Questa settimana voglio raccontare degli indigeni delle Isole Andamane. Che c’importa di costoro, dirà il lettore, nel momento in cui l’Occidente attraversa una crisi che potrebbe farlo crollare da un momento all’altro? Ci può interessare come utile confronto con una comunità che ha preso una strada opposta alla nostra.
Le Andamane sono divise in due parti. Una turisticizzata, «civilizzata», con tutto ciò che ne consegue. In altre, poche, isole vivono indigeni che non hanno mai voluto integrarsi, scientemente, nel modello egemone. Appartengono alla categoria, ormai in via di estinzione, di quei popoli che noi chiamiamo presuntuosamente «primitivi» e i tedeschi, più correttamente "naturvolker" (popoli della Natura). Questi andamanensi non sono affatto scorbutici, semplicemente non vogliono che qualche rompiscatole arrivi con la pretesa di cambiare i loro equilibri millenari. I pochi che sono riusciti ad avvicinarli li descrivono «sereni, allegri, socievoli, miti» e, poiché le loro donne hanno natiche belle e protuberanti, con una certa predilezione per gli scherzi osceni, che a me è sempre sembrato un segno di buona salute.
Durante lo tsunami del 2004 le Isole Andamane erano, dopo Sumatra, le più vicine all’epicentro del maremoto. In quelle «civilizzate» c’è stata la consueta strage, le altre non hanno avuto né un morto né un ferito. Quando un elicottero dell’esercito indiano (formalmente dipendono da New Dehli) sorvolò le loro isole per vedere cos’era successo trovò gli indigeni seduti in cerchio sulla spiaggia che suonavano e cantavano. Per buona misura l’elicottero fu preso a frecciate perché si togliesse di torno. Il fatto è che gli andamanensi conoscono il mare, lo sanno guardare ancora con occhi umani, ascoltare con orecchie umane, sentire con cuore umano e non hanno bisogno di sofisticate apparecchiature per capirlo e per capire la natura. Hanno conservato quegli istinti che noi, completamente in balia della tecnologia, abbiamo perduto. Hanno compreso che qualcosa non andava quattro o cinque ore prima che il mare, che appariva tranquillissimo, si ritirasse. Si era fatto un improvviso, impressionante, silenzio. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare, le antilopi avevano drizzato le orecchie e dopo un attimo tutti gli animali correvano verso le colline. Probabilmente quel silenzio si era creato anche sulle altre coste colpite dallo tsunami ma c’era troppo fracasso perché chi vi si trovava in quel momento potesse sentirlo. E anche quando il mare cominciò a ritirarsi nessuno tra i bagnanti, completamente instupiditi, e non solo gli occidentali ma nemmeno gli indigeni, a tal punto li abbiamo ibridati, capì che se il mare si ritrae, e non per un fenomeno conosciuto, c’è da aspettarsi una formidabile onda di ritorno. Rimasero tutti inebetiti a guardare i granchi e gli altri animaletti che l’acqua che rifluiva aveva scoperto.
Gli andamanensi hanno anche un’altra caratteristica singolare. Secondo Mircea Eliade (rumeno), il più grande studioso delle religioni, sono l’unico popolo al mondo che non ha né un dio né un culto. Per la verità in tempi remotissimi un dio ce l’avevano, si chiamava Peluga. Ma si accorsero ben presto che non si occupava affatto di loro e finirono per dimenticarselo. Ciò non gli ha impedito di vivere sereni per millenni come tutt’ora vivono mentre il resto del mondo trema (a loro dello spread, del futsi mib, del downgrading non può fregar di meno). E quando il mondo dell’industria e del denaro crollerà, implodendo su se stesso, saranno probabilmente fra i pochissimi a salvarsi. Anche questo dovrebbe indurci a qualche riflessione.
Di Massimo Fini,
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41482
lunedì 12 dicembre 2011
Catastrofe in Occidente? Impariamo dagli indigeni delle Isole Andemane
Un’Unione è Nata: America Latina in Rivoluzione.
La Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC)
Eva Golinger Global Research, 8 dicembre 2011 – Chavezcode.com
Mentre gran parte del mondo è in crisi e le proteste erompono in tutta Europa e negli Stati Uniti, le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi costruiscono l’accordo consenso, promuovono la giustizia sociale e una crescente positiva cooperazione nella regione. Trasformazioni sociali, politiche ed economiche hanno avuto luogo attraverso i processi democratici in paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Brasile in tutto il decennio, portando ad una massiccia riduzione della povertà e disparità di reddito nella regione, e a un notevole aumento nei servizi sociali, qualità della vita e partecipazione diretta nel processo politico.
Una delle principali iniziative dei governi progressisti latino-americani di questo secolo, è stata la creazione di nuove organizzazioni regionali che promuovono l’integrazione, la cooperazione e la solidarietà tra le nazioni vicine. Cuba e Venezuela ha iniziato questo processo nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), che ora include Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, St. Vincent e Grenadine e Antigua e Barbuda. ALBA è stata inizialmente lanciata in risposta al fallito tentativo del governo statunitense di imporre il suo accordo di libero scambio delle Americhe (ALCA) in tutta la regione. Oggi ALBA è una prospera organizzazione multilaterale in cui i paesi membri condividono simili visioni politiche per i loro paesi e per la regione, e comprende numerosi accordi di cooperazione negli ambiti economico, sociale e culturale. La base fondamentale del commercio tra le nazioni ALBA è la solidarietà e il mutuo beneficio. Non c’è competizione, sfruttamento o tentativo di dominare tra gli stati ALBA. ALBA conta anche su una propria moneta, il Sucre, che consente il commercio tra stati membri, senza la dipendenza dal dollaro americano.
Nel 2008, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata formalmente istituita come un organismo regionale che rappresenta gli stati del Sud America. Mentre ALBA è molto più consolidata come voce politica unificata, UNASUR rappresenta una diversità di posizioni politiche, modelli economici e visioni per la regione. Ma i membri UNASUR condividono l’obiettivo comune di lavorare verso l’unità regionale e per garantire la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi pacifici e diplomatici. UNASUR ha già giocato un ruolo chiave nella pacifica risoluzione delle controversie in Bolivia, in particolare durante un tentato colpo di stato contro il governo di Evo Morales nel 2008, e ha anche moderato con successo un grave conflitto tra Colombia e Venezuela, conducendo al ristabilimento delle relazioni nel 2010.
Duecento anni fa, eroe dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar, nativo del Venezuela, sognava di costruire l’unità regionale e la creazione di una “Patria Grande” in America Latina. Dopo aver ottenuto l’indipendenza per il Venezuela, Bolivia, Ecuador e Colombia, e la lottato contro i colonialisti in diverse nazioni caraibiche, Bolivar ha cercato di trasformare questo sogno dell’unità latino-americani in realtà. I suoi sforzi furono sabotati da potenti interessi contrari alla creazione di un solido blocco regionale, e alla fine, con l’aiuto degli Stati Uniti, Bolivar è stato estromesso dal suo governo in Venezuela e morì isolato in Colombia diversi anni dopo. Nel frattempo, il governo statunitense aveva proceduto ad attuare la sua Dottrina Monroe, un primo decreto dichiarato dal presidente James Monroe nel 1823 per assicurare il dominio degli Stati Uniti e il controllo delle neo-liberatesi nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Quasi duecento anni di invasioni, interventi, aggressioni, colpi di Stato e di ostilità condotti dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni dell’America Latina all’ombra dei secoli 19.mo e 20.mo. Entro la fine del 20.mo secolo, Washington aveva imposto con successo i governi ad ogni nazione dell’America Latina e dei Caraibi che erano subordinati alla sua agenda, con l’eccezione di Cuba. La Dottrina Monroe era stato raggiunta, e gli Stati Uniti si sentivano fiducioso del loro controllo sul loro “cortile”.
