giovedì 7 gennaio 2010

Prove generali di un nuovo 7 gennaio. Stavolta su Forza Nuova.

Nelle prime ore  del 7 gennaio, nel trentaduesimo anniversario del martirio di Acca Larentia, degli sciacalli imbecilli hanno gettato bottiglie molotov contro la sede romana di Forza Nuova di Piazza Vescovio, situata accanto al luogo ove trentuno anni fa degli intoccabili del Pci avevano assassinato, restando impuniti, il giovane Francesco Cecchin. E' la seconda volta in pochi giorni che quella sezione di FN viene presa di mira. Nel frattempo altri due attentati sono stati compiuti a Roma contro un'altra sede di Forza Nuova, all'Appio Latino e contro una sede del PdL del Trionfale. Una sola rivendicazione è stata fatta, il volantino riportava una frase di un ideologo anarchico. Che si tratti di pochi quanto scemi cani rabbiosi è chiaro a tutti.  Che ci siano dei parassiti sanguinari che sperano nella riedizione, sia pure a dimensione assai ridotta, della spirale della strategia della tensione è altrettanto evidente. Troppi controllori di strutture desuete, legate ai servizi segreti, rischiano il posto nella ristrutturazione europea, troppi politicanti senza bacino elettorale temono il pensionamento. Ci sono, insomma, dei mangiafuoco e ci sono degli appiccia-fuoco, probabilmente più idioti e ottusi che coscienti del loro ruolo di burattini.

Finora le offensive sono state tutte a senso unico: gli antifa hanno fatto gli incendiari e gli assalitori e i loro avversari hanno mantenuto i nervi calmi evitando ogni reazione e mostrato insieme forza, tanto da mai soccombere in piazza. Ci sono state campagne nazionali con obiettivi diversi. Qualche anno fa ci fu l'offensiva incendiaria nazionale contro An. Spesso è stata bersagliata Forza Nuova. Campagne intensive si sono avute quest'anno su scala nazionale contro Casa Pound e su scala romana, ora, contro Forza Nuova. La speranza da parte dei mangiafuoco e dei loro utili idioti è che ci scappi il morto o il ferito grave affinché la sopportazione intelligente dei loro avversari cessi di colpo. E' in questo che sperano i bastardi. Non avrebbero tutta questa speranza se non si sentissero coperti, cullati e incoraggiati da certe frasi incendiarie, incoscienti, pericolosissime, di Di Pietro o da alcune grottesche cacce alle streghe della pattuglia Finocchiaro che pretende – nel 2010 – la repressione contro Casa Pound per apologia di fascismo! Esattamente come, otto anni prima, avevano fatto nei confronti di FN.

A trent'anni circa dalla fine della spirale dell'odio c'è ancora chi, in Parlamento e in Senato, ha il coraggio di seminare vento e di lanciare veleno, di gettare olio sulle fiammelle, per puro calcolo di bottega. Di Pietro, la Finocchiaro e compagnia bella sono una vergogna ambulante e una mina vagante per un'intera nazione. E' questa la gente che va fermata: senza se e senza ma, altrimenti, per la loro criminale incoscienza , ci scapperà il morto.



Di Gabriele Adinolfi, www.noreporter.org

mercoledì 6 gennaio 2010

"Il sorriso e lo sguardo di un amico rimangono sempre fissi nella memoria"

E' morto in Patagonia l'alpinista trentino Fabio Giacomelli. Un improvviso crollo di neve l'ha travolto e inghiottito sulle vertiginose pareti del Cerro Torre, dove con Elio Orlandi stava tentando di aprire una via nuova per portare in vetta le ceneri di Cesarino Fava. L'incidente, di cui è giunta notizia in Italia solo poche decine di minuti fa, sarebbe accaduto nei giorni scorsi, ma solo oggi pare sia stato trovato il corpo dell'alpinista.

Nuova tragedia nel mondo dell'alpinismo. Ne giunge notizia da uno dei più stimati ed esperti alpinisti della Patagonia, Elio Orlandi, che nei giorni scorsi sul Torre ha perduto il compagno di scalata a causa di una valanga. I dettagli non sono ancora disponibili, ma la morte di Giacomelli, 51 anni, trentino, sembra ormai certa.



