuto a rischio della propria vita.
Il fatto che «il più bravo di tutti » sia morto proprio su una roccia che aveva già scalato centinaia di volte, dimostrerebbe secondo alcuni il rischio della sua disciplina. «Chi pratica free solo sa esattamente a quali rischi va incontro. E li accetta», teorizza mazzysan sul sito web quotazero. com. «Il free solo è come il gioco dei dadi — gli fa eco Curt dal forum di rockclimbing.com —. Il risultato è sempre un’incognita ». Ma se qualcuno adesso vorrebbe addirittura metterlo al bando, per la maggior parte degli appassionati di questo sport Bachar resta un’icona dell’etica alpinistica per il suo approccio purista ed ecologico che l’aveva portato a condannare chi chioda le vie scendendo in doppia. «Non credeva nell’uso di chiodi o spit — racconta il climber australiano John Middendorf —. Aveva un approccio Zen e si rifiutava di usare qualsiasi strumento che lasciasse un segno permanente sulla roccia». Con l’avvento del cosiddetto «stile francese» (coi suoi super gadget), a partire dagli anni 80 Bachar era caduto in disgrazia. Per essere riscoperto un decennio più tardi, con l’avvento di una nuova generazione di scalatori «puri» che rifiutavano l’utilizzo di accessori, giudicandoli «disonesti». Behar era il loro mito, per il suo rigore nell’allenamento e nell’alimentazione che l’aveva portato ad inventare l’omonima «scala Bachar»: appesa al soffitto, inclinata di circa 20 gradi, si percorre attaccandosi ai pioli con le mani e oggi è usata dai climber per allenare i muscoli delle braccia e della parte superiore del corpo.
Nel 2006, quando rimase gravemente ferito in seguito ad un incidente d’auto, la comunità degli scalatori Usa, molti giovanissimi, organizzò una colletta per pagargli le spese sanitarie che lui non poteva permettersi, non avendo l’assicurazione medica. Figlio di un docente di matematica all’università californiana Ucla, Bachar aveva abbandonato gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla roccia. Era arrivato nella Yosemite Valley all’inizio degli anni 70, soltanto con un paio di scarponi, un sassofono e un fisico da adone greco (si era allenato col coach di Carl Lewis) unendosi ad un gruppo di giovani scalatori noti col nome di Stonemasters, maestri della roccia. «Nessuno ha mai meritato quel nome più di lui», ha scritto il fondatore del movimento John Long in una biografia dedicata al gruppo. Nel 1981 aveva addirittura offerto una ricompensa di diecimila dollari a chi fosse riuscito a seguirlo nelle sue scalate per un’intera giornata. Ma nessuno osò mai raccogliere quella sfida. La sua leggenda è scritta sulle cartine topografiche del Yosemite Park dove oggi numerosi sentieri portano il suo nome.
Alessandra Farkas
lunedì 13 luglio 2009
C’e’ chi puo’ e chi no.
Tratto da www.azionetradizionale.com
TEHERAN (IRAN) - Un attacco diplomatico che ha il sapore della rivalsa dopo le proteste dei Paesi occidentali alla repressione nel sangue delle manifestazioni in Iran. L’Iran «condanna l’uso della forza da parte della polizia italiana per reprimere le manifestazioni degli oppositori» al summit G8 dell’Aquila, invitando il governo italiano a rispettare gli impegni internazionali. È quanto si legge sull’agenzia ufficiale iraniana Fars, che riporta anche come l’ambasciatore Alberto Bradanini sia stato convocato oggi al ministero degli Esteri di Teheran.
LA DICHIARAZIONE - La protesta di Teheran arriva dopo che nel documento finale i leader del G8 hanno espresso preoccupazione per i recenti sviluppi in Iran. Hanno deplorato la violenza post elettorale nel paese, l’interferenza rispetto ai media, la detenzione ingiustificata di giornalisti e gli arresti di cittadini stranieri. Nella bozza del testo si fa riferimento anche all’impegno per trovare una soluzione diplomatica al fallimento continuativo da parte dell’Iran nell’adempiere ai suoi obblighi internazionali rispetto al suo programma nucleare. Gli otto leader hanno anche condannato le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad che negano l’Olocausto.
Tratto da: www.corriere.it
mercoledì 8 luglio 2009
giovedì 2 luglio 2009
Il Rito.
