sabato 16 agosto 2008

I Karen tengono.

E' fallito un nuovo tentativo di conquistare la roccaforte Karen di Boe Way Hta da parte delle truppe birmane. L'assalto doveva iniziare con un attacco sferrato da uomini della milizia collaborazionista del DKBA (Democratic Karen Buddhist Army), spesso utilizzati dai birmani come apripista nelle operazioni contro la resistenza patriottica.


Ma proprio diversi miliziani del DKBA hanno fatto fallire l'aggressione, consegnandosi al  201° battaglione Karen pochi minuti prima dell'attacco.  Non sappiamo ancora se questi uomini abbiano disertato per paura dello scontro oppure perché sinceramente convinti che la loro collaborazione con le truppe di occupazione fosse una scelta disonorevole” ha commentato un ufficiale Karen raggiunto  telefonicamente in una postazione lungo il confine birmano-thailandese. “Chiariremo al più presto la loro posizione” Da diverse settimane i dintorni di Boe Way Hta sono teatro di scontri tra Karen National Liberation Army e truppe birmane.


Le abbondanti piogge della stagione monsonica hanno finora impedito un assalto massiccio alla roccaforte, ma le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive per il destino di questa posizione, che ospita la prima clinica che venne aperta da Popoli in territorio Karen sette anni fa.



Da: www.comunitapopoli.org

martedì 12 agosto 2008

«La Russia vada avanti, adesso deve cadere Tbilisi».

In merito alla crisi georgiana, il quotidiano "Il Giornale" riporta una interessante intervista al leader del movimento eurasista Alexander Dugin.



Chiede «la conquista di Tbilisi», mette il presidente georgiano Saakashvili di fronte a due opzioni: «O si consegna ai russi per farsi processare o deve morire». Alexander Dugin è il leader del movimento Eurasia, uno dei gruppi che sostiene la politica di ritrovato orgoglio nazionalistico. Conosce bene Putin, oggi primo ministro, che ascolta volentieri i suoi consigli. Dugin incarna, anche fisicamente, il prototipo dell’intellettuale russo. È alto, magro, ha gli occhi azzurri e si è fatto crescere la barba lunga, alla Solgenitsin. Porta sempre un voluminoso revolver, che esibisce alla cinta. La settimana scorsa era in Ossezia del Sud e oggi è in stretto contatto con i leader della regione secessionista. Su quel conflitto ha idee chiarissime (e bellicose), come dimostra in questa intervista concessa al Giornale.

La Russia non sta esagerando nell’Ossezia del Sud?

«Niente affatto, dovevamo intervenire, perché l’esercito georgiano ha aperto il fuoco sui nostri caschi blu, ma soprattutto perché conduce una politica di genocidio verso gli osseti. Hanno bombardato i civili, provocando almeno duemila morti e trentamila profughi, hanno fatto pulizia etnica nei villaggi. Non potevamo rimanere indifferenti».

Ma ora i georgiani si stanno ritirando, non basta?

«Assolutamente no. È stato il presidente della Georgia a cominciare questa crisi. È un nuovo Hitler, perché ha attaccato popolazioni innocenti e non armate. Era nostro dovere fermarlo per non ripetere gli errori della storia. Non c’è che una soluzione: conquistare Tbilisi e riportarla sotto il nostro controllo».

Eppure Saakashvili è stato eletto democraticamente...

«Guida un regime criminale, paragonabile ad Al Qaida o alla Germania nazista. Era da decenni che non si assisteva a un genocidio di queste dimensioni. Di fronte a sé ha due opzioni: o si consegna ai russi e accetta di farsi processare a Mosca oppure deve morire».

Eppure anche i russi sono intervenuti in Cecenia e non certo con i guanti. Lui no e voi sì?

«I massacri contro i civili in Ossezia del Sud sono documentati, mentre il nostro intervento in Cecenia era mirato contro i terroristi, non contro la popolazione civile. Qui i georgiani vogliono annientare un popolo».

Ma ora il conflitto rischia di allargarsi. Dopo la Georgia toccherà all’Ucraina?

«Sì, perché il governo ucraino si sta comportando allo stesso modo di quello georgiano. Ha riabilitato i nazisti ucraini, perseguita i russi ortodossi e appoggia Tbilisi nel genocidio nell’Ossezia del Sud. Ha addirittura mandato lì dei soldati, mentre al fianco degli osseti del sud ci sono volontari ucraini. Così non si può andare avanti».