Secondo quanto riferito dalla stampa locale, pare che l'incidente sia avvenuto 3 giorni fa: dopo la valanga, Orlandi avrebbe cercato senza sosta il compagno, riuscendo a trovarlo solo nelle scorse ore, purtroppo senza vita.



Ulteriori approfondimenti sulla dinamica dei fatti si avranno probabilmente soltanto nelle prossime ore. I due alpinisti, che avevano iniziato ad aprire la via nuova sul Torre l'anno scorso, erano partiti per la Patagonia all'inizio di dicembre con l'obiettivo di completare il progetto.



Fabio Giacomelli, 51 anni, collaboratore della Lizard, aveva aperto delle vie nuove in Dolomiti e scalato all'estero tra Patagonia e Yosemite. Due anni fa aveva aperto una via nuova sulla Parete del Limarò - Piccolo Dain nelle Prealpi Trentine della Valle del Sarca, e l'aveva dedicata all'amico e compagno di scalate Matteo Rech. "Il sorriso e lo sguardo di un amico rimangono sempre fissi nella memoria", scriveva Giacomelli.



Sara Sottocornola, www.montagna.tv

Violenza nella regione Karen.

Il nuovo anno inizia nella regione Karen con nuove violenze nei confronti della popolazione civile. A fare le spese della brutalità delle truppe di occupazione birmane e dei loro cani da guardia, i partigiani del DKBA, è stato il villaggio di Asoon, nell'est del paese. 40 partigiani e 60 soldati di Rangoon sono entrati nel villaggio la mattina del 2 gennaio, radunando gli abitanti e iniziando a torturare alcuni di essi. La vigliacca azione è una ritorsione nei confronti dei civili, accusati di aver dato ospitalità la scorsa settimana a 6 disertori del DKBA, che avevano lasciato le fila dei collaborazionisti per passare alla guerriglia patriottica dell'Esercito di Liberazione Nazionale Karen. I soldati hanno aperto il fuoco anche contro alcuni contadini intenti a raccogliere noci e contro l'abitazione della maestra della scuola, Ohn Cin, che si è data alla fuga.  Il regime birmano nei mesi scorsi ha proposto alla milizia del DKBA di trasformarsi in una “Guardia di Frontiera” alle dirette dipendenze del comando militare di Rangoon. Il disegno è chiaro: a pochi mesi dalle annunciate elezioni politiche (che si svolgeranno sulla base di una costituzione-farsa che garantisce il mantenimento del potere ai militari), il regime vuol mostrare alle diplomazie che non vi sono conflitti tra di esso e le minoranze etniche. Questa menzogna ha bisogno di essere sostenuta attraverso l'incorporamento di reparti Karen nelle forze armate. I comandi dei partigiani collaborazionisti si sono dichiarati disponibili. Ma non tutti i combattenti hanno intenzione di aderire all'iniziativa. Infatti, le diserzioni sono quotidiane: i miliziani del DKBA che decidono di tornare dalla parte del popolo Karen abbandonano i loro reparti e si consegnano agli uomini del KNLA con armi e munizioni che risultano preziose per la guerriglia antigovernativa. “Colpiremo i responsabili delle violenze” dichiarano gli uomini del KNLA presenti nella regione “La nostra missione è difendere il nostro popolo dalla persecuzione e dall'ingiustizia. Non possiamo perdonare chi, avendo sangue Karen nelle vene, lavora con gli invasori e fa del male alla sua gente.” La direzione dell'Unione Nazionale Karen, 48 ore fa, ha lanciato un appello alla riunificazione di tutte le fazioni in lotta perché si possa formare un fronte comune contro le truppe d'occupazione. Intanto le diplomazie occidentali proseguono nelle aperture nei confronti della giunta birmana. E' bastato far sentire loro “.odore di fasulle elezioni e, come d'incanto, guardano i Generali con occhi più benevoli. A dispetto dei rastrellamenti e delle torture nei villaggi dell'est”.



www.comunitapopoli.org

Nuovo numero de "Il Martello".