La svolta inaspettata all’inizio del 21° secolo in Venezuela, in passato uno dei partner più stabili e servili di Washington, fu uno shock per gli Stati Uniti. Hugo Chavez è stato eletto presidente e una rivoluzione era cominciata. Un tentativo di colpo di stato nel 2002 non è riuscito a sovvertire il progresso della Rivoluzione Bolivariana e la diffusione della febbre rivoluzionaria in tutta la regione. Presto Bolivia e poi Nicaragua ed Ecuador seguirono. Argentina, Brasile e Uruguay elessero dei presidenti socialisti, due dei quali ex-guerriglieri. I mutamenti maggiori iniziarono a verificarsi in tutta la regione, mentre i popoli di questo vasto continente vario e ricco, assunsero il potere e fecero sentire la loro voce.
Le trasformazioni sociali in Venezuela, che ha dato voce al potere della gente, divennero esemplari per gli altri nella regione, mentre il presidente Chavez sfidava l’imperialismo statunitense. Un forte sentimento di sovranità e d’indipendenza latinoamericana cresceva, raggiungendo anche quelli con i governi allineati agli interessi degli USA e al controllo delle multinazionali.
Il 2-3 dicembre 2011, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) è nata e la travolgente forza di un continente di quasi 600 milioni di uomini ha realizzato un sogno di unità vecchio di 200 anni. Le 33 nazioni che fanno parte della CELAC sono tutte d’accordo sulla necessità indiscutibile di costruire una organizzazione regionale che rappresenti i loro interessi, e che escluda la prepotente presenza di Stati Uniti e Canada. Se alla CELAC ci vorrà del tempo per consolidare l’impegno eccezionale evidenziato dai 33 stati presenti al suo lancio a Caracas, in Venezuela, non può essere sottovalutata.
La CELAC dovrà superare i tentativi di sabotaggio e neutralizzazione della sua espansione e della sua resistenza, e le minacce contro di essa e gli intenti di dividere i paesi membri saranno numerosi e frequenti. Ma la resistenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che hanno ripreso questo cammino di unità e indipendenza dopo quasi duecento anni di aggressione imperialista, dimostra la forza potente che ha portato questa regione a diventare una fonte di ispirazione per coloro che cercano la giustizia sociale e la vera libertà in tutto il mondo.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
domenica 11 dicembre 2011
Tav, i manifestanti: “Una pioggia di lacrimogeni Hanno colpito gente inerme”
Bisogna salire il sentiero alle undici del mattino, fra i pioppi, le vigne e i castagni, per capire quale sarà la musica della giornata. Nessuno slogan, neanche un coro. Solo passi in fila indiana sulle foglie secche e un silenzio pesante, quasi funereo. Mentre i caschi da motociclista ciondolano appesi alle cinture.
Stanno andando ad attaccare le reti del cantiere. Nonostante il divieto di avvicinarsi firmato dal prefetto di Torino. Nei giorni scorsi hanno chiamato questa iniziativa in tanti modi. Girotondo. Assedio. Logoramento delle forze di occupazione. Adesso sono in mille, tirano fuori dagli zaini panini, cioccolata e pasta fredda. Si accampano con le facce al sole. Un’ora, non di più. Poi Lele Rizzo del centro sociale Askatasuna, uno dei portavoce del comitato No Tav, spiega al megafono il programma della giornata: «Dobbiamo fare pressione, avere coraggio, essere coordinati. Avviciniamoci tutti alle reti. A un segnale preciso, proveremo a fare qualcosa di più…». Applauso.
I pochi sorrisi si spengono in faccia. È il momento della vestizione. Maschere antigas, occhialini da nuoto, cappucci, foulard, sciarpe alte sulla bocca e limoni in tasca. Di colpo, telecamere e macchine fotografiche non sono più gradite. È chiaro a tutti, in quel momento, che si sta per passare il confine della legalità.