Al fine di individuare il carattere che più d’altri differenzia una civiltà moderna rispetto ad una società di stampo tradizionale, è imprescindibile risalire alla diversa accezione della realtà delle cose che esse due assumono. L’immagine della realtà che è propria all’uomo moderno non va oltre il mondo dei corpi che si muovono nello spazio e nel tempo, che sono dunque visibili, tangibili e studiabili nelle loro prerogative attraverso dei metodi scientifici. Ciò che vada oltre questo sistema di credenze, è fuori dalla propria concezione del reale e viene automaticamente ascritto alla categoria del dogma religioso; elemento che fatica sempre più ad integrarsi in un mondo che procede diritto verso l’ateismo e rischia oramai di venir relegato, nell’immaginario collettivo, come pura superstizione, se non addirittura folclore. Diametralmente opposta la forma mentis dell’uomo tradizionale, concepiva una natura duale della vita, composta dal mondo mortale e dal mondo dell’immortalità, una dimensione fisica ed una metafisica. Forma mentis che accomunava popoli del passato delle più disparate latitudini e si manifestava nei modi più appropriati alle diverse specificità culturali d’ognuno di essi. Questo spunto proviene dalle pagine di “Rivola contro il mondo moderno” di Julius Evola: «Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’esistenza, e le vie che dall’uno conducono all’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che sta di là sia da vita che da morte. Conobbe che l’esistenza esterna è nulla, se non è un’approssimazione verso il sopramondo… Un mondo tradizionale conobbe la Divinità Regale. Conobbe l’atto del transito: la Iniziazione – le due grandi vie dell’approssimazione: l’Azione eroica e la Contemplazione – la mediazione: il Rito – il grande sostegno: La Legge tradizionale, la Casta – il simbolo terreno: l’Impero». Questa premessa è necessaria per comprendere come il concetto di “progresso” si riduce ad un mero decadimento della società ad una dimensione materialista della vita, soppiantando così una concezione più vasta della realtà che non si soffermava al solo apprendimento sensibile, al rozzo fattore fisico; bensì apriva gli orizzonti dell’uomo verso l’alto, verso la vastità infinita ed apparentemente imperscrutabile dei cieli, diramandoli sui binari di tre diversi metodi percettivi: corpo, anima e spirito. Riaffermare questi principi tradizionali è volontà di ogni comunità, tribù, stato, gerarchicamente ordinati e organicamente disciplinati, cementati da una concezione che trascenda i diversi individualismi ed esalti al contrario il mito del cameratismo, la comunione fideistica di un sentire radicalizzato nel cuore di ogni aderente. Il Rito, nelle sue diverse sfaccettature: ordinato, commosso, disciplinato, austero dei suoi cerimoniali, distingue i fascismi del secolo scorso dal brulicame scomposto ed ingiuriante che si abbina alle adunate oceaniche richiamate dai moderni sindacati o dai partiti di massa. Ci è utile, per comprendere il nesso fondamentale tra concezione metafisica della realtà e ritualità fascista, questo estratto da “Essenza mistica del fascismo totalitario” di Luca Fantini: «...La guerra, per il futuro duce, fu certamente un'esperienza decisiva: in qualsiasi senso, spirituale, morale, politico. Mai, non a caso, dal cuore e dalla mente di Mussolini - come lui stesso poi narrerà - potè poi svanire, nel successivo cammino, l'immagine dei camerati caduti al fronte: con essi, con tutti i patrioti caduti, Mussolini, una volta tornato dalle trincee e finita ormai la guerra, volle stabilire una simbolica comunione del sangue, un effettivo rito di rigorosa aderenza alle forze metafisiche sprigionate dai caduti nel momento dell'estremo sacrificio...».La massima espressione del Rito si manifesta dunque durante il Fascismo attraverso la liturgia funeraria dei caduti. Una sfilata rigorosamente silenziosa ed austera, scandita solo dal rullo ritmato di tamburi e tinta da gagliardetti a lutto, passava le vie della città e culminava con l’orazione funebre, l’inquadramento degli squadristi davanti al feretro, l’appello ai fascisti morti a cui si rispondeva in coro “presente!”, accompagnato dal braccio destro alzato, teso a salutare romanamente l’ascesi del camerata oltre la dimensione terrena. Dopodichè, a comando, gli squadristi si inginocchiavano al cospetto del feretro; all’ordine di alzarsi veniva pronunciato il nome del morto accompagnato dal grido guerriero dannunziano “alalà”. Il Rito funebre sancisce così un passaggio da parte del caduto alla dimensione dell’immortalità, imprimendo indelebilmente il suo nome nell’ideale effigie che sormonta la lotta dei suoi camerati, il principio patriottico e superindividuale che ne muove le gesta. A tal riguardo, sempre dal libro di Luca Fantini, Il Duce a proposito dell’estremo sacrificio di Filippo Corridoni: «...Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo i fedeli del Nazzareno si comunicassero non col pane ma col sangue. Ognuno si incideva le carni in direzione del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo che passava di labbro in labbro. Anche noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille e a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. E' sangue della migliore giovinezza d'Italia: sangue latino. Noi guardiamo in alto. Guardiamo a Filippo Corridoni. Non lo sentimmo mai così vivo, così presente alla nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione delle materie; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la meta. Non si tradiscono i morti... ». Queste parole così fortemente appassionate, testimonianza di un animo avvolto da coscienza mistica, sono estremamente indicative a rappresentare la connotazione tradizionale del movimento fascista: il suo essere altro rispetto alla cosiddetta civiltà del progresso, il suo riferirsi a elementi che trovano riscontri storici fin dalle epoche ancestrali e si proiettano come luci tra le tenebre nel XX secolo ad infiammare i cuori di quanto vogliano accoglierne la sacralità. Altrettanto indicativa la descrizione che lo stesso Luca Fantini fa nel suo libro a proposito della Mostra della Rivoluzione Fascista dedicata ai martiri: «...Il Sacrario dei Martiri era concepito dallo spiritualismo fascista come l'Altare del sacrificio di centinaia e centinaia di camicie nere, cadute nel combattimento o per vile imboscata; il sacrario esaltava il martirio dei Caduti nei giorni della 'vigilia', in quelli della Rivoluzione ed in quelli dell'insurrezione, sacrificatisi per difendere la vittoriosa avanzata fascista: Il Fascismo conferisce al sacrificio dei Caduti il regno più alto che lo corona di immortalità. La gloria ed il martirio vanno oltre la persona e l'episodio, per divenire simbolo sacro della capacità di sacrificio di una razza, della certezza futura, difesa e garantita dallo spirito invincibile dei Morti. Gli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente hanno saputo ben conferire a questo Sacrario dei Martiri quel senso di misticismo guerriero che ispirò i Martiri stessi nell'impeto in cui trovarono la morte». Il Rito dunque, inteso tradizionalmente: non come mero gesto abitudinario, privo di adesione interiore, spirituale, svuotato del suo profondo ed originario significato, che si adagia passivamente nel folclore dei moderni, buono soltanto per stuzzicare l’interesse annoiato di estranei in cerca di curiosità stravaganti. Il Rito come atto di comunione, come adesione ad un impegno che trova coscienza e convinzione per mezzo di una funzione liturgica. Un grido: “Presente!”, che scuote i silenzi e gli animi dei partecipanti, perpetuando l’Idea attraverso il tempo, sebbene la secolarizzazione della società, nonostante lo sprofondare verso gli abissi del materialismo da parte dei suoi accoliti che ci contornano, si, nel quotidiano, ma senza mai avvolgerci nella loro miseria. Cantavano i Londinium SPQR a proposito del Rito: “Le file sono schierate,/ la piazza che ascolta in silenzio,/ abbiamo acceso le torce ma l’importante è cogliere il senso./ Stanotte la piazza si ferma,/ sono passati vent’anni,/ ma non basta gridare un nome nemmeno facendolo tutti gli anni. Il mito si incarna nella lotta!”.
Tratto da: assculturalezenit.spaces.live.com
lunedì 29 giugno 2009
NON E' FINITA ! I KAREN ATTACCANO. AVANTI TUTTA!
A dispetto di chi parlava di una Fort Alamo Karen, riferendosi alla situazione di estrema difficoltà in cui si trova l'Esercito di Liberazione in questi giorni di offensiva birmana, i volontari del KNLA hanno colpito duramente i partigiani al soldo degli occupanti mondialisti, dimostrando di essere tutt'altro che finiti.
Due barche del Democratic Karen Buddhist Army sono state assalite da un reparto della resistenza patriottica mentre risalivano il fiume Moei, a poca distanza dal villaggio di Mu Aye Pu, occupato nei giorni scorsi da birmani e collaborazionisti. Il bilancio dello scontro è di 11 partigiani uccisi. I volontari dell'Esercito di Liberazione non hanno subito perdite. Il Colonnello Nerdah Mya ci ha confermato che tra i partigiani morti vi è anche l'uomo che nel febbraio del 2008 aveva ucciso nella sua abitazione di Mae Sot, in Thailandia, il Segretario Generale dell'Unione Nazionale Karen, Padoh Mahn Shah. Probabile che l'imboscata alle imbarcazioni avesse proprio come scopo la punizione dei rinnegati che avevano colpito il leader Karen.
Lo scontro tra il KNLA, gli occupanti e i loro cani da guardia, si fa sempre più duro in questi giorni nel distretto di Pa-an. E spesso sconfina in Thailandia. Ieri due simpatizzanti dell'Unione Nazionale Karen sono stati assassinati da killer del DKBA nei dintorni della cittadina tailandese di MaeSalit. E dopo l'operazione condotta contro le imbarcazioni dei partigiani, ora si temono nuove rappresaglie nei confronti dei membri della resistenza Karen e dei loro familiari. Ancora una volta i partigiani mostrano il loro vero volto: quello di assassini prezzolati al soldo dell'esercito occupante e delle organizzazioni di narcotrafficanti.Abbiamo per molto tempo sperato di poter ricucire i rapporti con i nostri fratelli Karen che sbagliando erano passati alle dipendenze dei birmani - ha dichiarato un ufficiale dell'Esercito di Liberazione coinvolto nei combattimenti di ieri - e abbiamo sempre teso la mano a chi dimostrava di voler tornare a lavorare per la libertà della nazione Karen. Ma ora è arrivato il momento di colpire esemplarmente quelli che tradiscono il loro popolo, quelli che vendono i loro fratelli per ragioni di business e di interesse personale. Nessuna pietà per i rinnegati.
www.comunitapopoli.org