Riceviamo e pubblichiamo l'editoriale del nuovo numero de "Il Martello" a cura dell'Associazione Culturale Zenit di Roma.






Sull'emergenza carceri...





L'idea di vivere nel migliore dei regimi possibili viene di tanto in tanto scossa dall'apprendimento di accadimenti che ci giungono tra un Grande Fratello e un falso allarme influenza. Così avvenne alla fine di ottobre con una notizia timidamente accennata da alcune testate, ma divenuta poi un caso nazionale: Stefano Cucchi, ragazzo romano di 31 anni, muore in circostanze sospette la mattina del 22 ottobre nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale Pertini dopo aver vissuto un calvario lungo 6 giorni, dal momento dell'arresto per possesso di sostanze stupefacenti. Come era normale aspettarsi che fosse, la pubblica opinione sin dal primo istante si è adoperata come dovesse risolvere un'appassionante giallo: Stefano sarà morto per le percosse dei carabinieri che l'hanno arrestato, dei secondini che lo hanno tradotto in carcere o per cause naturali? In questo articolo non si entrerà nel merito della questione, ragion per cui la vicenda non è stata trattata il mese scorso o due mesi fa, bensì ad essere al centro dell'attenzione sarà il sistema carcerario in toto, partendo da dati concreti, statistici e giungendo ad una riflessione vertente su motivi più teoretico-speculativi. La morte del Cucchi pone in evidenza la drammaticità della contemporanea vicenda carceraria, nell' anno appena trascorso la presenza media di detenuti è stata di 62060 unità; ben 11000 in più rispetto al 2008 e quasi 20000 in più del 2007 (dove a seguito dell'indulto del 2006 si giunse ad avere 44000 detenuti), contemporaneamente possiamo notare come anche le morti e in particolare i suicidi siano in nettissimo aumento in quanto delle 175 persone decedute in carcere, ben 72 (contro le 46 dell'anno precedente) si sono tolte la vita: questa cifra costituisce il record assoluto di suicidi in carceri italiani. Ragionando sulle motivazioni che fanno tendere queste cifre ad un aumento così consistente ne possiamo supporre molteplici, muovendo dalla considerazione che ogni sistema politico identifica dei soggetti da punire o da isolare per la loro "inidoneità" a stare nella società. La sanzione carceraria è interamente repressiva e relega la rieducazione solo ad aspetto secondario; ossia, se la "redenzione" avviene, tanto meglio, altrimenti ci penserà la recidività del reato ad accantonare nuovamente l'individuo errante. Ogni società - soprattutto quella democratica, che più d’altre necessita di legittimazioni da svendere ai propri cittadini come specchietti per allodole - ha bisogno di capri espiatori, di allargare esponenzialmente il campo dei contegni punibili con pene carcerarie, così da cercare al proprio interno carne da macello da dare in pasto alla massa e da fagocitare lei stessa per compiacersene. Sempre più spesso ci indigniamo per i pochi anni di detenzione dati all'assassino del nostro "caso preferito", della pena lieve comminata al fotografo dei vip, delle scarcerazioni derivanti da mere applicazioni di norme giuridiche. Il populismo giustizialista in gran voga è divenuto così forma di riscatto sociale per frustrati di ogni sorta ed è così, sia per chi gode nello spiare i "reclusi" del Grande Fratello, sia per chi darebbe un rene per vedere Berlusconi varcare l'uscio di un penitenziario; in mezzo a queste due  categorizzazioni estreme ve ne è tutta una serie, a dimostrarci che l'unica forma di riscatto sociale nell'era del precariato è il mal comune offerto dalla mannaia della giustizia. Il fatto di "vantare" 61mila