Adesso si sparpagliano lungo il perimetro del cantiere. Un gruppo di cento – molti ragazzi del Veneto e di Milano – si inerpica per un sentiero ripidissimo. Vogliono raggiungere le recinzioni sul versante opposto, nella zona dove sono posteggiati i mezzi delle forze dell’ordine. Ma appena spuntano in cima al costone, piovono i primi lacrimogeni. Grappoli dal cielo. La nebbia urticante nel chiaroscuro del bosco, fiammate fra le sterpaglie. I ragazzi con i caschi raccolgono le cartucce, provano a spegnerle, sopra c’è scritto: «Calibro 40 a frammentazione, lacrimogeno al CS». Urlano: «Ci stanno gasando!». Chi è senza maschera, sputa, piange e scappa. Una signora bionda si accascia contro il tronco di un albero, in preda a un attacco di tachicardia. Due squadre di poliziotti si avvicinano a passo di marcia. Mentre il fumo biancastro si diffonde ovunque.
Stefano Rogliatti è un cameraman della Rai, ha appena filmato un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Ha colpito un ragazzo che voleva spegnere un principio di incendio, lo portano via a braccia. Ora Rogliatti vuole documentare la distanza che ancora rimane prima dalla recinzione del cantiere. Incrocia dieci poliziotti su un sentiero alto. Urla tre volte: «Sono della Rai!». Ma viene colpito da una pietra al polso che arriva dalla parte degli agenti. A quel punto volano pietre in tutte le direzioni e i manifestanti cercano di centrare gli agenti. Alcuni vigili del fuoco portano gli estintori per spegnere i focolai. Si sentono urla e insulti. La radio della polizia gracchia un nuovo ordine nel bosco: «Basta con i lacrimogeni».
Giù, vicino al cantiere, la situazione non è migliore. Un gruppo di ragazzi incappucciati prova a tagliare le reti. Qualcuno lancia una bomba carta. La polizia risponde con gli idranti. Poi ancora lacrimogeni. Cadono dal viadotto dell’autostrada, filano dallo schieramento a guardia della recinzione. Ed è in quel parapiglia di urla, maledizioni e paura, che incrociamo Yuri, 16 anni, di Venaus. Lo sorreggono due amiche. Ha l’occhio sinistro tumefatto, vomita e sta per svenire. Un ragazzo, vicino a lui, grida: «Gli hanno sparato un lacrimogeno in faccia, aiutateci, abbiamo bisogno di un’autoambulanza». Arriva un altro ferito. Si chiama Ruggero Martorana, 19 anni, scappando si è spaccato la caviglia. Urla, le ossa del piede formano una specie di zeta. Lo stendono, lo soccorrono. Mentre contano altri quattro feriti più lievi.
Yuri sta male, ha le vertigini. Non riesce a parlare. Le sue amiche piangono di rabbia. Chiedono di passare. Lo portano verso l’autostrada. Suo fratello gli sta sempre accanto. Dopo un’ora, finalmente, lo caricano su un’autoambulanza della polizia.
Di, NICCOLÒ ZANCAN
Inviato a Chiomonte (TO), La Stampa
Notizie da Gaza.
Gaza: padre e figlio, vittime del raid israeliano
(ASI) Si sono svolti ieri i funerali di Ramadan Bahjat Zalan, il bambino dodicenne palestinese ucciso nel raid israeliano condotto a Gaza. Una folla commossa e, tanti coetanei, hanno preso parte al funerale. Da quanto riferisce l’agenzia giornalistica giordana Petra, il bambino sarebbe morto in seguito alle gravissime ferite riportate dopo l’incursione aerea israeliana. Nel raid è rimasto ucciso anche il padre e altre dodici persone sono state ferite. Un altro attacco, nella mattinata di ieri, è stato condotto dall’aeronautica militare israeliana nel sud della Striscia di Gaza.
http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6103:gaza-padre-e-figlio-vittime-del-raid-israeliano&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34
Apache israeliani bombardano la Striscia di Gaza: feriti un padre e sua figlia
Gaza - InfoPal. Questa notte, l'aviazione israeliana ha nuovamente bombardato la Striscia, colpendo il quartiere di az-Zaytun, nel sud-est della città di Gaza: un padre, Imad Aqil, e una figlia sono rimasti feriti.