Dunque guerra anche in Ucraina?

«La situazione lì è molto seria e la crisi sta per esplodere. Ci sono due popoli con due opzioni geopolitiche, due visioni del futuro. Da una parte i russofoni che hanno come riferimento il Cremlino, la religione ortodossa, l’Eurasia. Dall’altra gli ucraini che guardano agli Stati Uniti, all’Occidente, alla Nato. I primi stanno con gli osseti, i secondi con i georgiani. Come può il Paese rimanere unito? Le divisioni in Ucraina sono gravi, profonde, irreparabili».

Ma questo rischia di destabilizzare tutta la regione, non è preoccupato?

«Ribadisco non siamo stati noi ad iniziare questo processo. Certo, che sono preoccupato, ma ad essere aggrediti sono i russi e dobbiamo difendere i nostri diritti, a cominciare da quelli umani».

Che lei sappia, il Cremlino condivide le sue opinioni?

«Io parlo per me, ma credo che in questo momento un’ampia maggioranza dei poteri russi la pensi allo stesso modo».



Da: "Il Giornale".

La guerra in Ossezia del Sud.

Circa la situazione del conflitto in Ossezia del Sud, riportiamo questa analisi di Gabriele Adinolfi, apparsa su "Noreporter".





I coinvolgimenti mondiali; le cause; la posta.



La guerra che vede contrapposte Russia e Georgia in Ossezia del Sud può anche degenerare. Lo può perché sono in gioco gli interessi strategici di Russia e buona parte d'Europa da un lato, di Usa e Israele dall'altro. Lo può perché la crisi internazionale è tale che una possibile via d'uscita, almeno da parte americana, può essere individuata proprio in un conflitto mondiale.




Le guerre mondiali iniziano d'estate. La Grande Guerra scoppiò il 3 agosto, il Secondo Conflitto Mondiale fu dichiarato da Francia e Inghilterra alla Germania il 3 settembre.


Impressionanti sono le analogie con il casus belli dell'epoca. Danzica, città tedesca a statuto speciale, inserita in un territorio artificialmente assegnato alla Polonia con il Trattato di Versailles, non faceva che subire vessazioni e violenze. I soldati polacchi assassinavano, torturavano, mutilavano i civili tedeschi. La Germania cercò un qualsiasi accordo per salvare i Tedeschi in balìa dei pazzi genocidi. La Francia e l'Inghilterra colsero invece l'occasione per aizzare ulteriormente i polacchi. Volevano la guerra; del resto il Council of Foreign Relations, la branchia americana della britannica RIIA, ossia il vero e proprio governo privato della politica estera americana degli ultimi sette decenni e mezzo, si era costituito nel 1933 con lo scopo dichiarato di preparare la guerra alla Germania. Dopo l'ennesimo ultimatum disatteso, il 1 settembre 1939 Berlino intervenne a salvare Danzica; con sorprendente ipocrisia Parigi e Londra ignorarono le cause che avevano indotto il governo tedesco a intervenire e parlarono di “aggressione”, dichiararono la guerra alla Germania con la scusa di voler salvaguardare l'integrità territoriale polacca, salvo poi evitare di reagire all'invasione sovietica della Polonia dell'est, che oltretutto era, essa sì, etnicamente polacca. Da quel giorno in poi rifiutarono categoricamente qualsiasi trattativa di pace, anche le più favorevoli: volevano la guerra, l'avevano provocata e aspettavano soltanto che si concludesse con tutta la distruzione che avrebbe comportato e che i signori della pace avevano disegnato a tavolino.



Corsi e ricorsi



Corsi e ricorsi: da quando la situazione internazionale si è mossa rendendo gli interessi energetici ed economici europei – specialmente tedeschi, ma anche italiani – abbastanza complementari a quelli russi, i guerrafondai (nello specifico israeliani e americani) hanno armato secessionisti pazzi e fanatici, come quelli che hanno tenuto in ostaggio la scuola elementare a Beslan (Ossezia del nord) macellando bambini e genitori. Hanno creato un cuneo antieruopeo e antirusso di targa islamica (Kosovo, Bosnia, Cecenia) e hanno fatto infuriare il conflitto nella zona della Georgia.