detenuti - ben 20mila oltre la soglia di accoglienza massima delle strutture carcerarie italiane - è costato all'Italia una condanna dalla corte di Strasburgo per "trattamenti inumani e degradanti" e a ciò il ministro della giustizia Alfano ha risposto con il  "piano carceri", che prevede la costruzione di altri edifici carcerari per un totale di nuovi 17mila posti entro il 2012, tra cui anche strutture galleggianti ultramoderne da ormeggiare qua e la per la penisola. Dicevamo; dal 2006-07 il numero di detenuti è vertiginosamente aumentato, portando la media di reclusione annua da 44mila a 61mila unità. Ma quale legge ha fatto sì che si giungesse a tali livelli? Senza ombra di dubbio il decreto Fini-Giovanardi del 2005 e convertito in legge l'anno seguente (legge 49/2006) è uno dei massimi responsabili, prevedendo un massiccio inasprimento delle sanzioni relative alla condotta di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti. In origine tale decreto legge risalente al 2005 aveva lo scopo per lo più di "tassare il possesso di stupefacenti"; infatti inasprendo le pene pecuniarie oltre a quelle detentive, si sarebbero avuti i finanziamenti per vari eventi, tra cui le olimpiadi invernali di Torino organizzate per l'anno seguente. Ma una volta divenuto legge ha consentito l'incarcerazione di diverse migliaia di tossicodipendenti (nel 2008 se ne stimavano 14700 contro i 1200 destinati all'affidamento terapeutico), incrementando così quell’idea di carcere quale ghetto di disperati e portando la sua popolazione in Italia ad essere la seconda più numerosa dell'Europa continentale. Sicura relazione la si trova anche con l'alto tasso di suicidi, nonché con il continuo incremento di morti anche per cause naturali e per overdose. Tre categorie monopolizzano infatti la triste classifica dei suicidi dietro le sbarre: i fine pena mai, le ingiuste detenzioni e appunto i tossicodipendenti. Questi ultimi, in primis sono sicuri portatori di un forte disagio psico-fisico scarsamente conciliabile con l'asprezza della vita carceraria, secondo poi sono molto portati ad essere recidivi, a ricadere nel reato e molto spesso a passare, dopo essere divenuti pregiudicati, dalla qualifica di "consumatore" a quella più ingrata di "spacciatore". Con questa legge non si risolve assolutamente il problema sociale droga, ma sicuramente si inasprisce quello della società carceraria e dei suoi "inquilini". Se non ci sbarazzeremo della concezione del carcere-ghetto sociale, ci si dovrà aspettare a breve la realizzazione dei carceri di quartiere; del resto, quella della società post-industriale di voler razionalizzare oltre il dovuto le pene detentive creando così una massiccia inflazione carceraria è una volontà ben precisa, come per il lavoro precario l'incertezza è dalla parte della democrazia liberale. Pian piano si sta passando ad una gestione carceraria della marginalità, seguendo così quell'istinto economicista tipico dell'era post-moderna, il carcere come rimedio a più dispendiosi e impegnativi termini quali: "stato sociale", "collettività", "inserimento" o "reinserimento", a seconda dei casi. Considerando che dai 30mila detenuti del 1990 si è passati, nel giro di vent'anni, ai 61mila del 2009, si può affermare con certezza che le doti profetiche di George Orwell riguardo controllo di massa e repressione difficilmente saranno, purtroppo, in futuro disattese. Terminiamo quest'articolo con l'invettiva iniziale del provocatorio libello di Giovanni Papini "Chiudiamo le scuole" del 1914. Esso, attuale nonostante la veneranda età, esprime bene il nostro sentimento verso l'istituzione carceraria:

"Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sè stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.

Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi – in città e in campagna e sulle rive del mare – davanti a’ quali non si passa senza terrore.

Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini ma soffro se penso troppo alla loro vita – e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri... ".

lunedì 4 gennaio 2010

Buffoni! Liberate Carlo Parlanti.


Quando l’arroganza diventa sistema planetario.


Ci corre l’obbligo di fare un preambolo iniziale, noi, figli di questa amata città, al contrario di altri, rivendichiamo la dignità e la fierezza che da sempre appartiene ai perugini.

I popoli che perdono l’orgoglio della propria identità e la sovranità non sono liberi.

Pertanto mettiamo subito in chiaro delle cose, il nostro codice non prevede che l’ essere semplicemente cittadini americani vi garantisca l’ impunità.

Interferire pesantemente e le ritorsioni attuate dall’estero a causa di decisioni maturate delle nostre istituzioni non è da una nazione civile.

La nostra storia si basa su questi principi irrinunciabili , valori che non sono negoziabili . Siamo persone accoglienti e aperte che rispettano gli altri, ma a casa nostra le prepotenze non l’accettiamo.

Infatti la deliberazione che ha avuto protagonista l’amministrazione di Seattle di non intitolare più un parco alla città gemellata di Perugia a causa della sentenza di condanna nei confronti della loro concittadina Amanda, per il delitto Meredith, deve farci fare una serena generale riflessione.

Quando pensiamo alla cultura occidentale moderna la prima cosa che ci sovviene in mente è un insieme di immagini confuse ma abbastanza definite, di ferrovie, aeroporti, fabbriche, computer, tabelloni elettronici e via dicendo… Le conquiste della scienza e della tecnologia indubbiamente rivestono un ruolo di grande risalto e rappresentano uno dei vanti del patrimonio culturale dell’uomo del cosiddetto “mondo industrializzato”.

Spesso, però, nel modo più superficiale, si tende a confondere lo scenario, tanto da non saper distinguere più fra i termini coinvolti nell’analisi, confondendo perciò la conquista col conquistatore, la scienza con la saggezza, il dato con l’uomo. È così che molto spesso capita in questo nostro mondo post-fordiano, di osservare e ascoltare affermati apologeti dell’Occidente, appellarsi ad una civiltà comune, frutto di quelle conquiste e quelle erudizioni: un misto di sentimentalismo e di misticismo, non completamente estraneo ad un certo manicheismo messianico, nel quale la scienza stessa viene mortificata e uccisa proprio nel passaggio dalla sua natura metodologica di sperimentazione e critica alla levatura di fede, e l’uomo viene confuso con le sue conquiste.

La quantità supera e sorpassa la qualità, la logica della massa e dell’omologazione diventa paradossalmente un evento di distinzione, l’uomo occidentale passa al comando di un mondo del quale si sente padre e padrone.

Sappiamo bene in cuor nostro che non è così: sappiamo perfettamente che questa informe massa vuota non ha alcun peso specifico, non ha fatto altro che ricevere gli onori di riflesso, riscossi da una manciata di uomini arguti e ardimentosi del passato anche remoto, vivacchiando all’interno di una campana di vetro illusoria, dove le qualità umane e la sensibilità possono essere misurate con le calcolatrici.

Se al processo tecnologico e scientifico occidentale non si è in realtà accostato nessun progresso sociale e antropologico, l’illusione che al contrario possa ipoteticamente averlo fatto, ci ha portato a ritenere che questo fosse il migliore dei mondi possibili. La democrazia, il liberalismo, l’eguaglianza assoluta, furono dunque addotte quali nuove tavole di un mondo immaginario, costruito sul solco di una deviazione del pensiero umano.

Nel mondo di oggi, gli Stati Uniti incarnano da decenni il ruolo di faro democratico, di guida politica ed etica per tutto il pianeta conosciuto, e dunque da loro noi attendiamo direttive e a loro rimandiamo qualunque questione. Siamo abituati ad attenderne ogni giudizio, a conoscerne la letteratura, il cinema, l’arte in assoluto, passiamo con ansia la nottata dell’election day, curiosi di conoscere il vincitore, come mai avremmo fatto per paesi parimenti importanti magari anche più vicini.

Gli Stati Uniti, simbolo ed emblema della società capitalistica post moderna, figlia del più risoluto positivismo anglosassone e dei suoi risvolti economici (libero mercato), antropologici (l’uomo/donna di carriera) e perfino teologici (calvinismo), rappresenta per tutta la nostra intelligentia sociale, un riferimento fondamentale.