Il nostro corrispondente ha raccontato che oggi all'alba, Apache israeliani hanno sganciato diversi missili contro l'abitazione di Imad 'Aqil, distruggendola completamente e danneggiando quelle vicine.
Il portavoce del servizio di emergenze del ministero della Sanità di Gaza, Adham Abu Silmiya, ha confermato al nostro corrispondente il trasferimento in ospedale dell'uomo e della figlia. La bambina è ferita gravemente.
In un comunicato stampa, l'esercito israeliano ha giustificato l'attacco aereo sostenendo di aver preso di mira "un sito per la produzione di armamenti" e "in risposta al lancio di missili dalla Striscia di Gaza".
La Striscia di Gaza è oggetto di bombardamenti israeliani che durano da giorni e che hanno provocato 5 morti e molti feriti.
http://www.infopal.it/leggi.php?id=20087
sabato 10 dicembre 2011
DETERMINAZIONE.
Dicembre 2011, di Franco Nerozzi, Comunità Solidarista Popoli
“Non l’impegno di un giorno o di un anno, ma la determinazione di tutta una vita”. La frase di Carlo Terracciano è riportata nelle insegne delle cliniche di “Popoli” che sorgono (e risorgono dopo essere state distrutte dall’esercito birmano) nello Stato Karen. Una frase che noi della Comunità dovremmo sempre cercare di portare nel cuore, promemoria granitico di una promessa fatta dieci anni fa.
L’esempio di chi ha saputo fare della sua vita una barricata contro la decadenza, il conformismo, l’omologazione, il mondialismo, dovrebbe accompagnarci quotidianamente, aiutandoci a superare i piccoli e grandi ostacoli che si presentano sulla via. Non sempre accade. E’ umano. A volte veniamo distratti ad opera di quelli che ci circondano, ingannati dai numerosi trucchi che la vita, per sua natura, mette in campo. Quasi a testare la nostra forza, a saggiare la sincerità delle nostre intenzioni.
Per chi come me ha il privilegio di visitare con una buona frequenza il teatro dell’attività di “Popoli”, le cose sono più facili. Quando si conclude una missione come quella appena terminata (45 giorni lungo il confine birmano-thailandese) ci si porta a casa la solida convinzione che ciò che è stato realizzato finora abbia una dignità e una organicità che fanno sentire più vicine le parole di Carlo. Nei dieci anni appena trascorsi la determinazione ha avuto la meglio sul mare di incertezza, dubbio, timore, pigrizia e stanchezza che la nostra imbarcazione ha dovuto attraversare, e possiamo tranquillamente affermare che nei territori da cui ora rientriamo la promessa è stata mantenuta. L’azione della Comunità Solidarista Popoli ha avuto carattere di continuità e stabilità, al punto da non essere nemmeno più considerata “un intervento” nel campo umanitario, bensì “un fattore” (un piccolo fattore beninteso) nell’ambito del processo di ricostruzione di una società tradizionale che cerca di risorgere dopo più di sessanta anni di una guerra non ancora conclusa.
Non solo le cliniche che forniscono assistenza sanitaria, non solo le scuole che accolgono alunni dai 3 a i 12 anni, non solo i villaggi ricostruiti per accogliere i profughi interni e per ridare una prospettiva di attività agricola a quelli che rientrano dai campi tailandesi, non solo la fornitura di generi di prima necessità in occasione di emergenze e gli interventi di primo soccorso durante le operazioni militari.