Ostentando disarmante familiarità con la menzogna, i portavoce dei guerrafondai, come l'inossidabile Miss Rice, attribuiscono la responsabilità dell'accaduto alla Russia e tacciono quanto è avvenuto in queste settimane: attacchi alla Russia dalla Georgia con droni israeliani, bombardamenti dell'Ossezia del sud (la regione russa sottomessa alla Georgia: altra analogia con Danzica). L'8 agosto, mentre il mondo mentiva a se stesso celebrando le Olimpiadi della vergogna, i Georgiani macellavano con l'artiglieria un ospedale della capitale sud/osseta facendo numerose vittime tra malati e civili. Era il momento culminante di un'operazione aggressiva compiuta da Tbilisi con il sostegno e il suggerimento dei suoi alleati. Tbilisi si attende dai suoi protettori qualche cosa di più, visto che chiede agli Usa d'intervenire militarmente contro la Russia.



Perché la situazione precipita



Perché la situazione sta precipitando? Le ragioni sono innumerevoli; vanno ricercate innanzitutto nella continua perdita di terreno dell'egemonia americana, minacciata dalla crescita asiatica, dalla rinascita russa e dalla forza dell'euro. Per provare a salvaguardarla la Casa Bianca ha scatenato una serie di guerre preventive, inaugurando la serie nove anni fa contro Belgrado, ma i risultati non sono stati entusiasmanti. Peggio: gli Usa hanno addirittura perso il sostegno dell'Arabia Saudita che non solo è diventata una buona collaboratrice del Cremlino (vedi l'ultimo Orientamenti & Ricerca) ma ha frenato il sostegno islamico al cuneo immaginato in Europa dal partito atlantico, al punto che ben pochi paesi musulmani hanno riconosciuto la narco/repubblica del Kosovo. La politica di ricomposizione putiniana ha poi permesso a Mosca di non perdere, anzi di recuperare le influenze nell'Asia Centrale verso la zona chiave identificata dal santone della politica americana, il navigato Brzezinski. Qui la Russia ha finito con il coinvolgere strettamente gli interessi tedeschi tanto che all'ultimo vertice dei Paesi di Shanghai la Germania è stata presente mentre la Cina (che è più propensa a schierarsi fattivamente con Washington che non con Mosca) lo disertava. Intanto gli accordi energetici ad ovest sono sempre più stretti. Persino l'Italia parla oggi ufficialmente di una partenrship stretta con la Russia, cosa inimmaginabile solo pochi mesi orsono. E non è tutto: l'accordo promosso da Berlusconi con Putin, lo stesso accordo che due anni fa gli era costata la rielezione sventata da sospetto broglio, verte sulla costruzione del gasdotto South Stream che rende l'Europa indipendente dal monopolio atlantista. Tale gasdotto è in progetto e sembra aver vinto la concorrenza di quello di nome Nabucco, ideato da Israeliani e Americani che punta, al contrario, a staccare l'Europa dalla Russia e a mantenerla sottomessa. Ovviamente la propaganda che ci viene proposta afferma il contrario, e cioè che se quest'ultimo venisse edificato noi saremmo più indipendenti! Di certo è plausibile che i giornalisti, imboccati, neanche sappiano di cosa parlano; chiunque abbia un minimo di conoscenza in materia se afferma qualcosa del genere non solo è bugiardo ma è ridicolo. Il Nabucco in ogni caso passerebbe per la Georgia.



Guerra o pace



Non si tratta di tifare né d'identificarsi. Non si può neppur prender partito sulla base delle analogie storiche le quali – se ci riferiamo non già ai sistemi e alle idee ma ai comportamenti esteri – sono comunque sorprendenti: Usa e Israele hanno assunto i ruoli di Francia e Inghilterra, la Russia è nelle condizioni della Germania e la Cina veste i panni dell'Urss. Non è questo che conta, non lo è neppure la scelta dei modelli e degli spazi di libertà che, se non ci si lascia ipnotizzare dai luoghi comuni, sono comunque assai maggiori in Russia che in Usa o a Tel Aviv. Neppur si può parlare di giustizia ché, come ben noto, quando la situazione prende fuoco, raramente è da una parte sola.



Si deve allora ragionare in termine di interessi nazionali ed europei. Questi sono evidenti: se proprio la guerra dovesse infuriare bisogna augurarsi che la vincano i Russi. Poiché però la guerra serve soprattutto se non esclusivamente a permettere alla potenza declinante di mettere in discussione e in pericolo la nostra ricrescita dopo oltre sette decenni di sottomissione, quello che c'è da augurarsi è che si riesca ad imporre la pace; una pace che permetta a Mosca di garantire lo spazio vitale e l'incolumità agli osseti, da troppo tempo carne di macello designata da chi gioca a Risiko e a Monopoli mentre la gente muore. E che puntualmente si scandalizza e fa la morale a buon mercato facendo passare per brutale e malvagio chiunque ne ostacoli i piani di democraticissimo saccheggio.

mercoledì 6 agosto 2008

Hiroshima.