Di questo andazzo, però difficilmente riusciamo a spiegarci le tante e troppe falle storiche e particolari che ci dimostrano quasi l’opposto. Non capiamo perché quel paese possa aver bombardato almeno una nazione del mondo ogni anno da almeno sessanta anni, come possa condizionare e dettare le regole economiche del mondo attraverso organismi unilaterali e non-elettivi, come possa stabilire da sé e per tutti graduatorie di democraticità, come possa sempre intervenire in ogni luogo del globo senza che però nessuno possa mai anche soltanto provare a mettere in dubbio il pur minimo loro comportamento.

Improvvisamente le polemiche spariscono, i dubbi svaniscono, e delle loro numerose dimostrazioni di intolleranza, pochissime restano attuali e stampate nelle memorie collettive.

Manipolando, anzi, diffondendo mezze verità ottenute dal frammischiamento di fatti raccontati per metà e omissioni o spudorate falsità, dopo aver piazzato un mastodontico portale di informazione che produce milioni di trasmissioni e fonti d’informazione in modo quotidiano, non pare così complicato comunicare.

Così come si riesce a trasformare il bombardamento contro l’Irak del 2003 in un volano di pace e libertà, si riesce facilmente a far ritenere che Amanda Knox sia una vittima scelta della magistratura italiana, ancora istigata da un fantomatico sentimento di astio nei confronti degli Stati Uniti d’America, baluardo di democrazia. È forse il concetto calvinista del destino manifesto (quello, per dirla in breve, attraverso cui la borghesia WASP può sistematizzare il suo macchiettistico primato economico-sociale “innato”), a indurre questi individui a ritenere impossibile che una loro concittadina, nata sul “glorioso” suolo del confratello George Washington e dei “padri della libertà”, possa non solo essere giudicata ma persino messa in dubbio nella sua interiorità morale, ad opera di qualcuno che non sia un americano, anzi, ad opera di un qualunque non-americano.

Nullificando l’altro da sé, il genio civile di questo ibrido e sinistro tessuto sociale, presume di poter spianare la strada ai suoi cavalieri: si ritiene superiore senza mai entrare in campo, ma solo stabilendo dalla tribuna stampa buoni e cattivi, belli e brutti. Perugia oggi assomiglia a un pezzettino di Iran, e, a detta del Sindaco di Seattle (e mica cavoli!), sarebbe brutta e cattiva.

La sentenza del Tribunale contro Amanda, ha fatto sì che il gemellaggio consolidato tra le due città possa ora attraversare una crisi, ed uno dei parchi cittadini non sarà più chiamato col nome della nostra città. Le sfide nell’alveo della toponomastica sinceramente non ci costringono a prendere camomille per poter dormire e, ben premesso, che nulla ci interessa di questo gemellaggio, utile magari a qualche assessore locale per organizzare un viaggio premio, chiedo io, da perugino di nascita, di chiudere definitivamente qualunque tipo di relazione con una città di una nazione che non ci pertiene, di una nazione che non mostra rispetto per nessuno, ma che pretende di pontificare su ogni tema in ogni luogo.

Un oceano ci divide, non tanto in termini puramente naturalistici ma in termini di civiltà. Sarebbe un buon segno, da parte dell’amministrazione comunale, quello di difendere una volta tanto l’immagine della nostra città agli occhi del mondo, soprattutto di quel gran pezzo di mondo sempre più stufo di questa opprimente falsa libertà.



Andrea Fais - Ettore Bertolini, www.tifogrifo.com

venerdì 1 gennaio 2010

Per un 2010 a fianco dei Karen.

GRAZIE!



Immaginate un Popolo sperduto in una remota regione del Sud Est Asiatico. Un gruppo di persone che da 60 anni, di generazione in generazione, è costretto a vivere nascosto in una giungla infestata dalla malaria. Uomini, donne, bambini ed anziani che ogni mattina si chiedono se arriveranno a sera, se potranno tornare a dormire nelle loro capanne di bambù, oppure se saranno bersagliati dai fucili e dai mortai dell’esercito nemico, e quindi costretti a fuggire come hanno già fatto numerose volte in passato. Lasciando alle loro spalle un altro pezzo della loro vita da profughi. Immaginate le giornate di centinaia di migliaia di persone che cercano di procurarsi cibo lavorando in quel che resta dei loro campi di riso, bruciati dai soldati che hanno cosparso il terreno di insidiosi ordigni che uccidono e mutilano. Immaginate la fatica di un pugno di combattenti che cerca di fermare le sanguinose scorribande del nemico. Vecchie armi arrugginite nelle mani, riso e sale nelle gavette, venti proiettili nel tascapane.