In questi dieci anni la Comunità ha affiancato il Popolo Karen cercando di dare un contributo anche nel campo “diplomatico”, rappresentando, su incarico ufficiale, le istanze della Karen National Union presso il Governo Italiano e presso istituzioni nazionali ed europee, e ricoprendo a volte un ruolo di “consigliere speciale” in occasione di momenti particolarmente critici. Volontari di “Popoli” hanno seguito le truppe dell’Esercito di Liberazione Nazionale sulla linea del fronte, per documentare i diversi aspetti del conflitto e per mostrare concretamente ai Karen che la nostra solidarietà vuol dire anche condivisione fisica di situazioni difficili e sostegno morale e politico ad una lotta che ha come obiettivo finale la sconfitta dell’occupante straniero e la fine dello sfruttamento del territorio da parte delle fameliche compagnie multinazionali, dei trafficanti di stupefacenti, dei businessmen legati al governo birmano.
Continua la lettura su:
http://www.comunitapopoli.org/uploads/determinazione.pdf
venerdì 9 dicembre 2011
La Clinton in Birmania stringe la mano al capo degli stupratori.
A pranzo con i tiranni, a cena con i perseguitati. La visita di Hillary Clinton in Birmania, la prima di un segretario di stato americano dal 1955 è un ossimoro della geopolitica, un salto tra gli opposti, un viaggio dall’Olimpo della tirannia, al desco della democrazia.
Difficile definire diversamente una missione aperta la mattina dalle strette di mano con Thein Sein, il generale fattosi presidente, e conclusa ieri sera dalla semplice cena a due con Aung San Suu Kyi, la paladina della democrazia prigioniera del regime per 15 degli ultimi 21 anni. Un viaggio dalla notte al giorno, un viaggio di cui si stentano a comprendere motivazioni e obbiettivi.
A guidare Hillary nei misteri di Naypidaw, la capitale fortezza creata dal nulla nel cuore della giungla sei anni fa, non è certo l’entusiasmo per le riforme. Nelle segrete del regime, dopo la strombazzata liberazione di 300 attivisti, languono più di mille prigionieri. Le elezioni dell’agosto 2010 sono state una ben organizzata finzione inscenata per consentire ai capi della giunta militare una discreta ritirata dietro le quinte e preparar l’avvento di una classe di potere meno compromessa. Ai quattro angoli del paese i militari continuano indisturbate le operazioni di pulizia etnica ai danni di Kachin, Karen, Shan e tutte le altre miriadi di minoranze che da sessant’anni reclamano qualche autonomia.
Agli orrori consueti di una guerra condotta bruciando villaggi e uccidendone o deportandone le popolazioni s’è aggiunto da qualche mese, come denuncia Human Right Watch, l’inedito orrore degli stupri di massa. Le violenze sistematiche contro le donne, iniziate nei territori dell’etnia Kachin, si sono progressivamente estese anche alle zone degli Shan e dei Karen facendo temere l’utilizzo su larga scala di quella che anche Aung San Suu Kyi definisce una «nuova arma da guerra».
Non a caso Hillary Clinton dopo aver stretto la mano al presidente Thein Sein e alla sua corte di ministri e generali ricorda che «anche un solo prigioniero politico è troppo».
Non a caso sottolinea che la Birmania è solo all’inizio di un lungo cammino. «Le misure attuate sono sicuramente senza precedenti e benvenute, ma sono solo il principio. Al momento non pensiamo certo di togliere le sanzioni perché permangono le preoccupazioni nei confronti di un processo politico che deve ancora cambiare».
Dunque che bisogno c’era di andare in Birmania? L’America non poteva incominciare con una visita di più basso profilo? Certo la cena di Hillary, immagine al femminile di Washington, con Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e paladina della democrazia è altamente evocativa, ma basta a giustificare l’apertura? Forse no e allora a pensar male si rischia d’azzeccarci.
Ma anche sul fronte del cinismo politico le congetture si rivelano un salto fra due sponde opposte con un solo comune denominatore chiamato Cina.
Per alcuni il drammatico riavvicinamento è un contentino a Pechino. Secondo questa interpretazione il viaggio di Hillary non legittima solo i nuovi capi birmani, ma anche la grande madrina cinese accusata da due decenni di concedere protezione politica ai generali di Rangoon per sfruttare in regime di assoluto monopolio le immense ricchezze del paese.