63 anni fa un bombardiere americano sgancia nei cieli sopra il Giappone la bomba atomica, veniva rasa al suolo Hiroshima. Fu solo l'inizio...

martedì 5 agosto 2008

Se lo abbandoni sei te il bastardo!

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Leonardo Varasano uscito sul "Giornale dell'Umbria" il 28 Luglio 2008.


La disumanità di chi abbandona gli animali.


Un cagnolino meticcio, solitario e un po’ smarrito - si chiama Rischio e appartiene al figlio di Oliviero Toscani -, campeggia su uno sfondo di catrame, sovrastato da una domanda pertinente ed efficace: “Tu di che razza sei? Umana o disumana?”; poi di seguito un invito accorato (“Lasciami da un parente, lasciami da un amico, lasciami in una pensione, lasciami in un canile, ma non lasciarmi per strada”) e un monito severo (“Pensaci. Abbandonare un animale è un reato penale”). Con questo manifesto, apparso sulla stampa e lungo le principali strade italiane, il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali cerca di contrastare il randagismo e l’abbandono dei cani.


Un simile appello - inserito in una più vasta campagna realizzata da Governo ed enti locali - è tristemente necessario. Nel nostro Paese, i cani randagi sono circa 600 mila: per un terzo ospitati in canili, spesso stracolmi e a rischio asfissia; per due terzi abbandonati al proprio destino, costretti a vagare alimentando rischi sanitari ed incidenti di vario tipo. “Un amico non si abbandona mai”, ricorda lo “Sportello a 4 zampe” della Provincia di Perugia. Eppure, ogni anno, i cani abbandonati in Italia - e non consola che negli Usa, per via della incipiente crisi economica, la situazione sia peggiore - sono 150 mila: uno ogni tre minuti, 20 ogni ora, 400 ogni giorno. La pratica di questo gesto ignobile si concentra, com’è noto, in estate. Il richiamo delle vacanze gioca brutti scherzi, causa smemoratezza ed ingratitudine. Auspicando la creazione, a Roma, di un cimitero per animali, Lino Banfi ha proposto che all’ingresso della struttura venga affisso un significativo quesito: “Vi abbiamo amato quanto voi avete amato noi?”. La domanda è appropriata. Vittima di un egoismo cieco, chi abbandona un cane (o un altro animale), oltre a compiere un gesto irresponsabile, dimentica l’affetto e i benefici incondizionatamente ricevuti. I nostri piccoli amici ci sostengono, ci accompagnano, ci sopportano anche quando siamo insopportabili e nessuno vorrebbe starci vicino; annusano il nostro umore, fiutano la nostra gioia e il nostro sconforto, ci ascoltano anche quando vorrebbero farne a meno, ci parlano con gli occhi; alleviano il nostro dolore, stimolano il nostro fisico (si pensi alla pet-therapy, l’attività del “terapeuta animale” nei confronti del “paziente uomo”); ridimensionano le tensioni casalinghe, smussano le liti. 


I cani - da noi, secondo l’Eurispes, ce ne sono circa 7 milioni, 500 mila in meno rispetto ai gatti - non sono giocattoli con cui trastullarsi ad orologeria per poi disfarsene a piacimento. Senza degenerare in esagerazioni maniacali - spesso figlie di un’inconsapevole misantropia -, ogni animale merita rispetto, attenzioni e cure. Un cane ben tenuto diventa facilmente l’alter ego del padrone, fin quasi alla simbiosi. “Era un cucciolo gracile, spaventato e affamato che le prime settimane, ogni volta che gli mettevo davanti la pappa, se la faceva addosso per l’emozione. Ora è un lupo nero dolcissimo, diventato il vero padrone della nostra casa”: così, con trasporto, Pietro Calabrese ha parlato di Pippo, il suo “meraviglioso bastardone”, sulle colonne di Magazine. Franco Zeffirelli, come ha raccontato al Corriere della Sera, ha invece sei cagnoline, tre delle quali raccolte in Romania, dove pare ci sia un eccidio di animali domestici.