Se riuscirete a far vivere queste immagini nella vostra mente, avrete di fronte il volto del fiero Popolo Karen. Indomito, nonostante la persecuzione sistematica a cui è sottoposto dal Regime Mondialista Birmano amico dei trafficanti, delle multinazionali, dei businessmen apolidi.

L’anno che si conclude ha visto un grande contributo da parte di tutti voi che ora leggete questo documento. Avete partecipato alle nostre iniziative di raccolta fondi, avete fatto generose donazioni con discrezione e continuità, ci avete invitati a serate di informazione, a mercatini in cui abbiamo potuto distribuire prodotti in cambio di offerte. In più di 850 avete destinato a noi il vostro 5x1000. Il vostro aiuto ci ha permesso di continuare il lavoro nei territori dei Karen, con la clinica di Kay Pu che sta fornendo assistenza sanitaria a circa diecimila persone in una zona estremamente critica, un’area continuamente investita dai raid dell’esercito birmano. Altre tre unità mobili operano incessantemente più a sud, nel distretto di Dooplaya, dove le autorità Karen cercheranno a breve di far risorgere la clinica “Terracciano”. E le scuole, spostate per ragioni di sicurezza, ancora lavorano per dare continuità ai corsi per i più piccoli. Grazie a voi siamo riusciti anche ad intervenire con rifornimenti di emergenza quando le operazioni dell’esercito hanno costretto migliaia di Karen a lasciare i loro villaggi per ritrovarsi in piena stagione delle piogge a cercar riparo nella foresta.

La vostra generosità ci ha permesso, dopo l’aggressione sionista a Gaza, di contribuire alla realizzazione di una carovana di aiuti che con molte difficoltà è riuscita a raggiungere la popolazione palestinese, sottoposta a criminale macello da parte dell’esercito degli Eletti. E proprio indirizzata al sostegno della popolazione di Gaza sarà anche una delle prossime iniziative di “Popoli”, il lancio di una campagna per l’adozione a distanza di bambini della Striscia. La Comunità ne adotterà 5, sperando di incoraggiare i nostri sostenitori a prendersi cura di altre piccole vittime dell’occupazione.

Immaginate ora tante persone che pur nella gravissima situazione di persecuzioni e brutalità in cui è costretta a vivere trova il sollievo di un farmaco che dà cura, di una mano che sfama, di un medico che chiude una ferita, di un insegnante che istruisce, di una parola che dà speranza.

Se riuscirete a far vivere queste immagini nella vostra mente, avrete di fronte la grandezza del vostro sostegno. Di cui vi siamo estremamente grati.

Che il 2010 ci trovi tutti in buona salute, ancora al fianco di chi lotta con orgoglio e dignità per rimanere un Popolo.



www.comunitapopoli.org

martedì 29 dicembre 2009

Per chi avesse ancora dubbi...

VENEZUELA: nasce la banca socialista.