Un monopolio esercitato saccheggiando gas, legnami pregiati e pietre preziose e ripagandoli con manodopera e manufatti di scarso valore. In cambio di questa indiretta legittimazione americana la Cina avrebbe garantito a Washington un via libera in ambito Onu all’intervento in Siria o a nuove durissime sanzioni all’Iran.
Secondo altre interpretazioni il vero motivo della visita è, invece, esattamente l’opposto. Aprendo le braccia alla Birmania e ai suoi generali gli Stati Uniti cercano nuovi spazi in Asia nel disperato tentativo di contenere l’inarrestabile e debordante potenza del grande nemico cinese.
Di Gian Micalessin
http://www.ilgiornale.it/esteri/la_clinton_birmania_stringe_mano_capo_stupratori/02-12-2011/articolo-id=560043-page=0-comments=1
Birmania, una terra dove il tempo si è fermato. E dove i Karen lottano ancora.
Giornalista freelance collaboratore de Il Sito di Perugia e di Agenzia Stampa Italia, Fabio Polese è da anni impegnato nel sociale insieme alla Comunità Solidarista Popoli. In questa duplice veste – di giornalista e di volontario – si è più volte recato in Birmania, l’attuale Myanmar, per sostenere il popolo Karen. Il suo ultimo viaggio nel Sud Est asiatico è ancora in corso: Fabio sta svolgendo la sua attività umanitaria corredandola con un diario e con un reportage fotografico (anche la foto qui proposta è di questi giorni, le altre potete richiederle contattando Polese all’indirizzo info@fabiopolese.it). Malgrado la distanza e le non facili comunicazioni, siamo riusciti a rivolgergli qualche domanda sul suo difficoltoso viaggio attraverso un paese affascinante e antimoderno. Che, a quanto racconta Fabio, ha molto da insegnarci.
Perché questa passione per la Birmania? Cosa ti spinge ad affrontare un viaggio lungo, dispendioso e non privo di pericoli?
Ho iniziato ad interessarmi della Birmania perché sono sempre stato affascinato dalle popolazioni che sono in lotta per il mantenimento della propria cultura e identità. In particolar modo sono rimasto molto colpito dal popolo Karen che combatte incessantemente dal 1949, quando il Trattato di Panglong, che avrebbe dovuto garantire l’autonomia delle varie etnie, non fu rispettato. Sono stato subito affascinato dalla loro perseveranza nel rispetto dei principi fondamentali come la tradizione, la terra, gli antenati e la voglia di libertà. Ho deciso così di prendere un aereo e partire per conoscere di persona quello che fino a prima avevo solo potuto leggere ed immaginare. Poi tutto il resto è venuto da sé. Quando si ha la fortuna di conoscere i bambini dei villaggi o i volontari dell’Esercito di Liberazione Karen, le altre cose passano in secondo piano. Dieci giorni dentro Kaw Thoo Lei(la terra senza peccato), riescono a darti emozioni che difficilmente si possono spiegare ma che sicuramente ripagano il tutto il resto.
Qual è la situazione attuale della Birmania? Quanto è diversa la realtà Birmana dall’immagine che se ne ha in Occidente?