Piaccia o meno, quello che è per antonomasia il migliore amico dell’uomo ha anche un ruolo sociale. Attorno a “fido” si dibatte (è recente la proposta di incentivi fiscali per mandare i cani in pensione quando si va in vacanza, mentre è annosa la disputa sull’accesso degli animali ai luoghi pubblici) e si legifera. Il legame con il proprio cane resiste perfino alle burrasche matrimoniali, tanto che per “fido” si lotta anche davanti al giudice: ha fatto scalpore il caso della coppia in crisi che ha ottenuto dal Tribunale di Cremona l’affido congiunto - attraverso una scrittura privata - di un boxer e di un meticcio aspramente contesi.


Il poeta Nazim Hikmet ricorda Satana, il suo fedele cane, così: “Era come l’uomo/molti animali son come l’uomo/perché hanno la bontà dell’uomo/inchinava il suo collo forte davanti all’amicizia/la sua libertà era racchiusa/nelle zanne e nelle zampe/e la sua cortesia/nella grande coda pelosa/Ogni tanto avevamo voglia di vederci/mi parlava dei grandi problemi/della fame della sazietà dell’amore”. Sia chiaro, anche se certi comportamenti di bipedi insensati tendono a farcelo dimenticare: “come” non significa “uguale”. All’animale-uomo, pur con le sue miserie, spetta - forse - la priorità.

sabato 2 agosto 2008

Strage di Bologna.

Nel ventottesimo anniversario della strage di Bologna, uno dei momenti più tragici della storia italiana del dopoguerra, decine e decine di vittime attendono ancora giustizia, e un innocente è tuttora prigioniero. Riportiamo l'articolo di Gabriele Adinolfi apparso su "Il Fondo" di Miro Renzaglia.







LA STRAGE NON E’ FASCISTA. CIAVARDINI E’ INNOCENTE


Anche ventotto anni fa capitava di sabato. Ero in vacanza per pochi giorni con un amico. Di soldi all’epoca (all’epoca?) non se ne vedevano molti; sicché dormivamo nei prati vicino alla macchina e ci andavamo a lavare di straforo nei bagni dei camping la mattina dopo. Quel mattino mi svegliai con una sensazione pesante, di un qualcosa che incombe. E in effetti la prima sorpresa non fu divertente. A San Remo, mentre dormivamo sul prato proprio accanto all’auto parcheggiata, avevano forzato il baule e ci avevano ripuliti di tutto, ivi compresi gli scarpini da calcio nuovi ed intonsi che mi portavo dietro perché ogni estate, in un modo o nell’altro, si riusciva a metter su una squadretta per un campionato di due o tre giorni. Quel sabato non sapevo ancora, però, che le vicissitudini mi avrebbero impedito di giocare tornei e indotto ad abbandonare la mia squadra, la SS Falange, che con il mio vecchio compagno di liceo avevo istituito e che vantava buoni risultati per i campetti romani, ivi compresi un paio di tornei prestigiosi vinti, in incontri non davvero di basso livello perché vi partecipavano giocatori di categoria e persino un ex terzino del Taranto e il romanista Scarnecchia (sempre da avversari però). Malgrado la brutta sorpresa la sensazione angosciosa permaneva, sentivo come una minaccia fatale. Pensai a mia madre che era in volo dalla Tunisia a Roma, di ritorno da un meeting di lavoro. Temetti di avere avuto la premonizione di una sciagura aerea. Ma verso l’ora di pranzo riuscii a telefonarle a casa. Sono stupido pensai. Quindi mangiammo (la solita focaccia ligure con un sorso di spuma) e ascoltammo la radio in macchina, visto che l’apparecchio estraibile aveva dormito in sacco a pelo con noi ed era quindi superstite al furto. Seguivamo le Olimpiadi di Mosca, in cui, anche per via del boicottaggio americano, i nostri atleti si coprivano di onori. E fu così che compresi che quella premonizione si riferiva al mio futuro. Notizia di decine di morti veniva dalla stazione di Bologna dove, ancora si diceva, era esplosa una caldaia. Pensai subito: è terrorismo, è terrorismo di stato e se la prenderanno con noi.


Quel massacro ebbe tante conseguenze: in primis il passaggio rapidissimo allo stato d’emergenza, già di fatto pronto dal dicembre precedente, e l’avvio del consociativismo trimalcionico. L’occasione fu colta al volo per centuplicare l’azione disgregante sulle opposizioni e particolarmente su quelle più facilmente demonizzabili, perché espulse a priori dalla comunità “democratica”: i fascisti.