Nella marcia di riordino del sistema bancario venezuelano, Caracas ha inaugurato ieri la nascita del Banco Bicentenario, l’istituto di credito nato dalla fusione di Banfoandes e tre banche messe sotto amministrazione controllata lo scorso mese. A fine novembre infatti, dopo una forte fuga di capitali, le autorità venezuelane avevano deciso di intervenire su sette istituti di credito privati tra i quali Confederado, Canarias, Banpro Vivienda e Bolívar Banco, tutti dell’imprenditore Ricardo Fernández, ora agli arresti. Canarias e BanproVivienda sono andate incontro a chiusura e liquidazione. Confederado e Bolívar Banco, più Banca Central, hanno costituito, assieme alla già statale Banfoandes, la nuova istituzione bancaria nazionale nata con l’obiettivo di fortificare il sistema finanziario pubblico del Venezuela.Da quando le autorità venezuelane hanno deciso di intervenire sugli istituti di credito privati rei di frodi e irregolarità nelle attività finanziarie e nell’amministrazione dei fondi, il settore finanziario è stato travolto da un vero e proprio terremoto. In totale otto banchieri sono stati messi in carcere, mentre numerosi amministratori degli istituti posti sotto tutela statale hanno avuto l’ordine di non lasciare il Paese. Il 7 dicembre una corte ha ordinato l’arresto di 27 amministratori di banca per accuse di corruzione. Nello stesso giorno il presidente Hugo Chávez assicurava che il futuro Banco Bicentenario sarebbe nato come un’entità molto solida volta a dare impulso allo sviluppo socio-produttivo della nazione, assieme al recentemente recuperato Banco de Venezuela. Nell’ambito delle inchieste sul settore creditizio privato, l’11 dicembre è stato poi incriminato l’ex presidente de la Comisión Nacional de Valores, Antonio Márquez.

All’esplosione del caso, il presidente Hugo Chávez – che senza mezzi termini ha minacciato di nazionalizzare gli istituti bancari che rifiutano il prestito ai poveri o che non aiutano sufficientemente lo sviluppo di Venezuela – aveva garantito ai correntisti delle banche liquidate il recupero dei loro depositi fino a 10.000 bolívares (4.651 dollari) per mezzo dei Fondo di garanzia dei depositi (Fogade), procedimento iniziato già qualche settimana fa attraverso lo statale Banco de Venezuela. Il 16 dicembre scorso il governo venezuelano ha restituito 228 millioni di bolívares (106 milioni di dollari) a 141.981 risparmiatori delle banche incriminate e in quell’occasione il presidente Chávez ha lodato la modifica della Ley de Bancos, realizzata il giorno prima dal Parlamento, che stabilisce l’incremento della garanzia a tutela dei risparmiatori dai 10 mila bolívares inizialmente previsti a 30 mila bolívares (quasi 14 mila dollari) e l’aumento, dallo 0,5 al 1,5%, dei fondi che le banche devono cedere al Fogade

Il neonato Banco Bicentenario, già ora il quarto istituto di credito del Paese per i suoi attivi e il quinto per l’entità dei depositi, sarà un modello di “banca socialista”. Lo si può leggere nel sito della banca, www.bicentenariobu.com, nel quale si afferma che “Bicentenario, Banco Universal riflette il nuovo modo di ‘fare banca’. Una Banca con sentimento socialista che permetterà ai venezuelani che non hanno accesso ai servizi delle banche tradizionali di identificarsi con una istituzione con un forte senso di responsabilità e inclusione sociale”. Il presidente della Sudeban (Superintendencia de Bancos y otras Instituciones Financieras), Édgar Hernández Behrens, ha reso noto ieri che il 70% del portafoglio creditizio del Banco Bicentenario verrà destinato al settore produttivo. “Attualmente la banca in generale finanzia al 70% attività commerciali e di consumo (carte di credito e crediti personali); il restante de 30% è destinato a finanziare il settore produttivo. Abbiamo convenuto sulla necessità che la tendenza venga progressivamente invertita”.

Iroshima Bravo, membro de la Corporación de la Banca Pública de Venezuela, ha affermato che “la decisione di creare questa grande istituzione bancaria è determinata dalla volontà (del governo, ndr) di proteggere i risparmi dei venezuelani”.

“Con questa grande banca lo Stato avrà una partecipazione nel sistema finanziario venezuelano di approssimativamente il 25%”, ha aggiunto la deputata venezuelana mettendo in evidenza la forza e la sicurezza che questa nuova istituzione finanziaria darà ai correntisti precisando che, con 5 mila 878 impiegati, 387 filiali in tutto il Paese, 400 casse automatiche e 132 bancomat, “questo grande istituto garantisce che tutti correntisti abbiano accesso ai loro risparmi e la sicurezza che il loro capitale sia sorvegliato dalla nazione venezuelana attraverso il governo e le sue istituzioni”.



Alessia Lai, www.rinascita.info