Molto probabilmente, se pensiamo alla Birmania, la prima cosa che ci viene in mente è il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Oppure, per gli amanti dei viaggi, può venire in mente quello che le agenzie turistiche nostrane mostrano nei propri depliant: l’immagine magica di un paese congelato nel tempo con ancestrali culture non contaminate dal mondo moderno, monaci buddisti e mille pagode. Purtroppo, la Birmania, non è solo questo. Il governo di Rangoon è retto da una giunta militare secondo quella che loro chiamano “la via birmana al socialismo” ma, oltre al sostegno che ottengono dalla Cina, basano buona parte del bilancio statale sugli accordi milionari ottenuti da multinazionali occidentali. Sono forti i rapporti anche con la Russia, la Corea e la Thailandia. Soprattutto nel settore energetico. La Repubblica Popolare Cinese – tra falce e capitale – è interessata ai ricchi giacimenti di gas, ai porti sull’Oceano Indiano, agli oleodotti verso lo Yunnan, ma anche a un mercato strategico nei mari del sud-est asiatico per le proprie merci. Il tutto è reso ancora più “attraente” dal fatto che la Birmania si trova nel “triangolo d’oro” ed è tra le principali produttrici di stupefacenti del mondo. Nelle raffinerie e nei laboratori che stanno nelle zone controllate dai militari della giunta, vengono prodotte ogni anno tonnellate di anfetamina e di eroina. In questo contesto geostrategico ed economico, molte delle diverse etnie che compongono il mosaico birmano sono costantemente chiamate ad imbracciare le armi per difendere i propri figli dalla brutalità degli attacchi dell’esercito regolare e per mantenere le proprie specificità di popolo. Proprio in questi giorni è previsto l’arrivo, dopo più di cinquant’anni, del segretario di stato Hillary Clinton per “incoraggiare” le presunte riforme democratiche che il Myanmar sembrerebbe portare avanti con il presidente Thein Sein. Il governo birmano, però, mentre annuncia negoziati per un cessate il fuoco, rinforza gli avamposti nelle vicinanze dei villaggi Karen. Insomma, la posta in gioco per il futuro del Myanmar è più alta che mai e i numerosi investimenti stranieri che ammontano a diversi miliardi di euro ogni anno, potrebbero essere fondamentali per il futuro politico del paese e per la libertà delle diverse etnie.
Cosa provi nello stare a contatto con i Karen?
E’ davvero difficile cercare di trasmettere almeno un po’ dell’emozioni che si provano a stare a stretto contatto con i Karen. E credo sia anche difficile da far percepire nel “civilizzato” occidente, dove siamo abituati quasi esclusivamente al culto del superfluo. Lì tutto diventa ancestrale. I giorni vengono scanditi solamente dalla luce e dal buio e anche le piccole cose quotidiane hanno un sapore speciale. L’atmosfera, la calma, il cielo che sembra possibile sfiorare con un dito e la fortissima indole di questo popolo, determinato alla lotta per la libertà, riescono a farmi vivere davvero e sono una speranza affinché anche da noi ci possa essere un ritorno alla visione più tradizionale della società.
Quale sarà la tua prossima iniziativa con Popoli?
Spero di riuscire ad organizzare una mostra fotografica di questa missione, magari con il patrocinio del Comune di Perugia, per sensibilizzare la lotta Karen e per raccogliere fondi fondamentali affinché i progetti per aiutare la popolazione, aumentino sempre di più. La Comunità Solidarista Popoli ha dato inizio ad un impegno che non può essere interrotto; molta gente Karen ottiene fondamentali cure sanitarie soltanto grazie al nostro intervento e molti bambini riescono a studiare perché “Popoli” è riuscita a finanziare, in diversi villaggi, delle scuole. Inoltre, proprio nell’ultima missione di novembre, sono state allargate le attività nel distretto di Dooplaya, zona Karen al confine con la Thailandia, con un nuovo progetto per la piantagione di campi di riso che serviranno per soddisfare diversi villaggi, la costruzione di un pozzo che permette l’arrivo dell’acqua nel villaggio di Ookray Khee e il mantenimento della scuola del villaggio di Kaw Hser che conta ben 150 bambini. Sempre “Popoli”, in collaborazione con l’Associazione Orfani Palestinesi, sta adottando piccoli orfani palestinesi che si trovano nei campi profughi in Libano. Chi vuole aiutarci, può contattarci ainfo@comunitapopoli.org, con la garanzia che tutto il denaro raccolto finisce direttamente nei progetti, dal momento che tutti i membri della Comunità Solidarista sono volontari al cento per cento e nessuno di noi percepisce uno stipendio.
Intervista di Leonardo Varasano, http://www.ilsitodiperugia.it/content/316-birmania-una-terra-dove-il-tempo-si-%C3%A8-fermato-e-dove-i-karen-lottano-ancora