Quel massacro portò allo scompaginamento del nostro gruppo, tutto sommato giovanile assai, con diciottenni reclusi per quattro anni e mezzo e a volte gettati in pasto a guerre carcerarie tra mafie prima di venire assolti e senza scuse. Portò alla disperazione e all’esasperazione. Gonfiò le file dello spontaneismo armato e segnò una cesura storica. Chiudeva il ciclo variegato quanto si vuole del neofascismo per aprire la lunga stagione dei trasformismi, un po’ integralisti, un po’ ecologici, un po’ neobarkeleyani, che avrebbero oscurato e appesantito l’area dei decenni successivi. Segnò molte vite: esili, ergastoli, morti. E finì col creare una doppia e grottesca reazione dei giovani “dannati”. Per rifiutare l’accusa infamante di stragisti essi caddero un po’ troppo spesso nella tentazione di accettare il falso e terribile dogma comunista delle stragi fasciste e attribuirono con disinvoltura lo stragismo alla generazione che li aveva preceduti affrettandosi a prenderne le distanze. Eppure questo sforzo comprensibile ma non lodevole non li mondò dall’infamia. Tanto che l’unica strage che abbia come colpevoli ufficiali persone che, per caso o per vocazione, appartengono al mondo della destra radicale, è proprio quella di Bologna e tra i colpevoli - di comodo! - vede proprio chi tutto fece, ivi compreso il “ricotruzionismo storico”, per togliersi di dosso quell’accusa. Ma la vita non ha segreti: è quando si teme particolarmente qualcosa che la si suscita ed è quando ci si scalmana e si scalpita per evitarla che la si produce.


Che la strage di Bologna non sia fascista non è un segreto per nessuno, così come non lo è il fatto che alcuni vogliono che resti comunque fascista. Sulle cause e sugli autori si è detto di tutto e il contrario di tutto. Io, che ho la cattiva abitudine di leggere dietro le righe e di capire dove certi vanno a parare, sono contrario a ricostruzioni di comodo che ritengo del tutto inutili per Luigi Ciavardini e per i due che sono stati condannati con lui, ma sono a piede libero. Ho ben più che il sospetto che esse servano solo a rafforzare un partito politico trasversale e, magari, a favorire qualche carriera. Nei limiti del possibile mi sono fatto un’idea di quel massacro, ma è chiaro che non può essere certa né esaustiva. Quel che però non si capisce (no?) è come mai non s’interroghino in proposito quegli ufficiali dei servizi segreti già condannati per le costruzioni di false piste e non si domandi loro come fecero ad usare, nelle loro trappole infami, lo stesso esplosivo di Bologna prima che la perizia stabilisse qual era. Né come mai la prima pista fu confezionata tre settimane prima della strage.


Sembra poi (sembra?) che nessuno voglia mettere davvero il dito sulla piaga e ripetere, come fece a suo tempo l’onorevole Formica, capogruppo craxiano alla Camera, che il nostro Paese (non più Nazione) non ha sovranità, che per una clausola semisegreta del tempo del gran voltafaccia sabaudo/badogliano ha accettato di essere luogo di occupazione totale ma discreta. Così ci potrebbero parlare non già delle troppo facili e poco impegnative azioni libiche e palestinesi compiute nell’espressione geografica di cui parlò Metternich, ma delle più articolate azioni sovietiche, ceche, bulgare, francesi, tedesche e soprattutto dei due principali soggetti della strategia della destabilizzazione: Inghilterra e Israele. E si potrebbe concludere che la naturale politica mediterranea dell’Italia causò una serie di reazioni belliche non convenzionali e, soprattutto, da parte degli “alleati”.


Tutto questo avverrà, forse, tra una cinquantina d’anni. Prima magari passerà un’altra verità, tarocca, che servirà a coprire quella vera capovolgendola; ed è per questo che sono molto restio e sospettoso nei confronti di chi oggi presenta rivelazioni sconvolgenti. Intanto un innocente è prigioniero; non solo è bollato di un crimine infame ma è recluso. Contro di lui non c’erano neanche gli indizi per rinviarlo a procedimento ma è intervenuta la ragion di Stato (esiste uno Stato in Italia?) e, benché chiunque, da Cossiga ad Andreotti, sappia con assoluta certezza che è innocente nessuno fa alcunché per liberarlo. E questa, tra tutte le vergogne e tra tutte le atrocità che stanno dietro Bologna è la più vergognosa atrocità, è la vergogna più atroce.


Gabriele Adinolfi




Da:
Il Fondo